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Archive for novembre 2011

NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA di Andrea Molesini

NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA di Andrea Molesini

Sellerio editore, 2011 – pagg. 376 – euro 14

Non tutti i bastardi sono di Vienna

Recensione e intervista di Sergio Sozi

Filmico è filmico. Altro che. Purtroppo. Ma fortunatamente anche neorealistico nel senso del Pasolini romanziere, quello di ”Una vita violenta”.

Però, con il corposo romanzo storico ”Non tutti i bastardi sono di Vienna” (Sellerio editore), ambientato durante l’occupazione austroungarico-tedesca del Veneto dopo Caporetto, il Premio Campiello 2011, oltre ad una buona ‘’sceneggiatura”, ha consegnato all’Italia un messaggio: guai a dimenticare le botte prese! E Andrea Molesini, maturo scrittore, esordiente per gli adulti ma navigato nella narrativa per ragazzi, le ecatombi come Caporetto non esita a inserirle in una saggia historia magistra vitae, dicendo, per bocca di un personaggio: ”Le vittorie hanno ben poco da dire, è la sconfitta che insegna”.

Certo che sí. Perché nel crudo romanzo dell’autore veneziano, l’arco temporale va dal 5 novembre del 1917 al 30 ottobre del 1918 e lo spazio geografico è quello del paese di Refrontolo, a ridosso del Piave, invaso dai tedesco-austroungarici fino alla riscossa di Vittorio Veneto. Cioè un anno di umiliazioni, fame nera, requisizioni, fucilazioni, razzie, stupri, mica barzellette… ‘’storia maestra di vita” che guai a dimenticarla (Ricordate ”La ciociara” di Moravia?). Come anche la puzza di feci, grappa, sudore, sangue, cuoio marcito, urina, e quant’altro… guai a dimenticarsene, sentitemi!

Be’… a parlarne nel libro è, in prima persona, un ragazzo di diciassette anni non certo aduso a tali esalazioni di bassa genia, Paolo Spada: il nipote, orfano di entrambi i genitori, ospitato amorevolmente dai nonni in una grande dimora, Villa Spada, cui spetta essere il teatro centrale delle vicende. Quella è una famiglia altolocata: nonna Nancy ha una qualche mezza origine britannica ed è una matematica, una elegante razionalista diremmo. Poi c’è il nonno Guglielmo, scrittore in fieri e buddista ante litteram ma sparasentenze realizzato, e c’è la tenace zia Maria, tutta cuore e dignità. Infine ecco la servitú – Teresa che cucina e sua figlia Loretta, con un energico e misterioso custode toscano, Renato Manca, – ma ci gironzolano, a Villa Spada, anche altri personaggi, che orbitano attorno a quella vetusta residenza come se fosse un ombelico-gorgo (ombelico-gorgo del racconto, certo): il parroco Don Lorenzo, la bella Giulia, altri tizi, il piú delle volte soldati occupanti. Occupanti, certo, perché la vasta area della villa è divenuta, sin dall’inizio della storia, il comando militare, poi anche l’ospedale, dei nemici. La casa, la stalla, le dépendance, anche il cimitero di famiglia. Tutto insomma. Intorno, si estende la campagna dei contadini padani, semimuti ma presenti, solidali, miserrimi. Gente povera e analfabeta, arrabbiata coi padroni Spada ma mai traditrice della patria. Analogamente, molti saranno i rischiosi sotterfugi della famiglia Spada, intenzionata a complicare l’esistenza degli stranieri ”mangiaverze” che li han costretti ad essere ospiti in casa propria.

Ebbene. La convivenza fra gli Spada e gli ufficiali invasori ovviamente è obliqua, contraddittoria, schizofrenica: gli italiani oscillano fra viscerale patriottismo e cupo fatalismo, i germanici non restano indifferenti al fascino locale, alla Storia che essi stanno violentando per mandato imperiale, per dovere di rango e per l’obbligo dei sadici ”tempi correnti”. Mala tempora currunt, no? I tempi malati, la tragedia di doverli sopportare sulla schiena… sempre, ma ora, durante la Grande Guerra, piú che mai. E il romanzo è appunto un dramma di vecchio, buono stampo novecentesco, un po’ alla narrativa resistenziale incrociata con la diaristica di guerra degli Anni Dieci, con pizzichi di riflessività non lungi da Tomasi di Lampedusa (”Il gattopardo”), echi di Céline (”Casse pipe”) e disincanto alla Meneghello (”I piccoli maestri”): e narra dei tanti piccoli atti di una quotidianità – quella dell’adolescente Paolo in primis ma di altri ancor piú – che cerca di sopravvivere all’alienazione guerresca, con nuove esperienze, scoperte, amori, brutalità, ostinazioni, vigliaccate e… ed eroismi senza enfasi – ma tali: eroismi veri, reali, sofferti, mica pitture. E patriottismo patito nelle budella, mica retorica.

Cosí la storia del romanzo, snocciolandosi fra situazioni e mille colloqui che potremmo sentire nostri, familiari, ci immerge, con stupefacente naturalezza, nell’atmosfera claustrofobica di un popolo – il nostro – che per un anno si vide schiavo ma non domo. Un popolo che forse proprio durante quella immane macellazione umana si sentí per la prima volta nazione, tribú, anzi popolo: ormai interiormente, non piú apparentemente italiano. Italiano ”di pancia” diremmo.

Ma la vicenda è disseminata di episodi, trame, microstorie, enigmi, sino ad un finale che fa palpitare il cuore. Ovviamente questo lo tralasceremo e all’autore, Andrea Molesini, Premio Campiello fresco fresco, chiederemo piuttosto altro.

Cominciamo con una domanda di quelle a bruciapelo: l’attuale sussistenza di due condizioni storico-politico-geografiche – il fatto che oggi l’Italia e l’Austria siano entrambe membri dell’Unione Europea e il cadere del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – impone, per forza di cose, a questo Suo romanzo storico un peso specifico molto superiore a quello di ogni altra opera similare… e Lei ovviamente ne sarà consapevole, ci deve aver meditato sopra…
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I LIBRI SEGNALATI SPECIALI DI LetteratitudineBlog

L’archivio della sezione LIBRI SEGNALATI SPECIALI di LetteratitudineBlog

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“IN AMORE SUCCEDE…” di Licia Aresco Sciuto
Arnaldo Lombardi editore, 2011, pagg. 119, euro 15

Il “Coro di notte” del Monastero dei Benedettini di Catania ha accolto il battesimo letterario di Licia Aresco Sciuto (nella foto accanto), che ha esordito in narrativa (per i tipi dell’editore Lombardi) con la raccolta di racconti intitolata “In amore, succede….”, impreziosita dalla prefazione di Pietrangelo Buttafuoco.
L’attrice Lucia Sardo ha letto brani del libro sul sottofondo musicale delle note di Ennio Morricone e Nicola Piovani, interpretate dalla pianista Claudia Aiello (per dettagli, si rimanda alla pag. 44 di questo magazine).
Come scrive Buttafuoco nella sua prefazione: “Ciò che Licia Aresco Sciuto ha annotato in quest’opera è direttamente proporzionale al tanto che ha letto. E di questo le pagine sono impregnate con tributi che l’autrice scandisce con cura. A Vitaliano Brancati in particolar modo sembra guardare. Come dimostrano alcuni tratti degli uomini delle vicende: figure d’altri tempi, figli di una borghesia che ha ricostruito nel dopoguerra e che li ha proiettati in una “dolce vita” che nelle basole di via Etnea si è diluita fino ai giorni nostri, uomini che hanno rigettato il “gallismo” giovanile e si completano qui in una maturità che ne rinnova il ruolo, rivestendoli di un’inedita saggezza, Ma ritorna anche Verga tra queste pagine: non tanto per i Mazzarò sparsi, quanto per il fatto che qui i “vinti” riescono ad avere un ruolo positivo, anche loro fanno parte del riscatto”.

Licia, Pietrangelo Buttafuoco nella sua prefazione sostiene che in questi tuoi racconti sono riscontrabili le tue letture. Sei d’accordo? Quali sono i libri che, in un certo senso, ti hanno “formata” dal punto di vista narrativo?
Riguardo le conoscenze letterarie che evidenzia Pietrangelo Buttafuoco nella prefazione, è palese che sono stata forgiata culturalmente da esse: i miei studi classici prima e quelli universitari dopo, hanno sicuramente lasciato un segno, così come sono determinanti le letture continue ed affascinanti delle quali tutt’ora mi nutro.

Se un’esordiente. Cosa ti ha spinto a scrivere?
Sì, sono un’esordiente. “In amore, succede…” è la mia opera prima.
Sin da bambina ho amato scrivere poesie: ogni stagione della mia vita ha stimolato la mia fantasia, tanto da riflettermi in essa. Solo lo scorso anno, complice Lucio Dalla che in una trasmissione televisiva cantava “ Piazza Grande”, la sua bellissima canzone autobiografica, scattò in me la sacra voglia di scrivere. Volli opporre alla “sua piazza grande, la mia”, quella della mia città, della città in cui sono nata, Trieste. Ecco, una semplice, banale scintilla, ha scatenato in me un fuoco inestinguibile. Così ho continuato di getto con ben 19 altre novelle. La prima, comunque, non fa parte del libro, e la tengo in stand-bay.

Parlaci della genesi di questi racconti? Sono nati prima i personaggi o le storie?
Riguardo la genesi (prima i personaggi o le storie), non credo si possa tenere sempre una sistematica maniera di porsi. Non ho un costante, regolare, “assetto a tavolino”, scrivo su input emozionale, nel momento giusto nel quale la mia mano ed il mio cuore si incontrano…
Per esempio, nel libro in esame, è stato sufficiente ammirare l’opera di Frida Kalho, che peraltro ne ha dato il nome e la copertina, a farmi scattare una molla…

Che tipo di Catania troveranno, i lettori, nelle tue pagine?
I lettori si ritroveranno nella “mia Catania”, nella Catania della mia adolescenza, nella smagliante Catania della rinascita, del boom economico ed edilizio, della serenità sociale, degli autentici valori, senza trascurare qualche elemento storico, che non guasta.

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AMEDEO ANELLI, TRA KAMEN’ E CONTRAPUNCTUS

kamen

di Massimo Maugeri

Amedeo Anelli è nato a Santo Stefano Lodigiano nel 1956, ma dallo stesso anno è residente a Codogno. Si occupa di poesia, filosofia e critica d’arte collaborando con artisti, centri culturali e organizzando numerosi cicli di mostre ed altre manifestazioni. Ha fondato e dirige la rivista internazionale di poesia e filosofia «Kamen’». Ha pubblicato diversi libri (suoi scritti sono tradotti in russo, francese, svedese, inglese e portoghese). La sua opera più recente è la silloge “Contrapunctus” (LietoColle, 2011).

Amedeo Anelli, quando e perché nasce «Kamen’»?
«Kamen’» è nata nel 1991 per ripensare la forma «rivista» e in specie la forma «rivista di poesia». I redattori, da posizioni diversificate e per interessi specifici, avevano trovato un terreno comune d’intesa a chiusura di esperienze di lavoro culturale collettivo. Nella redazione erano Amedeo Anelli, Luigi Commissari (†), Daniela Cremona, Gianni D’Amo; a questi per spontaneo sentire si sono uniti altri intellettuali, italiani come Daniela Marcheschi, poi Stefania Sini, Angelo Genovesi, e stranieri di prestigio internazionale come Birgitta Trotzig (†), Christine Koschel, Richard H. Weisberg, Luisa Marínho Antunes. Concordavano tutti nel denunciare la dissignificazione delle strutture culturali e sociali che, negli anni Ottanta, appariva in fase acuta, per lenta e lontana maturazione dei malesseri del Novecento e della modernità. Si constatava sul campo che nelle riviste di quegli anni, nel loro lampeggiare e proliferare, era un calo di progettualità a lunga “gittata”, se non un misconoscimento della pluriaccentuatività delle strutture culturali, della complessità delle stesse e delle tradizioni molteplici. In nome del monologismo, dell’identificazione della Tradizione con la Storia, le tradizioni erano travolte da un progressivo processo controprassistico di svuotamento e occupazione di ogni interstizio mediale. La specie più diffusa nella “botanica” delle riviste, segnatamente letterarie ma non solo, di ambito non accademico e accademico (la cui analisi comporterebbe considerazioni aggiuntive), era la rivista contenitore o almanacco: bric à brac di evenienze, di occasioni, opportunità e opportunismi, una mortificazione dell’eventualità dell’esistente, disgiunto da qualsiasi accadimento e poetica se non in forma mortuaria e di registrazione catastale. Mancavano l’approfondimento, la sistematicità di scelte tali da offrire riflessioni, interpretazioni, dissensi o consensi forti che non fossero semplice presa d’atto di lavori in corso. Bisognava riaffermare un principio di responsabilità della cultura e nella cultura, un pensiero vòlto a “cambiare il cambiamento”, non ad esserne passiva pedina. Soprattutto era debole l’idea di poesia pur nell’attivismo delle riviste. Per tale visione forte della cultura e dell’intellettuale si decideva la formula monografica, che permetteva di affrontare i vari argomenti nel modo più completo ed approfondito. Da qui la scelta di dedicare numeri diversi a un argomento di particolare importanza culturale: come nella serie dedicata a Giacomo Noventa o a Dino Formaggio. Ritenevamo inoltre che, per tempi di lettura del lettore colto e specialistico e di ogni altro affezionato, la periodicità dovesse essere perlomeno semestrale e che l’uscita dovesse essere vincolata, al di là delle contingenze, a numeri in cui fosse qualcosa di valido da sottoporre alla pubblica attenzione. Si voleva insomma evitare l’effetto “Grand Hotel”: la rivista da sfogliare, da leggiucchiare, ma da non leggere integralmente, non da meditare. La pietrosità della rivista (Kamen’: dal russo “pietra”, omaggio alla raccolta di versi di Osip Mandel’štam, ma anche simbolo forte di parola) ne usciva incrementata. L’intenzione era porre l’accento sulle tradizioni della poesia di pensiero a forte radicamento etico, senza equivoci col pensiero poetante, e questo per l’avversione verso poetiche di origine idealistica radicate nelle aporie romantiche della modernità da denunziare e tentare di sanare. «Kamen’» è diventata così più che una rivista, cioè un progetto internazionale plurimo e un’ampia comunità di ricerca sulle tradizioni europee e non solo, avendone un senso progressivo e guardando innanzi tutto a quelle avvenire, ma con il sentimento che sia sempre possibile una protenzione inversa dal futuro al presente. Si sono tradotti poeti di varie geografie, inediti o poco conosciuti in Italia; alcuni sono poi entrati nella redazione. Fra loro Karin Boye, Birgitta Trotzig, Christine Koschel, Maria Lainà, Inger Christensen, Urszula Koziol, Lidija Vukčević, Francisco Brines, Carlos Contramaestre, Herberto Helder, António Ramos Rosa, Innokentij F. Annenskij, Aleksandar Ristović, Vitorino Nemésio, Maria Polidouri, Jurgis Baltrušajtis, Luís Carlos Patraquim, Arménio Vieira, Magnus William-Olsson, Paruir Sevak. Per gli italiani è un discorso a parte. C’è un enorme lavoro da fare sul Novecento in sede storiografica, per la crisi in cui versa l’Italianistica, che in questa sede non si può discutere. Bisogna lavorare sul Novecento per restituirlo alla molteplicità delle tradizioni. Da qui l’attenzione a Carlo Michelstaedter, Giacomo Noventa, Rodolfo Quadrelli, Alfonso Gatto, Romeo Giovannini, a Giuseppe Pontiggia e a Giancarlo Buzzi, per valorizzare autori non epigonali, che si muovono in tradizioni forti o eccentriche rispetto alla vulgata odierna. Riguardo a tale vulgata, e per scorcio, la situazione della poesia italiana dagli anni Sessanta sembra muoversi fra estetizzazione della vita e politicizzazione dell’arte, deprivandosi di valori e significati. Un esempio è l’ultimo Montale, che parte da un abbassamento stilistico e teorico verso la prosaicità e la minimizzazione crepuscolare, dopo aver mantenuto non pochi residui d’ambito simbolista. In parte della poesia italiana restano forme esaurite della linea simbolista-decadente; con grande ritardo rispetto alle tradizioni dell’Europa. Salvo poche eccezioni, questa poesia tende a ripetere moduli e temi ormai notori, tanto che tale processo di estenuazione assume oggi effetti mostruosi e grotteschi. C’è un autorispecchiarsi che non fa poesia e non forma il pubblico. Tale fenomeno è aggravato dall’atteggiamento nichilistico se non opportunistico della critica, che ha abdicato al proprio ruolo e che spesso manca di visioni autentiche della Letteratura». Tra gli autori europei di lingua italiana, oltre ai già citati, in tempi non sospetti, sono stati pubblicati: Guido Oldani, Giampiero Neri, Remo Pagnanelli, Pier Luigi Bacchini, Elio Pecora, Anna Cascella, Cristina Annino, Roberto Piumini, Nanni Cagnone, Sandro Boccardi. Assunta Finiguerra, Luigi Commissari. Un lungo discorso bisognerebbe fare sulle sezioni di filosofia e di materiali in un’articolazione plurima di saperi e contro ogni scissione fra cultura scientifica e letteraria, ma su questo invito alla consultazione degli indici.

A quale target di lettori si rivolge?
La rivista si rivolge ad appassionati, a specialisti o semplicemente a chi voglia approfondire gli esiti della cultura europea recente e della modernità. La rivista è diventata nel tempo una “comunità” internazionale di studiosi e come tale, o attraverso i suoi redattori, collabora a più programmi di ricerca.

Una società maggiormente interessata alla poesia e alla filosofia, a suo avviso potrebbe essere migliore?
Questo è sicuramente un auspicio. I fatti sono questi: un progressivo smantellamento dell’ “alta cultura” nel nostro paese e non solo, contribuisce – ma il discorso sarebbe vasto e periglioso perché includerebbe la genealogia e la storia dei cosiddetti intellettuali e del loro ruolo subalterno, tranne rari casi, quasi sempre malfiniti – alle difficoltà e al degrado in cui versiamo; perché la politica è una cultura, la scienza altrettanto, l’economia anche, e così via, sino ad arrivare alla filosofia e alla poesia. Tutto si tiene.

Di recente ha pubblicato una sua silloge per i tipi di “LietoColle”. Si intitola “Contrapunctus”. Come nasce? Da quale “esigenza” (se un’esigenza c’è stata?)
Dall’amicizia. Mi spiego. Ho sempre scritto poesie in maniera continuativa dagli anni Ottanta. Dalla nascita di «Kamen’» ho cessato di inviarle, se non su richiesta ed ad amici. Alcune sono comparse in cataloghi e libri d’artista di amici di arti visive che seguo. A gennaio 2010 probabilmente avendo letto Acolouthia I. Omaggio ad Edgardo Abbozzo, fra gli amici che più mi mancano, e fra i maggiori artisti europei nel rapporto Arte/Alchimia, Lino Angiuli mi chiese una breve silloge per «Incroci», che gli scrissi. Questa silloge conteneva anche i primi cinque contrapuncta, che portai a 18 in omaggio all’Arte della fuga di J.S.Bach e alla grande tradizione contrappuntistica. La mia è una poesia polifonica e di pensiero, che per non divenire una filosofia in versi si è dovuta forgiare gli strumenti, spero adeguati, rispettando le leggi di campo fra musica e poesia. Diana Battaggia me li chiese per LietoColle.

In generale che tipo di rapporto ha con la poesia?
È una pratica quotidiana, un modo per saggiare le cose e il mondo, un modo di abitarlo.

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RUSSÀNIA di Gabriella Rossitto
Medinova, 2010

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Gabriella Rossitto è nata a Catania, vive e insegna a Palagonia. Si interessa di arte e soprattutto di scrittura. Prima classificata ai premi letterari “Katana” 1986, “Formisano” 1989. La silloge “Il bianco e il nero” ha vinto il premio “I Siracusani” nel 2002. Ha pubblicato nelle antologie Concepts “Cinema” e “Profumo”, edizioni Arpanet; nonché la silloge “Atelier” (in formato ebook). Tra gli altri premi vinti, “La Tammorra d’Argento” e “I Veli della Luna” (nel 2008) e “Donna, semplicemente donna” (nel 2010).
Di recente, la sua silloge “Russània” ha vinto il Premio “Martoglio”. Segue la prefazione a “Russània” firmata dal poeta e aedo Alfio Patti.

Prefazione a Russània di Gabriella Rossitto (di Alfio Patti)
Rapide ed essenziali, a volte sarvaggigni, le poesie di Gabriella Rossitto si potrebbero definire brunziddàti, piccole pennellate di pensieri condensati.
I suoi versi sono sintetici ed essenziali; espliciti i toni, immediate le immagini. Qui vive un malinconico disincanto della vita, tuttavia con grande fede nell’amore, passe-partout quest’ultimo che apre ogni porta, soprattutto quella del cuore.
Russània, rosolia, che fa coprire di macchie rosse la pelle dei bambini. Già nel titolo si riscontra quella porzione di fanciullezza presente nell’autrice, la quale reclama la propria “quota-parte” di esistenza ed è quella che dà l’input alla poetessa per iniziare il suo canto. Qui Russània si fa malattia d’amore.
Gabriella Rossitto, già nota nel panorama poetico siciliano per essersi affermata in numerosi concorsi e per un’intensa attività culturale, parla siciliano, garbato, dignitoso e fuori dagli schemi classici: incarna il proprio tempo.
Rappresentante del neo-dialetto, diffusosi tra la fine del XX secolo e gli inizi di questo XXI, Rossitto dà continuità alla produzione poetica siciliana, quella che si pone problemi linguistici e stilistici per meglio comunicare con la gente del proprio tempo; quella rinnovata.
Conoscitrice del dialetto antico, da esso ha assorbito la profondità semantica che traduce in nuovi moduli linguistici. Attua lo straniamento, cioè quello slittamento semantico, quella procedura stilistica attraverso la quale la poetessa ci dà un’inedita percezione della realtà.
In questo caso il ritmo è fondamentale. Il verso libero, è risaputo, è più difficile da realizzare rispetto alla poesia in metrica.
Quando si concretizzò l’unità d’Italia tutti pensarono che i dialetti dovessero scomparire al fine di “fare” gli italiani e imporre quindi la nuova lingua unitaria. Non fu così, perché la letteratura in dialetto ci ha dato grandi autori assorti a dignità conforme a tutte le altre letterature proprio in quei periodi. Un altro attacco ai dialetti, sempre nel nome dell’unità nazionale, fu sferrato durante il regime fascista che vietò la pubblicazione di libri in dialetto (tranne alcuni casi come il grande Vincenzo De Simone ed altri). Nel dopoguerra, poi, assistiamo alla rinascita e al rinnovamento della poesia siciliana. Ora siamo al neo-dialetto a testimonianza che il siciliano, così come avviene per altre lingue, non è morto e in questo caso parla al femminile.
E proprio un mondo tutto femminile ci offrela poetessa. L’amore provoca emozioni tali da costringerla a dividere la silloge in cinque sezioni, l’una concatenata con l’altra, contrassegnando prodromi ed evoluzione della Russània.
La prima è Cardacìa, cioè ansietà, cardiopatia, malattia di cuore. “Avissi a jessiri / ranni ranni ranni / u to cori / ppi capiri a mmia./” (Ranni). Quindi diventa lamentosa, pigra, viene “aggredita” dalla lagnusìa e la cardacìa si trasforma in fastidio, premura esagerata, prurito d’amore: “Lagnusìa / di jurnati vacanti / calannari bbiati / unu arretu all’autru / e cardacìa / di pinzari a ttia / mentri s’asdirrubba / u celu / intra e fora / di mia./” (Cardacìa). Poi cerca di fare pulizia nel proprio cuore, di fare spazio “S’accapàu. / Ju sugnu brava / sulu / a rimunnari / a fari largasìa / c’û sapi / quant’haiu / a chianciri / ppi tutta ’sta pulizia./” (Largasìa).
Parole che si susseguono per accumulare significati la cui verità, però, è altrove.
Esse dicono il taciuto, e il poeta, rischiando la propria coscienza, diventa dicente, mentre gli altri si celano nel loro “non dire”.
E’ proprio questo dire e non dire su cui ha lavorato Rossitto e che le ha permesso di filtrare le sue poesie.
Dopo l’ansietà, la malattia di cuore; dopo la Cardacìa, appunto, arriva Vampuliàta, la sezione dell’ardore, pari ad una caldana, se dovessimo tradurre alla lettera il termine.
Anche qui l’ardore viene sedato quando l’amato è sfuggevole, quasi come il vento, elemento maschile inafferrabile: “(…) / … e stu silenziu / cchi ti pari / ca mi costa picca? / eppuru u ventu / senza raggiuni scoti / i funnamenta./” (Ventu).
Dinnanzi a un amore ideale, per il quale diventerebbe pùddira pur di non pesare e di poter stare al suo fianco, si trasforma in “custurera pazza”, in una sarta folle che in questa occasione cuce parole: “Cusu paroli / ’ncucchiati di notti / ô scuru / cc’ô filu troppu longu / d’â custurera pazza./” (Custurera). Con questa poesia si apre la terza sezione, Frastuornu.
Viene pervasa da quella voglia inquieta, da quella bramosìa che la disturba, che la frastorna, e affida alle parole il compito di esorcizzare la fatica d’amare.
“Quannu tutti i paroli / /quàgghianu / comu nuvuli / prima d’â timpesta / quannu t’adduni / ca si scrvinu suli / ppi parrari d’amuri… / allura è fatta / non c’è cchiù rimediu / dd’occhi sarbaggi / su’ stampati nt’ô cori./” (Timpesta).
E ancora “Lassai jiri paroli / una dui centu… / pitruddi janchi / lucenti di luna./” (Ràdichi); “Ppi ttia su’ / sti paroli / ’mmunzziddati / ppi ttia / can un ci si’/” (Jornu).
Dopo la cardiopatia, la caldana, la bramosia, è la volta della febbre e della sezione Frevi, “quel moto sregolato del sangue accompagnato da calore e frequenza di polso”.
Non ha importanza se la febbre è malsana, meglio morire d’amore, dovesse essere anche un’erba cattiva: “Stringimi forti / comu l’erbamala / levimi u ciatu / levimi a vita / tantu senza ri tia / nun campu cchiui / tantu senza ri tia / mancu m’agghiorna…/” (Erbamala).
Anche se per antefatti diversi, giungono alla nostra memoria richiami a poeti del passato come Jacopone da Todi “O Signor, per cortesia, / manname la malsanìa! / A mme la freve quartana, la contina e la terzana, (…)”.
Può questo cammino poetico concludersi senza lasciare dei segni?
La nostra poetessa, la quale ha certamente un concetto baudelaireano della poesia e cioè che oltre al cuore ella ha soprattutto bisogno di cervello, non poteva chiudere che con Nzinchi, (segni, gesti), la sua ultima sezione. Con questa si conclude l’architettura del libro: “Ristau nt’â l’aria / tuttu ddu beni / ca nun n’ama dittu / tutti i paroli / e vasi e abbrazzi / e cosi ruci / fermi nt’â l’aria / nzinchi / di nuatri./” (Nzinchi).
La raccolta è pervasa di parole aperte e positive; molte si chiudono con la lettera “a” e per questo suonano più incisive: largasìa, accomora, vocanzicula, erbamala, lagnusìa, cardacìa, vampuliàta, nuddabbanna, russània.
Per concludere questa breve disamina, possiamo dire che Gabriella Rossitto canta l’amore e lo fa con una forma tutta sua, con un leitmotiv che la caratterizza in una continua lotta tra cuore e cervello, tra sentimento e razionalità.

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UNDICESIMO COMANDAMENTO di Elena Mearini

Perdisa Pop, 2011

di Domenico Trischitta

Elena Mearini, giovane scrittrice milanese che aveva esordito nel 2009 con il folgorante “360° gradi di rabbia” (Excelsior 1881) approfondisce e affina la sua ricerca stilistica con il romanzo “Undicesimo Comandamento” (Perdisa Pop). Questa volta decide di raccontare una struggente violenza domestica, subìta dalla protagonista Serena, e lo fa ancora una volta con un’andatura narrativa lapidaria che rasenta l’incisione del verso poetico. Frasi brevi e jazzate che esplodono in continue metafore chimiche: “…Era il giorno del nostro matrimonio. Avevo venticinque anni. L’abito bianco. Uno strascico di speranze dalla vita ai piedi. E tre metri oltre. Ricordo il mio respiro. Edera rampicante alla trachea. Che buttava germogli dentro il naso. Un giardino pensile alle narici, innaffiato dal riso caduto a pioggia.” Serena è convinta di potere affrontare il suo calvario domestico come una sorta di espiazione cristiana, dove la sofferenza lascerà il posto alla beatificazione terrena. Ma la personale via crucis quotidiana è caratterizzata da continue cadute e flagellazioni, il compagno (non angelo ma diabolico carnefice) non è mai tentato dal pentimento, mira fino in fondo al suo progetto malefico di sofferenza. La giovane martire aspetta da un momento all’altro che il marito Diego si ravveda, che le continue torture siano sostituite da segnali di grazia, che invece non giungeranno mai: “…Sistemo la spallina. Aggancio alla scapola questa nuova redenzione che mi libera la fronte dalle spine, il piede dal chiodo. Porto in corridoio il mio corpo deposto. Lo invito a stare vivo, in una resurrezione attaccata al suolo. Schiaccio l’ascesa contro la terra e spingo fiato dentro le ossa. Animo i muscoli, risano la pelle. La mano perde stigmate, la piaga abbandona il costato. Saltello guarita nella mia sottoveste, entro in sala e scordo la croce. Ma subito Diego mi rimette all’asse. La sua mano contro il seno. Stringe una coppa troppo vuota. L’imbottitura poco riempita. Non ho latte montato in petto, solo ciccia condensata ai fianchi. Dove la stoffa si aggrappa e sugge. Togliti questa roba. Ci vuole un corpo diverso. La misura di Anja. Daremo a lei, la sottoveste.” Nel primo romanzo della Mearini si raccontava il doloroso travaglio di una vita anoressica, qui, in “Undicesimo Comandamento” la violenza psicologica e fisica ai danni di una giovane donna, da parte di un marito torturatore che non è in grado di bilanciare con un apparente gesto d’amore lo stesso male che compie. Non vi è pentimento, ma il solo cieco meccanicismo che la scrittura autentica dell’autrice milanese disegna con linee implacabili, con una forza espressiva singolare, rara nel panorama attuale della letteratura italiana.

“La Sicilia”, 10/12/2011

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SERENATE AL CHIARO DI LUNA – ovvero la notturna in Sicilia

(allegato CD AUDIO)

di Maurizio Piscopo – Claudio Mazza

Nuova Ipsa, 2011 – euro 20 – pagg. 220

musiche raccolte e rielaborate da Giuseppe Calabrese e Domenico Pontillo

di Massimo Maugeri

È uno scrigno da conservare e da cui attingere a piene mani il volume “Serenate al chiaro di luna”, curato da Maurizio Piscopo e Claudio Mazza e pubblicato da “Nuova Ipsa” editore.

Come ha scritto il critico Salvatore Ferlita su Repubblica-Palermo del 16 settembre 2011, le serenate consistono in “un patrimonio di versi, note, oggi condannato pericolosamente all’oblio, una sorta di album in bianco e nero della memoria minacciato dal buco nero di una distratta contemporaneità. Per scongiurare questa pericolosa menomazione del ricordo”, continua Ferlita, “l’infaticabile Giuseppe Maurizio Piscopo, maestro elementare che al computer e alla lavagna luminosa preferisce i vecchi abbecedari, il gesso e il cancellino, animatore culturale e musicista girovago, ha catalizzato le energie di scrittori, critici, compositori, giornalisti, uomini di spettacolo (da Salvatore Di Marco a Michele Guardì, da Stefano Vilardo ad Angelo Scandurra, da Mario Azzolini a Giuseppe Quatriglio) per dar forma a un libro scrigno, intitolato “Serenate al chiaro di luna” (Nuova Ipsa editore). Volume che allinea pure i disegni di pittori e grafici come Andrea Carisi, Pippo Madè, Vincenzo Patti e un cd realizzato dalla Compagnia di canto e musica popolare composta dallo stesso Piscopo, Giuseppe Calabrese, Mimmo Pontillo, Antonio Lentini, Nino Nobile. Si tratta di un tracciato di musiche che percorre la vita sentimentale di tempi remoti e che fanno da perfetta colonna sonora alla lettura di brevi chiose, di microstorie, di squarci affabulatori tenuti insieme tutti quanti dall’antica malia delle serenate. Un fascino antico e poetico, come spiega ad apertura Antonino Pavone in un lungo e circostanziato saggio, che ritroviamo nelle carte dei nostri grandi autori, già in seno alle corti normanne e poi sveve, laddove le tradizioni musulmane della Baghdad delle Mille e una notte, con le liriche d’argomento sentimentale ed erotico, si fondono con le esperienze occitaniche ed europee, distillando il meglio in quella che diventerà famosa come la Scuola poetica siciliana”.

Abbiamo chiesto a Maurizio Piscopo, di fornirci ulteriori informazioni sul volume

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Come nasce il progetto editoriale “Serenate al chiaro di luna”?

Il progetto editoriale sulle serenate nasce da lontano e fa parte di una quadrilogia sulla Sicilia iniziata con “Musica dai saloni” alla sua seconda edizione e continuerà con “Quando si partiva per la lontana Merica” per concludersi con “I Carusi di solfatara”.Il progetto è quasi una risposta alla promessa fatta allo Scrittore Leonardo Sciascia oltre 20 anni fa a Palermo, in un momento di crisi spirituale nel mio mestiere di Maestro: Lo Scrittore di Regalpetra con grande passione, mi convinse a non lasciare mai i bambini e la scuola, a non lasciare la Sicilia e scrivere quando i capelli sarebbero diventati tutti bianchi.

Un libro sulle serenate è un libro sulla Sicilia, sul sentimento più profondo della vita: l’amore nel senso più nobile. Al tempo delle serenate al chiaro di luna l’innamorato cantava la sua canzone d’amore se aveva una bella voce dopo la mezzanotte a piede leggero, se era stonato ingaggiava dei musicisti barbieri, che dietro compenso si prestavano ad una serenata. Il cuore era quasi sempre carico di tensione e paura allo stesso tempo, rose, fiori, biscotti e rosolio se la finestra si illuminava e si apriva, se la finestra rimaneva spenta o se si affacciava il padre geloso erano secchiate d’acqua gelata o un colpo di fucile caricato a lupara così com’è avvenuto a Sciacca, nel film cult di Pietro Germi “ Sedotta e abbandonata”.

Con la serenata si riscopre un linguaggio poetico alto, con il desiderio di vedere la donna amata, quasi una supplica per poterle parlare vedere un istante e cantare le sue lodi manifestando un amore segreto.

Le serenate sono state scritte da Cielo D’Alcamo da Antonio Veneziano, raccolte dal Pitrè, da Salomone Marino, da Guastella, dal Favara, da Vigo e da altri studiosi e antropologi. Il tema della serenata non è mai finito in Sicilia. Esiste un paese delle serenate che è Castelbuono. Qui le serenate non hanno mai smesso di cantare i loro versi nemmeno dopo la seconda guerra mondiale come racconta nel libro il giornalista Antonio Fiasconaro che in una chiosa racconta come i carabinieri di Castelbuono dopo la mezzanotte chiudevano un occhio solo per i musicisti intonati, agli altri quelli stonati sequestravano gli strumenti e li portavano al fresco.

Come vi siete organizzati per realizzarlo?

Anche per questo libro-cd sulle serenate c’è stato un lavoro lungo e meticoloso che ci ha portato in alcuni paesi siciliani Favara, Cianciana, Sutera, Lercara, Castelbuono, Agrigento, Sciacca, Racalmuto, in contatto con Gaetano Pennino e i suoi preziosi consigli, con le ricerche di Salvatore Di Marco, Franco Cannatella, con il confronto diretto con i musicisti Marco Betta del Conservatorio Vincenzo Bellini di Palermo, con il confronto continuo con Peppe Calabrese, Domenico Pontillo e con Graziano Mossuto.

Noi della Compagnia di Canto e Musica Popolare di Favara abbiamo voluto iniziare il cd con la splendida voce dell’ottuagenario Giuseppe Giunta copostipite delle Serenate, vero patriarca delle cantate sotto i balconi, poi abbiamo inserito le testimonianze di vecchi cantori di Cianciana ormai scomparsi, forniteci dalle ricerche nel campo di Franco Cannatella e poi tutte le canzoni nell’esperienza storica della Compagnia di Favara frutto di 35 anni di musica popolare della Sicilia per il mondo e infine le serenate cantate da Nonò Salamone ultimo cantastorie poeta e raffinato esecutore. Il cd si conclude con la “Serenata degli angeli” brano strumentale composto in memoria della moglie e del figlio di Mimmo Pontillo strappati alla vita in un terribile incidente stradale sul ponte Morandi di Agrigento. Fatto questo che ha segnato la nostra vita di artisti per sempre.

Il libro “Serenate al chiaro di luna” ha coinvolto più di 83 persone è stato detto ad una presentazione all’Università di Catania: Scrittori come Alessandro Russo, Stefano Vilardo, Salvatore Ferlita, Antonio Patti, Santo Privitera, Angelo Scandurra, Vincenzo Prestigiacomo, attori come Tuccio Musumeci, registi come Michele Guardì le scrittrici Simona Castiglione, Mariastella Filippini, Daniela Spalanca e poi molti pittori noti da Andrea Carisi,a Luigi Scimè, Pippo Madè , Caterina Trimarchi, Vincenzo Patti. Una parte molto importante è la presenza del cd musicale curato da Peppe Calabrese e Domenico Pontillo della Compagnia di Canto e Musica Popolare di Favara che è il gruppo più antico che ha girato il mondo, composto anche da Nino Nobile, Antonio Lentini e da Maurizio Piscopo. Degna di nota è stata la presenza nel cd di Nonò Salamone ultimo e raffinato cantastorie della Sicilia. Preziosi i consigli e e le note di arrangiamento di Graziano Mossuto ingegnere del suono ed artista unico ed originale dell’armonia.

Qual è, a suo avviso il principale valore culturale che risiede nelle serenate e nella loro interpretazione?

Il principale valore è quello del recupero della memoria storica. I racconti del libro inquadrano le serenate nel loro tempo, le fanno rivivere, fanno sognare un mondo che non c’è più per certi versi, che i giovani non conoscono, solo i vecchi l’hanno vissuto. Tutte le donne del mondo gradirebbero una serenata dopo la mezzanotte tutta per loro. L’interpretazione poetica-sentimentale che hanno realizzato i componenti della Compagnia di Favara, Nonò Salamone e l’anziano Giuseppe Giunta devono far riflettere le nuove generazioni sulla fine delle serenate che in un mondo in profondo cambiamento non sono state sostituite da nulla, solo dalle canzoni della radio o della tv, ma volete mettere una serenata vera a piede leggero in una “cantunera”di un paese siciliano dopo la mezzanotte?

Dopo l’uscita di questo libro per la casa editrice Nuova Ipsa di Palermo, abbiamo colto la sensazione che in Sicilia sia rinato un nuovo interesse per le serenate e che le coppie prima di sposarsi richiedono una romanza che coinvolga tutto il paese che spenga le luci, i computer e le tv, questa volta senza nessun rischio. Questo avviene soprattutto in provincia di Agrigento in paesi come Sciacca, Cianciana, Favara, Racalmuto, Sutera, Lercara, Castelbuono paesi che sono stati oggetto della nostra indagine antropologica. Da poco abbiamo saputo che sull’argomento delle serenate saranno realizzate due tesi di laurea per l’università di Catania, città nella quale abbiamo riscontrato un vivo interesse per il tema “Notturne in Sicilia” soprattutto nell’ultima presentazione del libro tenutasi al Chiosco di notte dei Benedettini,che ha avuto un enorme successo di pubblico e di critica specializzata, terminata con il bacio dei Professori dell’Università e le ovazioni del pubblico come è stato scritto dai principali giornali siciliani.

C’è davvero il pericolo che le serenate “scompaiano dalla nostra memoria”?

Se non fosse stato pubblicato questo libro dall’Editore Claudio Mazza che ha creduto fortemente in questo progetto avrei risposto alla domanda che il pericolo esiste, ma con la pubblicazione del testo ormai non c’è più. Altri scriveranno e continueranno questo lavoro che ha suscitato grande interesse in Sicilia. L’originalità della pubblicazione sta nel fatto che in Italia mancava un libro tutto dedicato alle serenate e soprattutto alla notturna in Sicilia.

Abbiamo voluto raccontare una memoria che nessuno aveva mai raccontato. “La Sicilia della poesia e del sentimento” quella Sicilia colta e raffinata che parte dai trovatori e arriva fino alla scuola poetica siciliana di Federico Secondo. Nel libro ci sono pezzi molto belli quello Salvatore Picone, di Roberto Tripodi, di Luigi Sferlazza e quello di Vincenzo Arnone che ha riscritto il Cantico dei Cantici. Con il saggio di Antonino Pavone nel libro è stato compiuto un viaggio nella serenata dalle sue origini fino ad arrivare alla notturna in Sicilia, che nessuno fino a questo momento

aveva esplorato. Attraverso questo lavoro si può notare come il tempo delle serenate e il tempo in cui viviamo sembrano due tempi lontanissimi e inconciliabili. E’ con questo percorso che si possono leggere e comprendere i mutamenti storico-antropologici di costume e società in totale trasformazione che altrimenti sarebbero stati condannati dannatamente all’oblio. La società siciliana della seconda metà degli anni 50 quella delle ultime serenate, è profondamente cambiata in Sicilia, per certi versi l’isola è più vicina all’Europa basti vedere l’emancipazione femminile, per altri versi nel mondo del lavoro, per la mancanza di opportunità, la società siciliana risulta più chiusa rispetto al resto del mondo.

Per la scelta dei 14 brani abbiamo ascoltato con attenzione numerosi long playng d’epoca, cassette, vecchie registrazioni radiofoniche, filmati di ogni tipo, solo alla fine abbiamo deciso di focalizzare il lavoro sulle serenate meno conosciute ma molto significative: canti d’amore, di spartenza, di sdegno, alla carrettiera, canti sotto i balconi,di nostalgia intensa e di grande malinconia e struggimento.

E’ venuta fuori la Sicilia Brancatiana e Verghiana quella degli scrittori, la Sicilia della poesia e dei sentimenti nobili.

Sono ricordi che non si dimenticano mai che resteranno indelebili per tutta la vita.

Personalmente ho vissuto questo mondo delle serenate solo alla fine, quando stava per scomparire per sempre. Non dimenticherò mai come ho scritto nel racconto dedicato a Luisa, che per amore suo e soprattutto per una serenata ad una ragazza promessa ad un carabiniere ho trascorso una notte in prigione, nella camera di sicurezza della caserma di paese. I miei amici non mi hanno mai perdonato questa serenata finita così male. Mai mettersi contro la legge!

Di che tipo di riscontri ha beneficiato questo volume? Le vostre aspettative sono state rispettate?

Il riscontro è profondamente positivo e noi siamo tutti moto soddisfatti della grande richiesta del pubblico ad appena un mese dalla pubblicazione. Il libro viene ricercato da tutti giovani, signore, anziane, dalle ragazze e quello che mi ha colpito anche dai bambini di quinta elementare che hanno mostrato vivo interesse per un mondo così lontano che mantiene ancora intatto tutto il suo fascino. Sono convinto che anche questo libro avrà presto una sua seconda edizione come “Musica dai saloni”. Credo con tutto il cuore che per me sia un dovere, da Maestro elementare quello di consegnare alle nuove generazioni e soprattutto ai bambini la memoria storica della Sicilia del cuore antico. La Sicilia è una terra che ha una sua storia millenaria che pochi conoscono in profondità e che merita di essere raccontata al mondo.

Giuseppe Maurizio Piscopo

Maestro presso la Scuola Elementare “Raffaello Lambruschini” di Palermo.

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NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA di Andrea Molesini

Sellerio editore, 2011 – pagg. 376 – euro 14

Non tutti i bastardi sono di Vienna

Recensione e intervista di Sergio Sozi

Filmico è filmico. Altro che. Purtroppo. Ma fortunatamente anche neorealistico nel senso del Pasolini romanziere, quello di ”Una vita violenta”.

Però, con il corposo romanzo storico ”Non tutti i bastardi sono di Vienna” (Sellerio editore), ambientato durante l’occupazione austroungarico-tedesca del Veneto dopo Caporetto, il Premio Campiello 2011, oltre ad una buona ”sceneggiatura”, ha consegnato all’Italia un messaggio: guai a dimenticare le botte prese! E Andrea Molesini, maturo scrittore, esordiente per gli adulti ma navigato nella narrativa per ragazzi, le ecatombi come Caporetto non esita a inserirle in una saggia historia magistra vitae, dicendo, per bocca di un personaggio: ”Le vittorie hanno ben poco da dire, è la sconfitta che insegna”.

Certo che sí. Perché nel crudo romanzo dell’autore veneziano, l’arco temporale va dal 5 novembre del 1917 al 30 ottobre del 1918 e lo spazio geografico è quello del paese di Refrontolo, a ridosso del Piave, invaso dai tedesco-austroungarici fino alla riscossa di Vittorio Veneto. Cioè un anno di umiliazioni, fame nera, requisizioni, fucilazioni, razzie, stupri, mica barzellette… ”storia maestra di vita” che guai a dimenticarla (Ricordate ”La ciociara” di Moravia?). Come anche la puzza di feci, grappa, sudore, sangue, cuoio marcito, urina, e quant’altro… guai a dimenticarsene, sentitemi!

Be’… a parlarne nel libro è, in prima persona, un ragazzo di diciassette anni non certo aduso a tali esalazioni di bassa genia, Paolo Spada: il nipote, orfano di entrambi i genitori, ospitato amorevolmente dai nonni in una grande dimora, Villa Spada, cui spetta essere il teatro centrale delle vicende. Quella è una famiglia altolocata: nonna Nancy ha una qualche mezza origine britannica ed è una matematica, una elegante razionalista diremmo. Poi c’è il nonno Guglielmo, scrittore in fieri e buddista ante litteram ma sparasentenze realizzato, e c’è la tenace zia Maria, tutta cuore e dignità. Infine ecco la servitú – Teresa che cucina e sua figlia Loretta, con un energico e misterioso custode toscano, Renato Manca, – ma ci gironzolano, a Villa Spada, anche altri personaggi, che orbitano attorno a quella vetusta residenza come se fosse un ombelico-gorgo (ombelico-gorgo del racconto, certo): il parroco Don Lorenzo, la bella Giulia, altri tizi, il piú delle volte soldati occupanti. Occupanti, certo, perché la vasta area della villa è divenuta, sin dall’inizio della storia, il comando militare, poi anche l’ospedale, dei nemici. La casa, la stalla, le dépendance, anche il cimitero di famiglia. Tutto insomma. Intorno, si estende la campagna dei contadini padani, semimuti ma presenti, solidali, miserrimi. Gente povera e analfabeta, arrabbiata coi padroni Spada ma mai traditrice della patria. Analogamente, molti saranno i rischiosi sotterfugi della famiglia Spada, intenzionata a complicare l’esistenza degli stranieri ”mangiaverze” che li han costretti ad essere ospiti in casa propria.

Ebbene. La convivenza fra gli Spada e gli ufficiali invasori ovviamente è obliqua, contraddittoria, schizofrenica: gli italiani oscillano fra viscerale patriottismo e cupo fatalismo, i germanici non restano indifferenti al fascino locale, alla Storia che essi stanno violentando per mandato imperiale, per dovere di rango e per l’obbligo dei sadici ”tempi correnti”. Mala tempora currunt, no? I tempi malati, la tragedia di doverli sopportare sulla schiena… sempre, ma ora, durante la Grande Guerra, piú che mai. E il romanzo è appunto un dramma di vecchio, buono stampo novecentesco, un po’ alla narrativa resistenziale incrociata con la diaristica di guerra degli Anni Dieci, con pizzichi di riflessività non lungi da Tomasi di Lampedusa (”Il gattopardo”), echi di Céline (”Casse pipe”) e disincanto alla Meneghello (”I piccoli maestri”): e narra dei tanti piccoli atti di una quotidianità – quella dell’adolescente Paolo in primis ma di altri ancor piú – che cerca di sopravvivere all’alienazione guerresca, con nuove esperienze, scoperte, amori, brutalità, ostinazioni, vigliaccate e… ed eroismi senza enfasi – ma tali: eroismi veri, reali, sofferti, mica pitture. E patriottismo patito nelle budella, mica retorica.

Cosí la storia del romanzo, snocciolandosi fra situazioni e mille colloqui che potremmo sentire nostri, familiari, ci immerge, con stupefacente naturalezza, nell’atmosfera claustrofobica di un popolo – il nostro – che per un anno si vide schiavo ma non domo. Un popolo che forse proprio durante quella immane macellazione umana si sentí per la prima volta nazione, tribú, anzi popolo: ormai interiormente, non piú apparentemente italiano. Italiano ”di pancia” diremmo.

Ma la vicenda è disseminata di episodi, trame, microstorie, enigmi, sino ad un finale che fa palpitare il cuore. Ovviamente questo lo tralasceremo e all’autore, Andrea Molesini, Premio Campiello fresco fresco, chiederemo piuttosto altro.

Cominciamo con una domanda di quelle a bruciapelo: l’attuale sussistenza di due condizioni storico-politico-geografiche – il fatto che oggi l’Italia e l’Austria siano entrambe membri dell’Unione Europea e il cadere del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – impone, per forza di cose, a questo Suo romanzo storico un peso specifico molto superiore a quello di ogni altra opera similare… e Lei ovviamente ne sarà consapevole, ci deve aver meditato sopra…

”No, per niente. Ho cominciato a scrivere il romanzo nel 2005 e allora non avevo idea di quando l’avrei finito, e non potevo sospettare che sarebbe stato pubblicato nell’autunno del 2010. Non mi ero reso conto di quanto fosse importante per me scrivere e riscrivere, e poi la ricerca è stata articolata e capillare. Insomma, non potevo sapere che ci avrei impiegato quasi 5 anni. È stato un caso, e il caso, qualche volta, aiuta. Non credo nemmeno che le commemorazioni influenzino il pubblico, siamo un popolo di scettici, nessuno crede molto a tutto questo sventolio di bandiere. E poi mi sembra sbagliato festeggiare il 1861, l’anno di nascita del Regno d’Italia, o meglio l’anno della trasformazione del Regno di Sardegna in Regno d’Italia. Nel 1861 mancavano le Tre Venezie e soprattutto mancavano il Lazio e Roma, la capitale: Le sembra poco?”

A un certo punto la zia Maria, personaggio fra i piú centrali, rileva che la Grande Guerra, con la logica tout court vendicativa e demagogica cui era arrivata, contribuiva ”a distruggere la civiltà di cui voi e io… facciamo parte, e la civiltà è piú importante del destino degli stessi Asburgo, o dei Savoia”. Qui, parlando con il maggiore viennese che aveva appena condannato a morte suo nipote Paolo, la donna alludeva ovviamente al destino dei ceti alti europei: permettere la fucilazione di Paolo, reo di aver ucciso un soldato austriaco, sarebbe stato in primis consentire all’Europa di scendere un gradino rispetto alle ”buone maniere” di nobili e intellettuali, ovvero far sí che ”uomini sciocchi e brutali” potessero prima deriderli, poi occuparne i posti tradizionalmente tramandati da secoli. Insomma, il piede di porco con cui la zia del ragazzo tenta di salvarne la vita è quello della salvaguardia delle prerogative di classe, un po’ mos maiorum direi, qui. In realtà è questa, mi chiedo, anche un’allusione di Molesini alla volgarità, alla ”fretta”, addirittura dico al consumismo, e innanzitutto al vuoto etico dei tempi attuali?

”Forse. Però questa è una di quelle considerazioni che ogni lettore deve mettere a fuoco per suo conto dentro di sé. Ogni lettore è giudice assoluto di ciò che legge, e deve confrontarsi con quello che il libro gli suggerisce richiamandosi alla propria esperienza, e a niente altro. Certamente quello «dei sergenti cretini che potrebbero succedere ai generali cretini» è un tema centrale del racconto”.

Diversi mi paiono essere gli argomenti la cui traccia nel romanzo non può essere sottovalutata – perché sono temi presenti in diversi luoghi: trattati da personaggi o simboleggiati dai personaggi e dalla loro vita. E soprattutto sono temi attualissimi. Dunque vediamoli uno per volta. Il primo, che riguarda l’asse (o meglio gli antipodi) don Lorenzo-Guglielmo Spada (il nonno) è la fede religiosa degli europei, ossia il Cristianesimo (con le varianti Cattolica e Protestante, sí, ma nel romanzo a fronteggiarsi sono essenzialmente il Nichilismo e il Cristianesimo, nonostante il vecchio Spada sia buddista)…

”Bella domanda! Lei dice bene, lo scontro è fra nonno Guglielmo e il don del paese. Non c’è un vincitore, ma una continua schermaglia fra i due e fra le due concezioni del mondo che incarnano. Nella Grande Guerra l’Europa si è suicidata. Sono caduti tutti gli imperi, anche quelli usciti vincitori dal conflitto. Ma soprattutto ne è uscita a brandelli l’anima del vecchio continente europeo, la religione cristiana. Lo raccontano mille cose, fra cui poesie del calibro di ‘The Waste Land’ di T.S. Eliot. Nel mio romanzo spicca, anche se è detto solo fra le righe, l’insufficienza della fede nel soccorrere l’uomo moderno, che la lunga pratica dello scetticismo ha consegnato a una solitudine non facile da sopportare. Solo l’umorismo e l’ironia lo soccorrono, e di fronte al plotone di esecuzione le ultime parole di nonno Guglielmo – che si fa legare al palo temendo che le gambe non lo reggano – sono: «Dopo tutti questi anni ho finito con l’affezionarmi perfino alla posizione verticale». Non c’è Dio, l’uomo è solo, e grazie a un guizzo della mente l’uomo non si dispera, o meglio, nasconde la disperazione a se stesso e al mondo”.

Il secondo tema forte presente nel racconto è la nascita dell’Italia nazione, sta a dire il Risorgimento… e il ruolo in esso avuto dagli inglesi – ruolo che qui, come dire, conforterebbe certe tesi per le quali il nostro Paese sarebbe stato l’ultimo parto della secolare guerra fra protestanti e cattolici.

”Sì. Renato, maggiore in incognito dell’SI (Servizio Informazioni, oggi diremmo Intelligence), sostiene questa tesi. Alla fine del libro si suggerisce (senza dirlo, come si deve fare quando si racconta) che sia un massone. È di Livorno, sede di una delle più antiche logge d’Italia, e ha un cognome sardo, Manca (il servizio segreto era colonizzato dalla Massoneria, e gli ufficiali eredi delle tradizioni del Regno di Sardegna erano considerati i più fidati). Naturalmente doveva essere un toscano, per via della lingua: nella bocca di un uomo di condizione servile (un custode), l’italiano non sarebbe stato credibile al centro del Veneto. L’unità della penisola concepita dalla Massoneria aveva anche lo scopo di cancellare lo Stato Pontificio. Cosa puntualmente avvenuta. Fin dalla pace di Lodi (1454) i papi si erano preoccupati d’impedire la nascita di uno Stato italiano sufficientemente robusto da unire il Nord al Sud: non ci voleva un grande stratega per capire che la conseguenza diretta di tale avvenimento sarebbe stata la fine del Papa Re. La battuta attribuita a Garibaldi («Adesso andiamo a Roma a impiccare il papa») aveva un senso: finché c’è il papa non c’è l’Italia, la Massoneria intuiva che qualsiasi capo di Stato italiano sarebbe stato secondo al Papa, sul piano etico e politico, del prestigio e dunque del potere. Non va dimenticato che la Massoneria ha origini britanniche, che Sonnino aveva la mamma gallese ed era di religione anglicana (e di tradizione ebraica per parte di padre) e guarda caso era primo ministro del Regno nel 1911, durante la guerra italo-turca, e ministro degli Esteri durante la Grande Guerra: una coincidenza che fa pensare. L’impero britannico ha sempre avuto interesse a favorire l’Italia, una spina fra due potenze cattoliche, quella francese e quella della duplice monarchia austro-ungherese. Naturalmente, anche gli interessi alterni e convergenti (benché mutevoli) di Francia e Prussia hanno dato una mano al Regno sabaudo. L’Inghilterra è sempre stata un amico silenzioso, potentissimo. In ogni caso, ‘Non tutti i bastardi sono di Vienna’ è un romanzo esistenziale e di formazione, prima ancora che storico: la Storia lo attraversa, ma è l’anima ardente dei suoi personaggi, che sono individui e mai tipi, a tenere il campo”.

La donna. E l’uomo. Le interazioni istintive. E quelle mediate, raffinate, a volte perverse. Insomma: la sessualità in tempo d’occupazione, di crani frantumati e di fame, di sopravvivenza e di assassinio è tanto diversa da quella che viviamo nella nostra lasciva, decaduta, stanca attualità?

”Non so rispondere. Temo le generalizzazioni. Come in ogni epoca, anche in quella presente convivono culture diverse che si manifestano in modi radicalmente diversi. Certo, la Grande Guerra ha imbastardito (da qui il titolo) tutti i rapporti umani: fra uomini e donne, fra giovani e vecchi (questi ultimi seppelliscono i primi), fra ceti sociali, fra soldati e civili. E anche l’eros ha subito mutamenti, come denuncia la moda femminile di allora. Io sono molto cauto nel suggerire analogie con l’oggi. Comunque ogni lettore è libero di trovarle, se crede”.

La violenza. Qui di violenza ce n’è, realisticamente perché questo è un romanzo del tutto neorealistico, a iosa. Ma il confine tra violenza, necessità e crudeltà umana innata è fatto centrale: Paolo prova quasi gusto nell’uccidere un soldato nemico e deve ammetterlo…

”Sì, è vero. Pensi che per capire che cosa potesse provare un giovane con una rivoltella in mano ho preso il porto d’armi e ho cominciato a frequentare il poligono di tiro della mia città. Mi piace mettere in scena quello che conosco. Paolo è un ragazzo che nel corso del libro diventa uomo, scopre il sesso, il tradimento, il rischio della vita, scopre perfino che i forti sono deboli. E scopre che la violenza che per istinto aborrisce è in verità forte dentro di lui, una pianta inestirpabile, terribile e magnifica, come tutto ciò che partecipa del grande spettacolo dell’azione: come tutto ciò che vive. L’ossimoro è una figura retorica centrale nel romanzo, che si apre con «C’era qualcosa di splendido e di truce in quella faccia» (riferito al capitano tedesco che per primo entra nella villa) e si chiude col «misero splendore del tutto che passa». E anche l’intercalare di Teresa, la cuoca (personaggio magico, in un anno di fame), quel ricorrente «Diambarne de l’ostia», a ben guardare è un ossimoro, una contraddizione che accosta il diavolo (Diambarne) all’acqua santa (l’ostia). Paolo si fa uomo quando, con sgomento, capisce che uccidendo ha provato anche piacere: è allora che comprende in che misura e in che senso la contraddizione è al centro del mistero dell’identità”.

Poi c’è l’argomento, se non principe almeno secondo dopo il doveroso ed innato amor patrio: l’Italia. Una definizione per tutte viene dal vecchio Spada, che in verità inserisce il nostro Paese nel cerchio del Cattolicesimo, e non positivamente: ”Noi italiani siamo figli dei preti, odiamo la gioia. Ci fa paura. I forestieri dicono che siamo gente allegra, ma sbagliano. All’allegria tarpiamo le ali appena spunta nelle grida di un bambino, perché le grida disturbano”. Ma l’Italia, eh… non sta tutta qui, secondo Lei, vero Molesini… cos’è che ci disturba profondamente, a noi italiani, secondo Lei? Cos’è che non ci fa dormire sonni tranquilli e che ci nega veglie normali come quelle degli altri europei? Dove siamo sbagliati, a partire da quando o da cosa abbiamo iniziato ad esserlo?

”Io non credo che questo sia un libro patriottico, come qualcuno può essere tentato di etichettarlo. Certo, durante quella guerra terribile l’Italia (solo dopo Caporetto, a dire il vero!) per la prima volta nella sua lunga storia si sentì unita e si comportò egregiamente, e questo si riflette nella popolazione occupata dall’armata austrotedesca prima, austroungherese poi. Io mi riconosco abbastanza nelle parole del nonno Guglielmo: siamo educati a chiedere il permesso e a confessarci, abominevoli abitudini che storpiano la virilità sul nascere. Tuttavia, la Chiesa Cattolica non è solo questo. C’è anche grandezza nella Chiesa di Roma, perché ha sempre creduto nella bellezza come arma formidabile per diffondere la sua fede, e così ha reso la penisola italiana uno dei luoghi artisticamente più ricchi del pianeta: non è un piccolo merito! Zia Maria lo dice con chiarezza. Noi saremmo più sbagliati di altri europei? Non ne sono sicuro. Forse siamo più deboli perché non abbiamo il senso dello Stato, perché nella nostra tradizione politica Chiesa e Stato si sono confusi e allacciati per troppo tempo… Credo che agli italiani piaccia soprattutto parlar male di se stessi. È una forma provinciale di autodifesa: sono io che ti dico che faccio schifo prima che me lo dica tu”.

Sergio Sozi

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Un centro studi dedicato a Sirio Giannini

di Massimo Maugeri

Di recente è stato costituito il “Centro internazionale di studi europei Sirio Giannini” – CISESG – con sede nel Comune di Seravezza (prov. di Lucca). Il CISESG si è costituito nell’ottobre 2011 con l’intento di affiancare il Circolo Sirio Giannini e di svolgere l’azione più opportuna per la sempre maggiore diffusione in Italia e all’estero delle opere dello scrittore (riprodotto nella foto accanto). Non solo: esso intende promuovere gli studi sulle letterature di tutto il mondo con particolare attenzione alla favola ed alla fiaba per adulti. Proprio per diffondere la conoscenza dell’opera di Giannini, il CISESG si avvale di una Commissione Scientifica in cui figurano alcune prestigiose personalità della cultura italiana e straniera, come i prof. Pietro Floriani dell’Università di Pisa, Daniela Marcheschi del CLEPUL-Università di Lisbona, Luisa Marinho Antunes dell’Università di Madeira e Stefania Sini dell’Università dell Piemonte Orientale.

Ne parliamo con la giovane Presidente, Chiara Tommasi.

Perché a suo avviso, oggi, in quest’alba di nuovo millennio, è importante promuovere la lettura di favole e fiabe?

Le favole e le fiabe sono un mezzo potente di trasfigurazione della realtà in quanto, tralasciando la cronaca spicciola, ne trasmettono l’essenza, i significati profondi degli eventi e i loro valori simbolici. L’apparente non realismo delle favole è un modo autentico anzi, forse il modo più autentico, per avvicinarsi alla realtà.

Chi era Sirio Giannini?

Sirio Giannini è stato uno dei giovani scrittori più promettenti degli anni ’50 in Italia. Nacque a Seravezza (LU) nel 1925, trascorrendo in Versilia la sua esistenza, salvo durante la seconda guerra mondiale, quando sfollò con la famiglia nella pianura padana. Raccontò la realtà che lo circondava con un occhio libero dalle mode letterarie dei tempi, come ebbe a notare Aldo Capasso, che lo definì “un esempio tipico di realismo lirico”. Cesare Zavattini, con il quale intraprese una corrispondenza amichevole, e il cui carteggio è stato recentemente rinvenuto e sarà presto studiato con cura, lo ha sempre incitato a proseguire su questa strada, invitandolo a continuare a scrivere con quella sua estrema chiarezza che lo contraddistingueva. Nell’arco della sua breve esistenza – la morte lo raggiunse prematuramente nel 1960 a seguito di un intervento chirurgico – i suoi racconti, i suoi romanzi, il suo cortometraggio, sono sempre stati accolti con entusiasmo dalla critica e dai lettori.

“Prati di fieno” e “La valle bianca” vinsero nel 1956, il primo il premio Firenze e il secondo il premio Hemingway. La giuria di quest’ultimo era composta da Dino Buzzati, Remo Cantoni, Giacomo Debenedetti, Alberto Mondadori, Eugenio Montale, Fernanda Pivano, Elio Vittorini.

Queste sue opere vennero pubblicate dalla Mondadori nella collana “La medusa degli italiani”, mentre “Dove nasce il fiume” uscì postumo nel 1978, così come “I racconti” del 1971. Di lui restano oggi molti romanzi e racconti inediti o incompiuti, molti testi, che ci raccontano di uno scrittore prolifico, di una sensibilità spiccata rivolta sempre alla quotidianità, alle cose vere e concrete, il tutto con fare pacato, garbato.

Ci dica qualcosa in più sul CISESG. Quali sono i suoi obiettivi? E che tipo di attività intende realizzare?

Gli obiettivi del Centro Studi mirano alla sempre maggiore conoscenza e diffusione delle opere dello scrittore al quale il CISESG è intitolato, il tutto in relazione al più ampio contesto degli autori della letteratura italiana ed europea, attraverso manifestazioni culturali periodiche come seminari, convegni, conferenze e quant’altro.

Particolare attenzione sarà rivolta anche al mondo del cinema dato che Giannini è autore di un cortometraggio molto bello dal titolo “I Cavatori”, che ha avuto un grande successo di critica a suo tempo, vincendo L’Airone d’oro al Festival Internazionale del Passo Ridotto di Montecatini, e che ancora oggi è apprezzato tanto che il Babel Film Festival, che si svolgerà tra qualche settimana a Cagliari, lo ha inserito nel suo programma con nostra grande soddisfazione.

(fonte della foto di Giannini: Palazzo Mediceo)

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ROSSO AFRICA di Ausilio Bertoli

Mimesis edizioni, pagg. 124, euro 11,00

di Valentina Villan

Rosso Africa è il nuovo romanzo di Ausilio Bertoli pubblicato da Mimesis e ambientato nel dorato Veneto, ma soprattutto tra i poveri e i diseredati del Malawi e del Mozambico.

Protagonista è tale Claudio Bassi, giovane bancario in carriera, ma d’animo altruista che poco si concilia con la rigida organizzazione aziendale, tant’è che, dopo aver concesso un prestito non garantito a un cliente onesto privo di liquidità, viene punito dagli ispettori nientemeno che col trasferimento nel “cimitero degli elefanti”, ossia in un ufficio in cui, a dispetto delle promesse dei dirigenti, non potrà mai intravedere qualche possibilità di riscatto. In altre parole, diventa una delle numerosissime vittime di quel mobbing che spesso induce i malcapitati al suicidio per depressione o alla frustrazione più nera.

Sicché il protagonista, già segnato nel profondo per la morte della sorella Corinna, dilaniata da una mina antiuomo in un villaggio del Malawi dove insegnava come volontaria in una scuola fondata dalla Pro Africa Association, dovrà subire nuove frustrazioni che lo renderanno talmente vulnerabile nei rapporti coi colleghi, perlopiù opportunisti o egoisti, da costringerlo a vedere la realtà con occhi ben diversi da come la vedeva prima del mobbing, riflettendo peraltro sulle meschinità e le cattiverie umane.

Ma sarà proprio il ricordo e le esortazioni della sorella, che gli appare perfino nell’esperienza di pre-morte vissuta dopo un incidente stradale, a spingerlo verso la ricerca della sua identità autentica, cioè verso la decisione di abbandonare definitivamente le comodità e le certezze garantite dal posto fisso per raggiungere il continente africano e realizzare i sogni di lei, diventati entusiasticamente anche i suoi grazie alla ritrovata intraprendenza e ai contatti con alcuni filantropi, tra i quali il canadese Paul Polak.

Rosso Africa è un intenso romanzo di contenuto antropologico e psicologico, dove lo scrittore vicentino affronta con abilità e capacità di sintesi i mali che tormentano sia le persone occidentali (l’angoscia e il senso di vuoto o di noia esistenziali), sia le persone del Terzo o Quarto mondo in balìa della fame, delle malattie micidiali e anche della schiavitù. Un romanzo dove emergono, fra storie di disperazione e paesaggi incantevoli, anche storie d’amore e di passioni amorose, tra cui spiccano quella con una collega di banca, finita in tragedia, e quella con una giovane infermiera mozambicana.

Ma sono le idee e le iniziative dei volontari – come il protagonista – e dei filantropi che primeggiano nel romanzo, teso a dimostrare come i poveri più poveri dei poveri possano emanciparsi, lasciando alle spalle la miseria più tetra e avvilente con piccoli strumenti dal costo irrisorio in grado, ad esempio, di far sgorgare l’acqua nei terreni adatti alle coltivazioni agricole.

Ausilio Bertoli, sociologo della comunicazione e ricercatore, è autore di diversi testi di narrativa e di saggistica. Tra gli altri si ricordano: “Gente tagliata” (1996), Giostra mentale (2001), introdotto da Elvio Guagnini, “I temi della comunicazione” (2004), “La sirena dell’immortalità (2008), “L’amore altro. Un’odissea nel Kosovo (2009).

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LA ZIA DI LAMPEDUSA, di Elvira Siringo

Morrone editore, pagg. 208, euro 18

-Elvira Siringo, come nasce “La zia di Lampedusa”? Da quale idea? Da quale fonte di ispirazione?

Premetto di essere stata, da ragazza, una gran divoratrice di “gialli”. Un genere che pian piano, crescendo, ho messo da parte. Un po’ per l’esigenza matura di affrontare letture più serie, dai classici ai lavori contemporanei di vario tipo, un po’ delusa soprattutto dal mutare delle storie del genere, che dagli anni ottanta in poi tendono sempre più alla spettacolarizzazione del truculento.

“La zia di Lampedusa” è nato per caso e quasi per gioco, alla ricerca di un “passatempo” innocuo ed economico che mi desse modo di evadere dalle afflizioni della quotidianità.

È stato anche un esperimento per dimostrare la validità del vecchio modello di giallo classico inglese: un rompicapo senza troppo spargimento di elementi macabri.

Le regole da seguire sono poche ma ferree:

– la vicenda deve svolgersi in un luogo circoscritto e isolato,

– i personaggi devono sembrare tutti potenziali colpevoli, ma anche potenziali vittime,

– la soluzione deve avvenire facendo ricorso agli indizi seminati nel testo, (non sono ammesse spiegazioni inverosimili, irrazionali, illogiche o non derivabili – insomma niente fantasmi, alieni o draghi a pallini verdi)

– il lettore deve poter “giocare” a pari condizioni, gli indizi devono esserci tutti e ben chiari, anche se camuffati con disinvoltura. In modo che il lettore curioso alla seconda lettura possa trovarli tutti e sentirsi un po’ beota per non essersene accorto prima!

Al principio cercavo solo un luogo molto isolato che facesse da cornice ad una storia che ancora non conoscevo nemmeno io. Le isole Pelagie mi sono sembrate un luogo perfetto, per il totale isolamento che le avvolge durante i periodi di maltempo. Poi, consapevole del fatto che l’uso di luoghi noti e abitati comporta sempre un inevitabile risentimento da parte dei legittimi cittadini, ho scelto l’isola più piccola (e disabitata) per popolarla dei miei personaggi.

Il “gioco” mi ha preso la mano, i personaggi hanno cominciato ad agitarsi nella mia fantasia invadendomi i pensieri anche nei momenti meno opportuni, senza mai chiedere permesso, distraendomi nei momenti più impensati, togliendomi il sonno e facendomi lasciare a mezz’aria le faccende di casa quando urgeva l’esigenza di appuntare un nuovo particolare. Ho disseminato foglietti e matite per casa, e perfino in automobile. (Per un certo periodo ho provato anche con un piccolo registratore, ma la gente in fila alla posta o alla cassa del supermercato mi guardava storto, così ho smesso).

Naturalmente la storia è nata seguendo un ordine lineare diverso da quello utilizzato nella fase di montaggio. All’ultimo, in un eccesso di “buonismo”, ho escogitato uno stratagemma finale alla ricerca del lieto fine a tutti i costi (c’è già tanta amarezza nella vita … almeno i romanzi facciamoli finire bene ogni tanto!) In realtà è stato un autogol perché non essendo più tale il colpevole, (e mancando l’omicidio) alla fine il “giallo” stinge e diventa “rosa”. Mi rendo perfettamente conto che questa ultima affermazione può destare qualche perplessità, non solo cromatica, ma non posso dire di più senza svelare il finale, e sarebbe un gesto davvero disdicevole perciò mi fermo qui.

– Che rapporti hai con l’isola di Lampedusa? C’è qualcosa in particolare che ti lega a essa?

Lampedusa è una specie di terra mitica, il punto d’approdo per tutti, vacanzieri e migranti. È il luogo che risolve i drammi, che ritempra corpo e spirito, la meta dalla quale ripartire dopo un “punto e a capo”.

Devo confessare che un po’ho barato perché l’avevo visitata tantissimo tempo prima di scrivere il romanzo, quando era solo una terra di pescatori. Mi sono affidata alla memoria e alla fantasia (e anche a “google earth”) poi ho fatto un piccolo collage coi ricordi dei paesini sulla costa siciliana. (La “zia” Salvatrice in realtà era la zia di mia mamma, e aveva una bella casa con l’orto ad Acicastello – ma questo forse è meglio non farlo sapere ai lampedusani.)

Sono tornata a Lampedusa con la mia famiglia e con l’editore per la presentazione del romanzo, nel settembre del 2009, durante la festa di O’Scià. Sono andata in nave, perché volevo capire almeno in parte cosa si prova ad avere solo mare intorno, lo smarrimento del sentirsi soli, il buio della notte, e poi all’alba l’insperato approdo. L’emozione è stata indescrivibile. Anche adesso, a distanza di tempo, mi commuovo per l’accoglienza affettuosa sia della gente che degli amministratori locali, il generale Pappalardo, il dott. Mosca Mondadori, il vicesindaco Sparma e il sindaco De Rubeis a capo di tutti. Quante parole lusinghiere! Mi hanno insignito perfino del titolo di “Lampedusana nel cuore” nel corso di una riunione di Giunta straordinaria.

Potrei riempire pagine per tentare di esprimere ciò che provo (sembra quasi una minaccia?) ma non lo faccio perché scadrei nel banale. Tuttavia voglio raccontarti solo uno dei tanti avvenimenti di quei giorni frenetici e densi di incontri. È un episodio che resterà scolpito per sempre nel mio cuore, è avvenuto dopo aver effettuato la consegna ufficiale del romanzo alla sede della Fondazione O’Scià di Lampedusa.

Occorre una premessa: durante i giorni della manifestazione di O’Scià l’isola si riempie di turisti, cantanti, attori e altri personaggi del mondo dello spettacolo che circolano mescolandosi e incontrandosi continuamente per le strade, in spiaggia, nelle piazze e nei bar. (Un po’ come accade al Salone del libro di Torino con i grandi personaggi della cultura). Il programma quotidiano del turista prevede che la mattina ci si alzi prima di mezzogiorno e si vada in spiaggia, alla Guitgia, a prendere il sole e a fare il bagno, piazzando il telo in posizione strategica vicino al grande palco già approntato. Alle due del pomeriggio iniziano le prove del concerto, gli artisti si riuniscono sul palco e i turisti come se niente fosse assistono continuando a stare sui loro teli o a fare il bagno (ti risparmio le ovvietà in merito all’acqua cristallina … altro che Caraibi!) Alle diciannove si sospende per la cena, si lasciano i teli in spiaggia come segnaposto e si ritrovano tali e quali alle ventuno quando ha inizio il concerto che prosegue ben oltre la mezzanotte. Sulla spiaggia si ascolta, si balla, si canta, spesso sorge la luna dal mare e i bambini giocano. Il tutto immerso in un’atmosfera fatata e quasi surreale per la quale si sarà condannati a provare, dopo, un’immensa nostalgia.

Dunque, alla fine della terza notte di concerto, intorno all’una e trenta, sotto il faro brillante della luna piena che si rifletteva alta sul mare caldo e immobile, Claudio Baglioni procedeva con i saluti dal palco prima di intonare la consueta sigla Volare, mentre la gente avrebbe dovuto cominciare ad andar via (anche se come al solito non ne aveva voglia). Le sue parole riecheggeranno per sempre nella mia memoria infatti ha indirizzato un pensiero gentile anche alle isole vicine:

“un saluto a Linosa e ai linosiani” poi ha aggiunto a sorpresa: “un saluto a Lampione, isola sola in mezzo al mare, e a tutti i suoi abitanti…”

Il resto non me lo ricordo, ho avuto un tuffo al cuore e sono quasi svenuta per l’emozione quando ho intuito che, forse, fra più di trentamila spettatori, stava parlando proprio a me. Essendo noto a tutti che Lampione è solo uno scoglio disabitato, altrimenti, a chi era rivolto quel saluto?

Considerato pure che “Un’isola sola in mezzo al mare” è il titolo del primo capitolo del mio romanzo mi piace credere che fosse un saluto rivolto ai protagonisti de La zia di Lampedusa, i quali vivono la loro avventura proprio nel mese di ottobre, e proprio al faro di Lampione!

Quando mi sono ripresa avevano finito di Volaree e si erano spenti perfino i riflettori.

Era un messaggio in codice per comunicarmi che aveva trovato il tempo di aprire almeno la prima pagina del romanzo?

Forse si! Grazie Claudio, a presto… mi piacerebbe chiederti se dopo hai letto anche la pagina due … comunque, Lampione e i suoi abitanti: Salvo, Giovanna, il Maresciallo Busacca, Cettina, Riccardo, Jasmine, Cristoforo, Giacomo, Angelica, Cristina e Lucia ricambiano il saluto con tutto il cuore e aspettano ancora di rincontrarti a Roma prima o poi, per la promessa consegna alla sede centrale di Fondazione O’Scià.

(Purtroppo l’editore Morrone non ci ha nemmeno provato a chiedere un incontro! Messaggio nella bottiglia: senza rancore, spero tanto di incontrare un futuro editore volenteroso che si impegni a stampare una nuova edizione anche perché le copie sono quasi finite – attualmente il contratto è scaduto e sono tornata in possesso di tutti i diritti – )

– Nel romanzo aleggia la presenza musicale di Claudio Baglioni. Vorresti dirci perché?

C’è un personaggio invisibile nel romanzo, che è anche l’artefice della risoluzione di una storia intrecciata alla vicenda gialla. Questo “personaggio” è la musica.

A tal proposito devo ringraziare alcuni amici che con le loro critiche costruttive mi hanno dato dei consigli utilissimi per “limare” e aggiustare alcuni particolari. La zia di Lampedusa ha avuto una seconda pubblicazione questa estate, a puntate, sul sito di Siciliaonline, http://www.siciliaonline.it/ nella “Speciale Lampedusa”, una rubrica promozionale creata appositamente per rilanciare il turismo compromesso dalla criticità dei numerosi sbarchi. Ho accettato più che volentieri di offrire il mio romanzo come contributo per la buona causa. Nella versione on line (ancora fruibile) ho modificato alcuni particolari come i nomi dei tre piccoli immigrati, e la canzone che riaprirà le porte della memoria sepolta. La “ninna nanna” rivelatrice, che sarà artefice di un incredibile ricongiungimento familiare, ha assunto una fisionomia precisa. Ha un titolo ed un autore: è “A vava inouva”, una composizione molto orecchiabile di Hamid Cheriet, un cantante cabilo conosciuto col nome di Idir. È stata composta sulle note di una ninna nanna tradizionale berbera con le parole del poeta algerino Ben Mohamed. Mi è stato riferito che talvolta le madri migranti la cantano, per infondere coraggio, durante le traversate estenuanti e disperate.

Per tutta una serie di rimandi ho scelto i titoli dei capitoli del romanzo prendendoli a prestito dalle canzoni di Claudio Baglioni. Non solo perché mi piacciono (anzi, non avendo più quindici anni confesso che il genere “agonia” oggi non mi coinvolge più di tanto) ma soprattutto perché ci sono alcuni testi poco noti che meriterebbero maggiore diffusione. Fra questi “Per incanto e per amore” lanciata proprio a Lampedusa e quasi sconosciuta. Dal testo di questa canzone ho tratto davvero ispirazione per il capitolo risolutivo (il 19°) e in segno di gratitudine ne ho ripreso il titolo.

L’ultimo capitolo, a questo punto per una questione di equità, non poteva che rendere omaggio all’altro gigante della canzone italiana che proprio a Lampedusa ha concluso i suoi giorni, così l’ho intitolato Meraviglioso, in attinenza al felice sbocco finale dell’intera vicenda che all’improvviso perde addirittura la connotazione gialla!

Mi restavano “solo” i primi diciotto capitoli che con poca fatica hanno trovato felice rispondenza in altrettante canzoni. Tutte di Baglioni ad esclusione della prima che è un testo inedito, composto molti (moltissimi) anni fa da un gruppo di amici che, come me, operavano del volontariato in ambito parrocchiale, in una zona di “frontiera” cittadina nella quale la nostra piccola comunità cattolica rappresentava, appunto, “un’isola sola in mezzo al mare” dell’emergenza quotidiana! Sempre aperta ai bambini, ai vecchi, ai malati, ai poveri.

– Il libro incrocia la problematica degli sbarchi e dell’immigrazione clandestina. È una problematica risolvibile, a tuo avviso?

Anche qui faccio una premessa, io insegno storia, e la storia spesso ci insegna a leggere i segni del futuro. L’ho capito presto, quando frequentavo “Lettere e Filosofia” a Catania. Ricordo che il professore Branciaforte teneva il corso di Storia Contemporanea. Ci lasciava sconcertati quando diceva di non darci pena per l’ostilità fra USA e URSS. Diceva: “Il vero conflitto non è quello che contrappone l’est all’ovest, ma il nord al sud del mondo.”

Era la fine degli anni settanta e pochi immaginavano che la guerra fredda sarebbe, prima o poi, terminata. Lo guardavamo con diffidenza, come un eccentrico visionario, invece era un profeta serio, capace di leggere nelle pieghe del presente la proiezione degli eventi futuri.

Difficile immaginare adesso una soluzione, tale da arginare la valanga che sale dal sud povero verso il nord sprecone e globalizzato.

La prima cosa che mi viene in mente è il vecchio detto che recita “Se un povero ha fame non dargli un pesce ma insegnagli a pescare” (Cinese? Anche questo?)

Cioè, la soluzione ottimale sarebbe di rendere vivibili i loro paesi d’origine, in tutti i sensi, politico, sociale, economico e religioso. Ma si dovrebbe prevedere un intervento generale degli Stati più “civili”. Considerato che sono tutti lanciati verso una politica di sfruttamento piuttosto che di filantropia mi sembra piuttosto utopico come progetto. Basti pensare agli Stati dell’Africa centrale che pur possedendo la quasi totalità mondiale di alcune risorse minerarie fondamentali nel campo dell’elettronica (come il silicio) non sono in grado di provvedere allo sfruttamento autonomo e restano preda delle multinazionali. Perché sono afflitti da guerriglie sanguinose ed endemiche (alimentate occultamente) che li destabilizzano.

Un pensiero più concreto mi porta a considerare che anche noi siamo stati migranti e abbiamo subito il peso della discriminazione sociale, ma abbiamo trovato anche parecchie porte aperte che ci hanno accolto. Ancora oggi nella nostra provincia esiste un considerevole apporto di “rimesse” da parte di chi è emigrato, ha fatto fortuna e torna ad investire i capitali (un esempio è l’ippodromo del Mediterraneo, nei pressi di Siracusa “fatto”, se non erro, dai “Floridiani di Hartford”).

Dovremmo ricordarcene più spesso. I lampedusani lo fanno, e anche a Portopalo di Capopassero pare che ci sia una simile, grande, sensibilità.

La giustizia del cuore allora si antepone alla giustizia degli uomini. Questo tema emerge in modo molto esplicito dal testo teatrale che ho tratto dal romanzo ed ho presentato al Salone del Libro di Torino 2011, con l’apprezzata presenza del Console d’Albania, dott.Gianni Firera.

Il titolo dell’adattamento teatrale è Zucchero in tasca, mette in scena la vicenda de La zia di Lampedusa con le opportune modifiche. La scena conclusiva si svolge davanti all’immagine dell’Antigone (tratta dal cartellone delle rappresentazioni classiche di Siracusa del 1986 che la associa a “Le madri”).

La legge di Antigone è la legge del cuore, che comanda anche di tendere la mano e aiutare, prima di chiedere le generalità. Il giornalista Sergio Taccone ha avuto modo di parlarne intervenendo proprio alla presentazione del mio romanzo a Siracusa. Ci ha raccontato la realtà di Portopalo, di famiglie di contadini e di pescatori che svegliate nel cuore della notte, dopo una giornata di lavoro con qualsiasi clima, non esitano un istante ad uscire per accogliere chi arriva nel migliore dei modi. Chi arriva spesso chiede solo di poter passare, tuttavia occorre anche tenere gli occhi aperti perché è probabile che, fra i tanti, ci possano essere anche degli elementi pericolosi.

Occorrerebbe fare tante cose, certo non semplicemente respingere. Sicuramente sorvegliare, regolamentare, indirizzare i flussi. Trasformare l’emergenza in risorsa. Spesso questa gente costituisce una risorsa preziosa. Sono persone buone, che si prestano volentieri a svolgere tutti i lavori più umili e pesanti che i nostri figli non vogliono più andare a fare. Eppure abbiamo bisogno di agricoltori, pastori, inservienti, portantini, infermieri, badanti.

Purché non si lasci spazio alla malavita di organizzarli in altro modo.

Purtroppo sappiamo bene che il nostro governo è troppo impegnato a “galleggiare” per riuscire ad impostare seriamente le linee di una qualsiasi politica. Né per questa, né in merito ad altre emergenze. Così spesso questi disgraziati che arrivano pieni di speranza cadono nella rete della delinquenza organizzata.

Mi piacerebbe che si realizzasse l’utopia finale del romanzo: “Che il prossimo sia non soltanto chi ti è accanto, ma anche il prossimo che verrà qui, per incanto e per amore fa’ che sia così” come canta Baglioni – cioè che alla fine le difficoltà si trasformino in risorsa, che gli uomini di buona volontà si adoperino ad avviare “una scommessa rivolta al mondo dal cuore del mediterraneo … un progetto solido di cooperazione e collaborazione multietnica … una voce sola a fondere lingue e culture diverse in un unico abbraccio di pace fra i tre figli di Abramo … l’avvio di un dialogo di pace fra i popoli che crei risoluzioni armoniche e pacifiche fra ebrei, cristiani e musulmani, affinché dall’armonia culturale possa sbocciare in futuro anche la concordanza politica” (tratto da La zia di Lampedusa cap.20).

Un sogno irrealizzabile? Eppure ottocento anni fa Federico II Imperatore riuscì ad attuarlo, e proprio in Sicilia!

P.S.

Per finire, il tema degli sbarchi clandestini è più vecchio di quanto non si creda, testimonianza ne è un documento che ho trovato per caso. È una comunicazione della Prefettura di Siracusa che su segnalazione del Ministero dell’Interno avvisa Questore, Carabinieri e Finanza che nel Mediterraneo: “…attualmente si troverebbero tre motovelieri di medio tonnellaggio, di nazionalità sconosciuta, destinati a traffici illeciti con l’Italia.

Due dei predetti natanti dovrebbero trasportare sulle coste della Sicilia, o su quelle vicinori della penisola, clandestini ed ebrei che si propongono di abbandonare la Tripolitania, sprovvisti del prescritto lasciapassare delle autorità inglesi.

Il terzo motoveliero, che proverrebbe dalla Jugoslavia, dovrebbe invece trasportare clandestinamente in Italia un carico di armi e munizioni in casse, camuffato e frammischiato a rottami di ferro recuperati nei pressi di Tripoli e Tobruk. Le armi dovrebbero essere scaricate lungo le coste della Sicilia e dell’Italia meridionale per essere destinate ad elementi estremisti”.

Il documento si conclude pregando gli uffici in indirizzo di voler predisporre rigorose misure di sorveglianza. L’unica stranezza consiste nel fatto che oltre ai clandestini siano citati gli ebrei. In realtà il documento ha più di sessant’anni, è firmato dal prefetto Torrisi in data 13 maggio 1949 ed è custodito presso L’Archivio di Stato di Siracusa (busta 3425).

È un documento sorprendentemente attuale, ed è amaro constatare che oggi come allora non si riesca a fare quasi nulla per arginare la piaga dell’immigrazione illecita. La musica è sempre la stessa. Fra un valzer (di poltrone) e l’altro qualcuno avrebbe potuto fare qualcosa? Riecheggiano volteggiando le parole di Tancredi, il nipote del Gattopardo, che dalla finzione del romanzo profetizza: Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.

Infatti, benché tutto sembri cambiare vorticosamente, i nostri problemi irrisolti rimangono sempre gli stessi. E le nostre leggi continuano a funzionare come le ragnatele:

“Le leggi dovrebbero essere per l’uomo, non perché non commetta ingiustizia ma perché non la subisca. E invece spesso le leggi sono come le ragnatele, se ci cade sopra qualcosa di grande le sfonda e fugge via, mentre se vi si impiglia qualcosa di leggero, di fragile, è destinato a soffocare irrimediabilmente” (tratto da “Zucchero in tasca” atto III scena IV).

Mi fermo qui.

Aggiungo solo alcune notizie spicciole:

La zia di Lampedusa cerca un nuovo editore che eventualmente potrebbe accorpare il romanzo al testo teatrale, che non è stato di fatto diffuso (Perché … “tanto il teatro non lo legge nessuno” questa citazione non è mia, ma preferisco non rivelare e lasciare immaginare chi possa averlo detto!)

Zucchero in tasca è stato stampato materialmente in poche copie, distribuito solo ad una cerchia ristretta di persone competenti in materia. Inoltre è stato inviato a partecipare ad alcuni premi (Riccione e Pirandello) un po’ troppo ambiziosi perché possa essere preso sul serio. Per competere ci vuol ben altro. A me basta la soddisfazione di vederlo circolare. Chiunque fosse incuriosito e desideroso di ricevere una copia (ad esaurimento) del romanzo, o del testo teatrale, può richiederla direttamente alla mia mail,

elvirasiringo@virgilio.it oppure a

laziadilampedusa@alice.it

Qualche copia sparsa dovrebbe essere ancora reperibile da “Domus” a Siracusa, e da “Cavallotto” a Catania (oltre che a Lampedusa).

Inutile dire che altri progetti si stanno sviluppando nel più scaramantico silenzio. Una storia breve, sull’amore. E un nuovo romanzo giallo (stavolta col vero morto ammazzato) legato al primo. Una specie di prosecuzione … al contrario, che risponderà alla curiosità dei lettori che mi hanno chiesto notizie della “zia” da giovane!

Adesso penso che sia proprio tutto.

Un caro saluto e un grandissimo grazie per la pazienza d’avermi seguita fin qui, con affetto Elvira.

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PREMIO MONDELLO GIOVANI

Il programma del Festival MondelloGiovani

Il 4, il 5 e il 6 novembre Palermo ospita la IV edizione del MondelloGiovani, Festival della Letteratura Giovane, promosso dalla Fondazione Banco di Sicilia e nato dal Premio Letterario Internazionale Mondello.

Gli spunti di riflessione proposti per l’edizione 2011 sono le suggestioni del tempo e del viaggio: un tempo reale, ma insieme metafora che racchiude in sé passato, presente e futuro e che, perciò, può anche andare oltre gli avvenimenti stessi per trascenderli e sublimarli nel nome della letteratura.

Per maggiori informazioni sul programma degli incontri, potete seguire il blog Festival MondelloGiovani sul sito della Fondazione Banco di Sicilia.

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kLit – Il festival dei blog letterari

da SUL ROMANZO

di Morgan Palmas

Il festival dei blog letterari, unico nel suo genere e per la prima volta in Italia, avrà luogo il 7 e 8 luglio 2012 a Thiene, nella provincia di Vicenza.

Perché kLit?

La lettera “k” sta per key, “chiave” in lingua inglese, e “Lit” è la forma abbreviata di literature. Il festival kLit vuole essere una chiave interpretativa del mondo dei blog letterari.

Vi avevo parlato del festival lo scorso 8 settembre, ho letto le tante mail che ci avete scritto, suggerendo idee e mettendovi a disposizione con le più disparate proposte. Nel frattempo ho anche chiesto l’aiuto concreto e competente di cinque persone che conosco da tempo essere impegnate sui loro campi, formando così la squadra organizzativa che si è messa subito al lavoro. L’amministrazione comunale di Thiene ha accolto con entusiasmo il progetto e stiamo lavorando assieme per presentare un festival ricco di attività.

Nei prossimi mesi continuerò ad aggiornarvi, permettendo ai lettori di conoscere il percorso intrapreso e di scriverci ancora per suggerimenti e critiche. Ciò che mi sta a cuore è il coinvolgimento di voi che leggete, voi siete l’anima propulsiva di kLit, coloro che determineranno, dal punto di vista degli eventi del 7-8 luglio 2012, la qualità. Ma prima di parlare di questo alcune informazioni.

Sette luoghi di Thiene diventeranno i centri degli eventi, ogni luogo con un tema che sarà trattato per due giorni. Le persone presenti – parte di queste saranno lit blogger – animeranno le discussioni. L’intento è di far pulsare le location, saranno bandite noiose presentazioni delle quali siamo tutti stanchi. Nei mesi capirete come otterremo tale obiettivo. In ogni piazza si potrà nutrire la mente e il cuore, ma anche il corpo, con cibi e bevande che avranno una logica d’inserimento: le location con peculiarità differenti. Per fare un esempio: dove si parlerà di blog letterari e il tema del viaggio avremo cibo e bevande dedicati, sembrerà di viaggiare.

Gli eventi presenti in due giorni saranno quasi 200, più di 6000 minuti di attività, dalla mattina fino alla sera, dal sabato alla domenica. Tavole rotonde e discussioni, attività artistiche e mostre. I blogger letterari si confronteranno con addetti ai lavori, ma anche con i lettori dei lit blog, per la prima volta in un unico luogo fisico.

Vogliamo portare centinaia di blog letterari a Thiene, ci saranno certamente i più noti, come, fra gli altri, LetteratitudineLa Poesia e lo SpiritoFinzioniBooksBlog, tuttavia vorremmo donare spazio al blog letterario meno conosciuto, ognuno potrà diventare protagonista.

C’è un tema che vorreste trattare e che si leghi al mondo dei blog letterari?

Scrivete a info@sulromanzo.it, in Oggetto mettete “kLit- proposta per il festival”, poi descrivete intanto brevemente la vostra idea, ma siate precisi. Troveremo il tempo di rispondervi e di discuterne assieme.

kLit sarà ecosostenibile, dai materiali utilizzati alla raccolta differenziata, dalla logistica studiata per valorizzare il traffico lento agli allestimenti con risparmio energetico, tutta la filiera sarà sorvegliata affinché la filosofia green sia dominante. Nulla sarà lasciato al caso.   Un’ultima cosa: vi chiedo con gentilezza di diffondere il post, sui vostri blog e sui social network (Facebook, Twitter, ecc.); se conoscete una persona che ama leggere, ditegli/le che kLit è il festival da segnare sull’agenda, non potrà rimanere indifferente.

Al prossimo aggiornamento fra qualche tempo.

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LA VERSIONE DI GIUSEPPE – POETI PER DON TONINO BELLO

(Edizioni Accademia di Terra d’Otranto – Neobar, 2011 – Poemetto collettivo)

http://neobar.files.wordpress.com/2011/08/copertina1.jpg

Introduzione:

“Chi sa che qualcuno, complice la poesia, non venga più facilmente indotto a cambiare genere di vita.”

don Tonino Bello

Per questo omaggio a don Tonino Bello, che vede la partecipazione di ventuno poeti da tutta Italia, ci siamo ispirati a “La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe” (Edizioni La Meridiana, Molfetta, 1997), testo in cui don Tonino immagina di dialogare con Giuseppe mentre lavora nella sua bottega. La Lettera ha agito come scandaglio per un nostro percorso sull’onda delle riflessioni e dei rimandi che il testo offre, nel suo conversare fatto dei silenzi di Giuseppe e delle risposte che don Tonino “ricostruisce” da quei silenzi. Al di là dei contenuti, la Lettera assume grandi valenze simboliche per via del rapporto che viene a stabilirsi tra don Tonino/Figlio e Giuseppe/Padre – con i due che si scambiano di ruolo a sottolineare i “dubbi” di entrambi – e per via della natura profondamente umana che don Tonino riconosce al suo Giuseppe: “Quante carezze: con le palme della mano, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Sì, anche con gli occhi, perché, ora che hai finito una culla, sei tu che non ti stanchi di cullarla con lo sguardo” (La carezza di Dio, pag.16).

Nella Lettera, don Tonino ci dice che, invitato a parlare a un convegno giovanile organizzato ad Assisi nel 1987 sul tema “Catturati dall’effimero”, decise di non presentare una relazione “tecnica”, che avrebbe annoiato i giovani presenti, ma di ricorrere alla “poesia” (da intendersi nel significato più esteso di linguaggio che agisce a un livello più autentico e diretto). Il titolo della relazione tecnica che gli organizzatori avevano in mente era “Condivisione e gratuità nella società dell’usa e getta”. Siamo alla fine degli anni Ottanta, gli anni del cosiddetto “edonismo consumistico”, del neoliberismo della Tatcher e di Reagan (alla politica guerrafondaia di Reagan, don Tonino fa riferimento nel testo): “Ho capito: quel tuo sguardo vuol dire: mi fate pietà. Altro che usa e getta. Valicando davvero ogni limite, avete invertito la frase in getta e usa, visto che siete così abbietti da snaturare perfino l’intima essenza della carità, piegandola alla vostra libidine di possesso” (ibid, pag. 15).

La disamina di don Tonino ricorda gli scritti di Pasolini, quando parlava di “scomparsa delle lucciole”, di “genocidio della cultura contadina”. Anche in don Tonino vi è la condanna di una società chiusa nella cieca fiducia nel benessere e viene delineato un prima e un dopo: un passato contadino, che si fa in entrambi mitico, e un presente “consumistico” che porta sempre di più all’alienazione dell’individuo: “Oggi purtroppo da noi, non si carezza più, si consuma solo. Anzi si concupisce. Le mani incapaci di dono, sono divenute artigli” (ibid, pag. 16). “Non si genera più. O meglio, si concepisce solo l’archetipo. Ma senza passione, e con molto calcolo. L’archetipo poi, questo sordido ermafrodita, riproduce con ritmi di allucinante celerità squallidi sosia, con l’unico desiderio che campino poco” (ibid, pag. 9).

Ciò che emerge dalle riflessioni di don Tonino assume ancora più rilevanza ai nostri giorni, fino al punto da apparire profetico: “Il corpo, poi, degradato a merce di scambio, è divenuto spazio pubblicitario e manichino per prodotti di consumo! L’eros mercantile corrode alla radice i rapporti interumani, sgretola la comunione, frantuma l’intimità, irride la famiglia, commercializza la donna. E con i postulati di marketing degli spot televisivi, spersonalizza irrimediabilmente la sessualità, riducendola ad una variabile della cupidigia di potere.” (ibid, pag. 17). “Si muore per anemia cronica di gioia. Si moltiplicano le feste, ma manca la festa. E le letizie diventano sbornie, gli incontri, frastuoni; e i rapporti umani, orge da lupanari” (ibid, pag. 29).

I temi trattati da don Tonino vengono, nella nostra versione, affrontati da diverse angolazioni. Non ci siamo posti, del resto, come fine lo studio sistematico o la traduzione fedele della Lettera. Ciò che ne è scaturito si nutre anche, e inevitabilmente, del vissuto e dei percorsi di ognuno di noi, e va considerato quindi come espressione della piena libertà in cui abbiamo lavorato. L’unità di intenti e il sentire comune ci hanno portato a considerare il nostro lavoro come un unico poemetto che ci auguriamo riesca ad arrivare non solo al lettore, nel viaggio solitario che lo caratterizza, ma anche, attraverso dei reading, a un pubblico, in modo da poter creare momenti di condivisione collettiva, come richiede un libro pensato “ad alta voce”.

Gli autori ringraziano la Città di Alessano (Lecce), che per la dodicesima edizione del festival “Il Montesardo” ha voluto ricordare don Tonino nella sua città natale con una lettura del nostro poemetto.

GLI AUTORI

Cristina Bove, Doris Emilia Bragagnini, Simonetta Bumbi, Marilena Cataldini, Anna Costalonga, Fernando Della Posta, Margherita Ealla, Annamaria Ferramosca, Fernanda Ferraresso, Giancarlo Locarno, Abele Longo, Domenica Luise, Malos Mannaja, Nina Maroccolo, Vincenzo Mastropirro, Antonella Montagna, Stefano Giorgio Ricci, Antonio Sabino, Iole Toini, Pasquale Vitagliano, Carmine Vitale

Per info: neobarinfo@aol.com

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LE ARANCE NON RACCOLTE di Salvatore Ferlita

Palumbo editore – pagg. 351 – euro 20

di Massimo Maugeri

Il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore è che le proprie opere possano sopravvivere alla inevitabile fine del loro creatore. È un sogno immenso, che si realizza solo per pochissimi eletti: i più grandi, i mostri sacri della scrittura, i consacrati dalle Patrie Lettere. Spesso sono i libri migliori a vincere la scommessa contro il tempo. Eppure, nell’oceano sconfinato di parole e di carta prodotto negli anni, nei decenni, nei secoli, tante opere meritevoli di essere ricordate finiscono inevitabilmente con l’essere risucchiate nei gorghi della dimenticanza, per finire depositate sui fondali dell’oblio. È per questo che, da siciliano, sono profondamente grato al critico e italianista Salvatore Ferlita che ha tentato, con successo, di realizzare un’ambiziosa opera di recupero di autori e testi di valore che, per motivi vari e non sempre identificabili, sono stati emarginati o – in alcuni casi – persino cancellati dalla nostra memoria letteraria. Nel volume antologico “Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento”, appena edito per i tipi di Palumbo (pagg. 351, euro 20), Ferlita punta i riflettori su nomi che – nella maggior parte dei casi – risulteranno ignoti al comune lettore (e a molti degli addetti ai lavori). Come precisa lo stesso Ferlita nella prefazione, “A chi scrive premeva soprattutto trarre in salvo alcune pagine di un drappello di autori siciliani condannati alla condizione di minori, sacrificati sull’altare del canone, in nome di un gruppo ristretto di scrittori ritenuti maggiori, gli imprescindibili, insomma i classici”.

Naturalmente ci sono minori e minori. “Minori che sono davvero tali”, scrive Ferlita “e altri che lo sono a torto, condannati a una subalternità da una congerie di cause, che vanno, tanto per fare qualche esempio, dalla disattenzione di certi critici al contesto storico in cui le opere in questione hanno visto la luce; dalla predisposizione personale degli autori all’eremitaggio fisico e spirituale, all’insipienza degli editori che su di essi non hanno creduto fino in fondo. E così a seguire”.

Ferlita compie un lavoro mirabile, perché non si limita a selezionare (assumendosi la responsabilità della scelta) alcuni brani significativi delle più importanti opere di questi autori, ma offre delle succose e ammalianti introduzioni che riassumono vite e destini letterari di scrittrici e scrittori rimasti sui rami, come arance attaccate all’albero; a volte, come già precisato, in maniera non facilmente spiegabile, giacché nel drappello dei “dimenticati” figurano nomi di autori pubblicati nelle più importanti collane dei principali editori italiani e che hanno beneficiato di critiche autorevoli e favorevoli (vincendo persino premi letterari tutt’altro che secondari).

In fin dei conti, quello che ci offre Ferlita è un viaggio tra storie e destini proposto con l’ausilio di una mappa, di un itinerario di lettura opportunamente strutturato che coincide con i capitoli dell’opera: Una Sicilia irredimibile (Paolo Giudici, Livia De Stefani, Antonio Russello, Romualdo Romano), L’avventura dello zolfo (Nino Di Maria, Angelo Petyx), Siciliani del mondo (Jerre Mangione, Giuseppe Garretto, Fulco di Verdura), La fabbrica del romanzo (Elisa Trapani, Franco Enna), La cifra religiosa della realtà (Angelina Lanza, Fortunato Pasqualino), Umoristi di razza (Massimo Simili, Umberto Domina), Il mestiere sbagliato (Nello Sàito, Ugo Attardi, Salvatore Fiume, Eugenio Vitarelli), Esordi promettenti (Mino Blunda, Giuseppe Lo Presti), Tarli metafisici e filosofici (Giuseppe Rovella, Sebastiano Addamo), Fantascienza primigenia (Armando Silvestri), Scritture collaterali (Alfredo Mezio, Antonino Trizzino, Sebastiano Aglianò, Niccolò Gallo, Rosario Assunto).

Autori poco noti e spesso fuori catalogo, con qualche eccezione: è il caso, per esempio, di Sebastiano Addamo la cui opera principale, il romanzo Il giudizio della sera, è stata ripubblicata da Bompiani nel 2008 a cura di Sarah Zappulla Muscarà; oppure – sempre a titolo di esempio – quello di Sàito, di cui Hacca edizioni, quest’anno, ha riproposto Gli avventurosi siciliani (romanzo finalista al Premio Strega 1955): mi riferisco, peraltro, allo stesso Nello Sàito, vincitore del Premio Viareggio del 1970 con il romanzo Dentro e fuori (ma anche Sàito, di fatto, è stato dimenticato). E chi si ricorda più di Elisa Trapani, la Liala siciliana, apprezzata da Scerbanenco, autrice di una produzione narrativa sterminata, con molte opere pubblicate da Mondadori? E Franco Enna, detto “il Simenon italiano”, pubblicato da Mondadori e Longanesi? Chi lo legge più?

Che alcuni di questi autori avrebbero meritato una sorte diversa, lo afferma anche lo scrittore e giornalista culturale Paolo Di Stefano sulle pagine de Il Corriere della Sera del 5 luglio 2011: “Come l’ex coglitore di arance Fortunato Pasqualino, almeno per il suo romanzo d’esordio Mio padre Adamo (1963), un racconto nero che Ferlita descrive come una sorta di Mastro don Gesualdo al contrario. O come Massimo Simili, il «catanese spelacchiato», scrittore satirico presente nel catalogo Rizzoli con una decina di titoli, diversi dei quali fanno ancora ridere. Così come fa ancora sorridere la verve comica di Umberto Domina, molto più noto come pubblicitario che come autentico scrittore, inventore di battute a volte geniali, contaminatore di generi e manipolatore della lingua. E soffermatevi sulla folle visionarietà del terrorista di estrema destra Giuseppe Lo Presti, una specie di Dante Virgili dalla vita brevissima (nato ad Alcamo nel 1958 e morto nel ‘ 95), passata per un decennio in carcere per attività sovversiva e poi per rapina: da Mondadori nel 1990 esce, grazie ad Aldo Busi, Il cacciatore ricoperto di campanelli e tutti gridano al miracolo dell’esordio (anche Giuseppe Pontiggia fu tra i suoi ammiratori)”.

Insomma, chi leggerà questo volume avrà la possibilità di imbattersi in un universo letterario parallelo rispetto a quello comunemente noto. E ne uscirà arricchito.

Ai lettori, dunque, l’importante compito di cogliere le arance non raccolte. A Salvatore Ferlita il merito di averli introdotti in un terreno fertile, ricco di buoni frutti che meritano di non marcire.

Salvatore Ferlita, nato a Palermo nel 1974, è assistant professor di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università degli studi di Enna “Kore”. Collabora a “La Repubblica” (edizione siciliana) e al mensile “Segno”. Ha scritto, tra l’altro. “I soliti ignoti” (Dario Flaccovio, 2005), “Sperimentalismo e avanguardia” (Sellerio, 2008), “Novecento futuro anteriore. Saggi di letteratura (Di Girolamo, 2009) e “Contro l’espressionismo. Dimenticare Gadda e la sua eterna funzione” (Liguori, 2011). Per il Gruppo editoriale Kalòs e per l’editore Di Girolamo dirige rispettivamente le collane “Carte segrete” e “Il Monocolo”.

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INTERVISTA A FEDERICO SOLLAZZO

di Giulietta Iannone

1.Sei nato a Roma nel 1978, hai compiuto studi scientifici prima di laurearti in Filosofia presso l’Università degli Studi di Roma Tre con una Tesi dal titolo La concezione marxiana del lavoro alienato e il libero gioco delle facoltà umane in Marcuse. Hai proseguito conseguendo il Dottorato di Ricerca (PhD) in “Filosofia e Teoria delle Scienze Umane” con la Dissertazione Tra totalitarismo e democrazia: la funzione pubblica dell’etica. Parlaci di te, raccontaci parte del tuo percorso di formazione.

Quella di studiare filosofia direi che più che una scelta è stata una risposta ad un richiamo verso qualcosa che risuonava in me, che mi appariva, e mi appare, come famigliare. Dopo il conseguimento della Laurea sono acceduto, tramite concorso, al Dottorato ma dopo il conseguimento di quest’ultimo ho trovato (almeno fino ad ora) impossibile accedere ad una successiva posizione in Italia, tant’è che ho conseguito il Post-Dottorato, parallelamente all’attività di docenza, presso la Scuola dottorale in Filosofia dell’Università di Szeged in Ungheria (dove tuttora mi trovo). Direi quindi, niente di nuovo da segnalare: una formazione svolta in Italia, a carico di questa, e poi il riversamento all’estero delle competenze acquisite, presso chi beneficia così di studiosi già formati da altri.

2.Parlaci del tuo essere un giovane ricercatore italiano all’estero. Hai lasciato l’Italia come tanti giovani vittime della cosiddetta “fuga di cervelli” o è stata una scelta dettata da altre ragioni?

La risposta, purtroppo, è quella di cui sopra. Vorrei solo aggiungere che, benché questo (e molti altri) problema non si risolverà mai modificando i meccanismi reclutativi del personale docenti, bensì modificando la mentalità, anche e soprattutto dei docenti, in materia, tuttavia anche i meccanismi hanno il loro peso specifico. In molti Paesi, ad esempio, si usa ufficialmente il metodo della cooptazione, che conferisce al cooptatore un grande potere decisionale ma allo stesso tempo un insieme di doveri, responsabilità, valutazioni a cui è sottoposto ed eventuali sanzioni, qualora egli usi in modo inappropriato l’autonomia decisionale di cui dispone; in Italia, invece, il metodo ufficiale è quello concorsuale, tuttavia il concorso è poco più di una cerimonia d’investimento per un cooptato, con il vantaggio, per il cooptatore, di essere esente da qualsiasi controllo, che invece ci sarebbe qualora la cooptazione fosse ufficiale.

3.Dal 2010 sei Ricercatore Postdottorato di Filosofia Morale, Filosofia Politica, ed Etica presso la Scuola Dottorale in Filosofia e il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli Studi di Szeged (Ungheria). Come ti trovi in Ungheria, come ti sei inserito nella realtà sociale del Paese?

La mia posizione è attualmente in cambiamento, ad ogni modo, per quanto riguarda il versante professionale, basti dire che nessuno mi ha chiesto «con chi ha studiato?» (domanda con la quale abitualmente si intende «chi hai alle tue spalle? », «se ti faccio un favore, con chi entro in credito?») ed hanno “addirittura” voluto leggere il curriculum. Quanto alla vita quotidiana, c’è un atteggiamento di ospitalità nei confronti degli stranieri, e questo credo che in parte sia una reazione, in alcuni casi anche eccessiva, alla situazione politica ungherese del secolo scorso, ma in buona parte credo che sia un tratto tipico del loro comportamento, che la modernità, per ora, non ha cancellato.

4.Sei fondatore e curatore di un blog “CriticaMente” http://costruttiva-mente.blogspot.com che si occupa di Filosofia e teoria delle scienze umane. Che linguaggio divulgativo utilizzi? Come ti poni di fronte un ipotetico interlocutore? Che rapporto hai con il web in genere?

“CriticaMente” è nato da una mia esigenza personale, senza pensare quindi al pubblico bensì al mio bisogno di dare spazio e vita a idee e persone che ritengo lo meritino e che sono invece occultate, per un verso dalla proliferazione indiscriminata di comunicazioni insulse (che non silenziano esplicitamente i discorsi significativi, ma li fanno scomparire nel mare magnum della confusione e della banalità), e dall’altro perché non fanno parte del “giro giusto” e delle logiche utilitaristiche che lo presiedono.

5.Con Aracne hai pubblicato da pochi mesi il saggio, Totalitarismo, democrazia, etica pubblica. Scritti di Filosofia morale, Filosofia politica, Etica. Come ti sei documentato? In cosa consiste il lavoro di analisi, di raffronto?

Come sempre avviene, o dovrebbe avvenire, per la saggistica, si parte da un argomento che appassiona particolarmente e lo si approfondisce con quella che si ritiene essere la più scientificamente rilevante, e aggiornata, bibliografia in materia.

6.Totalitarismo e Democrazia. Esiste una terza via?

Credo che le possibili vie si riducano e si moltiplichino a seconda del fatto che si analizzino concetti e fenomeni con uno sguardo critico o con una prospettiva catalogante; credo quindi che possa esistere una terza via, ed infinite altre, solo se si esce da una prospettiva, tipica del razionalismo occidentale, che vuole numerare, catalogare, definire scientificamente, e si recupera la capacità di osservare criticamente l’esistente, non con la ratio ma con il logos: un approccio critico contiene già in sé tutte le possibili alternative.

7.Il totalitarismo novecentesco in che modo pone le basi per il fenomeno oggi chiamato “globalizzazione”?

Credo che vi riferiate ad una parte del mio libro Totalitarismo, democrazia, etica pubblica, a proposito della quale mi permetto di auto-citare un breve passo che penso possa rispondere alla domanda: «L’avere interpretato il totalitarismo novecentesco come uno stadio del complessivo sviluppo capitalistico-industriale, che a sua volta è da collocarsi nel contesto dello svolgimento dell’ideologia occidentale di dominio, consente a Marcuse di intravedere, negli anni Settanta, l’avvento di una nuova fase di tale sviluppo, prefigurando quel fenomeno oggi chiamato “globalizzazione”».

8.Nel tuo testo analizzi le ragioni di fondo della Shoah, imputando ai meri esecutori di queste atrocità un decadimento delle facoltà di giudizio, facoltà che avrebbe creato una coscienza critica capace di opporsi e rifiutare gli ordini ricevuti. Gli errori del passato possono ancora ripetersi. Quali sono gli antidoti?

Un decadimento della facoltà di giudizio rende meri esecutori, funzionari, incapaci di comprendere e valutare ciò che viene chiesto di eseguire, poiché neanche ci si pone la questione, e quindi capaci di eseguirlo sempre con lo stesso distacco ed efficienza. In sintesi, ritengo che i totalitarismi novecenteschi siano solo una fase di un complessivo sistema di dominio costantemente in fieri; una fase ormai obsoleta, nella quale il dominio sugli individui passava attraverso un assoggettamento della dimensione esteriore, l’inserimento dei comportamenti in determinate pratiche disciplinatorie, che però, dato il loro superficiale e vuoto formalismo, non è garantito che producano un’introiezione di tali modelli disciplinatori; oggi invece, il dominio sugli individui viaggia attraverso la produzione di soggettività, tramite articolati, multiformi, policentrici dispositivi che inducono ad indossare una sorta di identità preconfezionata, quindi inautentica, divenendo così dei personaggi, dei gehleniani “titolari di funzioni”, dei marcusiani “uomini ad una dimensione”, dei foucaultiani “normalizzati”.

9.La libertà è ancora possibile nell’epoca moderna? Quali sono i suoi veri nemici?

Vi sono dei termini, come ad esempio quello di libertà, che sono talmente vasti che prima di iniziare dei ragionamenti su di essi bisognerebbe definire con precisione cosa intendiamo quando li nominiamo.  In via approssimativa, credo che si possa dire che i nemici di tali termini e concetti siano coloro che ritengono che li si possano affrontare facilmente, ignorando la loro genealogia e quindi le complesse stratificazioni di cui sono depositari, appiattendoli su un unico significato.

10. Il potere ha quasi un’accezione “negativa” soprattutto quando da strumento diventa fine. C’è un accezione “positiva” del potere?

Più che fra un’accezione positiva ed una negativa, tenderei a distinguere tra un’accezione (di derivazione francofortese) del potere come dominio, ed una (di derivazione foucaultiana) del potere come relazione. Nel primo caso abbiamo a che fare con un sistema (che oggi, a differenza del passato, ritengo si sia autonomizzato, emancipandosi da chi l’ha prodotto e rispondendo solo alle proprie logiche interne) con un fine preciso, nel secondo con un insieme di dispositivi che si (ri)producono spontaneamente; ritengo che oggi queste due modalità (potere come dominio e potere come relazioni) siano in atto contemporaneamente.

11.Norberto Bobbio afferma che «La democrazia, o è la società aperta, in contrapposto alla società chiusa, o non è nulla, un inganno di più». Come ti poni di fronte a questa affermazione?

Nella prospettiva di un teorico della politica, illuminista, è un’affermazione sacrosanta. Tuttavia, mi permetto di rilevare come sia oggi urgente una chiarificazione linguistico-concettuale del termine democrazia, a proposito del quale, sembra che tutti sappiano talmente evidentemente cosa essa sia, da non essere più necessario soffermarsi sul suo significato, che viene così a ridursi in un apparato di meccanismi politici, sulla sua etimologia e sulla irriducibile differenza che c’è tra il riferire questo termine al mondo antico o alla modernità.

12.Quali sono i tuoi punti di riferimento? Ci sono pensatori, ricercatori che ti hanno ispirato, che in un certo senso ti sono stati maestri?

Tutti gli autori che ho citato nel recente libro Totalitarismo, democrazia, etica pubblica, sono per me, ciascuno a suo modo, importanti (credo che a un certo livello non vi siano differenziazioni gerarchiche, ma di merito); inoltre, piuttosto che per autori, preferisco muovermi per argomenti, teoria critica della società, genealogia e critica della modernità, sono le tematiche che più mi appassionano.

13.In che modo ritieni che il tuo saggio Totalitarismo, democrazia, etica pubblica sia innovativo e possa costituire un valido oggetto di studio a livello universitario?

Di fronte al proliferare nella modernità di significativi discorsi filosofici, che rischiano però di manifestarsi come tessere di un mosaico difficile da osservare nella sua interezza, credo sia utile ricostruire una sorta di mappa filosofica della modernità, rivolta a tutti gli interessati alla questione (in primis, studenti e studiosi); al termine della ricostruzione di ciascun “tassello” (il libro è infatti costituito da una serie di saggi autonomi, suddivisi in grandi ambiti argomentativi, Filosofia Morale, Filosofia Politica, Etica, che rendono sinteticamente la complessità dell’esistente) è poi offerta al lettore una nuova possibilità interpretativa.

14.In che misura la filosofia può aiutare l’uomo moderno?

Su questo credo si debba essere molto cauti, per non banalizzare la riflessione filosofica rendendola una sorta di terapia che scimmiotta la psicologia, che a sua volta scimmiotta la scienza, che a sua volta non è altro che un oggettivazione della realtà per dominarla; diversamente, credo che la riflessione filosofica possa recare soddisfazione a chi la pratica (e così, come una sorta di indiretta e accidentale conseguenza, un miglioramento della propria condizione di vita) se è intesa come sguardo critico sulla realtà, non soggiacente ad alcuna legge, regola o norma (ratio) ma possibile solo con il ragionamento, l’argomentazione (logos).

15.Spunti di studio futuri.

Come accennavo, credo (e su questo vorrei lavorare in futuro) che le istituzioni e i meccanismi politici siano sempre storici, e che derivino gravi problemi dal confondere un mezzo, gli automatismi politici, con il fine, la tensione alla giustizia (o meglio, alla giustezza – da questa prospettiva, si deve quindi tenere ferma una differenza irriducibile tra la democrazia e le democrazie), per questo ritengo che i meccanismi politici occidentali di oggi necessitino di essere profondamente ripensati e radicalmente riconfigurati (è evidente, ad esempio, come essi non assicurino nessun filtro qualitativo – essendo basati sulla falsa sinonimia tra quantità e qualità – e come riproducano quei privilegi per combattere i quali nacquero), in direzione della comprensione in essi di criteri qualitativi (che non degradino in gerarchizzazioni despotizzanti); ma per far questo, è necessario partire da una preliminare riflessione antropologica.

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NAXOSLEGGE: festival delle narrazioni, della lettura e del libro

naxos-legge

Le officine di Hermes, in collaborazione con la libreria Doralice di Messina e il Lido di Naxos, organizzano il primo festival della lettura e del libro a Giardini Naxos.

Naxoslegge è un evento composito, diviso in sezioni, incentrato sia sulla lettura, in una sorta di narrazione affabulatoria che mira a coinvolgere e rendere protagonisti non solo gli scrittori ma anche – diremmo soprattutto – i lettori sia sulla presentazione di libri, con il coinvolgimento delle case editrici, soprattutto siciliane e del sud Italia, sia, infine, sulla realizzazione di momenti collaterali di riflessione e dibattito, eventi spettacolari e performativi espressi anche con altri linguaggi artistici variamente connessi alla letteratura, come il cinema, la musica etc.

Naxoslegge vuole costituire, per la città di Naxos, un’ulteriore opportunità di arricchire l’offerta turistica con kermesse di spessore, che mirino a richiamare sul territorio, a conclusione della stagione estiva, una tipologia di turisti e visitatori diversi da quelli che abitualmente scelgono la località ionica nei mesi di alta stagionalità.

Il programma di Naxos Legge è disponibile sul sito http://naxoslegge.it

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UNA CHIACCHIERATA CON… FRANCESCO MUSOLINO

di Massimo Maugeri

francesco-musolinoTra i nomi dei giovani giornalisti culturali siciliani, spicca quello del trentenne Francesco Musolino (nella foto), il quale può vantare al suo attivo svariate e fruttuose collaborazioni con giornali e magazine, tra cui Stilos, Leggere:Tutti, Satisfiction e il Corriere Nazionale. Inoltre collabora con Vogue.it. Per il quotidiano di Messina, Tempostretto.it e il settimanale siciliano Centonove cura le pagine di cultura e spettacolo e cura le rubriche dedicate ai libri.

Francesco Musolino, vive a Messina dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche con tesi sul pensiero di Ernst Jünger circa il progressivo dominio della tecnica sull’uomo dalla grecità ad oggi.

Il suo sito web è: francescomusolino.it

Francesco, quando hai cominciato a interessarti di libri e letteratura?

«Il primo vero ricordo legato ai libri risale alla primavera del ’92 quando mia madre mi regalò “La Compagnia dei Celestini” di Stefano Benni, acquistato in una libreria romana. Nonostante i miei familiari fossero lettori voraci, sino a quel momento non avevo un buon rapporto con i libri ma quel romanzo, così fantasioso e originale, fece scattare la scintilla e da quel momento in poi i libri non solo fanno parte della mia vita, ma la rendono più ricca e profonda. Ben presto cominciai ad appuntare ai margini delle pagine, curiosità e domande rivolte allo scrittore che leggevo, fin quando passai una notte intera a chiedermi quale sarebbe stata la mia strada. Il mattino dopo mi misi in cerca di una testata online che reclutasse giovani collaboratori e solo qualche giorno dopo cominciai a scrivere per il giornale romano Gufetto.it. Era il 2006 e fu così che tutto cominciò».

Quali sono le maggiori difficoltà con cui, oggi, deve confrontarsi un giovane giornalista culturale siciliano per svolgere il suo lavoro?

«Partiamo in ordine alfabetico? Scherzo ma purtroppo gli ostacoli sono numerosi. In primo luogo bisogna fare i conti con gli stessi colleghi che troppo spesso giudicano con superficialità chi si occupa di quella che un tempo veniva chiamata “Terza Pagina” ovvero la pagina cultura per eccellenza. Nutro sincera stima per gli analisti economici o per gli editorialisti di politica ma sono convinto che saper porre le giuste domande ad un attore o cogliere l’essenza di un romanzo non sia affatto banale, anzi. Soprattutto bisogna fare i conti con buona parte degli editori che troppo spesso, pur avendone i mezzi, credono si possa non pagare – o sottopagare – chi si occupa di libri, cinema e spettacolo».

Hai mai pensato di emigrare per cercare “fortuna” lontano dalla Sicilia?

«Certamente. Da una parte è necessario sapere che bisogna sapersi spostare con facilità verso Roma, Milano e Torino, i maggiori centri culturali italiani, per respirarne le atmosfere e conoscerne gli attori principali.Ma vista una certa ritrosia del territorio, spesso penso quanto potrebbe essere diversa la mia vita e la mia professione se vivessi lì, a stretto contatto con l’ambiente di cui scrivo. Tuttavia mi piace pensare che sia possibile parlare e scrivere di cultura a Messina – e in generale nel Sud – facendo una vita serena e non precaria. Per questo continuo a seminare e ad impegnarmi al massimo nel mio lavoro, fra libri, mail, recensioni ed interviste. E se un giorno dovessi stancarmi…la valigia è sempre pronta».

Che consigli ti sentiresti di dare a un ragazzo che sogna di fare il giornalista culturale?

«Credo che l’importante sia impegnarsi giorno per giorno, lavorare sul proprio stile ispirandosi alle firme famose senza mai copiarle. Bisogna leggere moltissimo e non aver paura di muovere critiche anche a chi viene ritenuto, a torto o a ragione, intoccabile. E infine consiglierei di essere modesti ma al tempo stesso ambiziosi. In fin dei conti chi vorrà davvero fare il giornalista si renderà conto ben presto delle difficoltà del mestiere ma non potrà fare altrimenti che seguire la sua vocazione. Nella vita poche cose sono davvero importanti quanto un sogno che si realizza, soprattutto se si lotta per averlo».

Qual è stata la tua più grande soddisfazione nell’ambito dell’attività giornalistica che hai svolto finora?

«Ogni volta che mi viene inviato un libro, ogni volta che vengo contattato per propormi un’intervista o una recensione, ogni volta che vengo invitato ad un festival…mi sento sinceramente onorato. Sono attestati di stima che che raccolgo con grande piacere. Ho una vera passione per le interviste e mi ispiro tanto a quelle di Sabelli Fioretti che a quelle storiche della Paris Review. Grazie al mio mestiere ho avuto il piacere di realizzarne parecchie e fra queste spiccano certamente quelle ad Emir Kusturica, Carlo Lucarelli, Alessandro Bergonzoni, Oliver Stone, Dan Fante, David Foenkinos e Nanni Moretti. Ma ad essere sinceri credo che potenzialmente qualunque intervista possa serbare grandi sorprese».

Progetti per il futuro?

«Per fortuna sono tanti. In primo luogo ho ripreso il lavoro per le diverse testate con le quali collaboro e spero di seguire diversi festival letterari e cinematografici quest’anno. Inoltre per la “libreria Circolo Pickwick” di Messina, sto curando un palinsesto di presentazioni letterarie che partirà a fine settembre e si concluderà a dicembre per poi riprendere a gennaio. Parleremo di Mediterraneo e di libri legati al nostro mare e avremo il piacere di ospitare sia nomi celebri dell’editoria italiana che giovani talenti emergenti. Ma non saranno le classiche presentazioni letterarie poiché punteremo sul connubio che la letteratura sa tessere con la musica, le arti visive e persino il gusto.

Chissà forse il 2011 sarà l’anno giusto per rimettersi a scrivere. Ho composto due silloge di poesia ma non ho davvero cercato un editore perché il mercato italiano è troppo timoroso nei confronti della poesia e trovo che l’editoria a pagamento sia un detestabile ossimoro. Accanto alla mia passione per la poesia, ho in mente tre racconti e due romanzi che non aspettano altro che d’essere scritti. Vedremo».

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VI PORTO VIA di Luigi Carotenuto / CRONO SILENTE di Grazia Calanna

Sulla tradizione delle recensioni incrociate di Letteratitudine è stato chiesto a Luigi Carotenuto e a Grazia Calanna di recensire le loro nuove opere poetiche

VI PORTO VIA di Luigi Carotenuto (Prova d’Autore)

recensione di Grazia Calanna

copertina-vi-porto-via-di-lugi-carotenutoCamaleontico, saldo, spontaneo, realista, beffardo, sognatore, provocatorio, fiducioso. È, al di là degli “steccati”, l’esteso richiamo poetico di Luigi Carotenuto, voce singolare per sapienza introspettiva e letteraria. Un giovane autore, sebbene cosciente dell’altrui preferenze, “mi vorrebbero muto come un sasso”, diviene testimone di un’epoca dubbia. Versi arcobalenanti, come sfumature di un “lungoprato fiorito fiorente”, sbocciano, ora dal desiderio, “non si lasci espugnare la vita”, ora dal disincanto, “nel gioco delle parti si risolve la giornata”. Roghi intimisti, “m’infransi contro gli scogli / della terra e piansi”, rischiarano, riscaldano, uno sguardo, proteso sul “perenne protervo protetto carnevale”, derisorio, “insepolcrato il pensiero / i vivi celebrano i morti”, caustico, “avidi / poteste lucrare nell’aere / se solo aveste / l’immunità celeste”, speranzoso, “i bambini non scendono a patti col mondo / hanno tasche colme di rivoluzioni colorate”, prova tangibile dell’urgenza della poesia, balsamo sostanziale per “anime senza posa”. Parole pedagoghe incedono, incidono l’animo come fossero sberle officinali desiderose di vivificare uomini-fantocci, “in vetrina”. Viandanti “senza lascito memoriale”, “accademici rivoluzionari / alchimisti del nulla / malinconici pre festino”, vite avulse allo stupore. Parole indocili addosso al becero perbenismo dell’apparenza, all’illusione di un cosmo finito “a portata di dito”. Parole di un amore nitido, incondizionato, per un “girotondo” infinito di bimbi ai quali dedica il proprio salvifico “Vi porto via”.

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CRONO SILENTE di Grazia Calanna (Prova d’Autore)

recensione di Luigi Carotenuto

copertina-crono-silente-di-grazia-calanna1“Al confine col cielo” la poesia di Grazia Calanna, dilacerata da una costante ansia metafisica. Versi come passi di danza, danza sui carboni ardenti di un mondo “sordido” e “scoscenziato” che, babelicamente, “parla lingue confuse”. La forza delle verità assolute, spesso “indigeste”, guida il cammino di un libro dal lessico intriso di dolore e sapienza, fede e accettazione mai rassegnata. Agguerrita contro ogni ingiustizia e indifferenza umana, lucida fotografa di miserie esistenziali, la lirica, a tratti espressionista, dell’autrice, ha per compagno infedele il silenzio, declinato nelle sue molteplici sfumature psicologiche (è custode, sconosciuto, logorroico, doloroso, madido, placante, invadente, stolto), quasi fosse vera e propria camaleontica persona. Altro protagonista della silloge, Crono, tiranno dalle “mani piromani”, il tempo divorante che ingurgita l’uomo nel suo “baratro”, incenerisce i sogni e reclude in spazi asfittici “contronatura”. Alla quotidianità asservita a Crono, malata di fretta, si oppone la “maestria” dell’anziano, vero “signore del tempo”, l’ingenuità infantile (Ignaro / un fanciullo disegna arcobaleni di quiete […] Gogna ) e nemmeno la morte fa più tanta paura anzi diviene complice di senso e “stupore” (Dipartita / riporti in vita / ricordi avviliti dalla vita / gemme di sale in gocce di senso rinvenuto – Stupore). Una poesia alla ricerca dell’essere puro, “eterno”, consapevole dell’incapacità del linguaggio stesso di afferrare le cose, i concetti (La parola / incompleta carceriera […] Parentesi), volta verso essenze celesti e albe sorridenti dove smettere, finalmente, “di cercare risposte”.

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VERONICA FRANCO, CORTIGIANA E POETESSA di Valeria Palumbo

Edizionianordest, 2011 – pagg. 256 – euro 15

Veronica Franco la cortigiana poetessa

di Massimo Maugeri

Valeria Palumbo è caporedattore centrale de L’Europeo, collabora con vari giornali e siti Internet, tiene lezioni universitarie, conduce reading teatrali e incontri a festival storici e letterari. Membro della Società italiana delle storiche, ha pubblicato nel 2003 un saggio, “Prestami il volto” (edizioni Selene) sulle compagne di artisti famosi, vincitore del premio “Il Paese delle donne” (2006). Nel 2004 è uscito “Lo sguardo di Matidia” (edizioni Selene), sulla suocera dell’imperatore romano Adriano e le matrone romane. Ha pubblicato per Sonzogno “Le Donne di Alessandro Magno” (2005), “Donne di Piacere” (2005), e “La perfidia delle donne” (2006). Nel maggio del 2007 è uscito “Svestite da uomo” (Bur). A fine 2008, per Odradek, ha pubblicato “Le figlie di Lilith”, su “l’altra ribellione femminile”: la trasformazione del mito della femme fatale in diva. Nel maggio 2009 è uscito per Fermento, “L’ora delle Ragazze Alfa”, sulla terza ondata del femminismo (vincitore Premio selezione Anguillara Sabazia città d’arte 2010). Nell’aprile 2010 Lo sguardo Di Matidia è ristampato in una nuova versione: “La Divina suocera”. A fine novembre è uscito Dalla Chioma di Athena (Odradek).

Nel maggio 2011 è uscito “Veronica Franco, cortigiana e poetessa”, (Edizionianordest). Un libro che ripercorre la vita di questa donna vissuta nel tardo Cinquecento veneziano: periodo in cui le grandi cortigiane dominavano la ribalta politica e culturale. La Franco è stata molto di più di una celebre e celebrata meretrice dei potenti. È stata una scrittrice e poetessa di primo piano, come ormai da tempo è riconosciuto. È stata anche, con il suo progetto di una Casa per le ex-prostitute, una pioniera del Mutuo soccorso… e tanto altro.

– Valeria, Come ti sei imbattuta nella storia di Veronica Franco?

In Veronica Franco mi sono imbattuta molti anni fa. Quando avevo affrontato le ricerche per il mio primo libro, “Prestami il volto” (uscito nel 2003) mi ero accorta che molte donne ritratte dai pittori erano prostitute. Avevo iniziato a studiare le vite di alcune di loro e avevo scoperto che erano spesso personaggi notevolissimi. Da lì era nata l’idea del libro “Donne di piacere”, uscito per Sonzogno nel 2004. Il libro è stato un buon successo tanto che qualche tempo dopo mi chiamò una regista della tv spagnola per chiedermi di collaborare a un suo film sulle cortigiane poetesse, tra le quali Veronica. Il film documentario è stato a sua volta molto apprezzato e ha vinto alcuni premi. L’hanno visto in Francia: per questo qualche tempo dopo mi chiamò France 3 e mi chiese di fare con loro un documentario su Veronica per la Trasmissione des Racines et des Ailes. Da lì, dopo qualche tempo, la chiamata anche dei produttori di Storia in rete per un documentario sulle cortigiane andato in onda molte volte su La7. Alla fine, l’editore di Edizionianordest mi ha chiesto di scrivere per lui la biografia della Franco. Ed eccomi qui.

– È solo per questo che hai deciso di raccontare la storia di questa donna?

No. Non avrei insistito con il personaggio e non l’avrei raccontata tante volte se non ritenessi che la sua storia merita per due motivi. La prima è il valore di Veronica: donna colta, libera, intelligente, coraggiosa, che sfida sia i limiti imposti dal suo tempo alle donne, sia quelli imposti alle cortigiane. Che affronta un nobile ignorando le regole di casta del suo tempo, che ribadisce il diritto alla gentilezza ma anche al piacere sessuale delle donne, che progetta un istituto per il soccorso alle prostitute. Che nonostante la sua condizione diventa un’intellettuale di primo tempo nella città più colta dell’epoca, Venezia. Il secondo motivo è che la sua storia è emblematica dell’oppressione e dell’ipocrisia che ha schiacciato anche le donne più illuminate: per finire davanti all’Inquisizione, come capitò a Veronica (che si difese da sola e con successo) non ci voleva nulla. Il clima post-Conciliare era tremendo (benché la Chiesa continuasse a essere profondamente corrotta). In ogni caso i pregiudizi ai danni delle donne e delle prostitute sono tutt’altro che esauriti. Non solo nei Paesi islamici, ma perfino da noi basta desiderare di essere un po’ più libera di quanto le catene sociali impongano per beccarsi l’epiteto e la relativa condanna di essere una “puttana”. Parlare di Veronica, insomma, significa parlare ancora drammaticamente dell’oggi. E di quanto, soprattutto ai danni delle donne, ma non solo, l’intolleranza sia una costante delle nostre società. In fondo le recenti, grottesche vicende, che hanno riguardato il premier rivelano solo quanto il nostro mondo sia vecchio. Non quanto sia moderno: le madri che infilano le figlie adolescenti nei letti dei potenti per ricevere favori esistono da sempre. Nel Medioevo e nel Rinascimento si trattava spesso di letti di papi e prelati. E mi fermo al Rinascimento…

– Progetti per il futuro?

Molti. In questo periodo sto studiando le donne in musica e sto girando con una serie di reading teatrali sempre sulle donne. In particolare, con i Volontari del Touring, guidati da Gianmario Maggi, abbiamo organizzato un ciclo di quattro incontri sulle artiste del Novecento che si intitola Jazz Cafè Messina, al Museo Messina di Milano. Ma sto organizzando anche serate sulla guerra nell’ex Jugoslavia e su Kennedy o, come accadrà il 24 settembre a San Maurizio, per le Giornate del patrimonio, una lezione-concerto sulle badesse e le monache artiste. L’obiettivo è sempre lo stesso: ridare voce a chi non ha voce. A cominciare dalle donne del passato.

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I PIACERI DELLA CONVERSAZIONE. DA MONTAIGNE A SCIASCIA: APPUNTI SU UN GENERE ANTICO di Giuseppe Giglio

Sciascia Editore -2010, p.gg 85, €10,00

I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico

recensione di Anna Vasta

Una conversazione – quella che Giuseppe Giglio, ne I piaceri della conversazione. Da Montaigne a Sciascia: appunti su un genere antico (Sciascia Editore-2010, pgg 85, €10,00) intrattiene con gli autori da lui scelti e da cui è stato scelto “come in un gioco d’intelligenza attiva” dal ritmo irregolare, talvolta fluente di immagini e di pensieri, talora, come per un ingorgo improvviso, per l’affollarsi e il sovrapporsi di memorie e suggestioni di lettura, rallentato, quasi ingolfato. È il ritmo della meditazione, dell’introspezione. Che prende forma di narrazione, di riflessioni a margine, di considerazioni sui grandi temi esistenziali e civili dell’Uomo nel proprio essere nel mondo e interagire con esso- la morte, la giustizia, il potere nelle sue molteplici maschere e personificazioni: l’intolleranza, la superstizione, l’abuso, la sopraffazione. La scienza e le sue nichilistiche derive, quando non si pone al servizio del bene comune.

Un approccio critico inusitato: dialogico, da convivio, affabulatorio e confabulatorio, che passa attraverso legami, scambi, promiscuità degli scrittori tra loro e dell’autore-lettore con loro, e che si configura come discorso sull’agire umano d’ impronta moralistica, nella tradizione dei grandi Moralisti, dagli antichi ai moderni. Fa gli onori di casa in questo convivio Leonardo Sciascia, o meglio lo stesso autore del libro dietro lo schermo del “maestro di Regalpetra”. I commensali invitati al banchetto della letteratura e della vita-da Savinio, a Borges, da Borgese ad Alvaro e a Brancati, da Pirandello a Dürrenmatt, da Sciascia a Montaigne, da Montaigne a Stendhal, sino ai grandi maestri greci dell’arte della conversazione, Luciano, Platone, Gorgia-si parlano amabilmente da enormi distanze spazio-temporali in uno spirito di vicinanza, di confidenza, di complicità, come sussurrandosi all’orecchio i segreti, le scoperte, le “congetture”, i frammenti di verità, le illazioni,

le mistificazioni, le “ficciones” che ognuno è riuscito a strappare al mistero del vivere e del morire.

Come in un “cruciverba”, le loro parole, evocate, per citazioni, rimandi, allusioni, richiami, trovano la giusta collocazione, e tutte insieme vengono a comporre l’enigma dell’esistenza. E l’autore di questo delizioso libretto, che in un primo momento appare defilato, lettore tra lettori, a godersi la scena, o tra le quinte a suggerire qualche battuta, a controllare che tutto si svolga secondo il copione, man mano che si addentra e ci fa addentrare nella lettura, o nella messinscena, assume su di sé il ruolo di capocomico.

E intrattiene in prima persona conversazione coi convitati, ne indirizza gli svolgimenti verso esiti che rispondono a un’idea di letteratura e di scrittura, ‘chiara e distinta’ a una weltanschauung.

La letteratura come “rigorosa avventura morale, sempre aperta a nuove declinazioni della vita, dell’uomo e del mondo.” La letteratura non come finzione o invenzione, e neppure visione di un reale da reiventare, da trasfigurare perchè possa avere diritto d’asilo nel mondo dello spirito e delle idee. La letteratura essa stessa vita, non di essa imitazione e copia. Vita autentica che scorre su binari paralleli, binari che in certi punti si incrociano, s’intersecano, sembrano confluire gli uni negli altri, per poi dividersi. E come avviene a treni che sfrecciano lungo rettilinei concomitanti, e insieme ma separatamente corrono alla stessa meta, procede lungo un suo percorso in direzione di una “last station”, la stessa verso cui si dirige l’esistente. Tutto ciò che accade nell’universo aperto, incompiuto, in progress della letteratura non è meno reale e vero di quel che accade nella realtà.

Pirandellianamente sulla scena letteraria si svolgono drammi, azioni, emozioni come sulla scena della vita. Si muovono, agiscono, soffrono, vivono e muoiono personaggi in cerca di un autore, che chiedono udienza e ascolto, anch’essi fatti di carne e di sangue, più veri, se possibile, di quelli veri, vivi di quella vita che lo scrittore ha loro trasfuso. Vita non fittizia, autentica, che trae alimento da soggettivi, personali vissuti di dolore e di gioia, di solitudine e di pienezza, ma anche da corali, universali vicende. Di tutti gli uomini di tutti i tempi, di tutte le latitudini. Storie di passioni e infelicità, di slanci e disinganni, di ardori e di cenere, di polvere e di nulla.

Una letteratura che – dice Sciascia – “non è mai del tutto innocente. Nemmeno la più innocente”.

Perchè vita riflessa che si scruta, si osserva, si sdoppia, si guarda come in un gioco di specchi; e in quel rifrangersi e moltiplicarsi, in quel suo guardarsi dal di fuori, e vedersi e cogliersi come alto da sé, come fuori da sé, perde l’originaria indistinta unità col tutto. “Come se la realtà venisse rimescolata occultamente e di colpo gettata sulla pagina con l’emozione dell’azzardo” (Sciascia in Nero su nero). Di queste “tracce di vita” che ogni scrittore alla maniera di Stendhal lascia tra le pagine scritte, va in cerca Giuseppe Giglio nel suo libro, per ricomporre il “sistema solare” della letteratura, per riannodare i fili di quella “sintassi”(Borgese) del destino umano che è l’opera letteraria. Per avvicinarsi quanto più possibile alla soluzione di quel cruciverba che è la vita dell’uomo.

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Su Tempostretto, Francesco Musolino presenta l’audiolibro di Sandra Petrignani: La scrittrice abita qui

Non solo un racconto ma un vero e proprio viaggio. Avvincente e ricco di spunti si rivela l’audiolibro La Scrittrice Abita Qui che la stessa autrice, la scrittrice Sandra Petrignani, legge per la ricca collana edita da Emons (€16,90) e già ricchissima di titoli avvincenti, con un ampio settore dedicato anche ai ragazzi. Dal Kenia al Maine, dalla Sardegna alla Provenza, da Copenhagen al Tibet, la Petrignani si è mossa con grande destrezza nella vita e nelle case-museo di alcune fra più grandi scrittrici del Novecento – Blixen, Deledda, Yourcenar, Colette, Woolf, David-Néel – riuscendo ad ascoltare con grande naturalezza “la voce delle cose”.

Oggi il mercato editoriale attende con ansia l’esplosione degli e-book ma nel frattempo la semplicità dell’audiolibro sembra davvero essere la perfetta sintesi fra la necessità di dover comprimere al massimo il proprio tempo e il desiderio di non voler rinunciare alla grande letteratura. Consigliato agli scettici.

C’è un fil-rouge che unisce le scrittrici che ha scelto?

Il fatto che sono narratrici del ‘900 e che hanno una casa museo. Desideravo che il lettore potesse ripetere il mio viaggio e vedere di persona, quando possibile, gli oggetti di cui parlo.

In questo pellegrinaggio nelle case-museo lei ha voluto “dar voce alle cose”. E’ stato difficile carpirne l’essenza, provare empatia con gli ambienti e le parole delle autrici?

Ascoltare “la voce delle cose” mi viene abbastanza naturale. Dunque nessuna difficoltà, anche perché sono tutte autrici che conosco molto bene, che ho frequentato (come lettrice ovviamente) fin da giovane, di cui conoscevo bene le biografie, e dunque trovare coincidenze fra vita e opera è stato emozionante, mai difficile.

Il concetto di modestia per la Deledda è molto interessante. Lo condivide?

Mi piacciono le persone che non hanno un alto senso di sé, ma che lo producono negli altri per l’indipendenza del loro pensiero e comportamento.

Flaubert leggeva ad alta voce pagine di Madame Bovary per metterne alla prova la fluidità del suono. Per lei quant’è importante la musicalità della sua prosa?

Sì, si può chiamarla “musicalità”. E’ il corretto rapporto fra scrittura e personalità. Leggere ad alta voce è utilissimo per capire il proprio registro, per scovare le cadute e correggerle.

L’audiolibro sta guadagnando mercato. E’ un ritorno ai cantastorie o un modo intelligente per sfruttare il proprio tempo al massimo?

Non credo che i cantastorie c’entrino molto. Per me è sicuramente un modo di fare due cose insieme: in genere guidare la macchina e, ascoltando, “leggere” un libro. Questa scoperta dell’audiolibro mi entusiasma. Mi piace, in certi casi, molto di più che ascoltare musica.

Vorrei chiudere chiedendole: ha trovato il senso del disegno nel tappetto di cui parla Karen Blixen?

Quello, se c’è, lo si scopre solo alla fine. Per ora non intravedo che scarabocchi, accidenti!

Sandra Petrignani è nata a Piacenza e vive tra Roma e la campagna umbra. Ha scritto il libro di viaggio Ultima India; i racconti raccolti in Il catalogo dei giocattoli, Vecchi, Poche storie; i romanzi Dolorose considerazione del cuore, Navigazioni di Circe, Care presenze, Come fratello e sorella; le interviste Le signore della scrittura. Con La scrittrice abita qui è stata finalista al Premio Strega 2003.

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L’ODORE ACIDO DI QUEI GIORNI, di Paolo Grugni

Laurana editore – Pagg.284 – € 16,50

Recensione e intervista di Salvo Zapulla

Siamo nell’Italia del compromesso storico, uno dei periodi più ingarbugliati del dopoguerra, le ideologie sono esasperate, le passioni estremizzate. I partiti di sinistra ricevono grandi consensi dall’elettorato eppure non sono capaci di formare un governo, come se forze occulte si frapponessero e i loro dirigenti annaspassero alla ricerca di compromessi che la base rifiuta di comprendere. Sono anni durissimi per i lavoratori, di lacrime e sudore, di rivolta e di repressione. Si creano gruppi anarchici e il sangue scorre per le strade. Ogni vicino di casa è un potenziale avversario politico, ogni avversario politico un nemico da abbattere. Tutti sono in guerra contro tutti. La disobbedienza civile diventa sempre più consistente. Quell’immagine del corpo senza

vita di Aldo Moro, trovato nel bagagliaio della Renault 4 è impressa ancora nella

mente degli italiani. Paolo Grugni ha ambientato questo suo romanzo a San Giovanni in Persiceto, provincia di Bologna; racconta in prima persona con grande maestria, senza ombre e ambiguità, scegliendo da che parte stare. E l’Italia del 1977 non appare molto dissimile dall’Italia di oggi, dove il confine tra democrazia e dittatura strisciante è labile, dove la corruzione impera, lo scontro tra i poteri istituzionali dello Stato rischia di minare i principi fondamentali della Costituzione.

Il protagonista del romanzo, Alessandro Bellezza, è un uomo che non ha più nulla da chiedere alla vita, i suoi affetti sono stati dilaniati, la professionalità distrutta irrimediabilmente. Eppure, a dimostrazione che non esiste l’irrimediabile, un episodio sconvolgente lo riporta a scoprire nuove emozioni, la paura ma anche l’amore, l’angoscia ma anche rivitalizzanti scariche di adrenalina. Il gioco in cui si ritrova coinvolto è più grande di lui ma vale la pena tuffarcisi dentro. Grugni è scrittore di razza, sa come tenere sempre desta l’attenzione del lettore, ora con capovolgimenti di

scena, ora con dialoghi serrati, colpi a effetto e studiate pause. Sotto l’apparente trama del giallo poliziesco (un killer che uccide le donne con un colpo di pistola alla vagina) fa trapelare segreti di Stato non ancora risolti, compromessi rimasti nell’oblio, verità taciute, figure di uomini politici dal facile doppio gioco. Insomma un labirinto in cui il lettore si avventura, pagina dopo pagina, percependo il brivido di una lama puntata sul collo. Un romanzo che definire avvincente è poco. E il finale è tutto da scoprire.

Paolo Grugni è nato a Milano nel 1962. Ha pubblicato i romanzi “Let it be “(Mondadori, 2004; Giallo Mondadori 2009), “Mondoserpente” (Alacràn, 2006; Giallo Mondadori, 2011), “Aiutami” (Barbera, 2008) e “Italian Sharia” (Perdisa, 2010). I suoi racconti sono apparsi in diverse raccolte, tra cui “Anime nere” (Mondadori, 2008) e “Armonico” (Aereostella 2010).

– Paolo , il tuo romanzo mi ha colpito molto per la forza evocativa, un’ Italia dilaniata eppure in ebollizione, in cui ognuno vuole imporre le proprie idee. Oggi sembra tutto narcotizzato, manipolato dai mezzi di informazione. Brevi lampi di ribellione ma poi tutto viene messo a tacere. Cosa ne pensi?

Viviamo in un paese decotto, che sta assistendo al crollo di un impero. Ma questo crollo sta trascinando tutta l’Italia con sé. Per riparare i danni di vent’anni di berlusconismo, di nazileghismo e di finta opposizione forse non ne basteranno altrettanti. La speranza viene da alcune sacche di resistenza che continuano a lottare nonostante quasi nessuno ne parli.

– Chi aveva torto in quel periodo? E chi aveva ragione?

Il Movimento del ’77 aveva troppe diverse componenti di cui alcune molto ingenue, altre estremiste, altre artistiche, per rappresentare una ragione unica e condivisibile appieno. Ma la sua grande forza fu quella di opporsi non solo alla DC, ma anche a un PCI (oggi incredibilmente rimpianto e fonte di pensieri nostalgici) che ne avallava le scelte.

– La democrazia italiana è a rischio?

L’Italia vive da molti anni in uno stato di dittatura mascherata (nemmeno troppo bene) da democrazia. Ma il crollo dell’impero sta inasprendo alcune forme dittatoriali. Berlusconi e la sua cricca sentono di non essere più saldi come un tempo e utilizzano più che mai la propaganda e la diffamazione per conservare il potere. C’è il concreto rischio di uno scontro frontale tra le forze malavitose al governo e la parte democratica

– E in passato, quanto hanno influito i vari servizi segreti, le grandi potenze straniere a destabilizzarla?

I servizi segreti italiani e stranieri (leggasi CIA) hanno spesso destabilizzato questo paese per mantenere al potere le forze di destra. Sono state le forze più oscure e pericolose per mantenere sotto ricatto gli italiani.

– Qual è il pregio migliore che ritieni contenga questo tuo romanzo?

L’idea di far conoscere a chi non c’era come sono andate veramente le cose. Senza mitizzare il ’77 e senza avere riguardi per nessuno. Il tutto mai disgiunto da una qualità letteraria alla quale non posso rinunciare.

– Che rapporto hai con la Sicilia?

Amo talmente tanto la Sicilia che vi prenderò casa. Dove ancora non so. Aspetto consigli. In ogni caso, non è imminente, ho ancora diverse cose da sistemare prima di abbandonare Milano. Poi dividerò il mio tempo tra la Foresta Nera e la Sicilia.

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La vita dell’essenza sfiorata dall’ombra di Mela Mondì Sanò

Prefazione di Ilaria Porro, Note conclusive di Maria Ferlito e di Maria Elena Mignosi Picone

Edizioni Albatros – pagg. 163 – € 11,50

recensione di Renzo Montagnoli

La ricerca dell’Essenza

Il poeta osserva la quotidianità e riesce a cogliere quel tanto, che agli occhi altrui sarebbe insignificante, per effettuare un inconscio raffronto con quanto di più intimo esiste in lui; percepisce, o meglio intuisce, l’essenza dei fatti, delle immagini, del trascorrere del tempo nella parabola che è tutta la sua esistenza.

Mela Mondì, con questo suo libro, che è una raccolta di tre sillogi (Mezzombre, Ombre, Superfici azzurre) , svela se stessa e quindi anche a noi quel che è l’essenza, pur nello svolgimento delle tematiche più varie, proprio perché ogni cosa, nell’apparenza, cela sempre una sua perfetta identità, la cui scoperta consente poi di dare un senso alla propria vita, di usarla come nutrimento per l’anima.

La sua può essere una poesia immaginifica, un riflesso onirico che trascende quella che può apparire realtà, ma che è invece la sembianza di fatti che i più accettano come cosa finita di cui non riescono a cogliere l’intrinseca sostanza.

Attendimi: / quando arriverò ti parlerò / della luce e dell’ombra, / della nave di sole / con cui navigai / su piste schiumose / verso un centro vuoto, / delle rocce frapposte / tra pensiero e cuore, / della luna menzognera / del circolo mitico / che inghiotte l’oceano, / delle rovine che giacciono al fondo / mentre ai piedi dirupati dell’Acropoli, / vedo lo spostamento disarmonico / del mondo.

Attendimi è l’emblema di questa poesia metafisica, con cui il ricorso anche a metafore tende a ricercare l’essenza, come se il volo fantastico divenisse la realtà e l’apparente concretezza di ogni giorno fosse un velo di trucco attraverso il quale si fornisce un quadro recepibile da tutti, senza che possano sorgere i legittimi dubbi sulla veridicità della rappresentazione.

Questo modo di procedere e di esporre mi ricorda, per quanto là in prosa, la narrativa di Giuseppe Bonaviri, illustre autore, pure lui siciliano, scomparso da poco.

E’ che forse in quest’isola dagli insanabili contrasti che sorge spontanea la ricerca di una verità sotto gli abiti barocchi dell’apparenza?

Forse, la dove si mescolarono nazionalità diverse, dai greci agli arabi, più forte è la ricerca di se stessi, è lo spogliarsi delle proprie vesti per scoprire ciò che realmente siamo, una ricerca dell’essenza gravida di difficoltà, ma determinante nel poter cogliere il significato di un’esistenza.

Il vuoto che scorre dentro me / come acqua monotona / tra pietre / mi sussurra che ormai / è finita / la storia intessuta / tra i fili del tempo / e tra le spine. / Eppure sempre uguale a se stesso / è questo cuore! / Sente ancora la forza della vita e dell’amore. /…

Non è solo parte di una bella poesia che superficialmente potremmo etichettare d’amore, ma è un’analisi introspettiva di un arco esistenziale, in cui sfrondando il più appariscente, e come tale superfluo, si rinsalda un sentimento, si cerca una logica di un affetto nato all’improvviso in gioventù nel modo sempre più irrazionale, ma è proprio quell’illogicità l’essenza, quel turbinio di cuore, ora affievolito, che sbocciò così all’improvviso.

Sono molteplici, come ho scritto sopra, le tematiche, ma sempre intrise dei ricordi, cioè delle esperienze maturate, che ora si riaffacciano alla mente e per quali la ricerca è la loro spiegazione, eventi, fatti accolti d’acchito e adesso che il tempo per l’età appare meno in corsa è logico soffermarsi per sapere di più, per vedere l’oltre di come sono apparsi.

Non è scevra la raccolta da ispirazioni religiose, che io definirei meglio spirituali, perché in fondo l’uomo cerca sempre di dare un po’ di luce al buio del dopo, un’illusione o anche una speranza, fra dubbi e incertezze sanate dalla fede.

E in questo rincorrersi di ricordi e di raffronti non poteva mancare una lirica dedicata all’isola, intitolata Canto alla mia terra, una lunga sequenza di versi con cui si cerca di cogliere l’essenza di ricordi, perché anche lì il tempo ha trasformato, un solco netto, una cesura spesso sconvolgente e sradicante.

La sicilia che mi piace / è ancora la patriarcale / delle processioni / della calia e semenza / quella di coloro / che scrivono zoppicando / e non conoscono il posto / del quale, del che e del cui. / Non è la Sicilia dimora di sovrani / che di normanno / non hanno niente. / Allontano da me / l’isola che affonda nella tempesta / dei mammasantissima / come la Provvidenza di Padron Ntoni! /…

La vita dell’essenza sfiorata dall’ombra è una raccolta che invita a leggere con calma, in modo da scoprirsi in ogni verso, un’assaporare che a volte sa di sale, ma che come pura acqua di fonte scende giù nel nostro intimo a schiarire ombre, a sciogliere dubbi, a rinfrescare come un refolo di vento in un bosco alpino, sopresi e lieti di sentirsi poi pervasi da un’onda lieve di serenità.

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TACCUINO TEDESCO: 1954-2004 di Fabrizia Ramondino

A cura di Valentina Di Rosa

Nottetempo-2010-pgg 356- € 21,00

Il Bildungsroman di Fabrizia Ramondino

recensione di Anna Vasta

Se viaggiare è sradicarsi da un luogo, dal proprio essere in quel determinato luogo e in quel luogo intimamente radicato, ogni viaggio è anche un nostos. Sofferto ritorno alle origini, a quella terra di confine, di limes, sdrucciolevole e malferma dove affondano labili e aggrovigliati i vissuti soggettivi e le memorie collettive. Un viaggio lungo, ininterrotto-che ritorna su se stesso in una circolarità che risolve in falso movimento la spinta ad andare oltre, a fuoriuscire da sé in uno spazio fittizio, delineato dalle scansioni e dagli avvicendamenti di un tempo interiore è Taccuino tedesco 1954-2004 di Fabrizia Ramondino, ristampato da Nottetempo a cura di Valentina Di Rosa nel 2010, in una edizione ampliata rispetto alla precedente del 1987 per La Tartaruga. Un viaggio che parte da un luogo d’origine che non è la terra-madre, ma la terra-balia, la nutrice di omerica memoria, che nutre i suoi figli di latte, per poi perderli. Napoli è la città-balia, da cui l’autrice viene allontanata non ancora ventenne perchè possa intraprendere il suo percorso di iniziazione, di formazione e di crescita in direzione di una identità europea e nel segno di una non appartenenza, come nella migliore tradizione di una famiglia-la sua- di estrazione altoborghese e di cultura cosmopolita. In una terra, la Germania, che non fosse quella degli affetti, dei legami ombelicali, ma una sorta di patria elettiva di forti suggestioni letterarie, dove apprendervi una lingua che non avesse il sapore naïve del latte materno, ma quello artificiale del nutrimento della mente. Il Taccuino tedesco di Fabrizia Ramondino, man mano che ci si addentra nella lettura si configura come un vero e proprio ‘bildungsroman’. La Germania astratta dei luoghi comuni e delle letture scolastiche, del retaggio culturale famigliare diventa una terra non meno viva e umorale di quella natale. Anch’essa una regione del sottosuolo, percorsa da ondate di cambiamento e di progresso che non nascono dalle sue viscere. Terra di contrasti e di contraddizioni dove il vecchio-un passato schiacciante, inamovibile e ineludibile-convive con il nuovo-un presente che aspira alla ragione, all’ “armonia”, al superamento di ataviche lacerazioni-. A una conciliazione che inevitabilmente comporta compromissione, uniformità, omologazione a un progresso senz’anima. addomesticamento delle pulsioni primitive in comportamenti e atteggiamenti eticamente e socialmente corretti, ma spesso estranei, quando non in conflitto con le disposizioni e le inclinazioni originarie. Dal confronto Napoli, sempre presente nelle riflessioni e nei moti del cuore dell’autrice, ne esce avvantaggiata per la connaturale predisposizione a non reprimere le proprie insanabili divisioni, ad accogliere in sé le luci e le ombre di una modernità non meno promiscua e corrotta con un amor fati che non è rinuncia e rassegnazione fatalistica, ma consapevole adesione a un destino.

Dalle pagine iniziali che registrano gli entusiasmi, lo spirito avventuroso, le baldanze giovanili, e dove prevale un impianto narrativo di tipo diaristico, si passa ai momenti di riflessione, ai ritmi più lenti, introspettivi, di pause liriche e meditative degli anni adulti, dei soggiorni a Weimar, Wuppertal con la figlia Livia, ballerina e coreografa, allieva di Pina Bausch. Sino ai frequenti ritorni dopo la caduta del Muro in una Berlino-cantiere di progetti,e di idee, laboratorio di creatività, di innovazione, di iniziative proiettate in un futuro spericolato, acrobatico. Disancorato sia dall’inferno di un nazionalsocialismo al servizio dello sterminio e dell’umano degrado; sia dall’efficientismo seriale e burocratico di un socialismo reale di fili spinati e di frontiere blindate; sia dal paradiso artificiale di uno sviluppo piegato alle più bieche e ottuse esigenze del consumo e del profitto. Un viaggio esistenziale che attraverso le varie tappe e i traguardi della vita di Fabrizia Ramondino, dalla giovinezza irresponsabile e temeraria fino alla stagione della maturità e della responsabilità di madre e di nonna approda a un orizzonte “dove utopia faccia rima con poesia”, a un mare- madre ancestrale, in cui immergersi e da cui attingere linfa vitale. A lettura finita nella nota di Valentina Di Rosa i tasselli di questo erratico itinerarium mentis che è Taccuino tedesco sembrano ricomporsi e ritrovare ognuno la sua misura e la propria collocazione.

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TAOBUK: DAL 1° AL 15 LUGLIO, IL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL LIBRO DI TAORMINA

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taobuk
Libri e libertà. Storie di amore e ribellione contro le mafie, contro le guerre, contro gli abusi sul corpo e sui pensieri. Storie e Storia. Del Risorgimento. Delle radici. Del cuore. Del Mediterraneo. Nasce così TAOBUK, primo Festival Internazionale del Libro a Taormina, ideato e diretto da Antonella Ferrara. Con la volontà di delineare, fra i tanti festival letterari italiani, una rotta diversa. Fatta di impegno, di passioni e di fedi.

Un Festival nato per amore. Dei libri, del dialogo e delle belle lettere. Per immergersi nelle letture che fanno sognare storie, luoghi, personaggi non solo immaginari, ma anche reali, aprendo alla speranza di una società migliore.

Il TAORMINA BOOK FESTIVAL, Festival internazionale del libro, èpromosso dal Comune di Taormina e dall’associazione culturale “Taormina Book Festival” presieduta da Antonella Ferrara, promotrice culturale e titolare di librerie a Taormina, da anni attiva sul territorio con l’organizzazione di eventi che hanno visto la partecipazione di protagonisti importanti della cultura italiana.

L’attività culturale dell’associazione, di cui sono membri anche Elvira Seminara, scrittrice e giornalista; Antonio Di Grado, docente di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Catania; Aurelio Dugoni, manager; Concetto Ferrarotto, avvocato,  è supportata dal lavoro di un Comitato Scientificoformatoda giornalisti, docenti universitari e critici, presieduto dal giornalista Rai Franco Di Mare.

Il Festival, promosso dal Comune di Taormina, si svolgerà dall’ 1al 15 luglio, anche con il patrocinio della Provincia Regionale di Messina, della Regione Sicilia, dell’Università degli studi di Catania, dell’Università degli studi di Messina e del Comitato Taormina Arte.

Un evento culturale internazionaleinteramente dedicato alla letteratura e all’arte, in un luogo altrettanto culturale per eccellenza e internazionale per storia e vocazione, ovvero la città di Taormina. Da sempre ammirata e celebrata come crocevia di incontri, scambi e risonanze culturali, da grandi autori come Oscar Wilde, Andrè Gide, Thomas Mann e Tennessee Williams, senza dimenticare Truman Capote. Letterati e intellettuali che hanno fatto di Taormina un luogo simbolo di innumerevoli viaggi di iniziazione e di scoperta, contribuendo a diffondere nel mondo il fascino di una città nata dall’incontro tra Oriente e Occidente.

È in questo scenario unico al mondo che per quindici giorni, nell’ambito delle diverse sezioni tematiche del Festival, alcuni dei più significativi autori di fama internazionale saranno invitati ad incontrare il pubblico, insieme ad altrettanto importanti scrittori italiani già premiati da critica e lettori.

Ospiti della sezione Rotte del Mediterraneo, dedicata ad autori che dal Mediterraneo hanno attinto materia e ispirazione, saranno l’italiano Andrea Angeli (“Senza pace” – Rubbettino) e l’israeliano Etgar Keret, che sarà protagonista di un incontro a “tema libero” per rispondere allo spirito internazionale del festival.

Particolarmente ricca, anche la sezione Il Risorgimento e i 150 anni dall’Unità d’Italia, in omaggio allo storico anniversario del nostro Paese, cui saranno dedicati gli incontri tutti italiani con Massimo Nava (“Il Garibaldino che fece il Corriere della Sera” – Rizzoli), Isabella Bossi Fedrigotti (“Amore mio, uccidi Garibaldi” – Longanesi), Antonio Di Grado (“L’ombra dell’eroe” –Bonanno), Gigi e Clara Padovani (“Italia Buon Paese” – Blu edizioni).

Dedicata alla scrittura al femminile, infine, la rassegna Par(ab)ola di donna con l’incontro con Cristina Zagaria (“Malanova” – Sperling) e la proiezione di emozionanti docu-film e performance su Alda Merini e Marilyn Monroe.

Tre sezioni a tema che fanno da cornice agli incontri con Corrado De Rosa (“I medici della camorra” – Castelvecchi) e Antonio Roccuzzo (“Mentre l’orchestrina suonava Gelosia. Crescere in fretta in una tranquilla città di mafia” – Mondadori), in materia di impegno civile contro le criminalità organizzate, e agli incontri dedicati alla narrativa con Silvia Ballestra (“I giorni della rotonda” – Rizzoli), Valerio Massimo Manfredi (“Otel Bruni” – Mondadori), Elvira Seminara (“Scusate la polvere” – Nottetempo), Alessia Gazzola (“L’Allieva” – Longanesi), Giuseppina Torregrossa (“Manna e miele, ferro e fuoco” – Mondadori), Massimo Maugeri (“Viaggio all’alba del millennio” – Perdisa Pop), Simona Lo Iacono (“Stasera Anna dorme presto” – Edizioni Cavallo di Ferro), Roberto Gugliotta (“Il picciotto e il brigatista” – Fazi editore).

Tra gli altri ospiti che animeranno il Festival, ancora Paolo Valentino, Duilio Giammaria, Antonio Monda, Ennio Morricone, gli Eimog e Gabriella Compagnoni, Cosimo Damato, Emma Dante, Cesare Fiumi, Maria Paiato, Rosario Castelli, Maria Arena, Rosario Scuderi, Alessandro De Filippo.

Tutti gli incontri e gli eventi del Festival si svolgeranno a Taormina tra i giardini della Villa comunale, la terrazza letteraria del Grand Hotel Timeo e il giardino del Centro Studi Babilonia.

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DI UN FANTASMA E DI MARI di Anna Vasta

Prova d’Autore, 2011 – euro 10 – pagg. 62

di Salvo Sequenzia

“Di un fantasma e di mari”, prezioso poemetto della poetessa ripostese Anna Vasta, è un libro che rapisce.

Assediato, quasi, dalla musica. Visitato da fantasmi. E, tra l’assedio del “melò” e le visitazioni lontane, affiora un “elegos” amorosamente memoriale, mirabile per la sua capacità di legare immagini vive, “fresche”, e sentimento.

La cifra stilistica del poemetto, consta soprattutto in un poetare “chiaro”, affettuoso, dolce, “cantabile”. Un poetare che custodisce e rivela, tuttavia, quel fondo “oscuro” che innerva, nello sgorgo impetuoso della memoria, un dire disacerbato, aspro, che inalvea la vena del pianto e tramuta il “rimembrare” in canto.

A entrare nelle pagine, davvero inaudite, di questo canzoniere d’amore e di pena di una figlia – che si fa madre – per propiziare orficamente un ritorno d’amore nella estenuazione del canto, si avverte, già in limine, la “finezza” del dire che impregna lo spartito di questo libro, e che si articola nella polarizzazione attorno alla poesia della gioia ed alla scrittura del pianto, entro la quale palpita una circolarità affettiva endofamiliare, segreta, densa di liquor vitale, umorale, equorea, visionaria.

Risolta, liberata, congiunta a una vastità di cielo e di mare, la parola di Anna Vasta si apre all’abisso, si offre al silenzio.

Rigenerata, essa si modula in nessi sapidi di senso, in suoni sottili, in sillabe originarie e lievitate, in semi, in radici, in punti vitali che suscitano un fantasma, l’ombra di un corpo che infiamma e trascende.

Poiein, per Anna Vasta, sopprime il pensiero, è non-pensiero. E’ nascere un’altra volta. Poiein è dire in silenzio.

Il“vuoto” è, a mio avviso, il soggetto del poemetto.

Vuoto. Dal latino “viduus” si giunge a vedovo, vuotato, “vacuus”, vacuo. L’arte poetica è vocazione al vuoto. Coltivare una metafisica del vuoto, dall’assenza, della mancanza. Questo lo specimen del pensiero poetante di Anna Vasta. La parola poetica può incarnare questo vuoto, può risvegliare l’indicibile, l’innominato l’“interdetto”.

La poesia di Anna Vasta ruota attorno a questo nodo che è fuori dalla parola: immagine non verbale, ma sonora, in parte visiva, segreta alla parola stessa. Io cerco, attraverso questo nodo, il segreto di una parola allarmata, costretta a esprimere l’inesprimibile, che riesce a porre in una condizione di“inattualità” – e perciò di estrema autenticità – “corrispondenze interiori”con altre anime o vite.

L’epicedio, poeticissimo, che informa il “modo” strutturale del poemetto, incornicia, entro un discorso interpretativo non esaustivo, un motivo chiave: la dimensione infera, nebbiosa, brumosa, del finis terrae costiero, per cui il paesaggio è disseminato di “segni” che si fanno presagio luttuoso, schiudendo le porte ad una dimensione plutonica, ultima, in cui dominano il motivo dell’attesa frustata, il “vaneggiamento” contagioso, il muto incombere degli “Acherusia templa”.

Il “colloquio coi morti”, nel recupero pregevole di una tradizione “alta”, si istituisce, entro le trame dei versi, come meditatio mortis della poetessa. Essa instaura una scansione temporale che ancora accoglie la lusinga di una partizione classica della temporalità, che ben presto risulta inadeguata alla Vasta, a causa di un nuovo “sentimento” del tempo che possiede e brivida l’animo della poetessa, e che assume la percezione del tempo ultimo e della “fuga”, per cui il presente si dissolve già nel futuro, ed il futuro si scopre già tempo passato.

L’origine della scrittura poetica è, per Anna Vasta, un’ingiustizia, una morte, un lutto, un distacco: qualcosa di violento e di irreparabile che guarisce magicamente nell’istante in cui la memoria si fa scrittura, per ritornare irreparabile. La sua opera nasce nel segno della melancolia, ma non si sviluppa corteggiando questo sentimento di nostalgia struggente: al contrario, agonisticamente, nella misura suprema in cui la vera poesia sa esserlo, essa lotta nel compito impossibile di una ricostruzione incessante della parola, della vita perduta, creando una giustizia postuma, di natura essenzialmente poetica.

Attorno a queste realtà ultime si consuma per noi la vicenda della poesia di Anna Vasta, poetessa ateologa che apre il suo canto a una terra insicura e dubitosa, e a una lingua amara, che non concede attenuanti al vivere nostro, custode di verità qoheletiche, testimone di un estro straziato, di un modo stravolto e sublime di attingi mento, di una chiamata stringente – malgré tout -dall’inesistere all’esistere.

Salvo Sequenzia

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LA MIA STIRPE di Ferdinando Camon

Garzanti, 2011 – pagg. 160 – € 14,60

recensione di Renzo Montagnoli

Grazie alla stirpe c’è l’immortalità

Si arriva a un momento della vita in cui, ricollegandosi idealmente al passato, si cerca di dare una soluzione all’eterno problema di ogni essere umano, cioè si aspira a che ci sia una continuità, a che resti una traccia di noi per il tempo in cui non ci saremo più.

Camon, nella dolorosa circostanza della grave malattia che colpisce il padre, cerca questo filo ideale che si perpetua nei secoli, così che ognuno di noi esiste perché qualcun altro è venuto prima e di lui portiamo segni inequivocabili, una parte del dna che accomuna i bisnonni ai nonni, ai figli dei nonni, cioè i nostri genitori, noi e i nostri discendenti, un segno indelebile, incancellabile che insieme costituisce traccia e presenza anche quando la nostra vita sarà cessata.

Il suo è un racconto in prima persona, in cui la figura paterna assume una dimensione quasi mistica e se in Un altare per la madre proprio il padre aveva elevato, con commosso omaggio, un’ara a perenne e perpetuo ricordo dell’amata scomparsa, in questo libro lo scrittore padovano diventa l’officiante di una liturgia commemorativa della figura del genitore, più presente nelle prime pagine, assente nominalmente nelle ultime, anche se sempre aleggia la sua personalità, perché la vita è così, perché di chi ci lascia portiamo in noi, oltre che la memoria, alcuni tratti distintivi, così che di ognuno possiamo dire che è parte di una determinata stirpe.

E Camon, che non induce a una facile commozione, è particolarmente toccante quando, memore di una caratteristica familiare (la cisti che prima o poi cresce in testa), ogni volta che incontra le nipotine e ne accarezza i capelli, tasta per percepire se anche nel loro caso si annunci la piccola protuberanza.

Nella narrativa di questo scrittore le nascite e le morti appaiono per quel che sono, cioè un ciclo naturale a cui è impossibile sfuggire, e quindi, per quanto ami il padre, è perfettamente consapevole dell’ineluttabilità del destino, riuscendo anche a gestire un passaggio, che se pur normalissimo è comunque doloroso per chi vi assiste, con una sottile vena di distaccata ironia che, mano mano che le pagine si susseguono, assume anche note piuttosto marcate, con divagazioni, ma non fuori tema, sull’epoca attuale.

Il padre proveniva da quella civiltà contadina, ora scomparsa, avara di ricchezze materiali, ma solida di sentimenti, mentre ora, che abbiamo tutto a portata di mano, avvertiamo un continuo vuoto dentro.

Il libro cresce soprattutto dalla seconda metà in poi, con i capitoli dedicati all’incontro con il Papa in Vaticano, un Benedetto XVI letteralmente fotografato dalla mano dello scrittore, e con il viaggio in treno a Venezia con le due nipotine. Nello scompartimento della carrozza ferroviaria la serena innocenza di una bimba di sette anni, disarmante nelle sue affermazioni, riporta a un candore che il ricevimento in Vaticano ha solo sfiorato, e, nel suo modo pur infantile di ragionare, segue una logica che, con le dovute considerazioni riguardo all’età, è un po’ quella adottata da Camon in questo libro: la sincerità, la completa e totale sincerità dell’autore che più che in ogni altra sua opera deve essere se stesso, per raccontarci quello che lui prova.

E in effetti appaiono del tutto naturali l’apprensione per la sorte del padre, la disperazione di non poter esaudire la richiesta del genitore di vedere il pontefice (ma all’incontro con il Papa ci sarà anche lui, sia pure in fotografia), l’emozione di trovarsi di fronte al rappresentante di Dio in terra, la certezza di essere un anello di una catena che lega indissolubilmente una stirpe.

E il finale è un tocco di grazia che illumina come un alone mistico tutta l’opera, con quel movimento della testa destra-sinistra della bimba che le accentua la somiglianza con la madre, già defunta, dell’autore.

Non vado oltre, perché le righe che seguono e chiudono il libro sono congiuntamente un commosso ricordo della genitrice e la raggiunta convinzione che anche post mortem qualcosa di lui resterà, magari con una rinascita dal ventre di quella bimba.

La mia stirpe è il racconto appassionato di un credente che aspira a un’immortalità terrena grazie alla stirpe di cui è parte; è forse un sogno a occhi aperti, ma credetemi se vi dico che è un bellissimo sogno.

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DUE BLOGGER DOC: FEDERICO NOVARO E GIULIO PASSERINI

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di Massimo Maugeri

Ho avuto il piacere di conoscere personalmente Federico Novaro e Giulio Passerini nel corso del primo festival della letteratura di Palermo: Una marina di libri. Siamo stati invitati a discutere sui blog letterari e sulla cosiddetta “letteratura 2.0”. I progetti editoriali dei blog di Federico e Giulio mi hanno affascinato, così come sono rimasto piacevolmente colpito dalla loro passione, competenza e serietà. Per questi motivi li ho invitati a partecipare a questa rapida chiacchierata on line…

1. Federico… Giulio… Come nascono i vostri blog? Da quale esigenza o intuizione?

(Federico Novaro) – La mia prima esigenza cui rispose federiconovarolibri fu di avere un luogo dove rendere accessibili i miei materiali che pubblicava L’Indice dei Libri, che allora, era il 2008, era assente dalla rete. Al materiale edito sul cartaceo ne aggiunsi subito altro inedito, in un’ottica di servizio: mi pareva mancasse un luogo dove si potesse parlare di editoria con un linguaggio accessibile e di testi LGBTQ fuori dal linguaggio settoriale. In entrambi i casi volevo ci fosse uno scarto dal consueto. L’intuizione era di vedere se c’era spazio in rete per una comunicazione che non fosse solamente declinata in prima persona. A ora non so quanto sia stata felice o invece abbia nuociuto, dal punto di vista degli accessi, ma io ne sono molto contento, anche di trasgredirla spesso.

(Giulio Passerini) – Leggevo spesso sui giornali articoli in cui si magnificava questo testo o quell’altro: si parlava di autori, di pagine e di storie. Altri articoli invece (meno frequenti a dire il vero) raccontavano la storia del libro come oggetto fisico, il mondo che gli girava attorno e le persone coinvolte nella sua costruzione.

Più raro il caso di qualcuno che cercasse di fare il collegamento fra i due tipi di approccio. Mi sono chiesto allora: perché non provare a giudicare un libro dalla copertina?

Sono convinto che essere editori significhi avere un progetto e affidare un’idea a degli oggetti. Non si tratta di mettere delle pere in una cassetta di legno, ma di ritagliare spazi di realtà deperibile, in serie, su cui cucire -a filo testo- del significato di valore. Ecco perché credo che un editore che rispetta il proprio lettore e crede in quello che fa non possa pubblicare libri brutti. O meglio, libri che non incarnino il progetto che si è dato a perseguire.

2. In cosa consiste il vostro “progetto editoriale”? Quali sono gli obiettivi?

FN – L’obiettivo è essere utile. Il corollario sperato ma non perseguito, è che a un certo punto si trasformi da un servizio di puro volontariato, mio e delle persone che collaborano con federiconovarolibri (Norman Gobetti, Camilla Valletti, Mariolina Bertini, Giacomo Giossi le presenze più assidue), a qualcosa che possa autofinanziarsi. Se fra qualche tempo si potesse andare negli archivi del blog con la convinzione di trarne uno sguardo interessante su quel che è capitato in editoria e su cosa è stato pubblicato di testi LGBTQ in questi anni, sarei davvero soddisfatto.

GP – Cerco di segnalare libri e copertine dove l’attenzione grafica (o, in alternativa, la sciattezza) emerga con forza e risponda a criteri di originalità, resa estetica, aderenza al contenuto e coerenza. In genere preferisco i piccoli editori -che spesso riservano le sorprese più gradite.

3. Chi sono i vostri lettori di riferimento?

FN – Chi lo sa? La scelta di non stare in una retorica di genere (non insistere sui termini tecnici -quando mi occupo di editoria-, non assumere il portato della militanza queer -quando mi occupo di testi LGBTQ) mi ha portato un pubblico molto misto, ma questo lo intuisco soltanto, per statuto federiconovarolibri non basandosi sui commenti di chi legge – che trovano spesso spazio altrove, su fb, su tw e attraverso le mail – la percezione è nuvolosa, e immaginaria. Io mi immagino un pubblico che coltivi uno sguardo critico sul mondo, e credo sia così.

GP – Non scrivo per un tipo di lettore in particolare; mi piace pensare che chi legge il mio blog lo fa perché vi trova contenuti di suo gusto. Fra questi grafici, illustratori, librai, docenti di scuola, ma soprattutto tantissimi amanti dei libri in genere.

4. Qual è l’esperienza e/o l’aneddoto più bello legati ai vostri blog che avreste voglia di raccontare?

FN – Tempo fa, quando cominciai a fare la serie delle “cartoline”, post molto più brevi delle abitudini di federiconovarolibri, basate su un’immagine e declinati in io, un lettore commentò: ma ora al posto di leggerli i libri li fotografi? Fu un commento ironico e affettuoso per me nodale, che descrive bene una direzione che sta prendendo la comunicazione intorno ai libri in rete.

GP – Uno dei post che ha avuto più successo è stato quello che ho dedicato alle varie edizioni di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. E’ un libro poco letto ma bellissimo, a cui sono molto legato; è stato emozionante vedere quanto la gente fosse interessata a conoscerlo, e contribuire anche solo in minima parte alla sua diffusione è stato straordinariamente gratificante.

5. Progetti per il futuro?

FN – Eccome. federiconovarolibri vive di progetti, ma la sua natura di bradipo gli impedisce di parlarne. Posso dire che, fatto salvo il fatto che tutto resterà uguale, cambierà tutto. Vedremo.

GP – Ho appena scritto il centesimo post per Who’s the reader. Sono pronto per altri cento.

In bocca al lupo a Federico Novaro e Giulio Passerini…

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FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA di Maria Lucia Riccioli

Perrone Lab, 2011

Un’allodola ferita nel cuore della Sicilia

di Maria Rita Pennisi

Allodola, messaggera del mattino, è Mariannina Coffa, che si affaccia all’alba del Risorgimento con la sua personalità e la sua poesia nel libro “Ferita all’ala un’allodola” di Maria Lucia Riccioli. Bambina prodigio, orgoglio del padre, del nonno e di tutta Noto, vive in quegli anni, imbevuta di ideali poetici e patriottici. Si sente partecipe di questo grande momento storico, che vede protagonisti tanti uomini e donne d’Italia, con cui lei è in contatto. Famiglia borghese quella dei Coffa-Caruso, padre avvocato e nonno medico, che orbita tra Massoneria e Trasformati e che cospira contro i Borboni, perché sogna l’Italia Unita. Un romanzo ricco di colori, di profumi, di sapori, di contatti morbidi e ruvidi tra i tanti personaggi, che l’autrice ha saputo delineare perfettamente.

Un romanzo pieno di sensualità e di atmosfere romantiche. Decise le personalità maschili, cui la scrittrice dà voce. Toni intimi e sommessi, invece, quelli delle donne, vestali delle loro famiglie. Fragili fiori su cui si abbattono tutte le intemperie e che resistono forti delle certezze del loro mondo immutabile. Mariannina non è come loro. Mariannina vuole cambiare le cose. Gli abiti di moglie e di madre le vanno stretti, non accetta questo ruolo borghese. Lei vuole essere il mondo, vuole vivere il mondo e far sentire la sua voce, la sua opinione, come quella di tante eroine del suo tempo, come ad esempio Concettina Sammartino Fileti.

Un romanzo storico-risorgimentale quindi, che presenta anche una ricca parte documentale. Diversi anni di lavoro e di ricerca hanno impegnato l’autrice, affinché la protagonista potesse muoversi agilmente negli ambienti di Noto sua città natale, Siracusa dove aveva studiato nel collegio laico Peratoner e a Ragusa in cui fu moglie infelice di Giorgio Morana, dopo aver lasciato Ascenzio Maceri, per ubbidire alla volontà paterna. Ascenzio Mauceri, suo maestro di musica, apprezzato autore di melodrammi e suo unico amore, è l’uomo a cui si vota per la vita.

Nulla ha colore a Ragusa per lei, che si sente sempre più sola e tagliata fuori da quella vita di poesia e di contatti culturali, cui si sentiva votata. Solo sospetti, pettegolezzi, solitudine si stringono attorno a lei. Ascenzio, a un certo punto, interrompe per sempre la corrispondenza con la poetessa. Abbattuta dal dolore, stremata dalla malattia e dall’alienazione, Mariannina farà ritorno a Noto, nella speranza che per lei le cose cambino. Questa però non è più la sua Noto di un tempo.

Oltre un romanzo storico quindi, anche una grande storia d’amore. La protagonista viene descritta dall’autrice come un personaggio straordinario. Spiritista, seguace della omeopatia, che in quegli anni a Catania aveva una grande scuola di pensiero, donna colta, intelligente, vivace e ipersensibile. Mariannina è travolta dal daimon della poesia e le sarà impossibile vivere nella quotidianità. È un’allodola a cui ormai hanno spezzato un’ala. Così non può raggiungere il cielo. Neanche l’angelo Uriel, che le ha infuso per anni il fuoco poetico, può più aiutarla.

Fonte: La Sicilia del 10/06/2011

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È COLPA DI CHI MUORE di Franco Calandrini

Edizioni “Il Maestrale”, 2011 – euro 15

Franco Calandrini (Ravenna 1961), produttore di documentari, corti e videoclip fino alla fine degli anni Novanta, ha in seguito fondato due festival di cinema: Corto Imola Film Festival e Ravenna Nightmare Film Fest che tuttora dirige. La raccolta completa dei racconti, intitolata “”Io non so fare niente”, pubblicata da Giovane Holden Edizioni, è stata tra i finalisti del Premio Letterario “Vladimir Nabokov” e ha ottenuto una Menzione Speciale alla XX Edizione del Concorso Nazionale Letterario “Garcia Lorca”. E’ colpa di chi muore” è il suo primo romanzo.

Ecco la scheda del libro:

“Nella zona portuale di una città innominata, sotto la pioggia di un’alba gelida, un ragazzo spinge una sedia a rotelle con sopra un vecchio inebetito. Il ragazzo entra nell’unico, bar aperto a quell’ora. Porterà il gelo là dentro, fra gli avventori, quando a un barista svogliato e scontroso dirà platealmente che sua madre si è appena impiccata e che, se non porta subito un caffè al padre sulla sedia a rotelle, si ammazzerà anche il vecchio. Come la vita di Ermes e Ivan, padre e figlio con troppi anni di differenza, sia arrivata fino a questo punto si saprà ascoltando il racconto delle 36 ore precedenti. L’odissea urbana è narrata dalla voce di un ragazzo cresciuto molto in fretta fra una giovane madre modesta cantante d’opera, in fuga da tutti e da se stessa, e l’assistenza al padre, menomato nel corpo e nella mente. Un precipitare di eventi, aperto dall’impatto con la morte violenta, costringe a un’ulteriore comprensione del mondo, che può risultare persino peggiore di come il protagonista se l’era immaginato. E gli avvenimenti impongono una nuova dolorosa lettura del passato che porta alla percezione di una inquietante verità, ma può anche portare a riscrivere il proprio futuro”

– Franco Calandrini, come nasce “E’ colpa di chi muore”?

Nasce in po’ come tutte le altre cose che ho scritto, anche quelle molto meno fortunate: perché “non avevo niente da fare”, mi verrebbe da dire citando il poeta. Io non appartengo alla categoria di scrittori divorati dal fuoco della creazione. Non ho grandi urgenze. Essendo arrivato alla scrittura per caso e in così tarda età nessuno aspettava il mio romanzo, per cui mi son preso tutto il tempo che serviva.

Comunque il processo della creazione è davvero divertente: getti l’esca, pasturi un po’ e aspetti che le idee si raggruppino attorno l’amo. A volte sono semplici suggestioni, a volte invece solide come fossero già state scritte, solo da ricopiare. E allora ti chini sulla tastiera e ti butti a testa china, slalomando tra un paletto e l’altro, quasi stupito di quello che stai scrivendo. Poi le rileggi e decidi se buttarle e o tenerle o, come succede quasi sempre, lavorarle e lavorarle fino ad arrivare ad una versione soddisfacente.

“È colpa di chi muore” nasce comunque dall’esigenza di mostrare l’esistenza di un universo morale in cui vivere e operare le proprie scelte, diverso da quello del sentire comune o dalla morale comune, che merita di essere rappresentato. Non è vero che tutti siamo colpevoli o che tutti dobbiamo caricarci o scontare “le colpe dei padri” perché così è, o perché è così che deve essere. La vita, l’esperienza, l’età ci porta a pensare in questo modo, ma c’è un momento nella nostra vita in cui ti senti nel giusto, perché quello che fai ha una morale oggettivamente inattaccabile , perché ancora non sei sceso a compromessi, perché ancora non ti sei sporcato le mani. Non hai colpe, ma non perché tu non le abbia realmente, ma perché tu non te le senti addosso. C’è un’età in cui niente di quello che di brutto succede può essere attribuito a te, tu vivi nel giusto, hai solo certezze, non hai ancora fatto scelte definitive per cui potresti fare ancora tutto. C’è un età in cui tutto ti è dovuto per il solo fatto che esisti e perché pensi di meritarlo. I primi problemi, i primi insuccessi – quando arriveranno, perché stai certo che arriveranno – ti sembreranno solo incidenti di percorso. Tu non hai colpa di niente di quello che ti succede attorno e nemmeno di quello che succede nel mondo esterno (là, dove c’è “il grande freddo” direbbe Lawrence Kasdan), la colpa di tutto è sempre degli altri, perfino di chi muore. Un momento irrepetibile nell’arco dell’intera vita, quasi magico, in cui ti senti invincibile, di cui perdiamo memoria. Questo libro serve un po’ anche questo, a ricordarci quando eravamo puri, nel giusto, integralisti anche, infantili egocentrici, certo, ma più puliti di adesso.

– Da quale fonte di ispirazione… ?

Io non ho fantasia, per niente proprio, per cui attingo al mondo reale, alle cose che ho vissuto e alle persone che ho incontrato. Ovviamente per non essere querelato o insultato, altero il pH, ma il composto è quello. Comunque, sub-plot a parte, i cardini su cui poggia la storia sono quattro: il senso di giustizia; il teatro; la degenerazione celebrale; la morte.

1. Il senso di giustizia qui è rappresentato da Ivan, il moralista, che somiglia molto ad un ragazzo che ho conosciuto tanti anni fa e che ha il proprio omologo letterario nel Jimmy Porter di Ricorda con rabbia. Un carattere (inteso nell’accezione drammaturgica) e che è mi è rimasto impresso talmente tanto, che anche in altri racconti che ho scritto, in un modo o nell’altro viene fuori. Non so perché, ma prima o poi lo scopro. Sono affascinato da chi ha un’idea della vita così netta, del senso di giustizia così puro e assoluto, da questo tipo di integralismo infantile ed innocuo, tutto sommato.

2. Il Teatro, qui rappresentato sia dai I mimi della lirica, che dai burattini di Ermes, è un luogo (anche mentale) a cui torno sempre volentieri. Lo spettacolo che cita Ermes (Il Tarlantan della Moscovia) è un classico del Teatro di Figura, l’ho visto da bambino quando Monticelli, il capostipite di una Famiglia di burattinai lo portava nelle scuole elementari di tutta Italia, e quando posso lo riguardo ancora con grande emozione; I Mimi della Lirica li ho visti veramente in azione, e come Ermes mi sono commosso veramente la prima volta che ho assistito ad un loro spettacolo, dimenticando totalmente (rimuovendo in quanto, non significante) che si trattava di una rappresentazione in playback. La loro dedizione e la consapevolezza del ruolo che occupano nell’arte è commovente.

3. La degenerazione celebrale, quando la vedi da vicino, manifestarsi in una persona che ami, per quanto tragica diventa una cosa di cui ci puoi perfino ridere. Ma di cui ridere “con”, non ridere “di”. Ci sono degli appuntamenti nel processo di degenerazione che sono inarrestabili e nel momento in cui la vittima è cosciente di quello che gli sta accadendo sono davvero strazianti. Superata quella fase, anche se sai che è una strada senza ritorno, tutto diventa più semplice e accettabile e naturale. Naturale, come la vita e la morte.

4. Ovviamente, su tutto e tutti, pesa la madre, viva o morta che sia. Ma questo era implicito.

Comunque, anche se nessuno me l’ ha chiesto, vi do sette motivi per cui dovreste comprare il libro di un esordiente cinquantenne: 1) è stato scelto da Edizioni Il Maestrale, e vi assicuro che, a parte me che non mi conoscete e di cui fate bene a dubitare, pubblica solo gente seria!) 2) è adatto ad ogni età: ed infatti ci si può identificare in chiunque: dal ventenne incazzato col mondo intero, al settantenne bollito, alla quarantenne depressa con tendenze suicide (esistono altre categorie?); 3) ed è adatto ad ogni ceto culturale: sono autodidatta e scrivo in modo molto elementare; 4) ed è pure adatto ad ogni ceto sociale, dato che il prezzo ( se lo comparate in rete, e già che ci siete visto che state leggendo questo articolo, approfittatene) è molto popolare; 5) ho una percentuale sulle vendite, e se l’intervista vi è piaciuta avete modo di dimostrarlo concretamente; 6) se arrivo alla prima ristampa di sicuro me ne pubblicheranno un altro; 7) si legge in un week end, per cui l’impegno è davvero limitato, dopodiché, come dice Carver, citando Cechov (e adesso voglio vedere chi si perde la chiusura!) potete “passare alla prossima occupazione: la vita. Sempre la vita”.

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L’INCANTESIMO DELLA BUFFA di Silvana Grasso

Marsilio, 2011 – pagg. 208 – euro 18

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di Massimo Maugeri

Quest’anno la casa editrice Marsilio festeggia una ricorrenza importante, giacché giunge al suo cinquantesimo compleanno (l’anno di nascita è, appunto, il 1961). Probabilmente il modo migliore per festeggiare, dato che parliamo di una casa editrice, è arricchire il proprio catalogo innalzandone la qualità. Ed è ciò che è avvenuto con l’acquisizione delle opere di Silvana Grasso. L’opera omnia della scrittrice siciliana, nata a Macchia di Giarre, nel catanese, verrà ripubblicata dall’editore Cesare De Michelis, a partire da “L’albero di Giuda” (già disponibile).

Di più. È giunto di recente in libreria il nuovo romanzo della Grasso intitolato “L’incantesimo della buffa” (Marsilio, 2011, euro 18), uno dei libri migliori pubblicati nella prima parte di quest’anno: un romanzo che lascia ben sperare per il futuro di quella parte della letteratura italiana che si fonda, ancora oggi, – oltre che sulla imbastitura di storie avvincenti e trame forti – sulla ricerca del linguaggio, sull’invenzione dello stile, sull’approccio visionario, sul talento avvolgente di chi (è appunto il caso della Grasso) riesce a fare della parola incisivo strumento di grande seduzione. E, forse, tra le altre cose, non è azzardato affermare che siamo dinanzi al miglior romanzo dell’autrice di “La pupa di zucchero” (e altre note opere).

La storia inizia con una scena fortissima, incentrata su un suggestivo processo di “vestizione”: una madre povera si appresta a far indossare alla figlia, altrettanto indigente, un abito nuziale che viene loro prestato. Non si capisce subito, ma quando il lettore scopre che si tratta della vestizione di una morta, la rivelazione colpisce come un pugno allo stomaco. Siamo di fronte a uno di quegli incipit che, una volta letti, rimangono dentro in maniera indelebile. È così che comincia questa storia ambientata nella Sicilia della Seconda Guerra mondiale, nel paesino di Roccazzelle, sulla costa di Gela: un luogo dove il tempo sembra essersi fermato, che pare quasi rimanere immune dagli esiti della guerra, e dove gli abitanti continuano a crogiolarsi tra consuetudini e credenze locali, come quella dell’incantesimo della buffa… secondo cui se fissi negli occhi la femmina del rospo, poi non cresci più.

Non è difficile immaginare il valore metaforico di tale credenza, che aleggia tra le pagine libro al punto da dargli il titolo.

Tra i vari personaggi messi in scena dalla Grasso, primeggiano Gesù e Tea: entrambi ragazzini, entrambi orfani. Gesù ha tredici anni: sua madre è morta, il padre l’ha abbandonato per andarsene in Australia. È costretto a farcela da solo, nonostante tutto. Tea è una bambina non vedente, figlia di un gerarca fascista e di una violinista austriaca che ha deciso di togliersi la vita. Tra i due nasce un idillio magico e commovente, nonostante le diversità (anche linguistiche). Poi ci sono il burbero Toni e il “poetico” e idealista Agostino, manovali del cimitero, che si concedono discussioni sui princìpi della giustizia e dell’eguaglianza. Sopra tutto e tutti, una vita difficile da condurre, pronta a bloccare qualunque tentativo di crescita se ci si sofferma a guardarla negli occhi.

“L’incantesimo della buffa” è un romanzo entro cui si dipana un pezzo della grande Storia, raccontata – o meglio – vissuta dal punto di vista degli ultimi, degli antieroi, di coloro di cui si è parlato e si parla poco, in uno scenario mitologico scandito dalle pennellate della Grasso.

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UNA MARINA DI LIBRI

Primo festival dell’editoria indipendente a Palermo: 3-5 giugno. Sta per arrivare Una Marina di Libri

Tre giornate, quaranta case editrici indipendenti provenienti da tutta Italia, più di cento iniziative per tutte le età in unica manifestazione: presentazioni, reading, incontri con gli autori, laboratori artistico – creativi dedicati ai bambini, letture animate, incontri professionali, dibattiti tematici. E ancora una mostra sul libro d’artista, sei passeggiate letterarie, un gioco a squadre sul mondo dei libri, un concorso per booktrailer, performance musicali, installazioni, estemporanee di pittura, esposizioni, proiezioni, speaker’s corner.

Questi i numeri di Una Marina di libri, primo festival dell’editoria indipendente a Palermo: una vera e propria festa del libro che animerà gli spazi di Palazzo Steri dal 3 al 5 giugno.

La manifestazione, promossa dal Consorzio Centro Commerciale Naturale Piazza Marina & dintorni e da Navarra Editore in collaborazione con Associazione Oliver, Officine Studi Medievali e MDU – Movimento degli Universitari e patrocinata dall’Università degli Studi di Palermo, prenderà il via venerdì 3 giugno alle ore 16.30.

“L’idea di un festival del libro a Palermo, nell’area di Piazza Marina, – spiega Maria Giambruno, presidente del Consorzio CCN Piazza Marina & dintorni – si colloca perfettamente nel lavoro di valorizzazione cittadina portato avanti dal Consorzio. La sfida è quella di riuscire a fare economia e sviluppo ripartendo dal territorio e utilizzando come chiave strategica la cultura.”

“Il festival – sottolinea Ottavio Navarra, di Navarra Editore – è realizzato con un budget ridottissimo. Al silenzio e al vuoto delle istituzioni culturali, rispondiamo con l’impegno di un team di ragazzi volontari che in questi mesi hanno lavorato duramente e con passione per la riuscita di questo importante evento, con la collaborazione di un nutrito cartello di associazioni che supportano il festival, con la partecipazione di editori ed autori di calibro nazionale che hanno voluto essere presenti a Palermo, nonostante l’assenza di risorse. Il nostro obiettivo è quello di rendere la manifestazione un appuntamento fisso e candidare Palermo a diventare il terzo punto nevralgico in Italia nell’ambito delle fiere editoriali, dopo Torino e

Roma”.

Il fitto calendario di appuntamenti delle tre giornate è diviso in tre momenti principali: la mattina – dalle 9.30 alle 13.30 – dedicata principalmente alle attività per bambini e ragazzi (incontri con autori e illustratori, laboratori artistico-creativi, letture animate) e agli incontri professionali (Lo stato dell’editoria oggi; L’editoria digitale; La traduzione Letteraria) rivolti a addetti ai lavori, appassionati e studenti; il pomeriggio – dalle 16.30 alle 20.00 – animato da un intensissimo calendario di presentazioni e reading (un appuntamento ogni ora per quattro sale) proposto dalle case editrici presenti al festival; la sera – dalle 21.00 alle 24.00 – dedicato a dibattiti tematici, proiezioni e spettacoli.

Ad aprire i dibattiti tematici venerdì 3 giugno alle 21.00 saranno Emma Dante, Viola Di Grado, Veronica Tomassini, Beatrice Monroy e Annalisa Maniscalco, le cinque voci protagoniste dell’incontro “Scritture di donne”, sabato 4 giugno sarà la volta di Massimo Maugeri, Federico Novaro, Francesco Mangiapane e Giulio Passerini che discuteranno di “Letteratura 2.0: il fenomeno dei blog culturali”, mentre domenica 5 giugno la fa da protagonista il genere noir con il dibattito “Visioni in nero” a cui interverranno Elisabetta Bucciarelli, Antonio Pagliaro e Rosario Palazzolo, tre tra i più promettenti autori italiani del genere.

Gli spettacoli sul palco saranno inaugurati venerdì 3 alle 22.30 dalla voce e la musica di Pierpaolo Capovilla, frontman de Il Teatro degli Orrori, la rock band più apprezzata del 2010, che si esibirà in Eresia, un reading sul poeta e drammaturgo russo Vladimir Majakovskij; sabato 4 la serata è invece dedicata alla musica jazz del Brass Group; mentre domenica 5 Una Marina di Libri chiude con lo spettacolo teatrale Rabat di e con Salvo Piparo.

Tra gli altri ospiti, protagonisti degli incontri pomeridiani: Gian Mauro Costa, Santo Piazzese ed Elisabetta Bucciarelli dialogheranno sul ruolo dello scrittore contemporaneo; Patrik Ourednik, scrittore eclettico, traduttore, linguista, redattore di enciclopedie, curerà un reading dedicato al Trattato sul buon uso del vino di Francois Rabelais (duepuntiedizioni); Giuseppe Schillaci parlerà del suo fortunato romanzo Le Ceneri di Palermo (Nutrimenti) insieme a Evelina Santangelo; il poeta Elio Pecora presenterà il suo primo testo dedicato ai più piccoli Una cane in viaggio (Orecchioacerbo); Domenico Scarpa e Matteo di Gesù discuteranno dell’appena pubblicato Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini (:duepunti edizioni) il primo numero della collana :posizioni; Massimo Maugeri, curatore del blog Letteratitudine presenterà il suo “Viaggio all’alba del millennio”, una raccolta di racconti appena pubblicata da PerdisaPop; Rita Borsellino con Daniela Dioguardi racconterà l’esperienza delle donne del digiuno dopo la strage di Via D’Amelio, contenuta in “Ho fame di giustizia” (Navarra Editore), Anna Paola Concia parlerà del discusso “La città del sesso” (Caratteri Mobili). E ancora la casa editrice Verbavolant presenta “Le parole del giglio”,

una raccolta di racconti inediti di Oscar Wilde; in anteprima verrà presentato “Fellini e Manara” (Navarra Editore) di Laura Maggiore e introduzione di Vincenzo Mollica con tavole inedite di Federico Fellini disegnatore, spazio anche alla letteratura migrante con Storie di extracomunitaria follia di Claudilèia Lemes Dias (Compagnia delle Lettere).

Per gli amanti dei documentari Una Marina di Libri offre anche un ciclo di docu-inchieste curate dal SiciliAmbiente Documentary Film Festival volto a promuovere e diffondere una “cultura della sostenibilità”: Standing Army, H2O Turkish Connection, The Nuclear Comeback sono i documentari in programma, tutte le sere a partire dalle 21.00 in chiesetta.

Infine per tutti gli scrittori o gli aspiranti tali che non hanno trovato spazio nel programma ufficiale del festival c’è Una Marina di Voci: uno speaker’s corner libero in cui presentare i propri scritti. I pomeriggi di sabato 4 e domenica 5 giugno, dalle 17.00 alle 19.00, il palco sarà aperto per chiunque voglia leggere, recitare, esporre il proprio testo. Autori emergenti, giovani scrittori, poeti in erba avranno dieci minuti a propria completa disposizione per far conoscere al pubblico versi, personaggi, storie.

Il programma su http://www.unamarinadilibri.it/ o sulla pagina facebook Una Marina di Libri.

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SCRIVERE SUI MARGINI: FESTIVAL DELLE LETTERATURE E DELLA SOCIETÀ

Villaggio Barona, via E. Ponti – Milano

da venerdì 27 a domenica 29 maggio 2011

“Luoghi, mappe e territorio” è il tema dell’edizione 2011 di “Scrivere sui margini”, il festival delle Letterature e della Società che trova la propria ragione d’essere nella fedeltà al “posto” in cui è nato e si svolge: il Villaggio Barona.

Durante l’ultimo fine settimana di maggio, artisti e autori – accomunati da una particolare sensibilità per la componente “geografica” della scrittura – ci raccontano luoghi e storie di paesaggi non sempre segnati sulle carte geografiche: gli appunti, i racconti e le personalissime mappe del globetrotter Gabriele Romagnoli si alternano con quelle dei luoghi della letteratura italiana di Edoardo Affinati, esploratore della tradizione, per chiudere con le cattedrali cittadine descritte da Luca Doninelli nel suo romanzo, fresco di stampa, Cattedrali. Luoghi sacri e profani, (Garzanti).

Dell’Italia prima e dopo, ovvero dall’Unità alla dissoluzione, ci parlano Alessandro Bertante (Nina dei lupi, Marsilio) e Alessandro Mari (Troppo umana speranza, Feltrinelli), mentre la lettura dell’atlante al femminile è affidata al confronto tra due esordienti d’eccezione: Viola Di Grado (Settanta acrilico e trenta lana, edizioni e/o) e Barbara di Gregorio (Le giostre sono per gli scemi, Rizzoli). Lo spettacolo teatrale degli Alma Rosé, “Canto per la Città”, è un viaggio denso di incontri dedicato a Milano: una dichiarazione d’amore, di un amore difficile ma non impossibile, in cui a ciascuno degli spettatori viene chiesto dove batte ancora il cuore della città.

I “tavoli sociali” anche quest’anno esplorano problematiche cittadine, raccontando con due appuntamenti sia progetti di coesione sociale che il mondo delle mamme e dei bambini milanesi.

Due i laboratori legati alla scrittura sui luoghi, uno di narrativa e uno di poesia: il primo è tenuto Luca Doninelli (Racconti urbani alla Barona) e si chiude a fine festival con il reading dei racconti dei partecipanti. Il secondo, condotto dalla poetessa e scrittrice Anna Lamberti Bocconi, affronta la tecnica della scrittura poetica, cercando di affinare l’orecchio interiore alla sensibilità specifica della poesia.

Tanti gli incontri e i laboratori ideati per i più piccoli, ma non solo: si può parlare di calcio, della fortunata serie Gol! e delle Cipolline con Luigi Garlando, viaggiare nei paesi dell’avventura con Mino Milani, ascoltare il monologo astronomico-strampalato di Andrea Valente, e giocare a fare il clown con Claudio Madia.

A parlarci di un margine “ricucito” è la mostra fotografica ideata dall’associazione culturale Mesopotamia, dedicata a un’installazione alla Stazione di Romolo, luogo simbolo della zona Sud di Milano.

Come racconta Alessandro Zaccuri, ideatore del festival: “Appartenere al proprio tempo significa attraversarne i luoghi, e in questo i margini hanno un compito da svolgere: indicano zone di crisi, alludono alla possibilità di un passaggio o alla necessità di un ponte”.

Per questo il legame tra la sede del Festival, il Villaggio Barona, e la manifestazione ormai alla sua terza edizione, è particolarmente significativo: Scrivere sui margini si pone come momento di cooperazione tra i soggetti che abitano nel villaggio e le sensibilità culturali presenti a Milano che hanno deciso di accettare la sfida di investire sul rapporto, ancora debole e spesso trascurato, tra cultura e periferia urbana.

Il Villaggio Barona è un progetto di riqualificazione urbana e rappresenta un esempio concreto delle possibilità offerte dalla trasformazione e dal cambiamento.

Sostenuto dalla Fondazione Cassoni, proprietaria dell’area e promotrice dell’iniziativa, con il sostegno della Parrocchia dei Santi Nazaro e Celso e dell’Associazione Sviluppo e Promozione Onlus e con il contributo di Fondazione Cariplo e di Banca Popolare di Milano, il progetto prende forma nel 2001 dopo aver ottenuto dal Comune di Milano le autorizzazioni necessarie. Oggi il Villaggio è costituito da 78 appartamenti in affitto a canone calmierato; 4 comunità alloggio per malati di AIDS, ragazze madri, disabili psichici, anziani non completamente autosufficienti inserite all’interno della residenza; 12 spazi commerciali che operano in una prospettiva di servizio; un ostello con 120 posti letto per giovani studenti e lavoratori; un complesso di servizi diurni di assistenza sociale, di accoglienza e accompagnamento rivolti alle situazioni di maggiore difficoltà; una palestra e un parco pubblico di 20mila metri quadrati.

Il progetto “Scrivere sui Margini” è promosso dal Comune di Milano, dalla Fondazione Cassoni e ideato da Alessandro Zaccuri in collaborazione con l’Associazione “Scrivere sui margini”.

Questa edizione è stata realizzata con la collaborazione organizzativa del MEC Master Eventi Culturali di ALMED, Alta Scuola in Media Comunicazione e Spettacolo dell’Università Cattolica di Milano.

Per scaricare il programma dettagliato: www.scriveresuimargini.org

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UN SOGNO LETTERARIO CHIAMATO INSULA EUROPEA

di Massimo Maugeri

Conosco da tempo il sogno letterario dell’amico Carlo Pulsoni legato al bellissimo progetto “Insula Europea”. Ne ho parlato più volte su Letteratitudine e altrove. Il sogno continua. Gli ha dato spazio, pochi giorni fa, “Affari Italiani”. Riporto il testo dell’articolo di Antonio Prudenzano, intitolato: Il “nuovo” scouting letterario si fa sul web (e in università).

Ogni giorno in Europa si pubblicano decine di libri. Spesso, però, opere meritevoli pubblicate all’estero non riescono a trovare un editore italiano disposto a tradurle nella nostra lingua. Oppure l’editore lo trovano, ma in grave ritardo. Ecco perché l’idea di un gruppo di giovani studiosi delle varie letterature nazionali (coordinati da Carlo Pulsoni, docente di Filologia romanza presso l’Università di Perugia) di lanciare una “vetrina” che si propone di segnalare opere già pubblicate all’estero e meritevoli di essere tradotte in italiano, è sicuramente degna d’interesse. La “Vetrina letteraria” in questione è ospitata dal portale http://www.insulaeuropea.eu. Qui, in un’apposita sezione, si trovano le schede, firmate da giovani accademici disponibili a fornire agli editori interessati ulteriori informazioni sull’opera segnalata. “L’aggiornamento della Vetrina sarà costante. Già adesso si trovano schede di 23 romanzi di 9 lingue differenti”, spiega Pulsoni presentando l’iniziativa in anteprima ad Affaritaliani.it. E aggiunge: “Credo che il vassoio di queste proposte (tutte inedite in Italia) possa interessare gli editori, che potrebbero vagliarle e, se colpiti, chiedere informazioni agli schedatori che a loro volta potrebbero fornire loro anche eventuali traduzioni di parti o dell’intera opera”. Quanto al portale, insulaeuropea.eu è promosso da “un gruppo di studiosi di diverse discipline (storici, filologi, specialisti delle letterature europee) e bibliotecari di varie nazioni della Unione Europea, accomunati dalla passione per le tematiche europee, ma anche dalla voglia di creare iniziative che possano contribuire alla formazione di un’identità culturale europea”. Tra le schede già presenti sul sito (già una ventina), quella di “Zeptej se táty [Chiedi a papà]” di Jan Balabán (Brno, Host, 2010), quella di “Dans ma maison sous terre [Nella mia casa sotto terra]” di Chloé Delaume (Paris, Seuil, 2009), e quella di “Diablo Guardián [Diavolo custode]” di Xavier Velasco (Editorial Alfaguara, 2003). Di sicuro l’attività di scouting dei tanti consulenti degli editori italiani sparsi per il mondo è e resterà fondamentale. Ma, soprattutto per gli editori più piccoli, la “mediazione” di questa vetrina rappresenta un’occasione da non mancare.

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GRANTA SBARCA IN ITALIA

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E’ arrivata finalmente in libreria l’edizione italiana di Granta, la celebre rivista letteraria inglese che da oltre trent’anni raccoglie le voci più interessanti del panorama internazionale.

Dopo il successo delle edizioni spagnole e portoghese, nel laboratorio di nuove scritture della rivista approdano finalmente anche i grandi nomi italiani.

Ogni numero, come nella tradizione, ruota intorno a un tema, sul quale dialogano i grandi autori e gli esordienti attraverso racconti, reportage, immagini (dalla fotografia alla graphic novel).

Il primo numero è stato presentato ufficialmente al Salone Internazionale del libro di Torino. In libreria da maggio, è dedicato al lavoro, con contributi, tra gli altri, di Salman Rushdie, Michela Murgia, Colum McCann, Walter Siti e Francesco Piccolo.

In uscita in autunno, il secondo numero della rivista ci racconterà di amore e violenza, famiglia e desiderio, sogni e perversioni, speranze e di ricordi: in una parola, di sesso.

La lettura continua anche on line, sul sito http://www.grantaitalia.it, che arricchirà la rivista con continui aggiornamenti, nuovi racconti

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