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LETTERATURA E MUSICA: Conversazione attorno alle Dodici variazioni sul sangue
A proposito del rapporto tra letteratura e musica:
Claudio Morandini, Simone Sbarzella
Conversazione attorno alle Dodici variazioni sul sangue
…alle volte si danno questi sangui che s’incontrano.
(Carlo Goldoni, “La Locandiera”)
Le Dodici variazioni sul sangue nascono nel 2010, da un suggerimento di Marta Raviglia. All’epoca, conversando al telefono, poi per lettera, ne parlavamo come del nostro Pierrot lunaire: nel senso che ci si era formata un’idea di testi di natura variamente letteraria, ruotanti attorno a un unico tema – testi che una voce o due, accompagnate da un organico strumentale ridottissimo (o dal solo pianoforte, forse), avrebbero cantato o declamato su una scena. Era un’idea eccitante, per me, per la massima libertà che mi era concessa e per la destinazione che il lavoro prometteva di avere. Alla parte più strettamente musicale avrebbe messo mano Simone Sbarzella, che avrebbe modulato momenti “composti” e momenti “improvvisati”. Conoscevo bene i lavori nati dalla collaborazione tra Marta e Simone; sapevo che a entrambi stava ormai stretta la dimensione jazzistica e che stavano, in direzioni diverse, esplorando nuove strade espressive.
Cercavo un tema a cui ricondurre i testi, un tema che avesse una certa carica provocativa: e, rimuginando attorno al Pierrot lunaire di Giraud e Schönberg, mi è venuto in mente il sangue. Va bene, il sangue non è tema o colore inedito, soprattutto in anni di vampirismi per signorine e adolescenti – ma la sfida mi attirava proprio perché non lo è mai stato, inedito, perché siam fatti di sangue, perché i televisori a volte, soprattutto verso l’ora di cena, traboccano di sangue, perché il sangue ha un’aura metaforica fortissima, e perché appunto c’è, per così dire, un sangue banale, quotidiano, ci sono i cliché linguistici a base di sangue, e rimestare tra questo sangue di tutti i giorni (quello delle sbucciature, delle rinorragie, delle detartrasi, un sangue anche un po’ sciapo) e quello letterario, di tragica solennità, tutto echi semantici, e quello ancor più tragico che vediamo sparso nei reportage televisivi, sangue-sangue, che fa male vedere, sangue sporco impolverato urlante e per nostra fortuna sempre fuori fuoco – rimestare, dicevo, tra questi sangui (plurale azzardato, ma attestato) per cercare alcuni modi nuovi per raccontare il soggetto, o modi insoliti per svecchiarlo, questo mi interessava.
L’idea, dopo lievissima esitazione al telefono, è piaciuta anche a Marta e Simone. Da lì, la stesura è venuta facile, insolitamente facile. Mi davo come unici criteri quelli della brevità e della recitabilità. I testi dovevano prestarsi a essere messi in musica, o almeno a diventare voce narrante. Continua a leggere…
FILIVESPIRI, di Santi Terranova
Santi Terranova: “Filivespiri” (ed. Melino Nerella)
Il libro verrà presentato a Siracusa il 30 aprile, h. 18, presso UNA Hotel ONE, sito in Via Diodoro Siculo 4.
Relatori: Simona Lo Iacono e Sebastiano Grimaldi.
La canicola balza feroce, svena le forze, s’abbatte – arraggiata – sulle poche teste ancora erette, non intorpidite dal sonno.
Nessuno a quest’ora, in Sicilia, e nel mezzo d’una estate rapace, s’intestardirebbe a mettere naso fuori casa, dove le donne hanno combattuto contro l’afa appiattendo gli scuri, coprendo le aperture, creando penombra e un poco di ristoro.
E c’è chi si lascia cadere sul divano buono, su cui è stato steso un lenzuolo pulito, bianco e ricamato, per far passare quelle ore trasognate, dispettose. Chi invoca requie col ghiaccio e la strategica posizione delle correnti d’aria. Chi si lascia vincere, e preferisce un’immobilità che le vespe e le mosche scambieranno per quella d’un morto.
E’ la controra, quel passaggio ardente e infervorato che va dal dopo pranzo al tramonto, e che in Sicilia ha la consistenza degli inferi luciferini, delle maccalube fumose di un vulcano.
Nessun siciliano è ben disposto in quest’ora, né si troverebbe alcuno incline alla conversazione o al lavoro. E’ un’ora oziosa per necessità, ma anche sognosa e maliarda. D’altra parte, non potendo fare altro, il siciliano in quest’ora diventa contemplativo, e si lascia rosolare volentieri dai ricordi.
E sarà allora per questo che Santi Terranova con ironia dolcissima, raccoglie i suoi racconti sotto il nome di “Filivespiri”. Una parola arcana, che pare alludere a un finissimo respiro, e che invece no. Non è che un’espressione del suo paese (Lentini) per indicare l’approssimarsi del vespro, del sollievo e della tregua dal male lancinante della calura.
Con leggerezza tutta venata di umanità, di divertitissima arte di stare al mondo, Santi Terranova narra le vicende dell’avvocato Valenti ripercorrendo le estati adolescenziali a Santhià, i casi giudiziari più curiosi, persino uno sfortunato viaggio a Istanbul con finale rivincita processuale. Una verve godibilissima, la sua, che sa però affondare nel cuore, nella pietà umana, nel dolente andare e venire del tempo. E che – soprattutto – ci restituisce una Sicilia nostalgica e saporosa, in cui la bellezza fa da contraltare al dolore, alle faide sempre latenti nelle aule di tribunale, alle imbizzite della sorte.
Chiedo quindi all’autore di parlarci di questo personaggio così riuscito, che alterna buon umore e malinconia, amore per la vita e dolentissima consapevolezza della precarietà delle cose umane.
- Carissimo Santi, chi è, in sostanza, l’avvocato Valenti? Continua a leggere…
LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli
LE TERZINE PERDUTE DI DANTE: intervista a Bianca Garavelli
Bianca Garavelli, scrittrice e critica letteraria (scrive sulle pagine del quotidiano Avvenire), è un’appassionata studiosa dell’opera di Dante: ha curato diverse edizioni della Commedia, saggi e manuali di interpretazione. Di recente ha pubblicato un romanzo che si rifà, per l’appunto, alla figura di Dante. Il titolo è molto evocativo: “Le terzine perdute di Dante” (Dalai editore)
- Bianca, partiamo dall’inizio, cioè dalla genesi del libro. Come nasce “Le terzine perdute di Dante”? Da quale idea, o esigenza o fonte di ispirazione?
La prima fonte di ispirazione è il canto XXVIII del Paradiso: qui Dante ci racconta la sua prima visione di Dio, che con un’incredibile intuizione sembra anticipare alcune teorie sull’universo della cosmologia contemporanea. È un canto poco letto a scuola, poco conosciuto in generale, eppure merita una rilettura perché è di grande suggestione visiva e cosmica. Qui il pellegrino, dopo aver attraversato tutti i cieli visibili dalla Terra insieme a Beatrice, arrivato nel Primo Mobile e quindi sull’orlo dell’Empireo, si affaccia sul vero Paradiso, invisibile dal mondo terreno, e vede per la prima volta Dio. Che appare in forma di luminosissimo, minuscolo punto, da cui dipende tutto il creato, e che ne è il vero centro, ma al tempo stesso lo contiene. È un un’immagine davvero affascinante: questo “punto” che dà origine all’universo mi ha fatto pensare al Big Bang e ad altre teorie sulla formazione del cosmo. Come se Dante avesse intuito qualcosa che la scienza contemporanea sta ancora studiando … E poi, qui c’è un particolare degno di un grande romanziere: la prima visione del punto divino passa attraverso gli occhi di Beatrice, che gli fanno da specchio e lo introducono così in un “altro universo” che sembra contenere tutto il sistema planetario conosciuto. Ancora una volta, fino all’assoluto, è la sua donna che gli sta accanto, e lo introduce alla più sconvolgente e positiva esperienza della sua vita. Ce n’è abbastanza per stuzzicare l’immaginazione di una narratrice …
- Da grande studiosa di Dante e dell’opera dantesca… che tipo di esperienza è stata, per te, far “rivivere” Dante come un personaggio di un tuo romanzo? Continua a leggere…
Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi (Tabucchi e la categoria della memoria)
25-3-2012/25-3-2013: Un anno dalla morte di Antonio Tabucchi. Ne parliamo con Gioia Pace, autrice di “Tabucchi e la categoria della memoria”.
Fantasmi a metà strada tra vita e oltremondo, ombre che parlano, danzano, invitano e ammiccano. L’immaginario di Tabucchi ripercorso con la lucidità dello studioso e la passione dello scrittore.
Questo è “Tabucchi e la categoria della memoria” (ed. Morrone), il saggio che Gioia Pace (nella foto in basso con Piero Angela), presidente della Dante di Siracusa, studiosa e cultrice sottile di Pirandello, D’Annunzio, Quasimodo, ha scritto per le nuove generazioni.
Un libro che non vuole “spiegare” Tabucchi, ma farlo vivere nella sua complessità, nelle discese ripide verso il sogno, svelandolo come interprete del tempo in cui viviamo, come poeta inquieto, malinconico, surreale.
- Gioia, oggi ricorre l’anniversario della morte di Tabucchi. Che valore ha porgere la lettura di questo narratore ai nostri ragazzi?
Senz’altro positivo, perché lo scrittore nelle sue pagine vuol dare messaggi carichi di valori al lettore e noi oggi abbiamo bisogno chi ci rieduchi ai valori.
- Tabucchi diceva: “ La letteratura è una forma di conoscenza che viaggia per strade tutte sue. Il fatto che coincida talvolta con la cosiddetta realtà non vuol dire che non abbia un’anima tutta sua”. La letteratura è quindi una strada che richiama con una voce personalissima e che incanta. I giovani sentono questa seduzione?
Sì, nonostante i frastuoni dell’informatica,di facebook, dei tablet e degli i-phone, perché la letteratura è storia, la nostra storia.
- Spesso i personaggi di Tabucchi vivono gli ultimi anni della propria vita, la città stessa decade e degrada verso il disfacimento, la morte è una soglia che si avvicina, e che si può quasi palpare. E’ una condizione in apparenza lontana dalla giovinezza, ma che – tuttavia – con il suo carico di fragilità, può avvicinare l’uomo alla fine della sua esistenza con chi è all’inizio del proprio percorso. Ciò che proponi, insomma, è una sorprendente vicinanza di Tabucchi alle nuove generazioni. E’ così?
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INTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada”
INTERVISTA A STEFANO BORTOLUSSI, autore di “Verso dove si va per questa strada” (Fanucci, 2013)
A cura di Claudio Morandini
Stefano Bortolussi ha pubblicato da poco un romanzo, “Verso dove si va per questa strada”, presso Fanucci, nella collana Teens, che “si propone di offrire occasioni di lettura, divertimento e riflessione” al pubblico “nascosto, spesso sottovalutato” dei teenager, “quei ragazzi che spesso si allontanano dai libri proprio perché non riconoscono in essi il proprio mondo e i propri specifici problemi”.
Il romanzo di Bortolussi sa parlare con franchezza e ironia a questo pubblico, raccontando una storia molto antica e allo stesso tempo molto moderna, realistica e immaginosa, incentrata sulle avventure di due sorelle (una quindicenne, una decenne). In fuga dall’auto della madre, per motivi che rimarranno misteriosi fino alla fine, le due ragazzine si inoltrano in un bosco che riserva loro diversi incontri con personaggi bizzarri, forse scontrosi e inafferrabili ma certo non minacciosi; dopo il bosco, ecco un fiume, poi un canale, una nave abbandonata, una casetta insolita… Spinte a procedere da qualcosa che non è soltanto desiderio di avventura o di indipendenza, e nemmeno curiosità, o impulso di sopravvivenza, le due sorelle, dotate di una fantasia fervida ma anche di un vivace pragmatismo, affrontano assieme, con un senso via via più solido di appartenenza, la deriva di avventure e imprevisti, fino al sorprendente finale che tutto ricompone.
1 – Caro Stefano, quali sono secondo te le virtù più importanti di un romanzo per ragazzi? Credo che una di queste sia il trattare i giovani lettori come lettori a tutti gli effetti, a pieno diritto.
Hai perfettamente centrato il punto, a mio parere. Un “romanzo per ragazzi” secondo me dovrebbe essere semplicemente un bel romanzo, e rivolgersi ai ragazzi quasi dimenticandosi che siano “ragazzi”, ossia evitando di prendere le scorciatoie (di senso, espressive, psicologiche o quant’altro) che alcuni si sentono obbligati a prendere quando scrivono “per ragazzi”. In altre parole, mai sottovalutare i propri lettori – cosa di cui dovrebbero ricordarsi anche molti scrittori “per adulti”, peraltro.
2 – E che cosa non dovrebbe essere un libro per ragazzi? Oppure: che cosa tu cerchi di evitare quando scrivi per i ragazzi?
Ti svelo un segreto che forse non è poi così segreto: in realtà, scrivendo “Verso dove si va per questa strada” non mi ero prefisso di scrivere un romanzo “per ragazzi”, di rivolgermi necessariamente a lettori e lettrici dell’età delle mie due protagoniste (rispettivamente 15 e 10 anni). Quello che mi interessava fare, e che spero di essere riuscito a fare, era calarmi nella mente, nella psicologia e perché no, nel corpo della narratrice, la sorella maggiore. Il fascino dell’operazione per me era tutto lì: uno scrittore di mezz’età (ebbene sì, tristemente…) che si immerge nel mondo di un’adolescente e cerca di reimmaginarlo (e non di riprodurlo, bada bene). Forse questo mi ha evitato di incorrere negli errori di cui parlavo prima. Ma anche in passato, quando mi è capitato di scrivere per lettori anche più piccoli, ho scoperto che il (mio) segreto è quello di pensarli sempre un po’ più grandi.
3 – Direi che la tua sfida è vinta. La tua quindicenne è un personaggio intenso, ricco, per certi versi anche spiazzante. Il lettore adulto finisce per invidiare un po’ a lei e alla sorellina il loro approccio alle cose e al linguaggio. Ma tornando a parlare dei giovani lettori (o delle giovani lettrici): qual è il tuo tipo di pubblico ideale? Ho l’impressione che la tua scrittura così ricca richieda attenzione e concentrazione, e che insomma tu abbia in mente un lettore già consapevole del suo ruolo, nutrito di buone letture.
Sì, il mio giovane lettore ideale è un lettore forte e consapevole. Un giovane lettore la cui vita è già stata cambiata da Continua a leggere…
MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – intervista a Valter Binaghi
MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – intervista a Valter Binaghi
[Newton Compton, 2012 – pagg. 315 – euro 9,90]
Leggi lo stralcio del libro su Letteratitudine
Il nuovo romanzo di Valter Binaghi è ambientato a Crotone, nel 509 a. C.
Protagonista del libro è Melissa, figura femminile e letteraria potentissima. Ne discutiamo con l’autore.
Caro Valter, anche per te la mia tipica domanda di “apertura”. Come nasce questo tuo nuovo romanzo? Da quale idea o esigenza?
Ci sono sempre molte cose che concorrono a fornire i “materiali” di una storia, eppure nessuna di esse è l’essenziale, perchè ciò che dà forma ed energia al tutto è piuttosto una “visione”. Qui c’è la mia passione per la storia antica, specialmente nelle sue pieghe più ignorate (in questo caso l’Italia pre-romana), il mio interesse professionale (insegno Filosofia e Storia in un Liceo) per il pensiero classico e in particolar modo per il pitagorismo, la mia scoperta recente di una filosofia del femminile (il cosiddetto “pensiero della differenza”, a partire da Luce Irigary). Ma la “visione” è quella di una donna, Melissa, spuntata improvvisamente dalle soglie della mia fantasia, una donna di cui avrei potuto innamorarmi in un momento qualsiasi della mia vita.
Cos’è che ti ha colpito di più del personaggio di Melissa, al punto da spingerti ad occupartene in forma narrativa?
Ho “costruito” Melissa a partire da quello che, nell’elenco dei filosofi pitagorici tramandato dagli antichi frammenti, è solo un nome. Pitagora fu il primo, in una società misogina come quella greca, ad aprire il suo cenacolo filosofico alle donne. Nello stesso tempo mi sono reso conto che, ciò che mi ha sempre maggiormente attratto del pitagorismo, vale a dire la mistica dell’armonia, la musica come espressione cosmica e medicina dell’anima, sono valori che sento come profondamente femminili, al contrario di quel razionalismo legislatore e produttivista che pure emerge dal pensiero greco e stende la sua ombra lunga sulla storia dell’Occidente.
Qual è il contesto storico/sociale in cui Melissa si muove?
Scampata alla strage (il primo cenacolo pitagorico, a Crotone, fu attaccato e distrutto per motivi politici) Melissa finisce venduta come schiava ad un capo sannita. La sua saggezza e il suo talento nell’arte della guarigione la porteranno all’emancipazione, ma anche ad incontri proficui con le altre popolazioni dell’Italia antica: un chirurgo etrusco, un druido celta, sono personaggi non del tutto secondari del libro. La sua è una vita molto avventurosa: guerriera, guaritrice, moglie e madre, infine guida della sua comunità, fino agli ultimi anni spesi in una solitaria ricerca della Luce.
Quali sono i pregi e i difetti di “Melissa / personaggio letterario” che vive tra le pagine del tuo romanzo? Continua a leggere…
QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
QUANDO UNA DONNA, di Mavie Parisi
Giulio Perrone editore, 2012 – pagg. 254 – euro 15
Zaira è una giovane aspirante chirurgo che si invaghisce del primario Sergio Macchiavelli. La storia parte da qui… dal desiderio di conquista di Zaira che cresce fino a diventare ossessivo. Si intitola “Quando una donna” il nuovo romanzo di Mavie Parisi, già autrice di “E sono creta che muta” (anche il primo è stato pubblicato da Perrone nella collana Lab). Come ha scritto Lia Levi nella nota al libro, si tratta di «una storia dove l’oscura forza passionale capace di portare al delitto, in un suo più profondo contesto, pare svuotarsi della potenza distruttiva per dare abilmente spazio all’eterno gioco dei sentimenti, aneliti, dubbi, speranze e frustrazioni, insomma agli imprescindibili archetipi del tortuoso cammino di una donna il cui unico desiderio è “vivere se stessa”».
Ne ho discusso con l’autrice…
- Sergio e Zaira, due persone che – in apparenza – avevano tutto per essere felici: il successo, l’intelligenza, un lavoro gratificante (sono medici stimati). Perché rimangono ingabbiati nel loro rapporto?
Rimangono ingabbiati nel loro rapporto perchè l’essere umano è inquieto. Mai soddisfatto. Non sempre presente a se stesso. Cito una frase di Bukowski: La sanità mentale è un’imperfezione.
Ma andrei ancora oltre: Cos’è la sanità mentale? E’ una condizione che si addice all’uomo? o l’uomo, in quanto tale è già un’imperfezione?
- Il noir non è “consolatorio” come il giallo, e infatti il tuo libro non offre una soluzione ma semmai apre la riflessione. Si chiude infatti con la stessa domanda con cui si apre: perché. Come mai questa scelta narrativa? Continua a leggere…
L’AVOLA RACCONTA, di Grazia Maria Schirinà
Grazia Maria Schirinà e il suo libro di ricordi: “L’Avola racconta”.
Il buio scende. La luce sfoca piano dalla finestra. Accoccolarsi sotto le coperte è non soltanto concedersi riposo, ma – anche – ritagliarsi uno spazio che ha pareti morbide, soffici come nuvole, quasi risalenti a un grembo materno.
E’ il rito del letto. Da sempre passaggio verso l’ignoto e – al tempo stesso – abbandono al mistero.
Ecco perché sin dai tempi più antichi, le mamme, le balie, le nonne, hanno accompagnato il sonno dei bambini con le storie.
Quasi un viatico benigno per smorzare la paura dell’oscurità in cui si sarà trasportati. Quasi una formula magica per insinuare nei più piccoli i simboli della vita: il bene, il male, le prove e gli ostacoli, cui – comunque – segue un finale consolante.
La favola è, dunque , molto più che fantasia. E’ memoria, insegnamento, persino rituale propiziatorio.
Senza darlo a vedere, serrandosi in quella soglia delicata tra veglia e sogno, suggerisce la complessità dell’esistenza, la lotta tra bene e male, tra desideri e realtà, tra regole da rispettare e tradimento di esse.
Rifacendosi a questa tradizione ricca di suggestioni, Grazia Maria Schirinà (nella foto in alto) offre ai più piccini (e non solo) un delizioso libretto di racconti.
Quasi attingendo a un vecchio baule stracolmo di ricordi, narra le cose buone del passato, gli odori tipici della sua Avola, le conquiste dell’infanzia, la magia dei cortili e delle strade dove agli occhi dei piccoli si schiudevano universi di meraviglia e in cui vivevano personaggi straordinari.
“L’Avola racconta” (ed. Kerayles) è una discesa nel cuore dell’infanzia, intesa come condizione privilegiata dello stupore, della scoperta, dell’entusiasmo nel percepire la vita.
Costellato dai disegni di allievi delle scuole elementari, l’autrice ci porge con garbo e tenerezza un mondo che – grazie a Lei – sopravvive, riproponendosi alla nostra esperienza attuale come portatore di valori e di speranza.
-Grazia, ti chiedo quindi, perché hai sentito l’esigenza di scrivere questo libro? Continua a leggere…
VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA
VINCENZO VITALE: LA GIUSTIZIA NARRATA
In origine, racconta Protagora, esistevano solo gli dei.
Gli esseri viventi vennero invece plasmati dalla stessa terra in un secondo momento, e su di essa si aggiravano spaesati, errabondi, maldestri.
Era dunque necessario conferire loro facoltà adatte alla sopravvivenza, alla lotta quotidiana contro le intemperie, la fame, la natura.
Purtroppo, la distribuzione venne fatta dall’imprevidente Epimeteo, il quale, come dice il suo nome, era dotato solo del senno del poi. E, giunto agli uomini nella sua elargizione di doni, si rese conto di aver già distribuito tutte le doti naturali – denti, artigli, vista acuta, velocità nella corsa - agli animali.
Gli uomini furono lasciati dunque indifesi, indeterminati, inadatti a padroneggiare il nuovo destino.
Il fratello di Epimeteo, Prometeo, tentò allora di soccorrerli donando loro il fuoco e il sapere tecnico (entechnos sophia).
E gli uomini svilupparono linguaggio, cultura, religione.
Ma nonostante ciò, essi vivevano ancora isolati e chiusi, incapaci di armonizzare le esigenze di ognuno con quelle degli altri.
Allora intervenne Zeus, e comprese che era loro necessario distribuire indistintamente aido e dike, pudore e giustizia, senza le quali nessuna creatura umana avrebbe potuto relazionarsi con l’altra.
Ecco.
Il mito spiega bene l’origine divina della giustizia. Una speciale elargizione del dio supremo, preposto alla cura dell’intero creato. Zeus in persona, e non Prometeo, pur animato dal suo ardore, o Epimeteo, pasticcione e improvvido. Ma colui a cui viene chiesta armonia, capacità di sintetizzare ogni singolo col tutto.
A questa origine trascendente della giustizia si rifà anche Vincenzo Vitale nel saggio “Diritto e letteratura, la giustizia narrata” (ed. Sugarco).
Un libro che è più di una profonda e commossa elaborazione filosofica del concetto di giustizia. Perché è un testo che invita alla riflessione su di essa quale condizione precedente al diritto, come a dire che senza la riscoperta del ceppo divino e necessario che ha consentito all’uomo di convivere con l’uomo, il diritto si svuota, non è che tecnica sopraffina priva di ansia e tormento per il giusto.
Senza giustizia, cioè, senza il suo anelito affamato e furibondo – il diritto perde la propria identità, il proprio senso, e anche la propria, sorgiva, funzione:colmare lo scarto tra aspirazione e realtà, sanare quella ferita sempre aperta tra essere e dover essere, recuperare, dunque, la sua vibrante e imprescindibile natura morale.
Per far questo l’autore propone un viaggio nei testi letterari, porge al giurista una strada insolita e fantasiosa per attingere al non detto, a ciò che, in sostanza, pur restando non codificato – in quanto asse portante della norma – è, tuttavia, per essa vitale. Recuperare quella smarrita pre-comprensione di ogni situazione giuridica, quella arcana e immateriale aspirazione che, pure, è il suo vero volto, la sua vera immagine: la vita che esige di essere ricomposta, l’uomo che implora di essere consolato, la paura che brama di trovare pace.
Tutte queste esigenze della giustizia sono state dimenticate nell’attuale momento storico. E il diritto aleggia come forma, si ingegna nei tecnicismi, presta attenzione smodata al particolare quando, come detto, il suo ceppo è universale. Non a un solo uomo, infatti Zeus donò dike, ma a tutti indistintamente.
Esaminando dunque alcuni tra i testi letterari più significativi e proponendo un viaggio tra i racconti di Heinrich von Kleist, Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Robert Louis Stevenson, Andrè Gide – senza dimenticare i Vangeli di Matteo, Luca, Marco, Giovanni – Vincenzo Vitale spiega che la letteratura e il diritto si compenetrano non come due scienze, non come due tecniche, né come discipline pronte a spiegarsi l’una con l’altra. Ma come anime appassionate dell’uomo. Come specchi necessari della medesima e connaturata esigenza.
“Perché mentre il diritto vorrebbe oggi contentarsi del finito, la letteratura lo induce a sensibilizzarsi verso l’infinito, mentre il diritto vorrebbe chiudersi nella asfitticità dell’analisi del linguaggio giuridico, la letteratura lo induce ad affacciarsi sul mondo, mentre il diritto vorrebbe preservarsi puro e incontaminato, la letteratura lo induce a sporcarsi le mani, mentre il diritto vorrebbe dimenticarsi di sé, la letteratura lo induce a ricordarsene, mentre il diritto vorrebbe sempre appiattirsi sulla forma, la letteratura lo salva dal formalismo, mentre il diritto vorrebbe identificarsi con la pura logica, la letteratura lo salva dal logicismo, mentre il diritto è pieno di paure, la letteratura lo induce ad osare, mentre il diritto non vorrebbe avere nulla a che fare con gli uomini, la letteratura lo costringe a patirne le vicende, mentre il diritto vorrebbe esaurirsi tra articoli e massime, la letteratura lo induce a registrare l’esperienza umana, mentre il diritto vorrebbe estinguersi divenendo altro da sé, la letteratura lo induce a rinascere ogni volta” (pag 43).
Chiedo quindi a Vincenzo Vitale – già magistrato (e amico di Leonardo Sciascia), docente presso l’università di Catania, la Cattolica di Milano e quella di Piacenza, vicecapo di gabinetto presso il Ministero di Grazia e Giustizia e componente della commissione per la lotta contro le tossicodipendenze presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri - di spiegarci questa appartenenza necessaria tra diritto e letteratura, o – come dice benissimo nel suo saggio- “palingenetica”.
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Intervista a Stéphanie Hochet
Intervista a Stéphanie Hochet
Del romanzo di Stéphanie Hochet, “Le effemeridi”, uscito nel 2012 in Francia presso le Éditions Rivages con il titolo “Les éphémérides” e ora pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna (nella traduzione di Monica Capuani), ho parlato nel post di ieri. Nonostante la giovane età (è nata nel 1975), Stéphanie ha all’attivo altri sette romanzi, pubblicati da editori importanti come Laffont, Fayard, Stock, Flammarion, e sta per vedere pubblicato il nono, il breve “Sang d’encre”, dalle Éditions des Busclats. È il momento di conoscerla più da vicino.
C. M. Stéphanie, come vorresti presentarti al pubblico italiano, al di là delle notizie biografiche?
S. H. Sono uno scrittore che è in cerca e non sa se trova, ma questa frustrazione è probabilmente all’origine del mestiere di scrittore e io ho bisogno di pormi delle domande fondamentali nel momento in cui invento una storia. E proprio attraverso l’invenzione di questa storia l’essenziale della mia riflessione sulla natura umana può prendere forma: il romanzo mi pone nella condizione, mi consente di tracciare un senso in un universo ridotto a qualche centinaio di pagine. Un mondo senza creazione letteraria per me sarebbe solo un deserto. Da studentessa mi sono appassionata al teatro di Shakespeare, alla sua raffinatezza popolare, al suo dinamismo poetico. E sento spesso il bisogno di andare a cercare altrove le mie fonti di ispirazione: l’Inghilterra e la letteratura inglese per “Le effemeridi”, e prima ancora gli Stati Uniti del sud con il “Combat de l’amour et de la faim” e l’Italia con “La distribution des lumières”.
C. M. Come si collocano “Le effemeridi” nell’insieme della tua produzione narrativa? Quali sono i temi che vi si possono ritrovare, qual è il percorso che hai tracciato da “Moutarde douce” fino a qui? Conosco tutti i tuoi romanzi e in essi tendo a avvertire la continuità piuttosto che le differenze; e vedo ne “Le effemeridi” una sorta di grandiosa sintesi dei tuoi temi e della tua ricerca espressiva. Vedo giusto?
S. H. Con “Le effemeridi” ho la sensazione di avere realizzato un libro molto importante per me, sia sul piano del contenuto sia su quello della forma. “Le effemeridi” riunisce tutti i miei demoni : l’esperienza gemellare dell’arte e della sofferenza, l’attesa dell’amore, la frenesia del vivere e la violenza, il terrore, i percorsi di libertà aperti dalla poesia. Non avrei potuto scriverlo se non ci fossero stati prima gli altri romanzi che mi hanno permesso di essere più ambiziosa.
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L’INFERRIATA, di Laura Di Falco
L’INFERRIATA, di Laura Di Falco
Verbavolant, 2012 – pagg. 272 – euro 15,00
Il sole cola a picco sulle pietre. Le arrossa, le ingravida, le riempie della sua stessa sostanza: luce. Poi le lascia, ma le pietre non dimenticano. Restano a barbagliare dei raggi che hanno bevuto, ardenti anche nella notte.
E’ Ortigia. L’isola di pietra, lo “scoglio”.
Qui si è svolta tutta la storia della città di Siracusa, dal v secolo a.c al dopoguerra. Qui hanno smerciato gli ebrei, hanno pregato gli arabi, hanno poetato i greci. E qui la nobiltà baronale ha vissuto fino alla metà del novecento, nei palazzi dalle corti d’arenaria, nei salotti buoni e costellati di consolle a specchi, felpando il passo sui pavimenti cigolanti ma impreziositi dalle scene accecanti dei mastri di Caltagirone.
Una vita circoscritta dal mare, dalle invisibili barricate sociali, dalle usanze delle buone famiglie e dai segreti da non confessare. Un piccolo mondo, insomma, dove pietre e cristiani hanno pari cittadinanza, e in cui la decadenza delle une coincide con il declino degli altri.
Qui vive Diletta, studentessa all’ultimo anno di liceo, che cresce tra le sale affrescate del grande palazzo di famiglia e tra le strade ammalorate dallo sfascio che sta per travolgere lo scoglio, abbandonato dai cittadini per andare ad abitare al di là del mare, nella città nuova, la città di cemento.
Una città senza storia e senza gerarchie, quella nuova, però, dove riconoscersi è impossibile, dove le case non hanno pareti gonfie d’umido ma termosifoni, e dove i solai reggono al tempo, senza lasciar cadere giù pericolanti lampadari di murano. Una città che segna cioè i tempi che avanzano, la vita che cambia e diventa moderna, con buona pace delle famiglie nobiliari.
Ortigia diventa così regno di ombre, di macerie che avanzano e che nessuno ha più voglia né interesse a mantenere in piedi, luogo di fantasmi che si aggirano spaesati e senza memoria, sfrattati dalla loro identità, dal loro passato.
La vicenda di Diletta diventa allora la storia del tempo e delle sue inevitabili rovine, della famiglia che si evolve, dei costumi che mutano.
Non a caso siamo a metà tra gli anni sessanta e settanta e pare che si stia scavando tra il tempo che è stato e quello che sarà, un muro mai più valicabile, una gigantesca inferriata.
“L’inferriata” è infatti il titolo del libro di Laura Di Falco, finalista al premio strega nel 1976, ed adesso riedita da Verba volant.
Con uno stile immaginifico e secco a un tempo, la scrittrice sgretola le apparenze, racconta i cambiamenti della fine del novecento, si fa cronista delle sfaldature del destino.
Chiedo quindi all’editrice, Fausta Di Falco (nipote della scrittrice), di parlarci di quest’ opera di recupero, di questo libro che è un omaggio alla capacità di fare dei luoghi (Ortigia) e del tempo che scorre il vero protagonista della storia.
-Fausta, cosa ha significato per te ripubblicare Laura Di Falco? Continua a leggere…
VENDETTA DI SANGUE: intervista a Wilbur Smith
VENDETTA DI SANGUE: intervista a Wilbur Smith
Dopo ben 33 romanzi d’avventura e 122 milioni di libri venduti nel mondo, Wilbur Smith non ha affatto messo da parte la penna, la fantasia e l’ingegno. Difatti è pronto a rilanciare la sfida con una scelta nel segno del celebre Alexandre Dumas e non dimentica mai che nella vita avrebbe potuto fare tutt’altro che lo scrittore. Giunto in Italia per presentare in anteprima mondiale il suo nuovo romanzo – “Vendetta di Sangue” (Longanesi; pp. 510 euro 19,90) – lo scrittore d’origini zambiane e cresciuto in sudafrica che recentemente ha festeggiato l’ottantesimo compleanno accanto alla quarta moglie, ha risposto alle nostre domande. Per Wilbur Smith, indiscusso re dei romanzi d’avventura dal 1964 ad oggi, la scelta dell’Italia non è certo casuale visto che proprio nel nostro paese ha venduto oltre 33 milioni di copie. In “Vendetta di sangue”, vedremo il ritorno di Hector Cross – già protagonista ne “La legge del deserto” – in un fitto intreccio a base di vendetta, potere e denaro, ambientato fra la City londinese e l’Africa nordorientale. La firma di Smith? Il ritmo serratissimo e la morale salda.
Hector Cross, aveva trovato l’amore e la felicità ma in Vendetta di Sangue torna in pagina animato solo dal desiderio di rivalsa. Mr. Smith è arduo portare in pagina le emozioni più dilanianti dell’animo umano in modo realistico?
«Per prima cosa mi documento moltissimo e soprattutto scrivo solo di ambienti che conosco molto bene, ecco perché c’è sempre tanta Africa nei miei libri. Una documentazione più che esaustiva è fondamentale per la credibilità della storia. I lettori devono fidarsi di ciò che scrivo, come se si trattasse di personaggi reali. Per questa ragione le informazioni che sono sullo sfondo devono essere correttissime, altrimenti il tutto perde di veridicità e si finisce per avere la stessa sensazione che può avere un guidatore, quando supera un dosso artificiale lungo la strada: sobbalza, sente che c’è qualcosa che non va.
Per lo più scrivo di getto, per poi tornare indietro e rifinire in modo tale che ogni frase esprima al massimo emozione e forza». Continua a leggere…
NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo
Pubblichiamo la doppia lettura del romanzo NON LASCIARMI ANDARE VIA, di Maria Di Lorenzo (a firma di Simona Lo Iacono e Narda Fattori)
La lettura e l’intervista di Simona Lo Iacono
La mano si posa sulla corteccia dell’albero. Trema al suo tocco. Sente il calore della linfa che corre. E’ una di quelle giornate siciliane in cui la luce brilla indecentemente, e in cui ogni cosa trasmigra nell’altra, rivelando l’unicità del tutto, la segreta assonanza di ogni elemento dell’universo.
Silvana solleva lo sguardo. Gibilmanna è ai suoi piedi, scoscende fino al mare, fa galoppare il cuore verso l’azzurro. Tutto sembra ora solo un sogno. La malattia, il passato, le parole non dette. Per pudore, per dolore, per paura.
Resta questo tempo che – lo sa – non è che una concessione breve del destino. Un’ultima occasione per svelare, per ricucire gli strappi della vita, per confessare a sua figlia che, forse, non sono solo i vivi a non voler essere lasciati. Ma soprattutto i morti. O coloro che stanno per morire.
Così scrive. Non per ottenere qualcosa, non per essere perdonata, non per giustificarsi. Ma per ricordare a chi resta che l’unico destino a cui siamo chiamati è la compassione. Anche quando la vita scorre senza rivelare lutti nascosti, nascite proibite, amori senza futuro. Anche quando è conveniente non dire, fare finta di nulla, cedere ai rituali della compostezza e della buona creanza.
Anche allora, ci salva solo quell’essere col dolore dell’altro, con il suo peccato, con la sua miseria.
In “Non lasciarmi andare via” (che è possibile leggere in ebook scaricandolo da questa pagina) Maria Di Lorenzo ci consegna una voce di donna intensissima, composta, poetica. Una melodia che si dipana maestosa, rivelando tocco dopo tocco la complessità delle relazioni umane, le attese, l’amore che non riesce a compiersi se non dopo un’intera storia da raccontare.
Con una lingua che è ora epistolario, ora cronaca degli anni sessanta, ora rassegna cadenzata e straziata della vita che cambia, segna il cuore di chi legge, resta a dimorare in esso, a mettere radici.
Chiedo quindi a Maria di svelarci il segreto di questa nostalgia che vibra a ogni pagina, che seduce e incanta.
Cara Maria, Silvana più che un personaggio è una voce, e chi legge è accompagnato dal suo timbro, persino dal suo respiro. Come ti si è presentato questo personaggio? In che modo ti ha chiesto di dargli vita? Continua a leggere…

LETTERE DALL’ORLO DEL MONDO. Intervista a Barbara Garlaschelli