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Archivio per la categoria ‘Racconti’

TUTTO IL CATANIA MINUTO PER MINUTO

TUTTO IL CATANIA MINUTO PER MINUTO
Geo edizioni

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: “Il Pelè del Sacro Cuore”

Patrocinata dall’Università degli studi di Catania, è disponibile in libreria la seconda edizione di “Tutto il Catania minuto per minuto”, enciclopedia storica del calcio rossazzurro dalle origini al 2011. Si tratta di cinquecento pagine che ripercorrono cent’anni di storia cittadina attraverso foto, tabellini, aneddoti e personaggi protagonisti del pallone all’ombra dell’Etna. Scritta da Antonio Buemi, Carlo Fontanelli, Roberto Quartarone, Alessandro Russo e Filippo Solarino, edita dalla Geo Edizioni di Empoli, la prima edizione è andata esaurita in appena sei mesi; si è provveduto quindi ad aggiornarla con l’ultimo entusiasmante campionato e ad aggiungere altre foto e dettagli nei restanti ottanta capitoli. È stata inoltre inserita la postfazione firmata dal professor Tino Vittorio, che correda il volume insieme alle prefazioni di Damiano Morra e Ignazio Marcoccio.

«Un libro ciclopico», lo ha definito Giovanni Finocchiaro. «La sua bellezza – ha affermato Gaetano Sconzo – risiede nel fatto che mai era stato fatto uno sforzo simile nel catalogare tutti i giocatori e tutte le gare ufficiali del Catania. Contiene perfino il resoconto della preistoria del calcio all’ombra dell’Etna fino al 1929 e l’inedito excursus della società rossazzurra prima della Seconda guerra mondiale».

Lo scorso anno “Tutto il Catania minuto per minuto” è stato presentato presso la Biblioteca Livatino e la libreria Cavallotto; in collaborazione con la Provincia Regionale di Catania è stata inoltre organizzata dagli autori la mostra fotografica “Il calcio a Catania tra le due guerre”, un atto di ricostruzione storica di un periodo calcistico colpevolmente dimenticato. Quest’anno la II edizione è stata presentata nell’Aula Magna della facoltà di Scienze politiche e sono in programma altri eventi che puntano a diffondere la cultura dello sport sano e la memoria storica di Catania. Sta per concludersi, per esempio, l’iter che porterà all’intitolazione di una via a Géza Kertész, primo allenatore vincente della storia del Catania ed eroe di guerra.

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Una storiella d’inizio anno

In quel capoluogo di Trinacria che ha per stemma l’Elefante vivono quattro vispi giovanotti, simpatici e birichini e tra loro amici veri. Sin da quando sono in fasce, a ciascuno di questi baldi ragazzetti è stato raccomandato di voler bene a una vecchina coi capelli sottilissimi e bianchi come la neve. Continua a leggere…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto (edito in versione cartacea da Melino Nerella)…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

Siracusa, 31 dicembre 1492

Se mi darai ascolto, Dio di Abramo, forse questa mattina riuscirò a dirti tutto come non ho mai fatto, come non sarebbe stato possibile neanche al tempio, con i tefillin annodati alla fronte che oscillano sul mio respiro. Qui, a Siracusa, li chiamano filatteri, e per quanto abbia osteggiato questo termine, Dio d’Abramo, adesso mi è caro.
Lo so che ti chiederai come mai il vecchio rabbi Aronne, che si alza al mattino con la Shacharit sulla bocca e chiude la sera con la Ma’ariv, si rivolga a Te raccontandoti soltanto una storia.
Ma ascolta, Dio di Abramo. Perché questa è la mia storia.

***

Non so bene quando i miei progenitori scelsero la Sicilia. Vagavano da troppi anni, ormai, e Siracusa era giunta al loro sguardo dal mare. Si raccontava di uno scoglio su cui si era posato un gabbiano.
I padri dissero: è qui.
Da bambino chiedevo perché a mia nonna Ester e le tiravo le gonne, interrompendo il rito del pasto.
Perché la Sicilia è bar mizwà, figlia del precetto.
Detto questo, cominciava le benedizioni, per il viaggio del passato e per quello del futuro, per il mestruo e per l’alba, per le evacuazioni della giornata e per la vista dei sapienti, per essere nata donna e per me che ero nato maschio – ti ringrazio Dio d’Abramo, diceva, che ad Aronne hai risparmiato il dolore e l’impurità della madre, anche se di questo io Ti benedico.
E mi sospingeva fuori dall’uscio, dove i bambini siciliani si mescolavano a noi ebrei senza numero e ordine di appartenenza, svicolando su strade appaiate e strettissime, che i miei padri studiarono in tutto identiche a Gerusalemme (sia benedetto il suo nome) per proteggerci dallo scirocco. Misero su un quartiere di filatorie, merciai, calzolai e mastri ferrai, sommandosi ai siculi che sorridevano addomesticati e indifferenti, pronti a unirsi e a separarsi senza rimpianto, chè un isolano, pontificavano, è solo un approdo. Una zattera che tira vento.
Mai visto un popolo più duttile, Dio d’Abramo, mai vista appartenenza meno certa, dicevano i padri, o forse mai vista tanta appartenenza. Agli ispanici, ai libici, ai fenici d’Africa e ora, speravamo, a noi.
Se non fosse che noi giudei l’appartenenza la covavamo nella carne, e alle donne siracusane che strabiliavano innanzi alla milà, alla circoncisione del destino e del sesso, raccontavamo con orgoglio che la terra promessa la portavamo incisa in un taglio, netto e filato, rispetto al resto del mondo.

***

All’inizio, dunque, ci sfioravamo. Siracusani ed ebrei, gli uni sugli altri a respirare l’afa, a percorrere cunicoli a fior di mare, a piegarci sul lavatoio nei pressi dell’antico tempio d’Atena dove i cristiani avevano edificato la loro cattedrale. Ci entravamo anche noi, Dio d’Abramo, perché sorgeva tra le stesse colonne del tempio greco, e sentivamo – senza ombra di dubbio – che se tu eri stato lì per chi ci aveva preceduto, potevi essere lì anche per noi, senza curarti da che terra provenissimo.
Col tempo costruimmo la sinagoga, i bagni, il macello, la casa dei limosinieri. Un intera Gerusalemme stretta da quattro vie che delimitavano la soglia del nostro mondo, che ergevano una sfidante torre a guardia di un regno che non era di dominatori ma di dominati e che, tuttavia, pareva più libero dei padroni, ovunque andasse, e su qualunque terra si innestasse, come se noi ebrei, pur restando in Sicilia, non avessimo alcun ospite a cui rendere grazie.
Ma sempre e soltanto la storia, a cui slegavamo, di giorno in giorno, un nodo. Continua a leggere…

MIA FIGLIA, racconto di Giovanni Ubezio (Il Saggiatore)

Pubblichiamo il racconto di Giovanni Ubezio intitolato “Mia figlia”, tratto dalla raccolta di racconti “Il cane che mi guardava. E altri racconti del taxista” (Il Saggiatore, 2012).

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MIA FIGLIA
di Giovanni Ubezio

Parevano molto differenti le due signore che avevo appena preso a bordo.
Quella un po’ più giovane, a parte il saluto iniziale, era taciturna e assorta nei suoi pensieri, puntava lo sguardo assente oltre il finestrino.
L’altra ha trascorso la prima parte del viaggio attaccata al telefonino; non so di che argomento stesse parlando, ma dal suo tono acceso doveva certamente trattarsi di problemi importanti.
Erano tipiche donne di periferia, non raffinatissime, persone semplici, di estrazione popolare e un’età piuttosto difficile da stabilire, indicativamente dalla mezza età in su.
Quando staccò il telefonino la signora cominciò a parlare con me dei suoi guai: «Quello che sto passando in questi anni non lo auguro nemmeno a un cane».
«Cos’è successo di tanto brutto?»
«Guardi, lasciamo perdere… Mia figlia: sono mesi che sto tribolando avanti e indietro per lei, e sono stufa.»
«Sua figlia non sta bene?»
«Non sta bene!? Ne ha sempre una. Adesso è la terza volta che tentano di farle la colonscopia, ma non riescono, perché prima le faceva male il retto, invece oggi aveva la diarrea e quindi è saltato tutto e io sono qui che sto correndo a destra e sinistra, dagli ospedali alla clinica e poi ancora al centro diagnostico. Tutto questo fra ticket e taxi mi sta costando una tombola.»
«È bello però vedere il sacrificio e le rinunce che una madre è disposta a fare per un figlio; penso che Dio gliene renderà merito.»
«Ma quale Dio!!! Se fosse per lui sarebbe già morta. L’unica cosa che mi ha fatto avere è appunto mia figlia, che però è una piaga: è da quando è nata che mi fa tribolare…»
Mentre l’amica silenziosa continuava a vivere nel mondo dei suoi pensieri guardando distrattamente fuori dal finestrino, la signora più loquace non smetteva di sfogarsi: «E poi, come se non bastasse, dopo che è guarita da una cistite, adesso è saltato fuori che ha anche problemi di ritenzione alle vie urinarie».
«Ma non può prendere un diuretico?»
«No. Siccome ha la pressione bassa, il medico mi ha detto che non si può.»
«Insomma, ci sarà pure un farmaco alternativo!»
«Certo, infatti lo sta prendendo, ma il dottore ha detto che deve andarci molto cauta perché, siccome ha un’ulcera nell’intestino crasso, il farmaco potrebbe fare male.»
«Ma quell’ulcera non si potrebbe curare?»
«Sì, ma non risolverebbe il problema alla radice, perché mi hanno detto che l’ulcera è forse causata indirettamente da una sindrome con un certo nome straniero, che mia figlia avrebbe.»
«Certo che sua figlia è messa proprio male: non gliene va bene una. Forse un pellegrinaggio a Lourdes potrebbe aiutarla!»
«E crede che non ci abbia pensato! A parte il fatto che soffre il mal di treno, poi ho ben altri pensieri che sciupare soldi portandola a spasso per Lourdes. Mi hanno sfrattata da un anno e ora vivo in un altro quartiere. Dove stavo prima, i vicini erano brave persone, per bene, educate e ci si aiutava a vicenda, invece dove sto adesso è pieno di gente pettegola e impicciona e, quando hai bisogno di aiuto, nessuno alza un dito.»
«Beh, è davvero sfortunata, ma si spera sempre che arrivino tempi migliori. Però qualche persona che ti aiuta c’è sempre: per esempio questa sua amica qui con noi è forse un po’ taciturna, però intanto le sta accanto e la segue.»
«Non è una mia amica. È lei, è mia figlia.»

Giovanni Ubezio
Il cane che mi guardava e altri racconti del taxista
ISBN 9788842817857
pp. 192
Euro 15
copyright – Il Saggiatore
riproduzione riservata
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