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NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA di Andrea Molesini

novembre 30, 2011

NON TUTTI I BASTARDI SONO DI VIENNA di Andrea Molesini

Sellerio editore, 2011 – pagg. 376 – euro 14

Non tutti i bastardi sono di Vienna

Recensione e intervista di Sergio Sozi

Filmico è filmico. Altro che. Purtroppo. Ma fortunatamente anche neorealistico nel senso del Pasolini romanziere, quello di ”Una vita violenta”.

Però, con il corposo romanzo storico ”Non tutti i bastardi sono di Vienna” (Sellerio editore), ambientato durante l’occupazione austroungarico-tedesca del Veneto dopo Caporetto, il Premio Campiello 2011, oltre ad una buona ‘’sceneggiatura”, ha consegnato all’Italia un messaggio: guai a dimenticare le botte prese! E Andrea Molesini, maturo scrittore, esordiente per gli adulti ma navigato nella narrativa per ragazzi, le ecatombi come Caporetto non esita a inserirle in una saggia historia magistra vitae, dicendo, per bocca di un personaggio: ”Le vittorie hanno ben poco da dire, è la sconfitta che insegna”.

Certo che sí. Perché nel crudo romanzo dell’autore veneziano, l’arco temporale va dal 5 novembre del 1917 al 30 ottobre del 1918 e lo spazio geografico è quello del paese di Refrontolo, a ridosso del Piave, invaso dai tedesco-austroungarici fino alla riscossa di Vittorio Veneto. Cioè un anno di umiliazioni, fame nera, requisizioni, fucilazioni, razzie, stupri, mica barzellette… ‘’storia maestra di vita” che guai a dimenticarla (Ricordate ”La ciociara” di Moravia?). Come anche la puzza di feci, grappa, sudore, sangue, cuoio marcito, urina, e quant’altro… guai a dimenticarsene, sentitemi!

Be’… a parlarne nel libro è, in prima persona, un ragazzo di diciassette anni non certo aduso a tali esalazioni di bassa genia, Paolo Spada: il nipote, orfano di entrambi i genitori, ospitato amorevolmente dai nonni in una grande dimora, Villa Spada, cui spetta essere il teatro centrale delle vicende. Quella è una famiglia altolocata: nonna Nancy ha una qualche mezza origine britannica ed è una matematica, una elegante razionalista diremmo. Poi c’è il nonno Guglielmo, scrittore in fieri e buddista ante litteram ma sparasentenze realizzato, e c’è la tenace zia Maria, tutta cuore e dignità. Infine ecco la servitú – Teresa che cucina e sua figlia Loretta, con un energico e misterioso custode toscano, Renato Manca, – ma ci gironzolano, a Villa Spada, anche altri personaggi, che orbitano attorno a quella vetusta residenza come se fosse un ombelico-gorgo (ombelico-gorgo del racconto, certo): il parroco Don Lorenzo, la bella Giulia, altri tizi, il piú delle volte soldati occupanti. Occupanti, certo, perché la vasta area della villa è divenuta, sin dall’inizio della storia, il comando militare, poi anche l’ospedale, dei nemici. La casa, la stalla, le dépendance, anche il cimitero di famiglia. Tutto insomma. Intorno, si estende la campagna dei contadini padani, semimuti ma presenti, solidali, miserrimi. Gente povera e analfabeta, arrabbiata coi padroni Spada ma mai traditrice della patria. Analogamente, molti saranno i rischiosi sotterfugi della famiglia Spada, intenzionata a complicare l’esistenza degli stranieri ”mangiaverze” che li han costretti ad essere ospiti in casa propria.

Ebbene. La convivenza fra gli Spada e gli ufficiali invasori ovviamente è obliqua, contraddittoria, schizofrenica: gli italiani oscillano fra viscerale patriottismo e cupo fatalismo, i germanici non restano indifferenti al fascino locale, alla Storia che essi stanno violentando per mandato imperiale, per dovere di rango e per l’obbligo dei sadici ”tempi correnti”. Mala tempora currunt, no? I tempi malati, la tragedia di doverli sopportare sulla schiena… sempre, ma ora, durante la Grande Guerra, piú che mai. E il romanzo è appunto un dramma di vecchio, buono stampo novecentesco, un po’ alla narrativa resistenziale incrociata con la diaristica di guerra degli Anni Dieci, con pizzichi di riflessività non lungi da Tomasi di Lampedusa (”Il gattopardo”), echi di Céline (”Casse pipe”) e disincanto alla Meneghello (”I piccoli maestri”): e narra dei tanti piccoli atti di una quotidianità – quella dell’adolescente Paolo in primis ma di altri ancor piú – che cerca di sopravvivere all’alienazione guerresca, con nuove esperienze, scoperte, amori, brutalità, ostinazioni, vigliaccate e… ed eroismi senza enfasi – ma tali: eroismi veri, reali, sofferti, mica pitture. E patriottismo patito nelle budella, mica retorica.

Cosí la storia del romanzo, snocciolandosi fra situazioni e mille colloqui che potremmo sentire nostri, familiari, ci immerge, con stupefacente naturalezza, nell’atmosfera claustrofobica di un popolo – il nostro – che per un anno si vide schiavo ma non domo. Un popolo che forse proprio durante quella immane macellazione umana si sentí per la prima volta nazione, tribú, anzi popolo: ormai interiormente, non piú apparentemente italiano. Italiano ”di pancia” diremmo.

Ma la vicenda è disseminata di episodi, trame, microstorie, enigmi, sino ad un finale che fa palpitare il cuore. Ovviamente questo lo tralasceremo e all’autore, Andrea Molesini, Premio Campiello fresco fresco, chiederemo piuttosto altro.

Cominciamo con una domanda di quelle a bruciapelo: l’attuale sussistenza di due condizioni storico-politico-geografiche – il fatto che oggi l’Italia e l’Austria siano entrambe membri dell’Unione Europea e il cadere del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – impone, per forza di cose, a questo Suo romanzo storico un peso specifico molto superiore a quello di ogni altra opera similare… e Lei ovviamente ne sarà consapevole, ci deve aver meditato sopra…

”No, per niente. Ho cominciato a scrivere il romanzo nel 2005 e allora non avevo idea di quando l’avrei finito, e non potevo sospettare che sarebbe stato pubblicato nell’autunno del 2010. Non mi ero reso conto di quanto fosse importante per me scrivere e riscrivere, e poi la ricerca è stata articolata e capillare. Insomma, non potevo sapere che ci avrei impiegato quasi 5 anni. È stato un caso, e il caso, qualche volta, aiuta. Non credo nemmeno che le commemorazioni influenzino il pubblico, siamo un popolo di scettici, nessuno crede molto a tutto questo sventolio di bandiere. E poi mi sembra sbagliato festeggiare il 1861, l’anno di nascita del Regno d’Italia, o meglio l’anno della trasformazione del Regno di Sardegna in Regno d’Italia. Nel 1861 mancavano le Tre Venezie e soprattutto mancavano il Lazio e Roma, la capitale: Le sembra poco?”

A un certo punto la zia Maria, personaggio fra i piú centrali, rileva che la Grande Guerra, con la logica tout court vendicativa e demagogica cui era arrivata, contribuiva ”a distruggere la civiltà di cui voi e io… facciamo parte, e la civiltà è piú importante del destino degli stessi Asburgo, o dei Savoia”. Qui, parlando con il maggiore viennese che aveva appena condannato a morte suo nipote Paolo, la donna alludeva ovviamente al destino dei ceti alti europei: permettere la fucilazione di Paolo, reo di aver ucciso un soldato austriaco, sarebbe stato in primis consentire all’Europa di scendere un gradino rispetto alle ”buone maniere” di nobili e intellettuali, ovvero far sí che ”uomini sciocchi e brutali” potessero prima deriderli, poi occuparne i posti tradizionalmente tramandati da secoli. Insomma, il piede di porco con cui la zia del ragazzo tenta di salvarne la vita è quello della salvaguardia delle prerogative di classe, un po’ mos maiorum direi, qui. In realtà è questa, mi chiedo, anche un’allusione di Molesini alla volgarità, alla ”fretta”, addirittura dico al consumismo, e innanzitutto al vuoto etico dei tempi attuali?

”Forse. Però questa è una di quelle considerazioni che ogni lettore deve mettere a fuoco per suo conto dentro di sé. Ogni lettore è giudice assoluto di ciò che legge, e deve confrontarsi con quello che il libro gli suggerisce richiamandosi alla propria esperienza, e a niente altro. Certamente quello «dei sergenti cretini che potrebbero succedere ai generali cretini» è un tema centrale del racconto”.

Diversi mi paiono essere gli argomenti la cui traccia nel romanzo non può essere sottovalutata – perché sono temi presenti in diversi luoghi: trattati da personaggi o simboleggiati dai personaggi e dalla loro vita. E soprattutto sono temi attualissimi. Dunque vediamoli uno per volta. Il primo, che riguarda l’asse (o meglio gli antipodi) don Lorenzo-Guglielmo Spada (il nonno) è la fede religiosa degli europei, ossia il Cristianesimo (con le varianti Cattolica e Protestante, sí, ma nel romanzo a fronteggiarsi sono essenzialmente il Nichilismo e il Cristianesimo, nonostante il vecchio Spada sia buddista)…

”Bella domanda! Lei dice bene, lo scontro è fra nonno Guglielmo e il don del paese. Non c’è un vincitore, ma una continua schermaglia fra i due e fra le due concezioni del mondo che incarnano. Nella Grande Guerra l’Europa si è suicidata. Sono caduti tutti gli imperi, anche quelli usciti vincitori dal conflitto. Ma soprattutto ne è uscita a brandelli l’anima del vecchio continente europeo, la religione cristiana. Lo raccontano mille cose, fra cui poesie del calibro di ‘The Waste Land’ di T.S. Eliot. Nel mio romanzo spicca, anche se è detto solo fra le righe, l’insufficienza della fede nel soccorrere l’uomo moderno, che la lunga pratica dello scetticismo ha consegnato a una solitudine non facile da sopportare. Solo l’umorismo e l’ironia lo soccorrono, e di fronte al plotone di esecuzione le ultime parole di nonno Guglielmo – che si fa legare al palo temendo che le gambe non lo reggano – sono: «Dopo tutti questi anni ho finito con l’affezionarmi perfino alla posizione verticale». Non c’è Dio, l’uomo è solo, e grazie a un guizzo della mente l’uomo non si dispera, o meglio, nasconde la disperazione a se stesso e al mondo”.

Il secondo tema forte presente nel racconto è la nascita dell’Italia nazione, sta a dire il Risorgimento… e il ruolo in esso avuto dagli inglesi – ruolo che qui, come dire, conforterebbe certe tesi per le quali il nostro Paese sarebbe stato l’ultimo parto della secolare guerra fra protestanti e cattolici.

”Sì. Renato, maggiore in incognito dell’SI (Servizio Informazioni, oggi diremmo Intelligence), sostiene questa tesi. Alla fine del libro si suggerisce (senza dirlo, come si deve fare quando si racconta) che sia un massone. È di Livorno, sede di una delle più antiche logge d’Italia, e ha un cognome sardo, Manca (il servizio segreto era colonizzato dalla Massoneria, e gli ufficiali eredi delle tradizioni del Regno di Sardegna erano considerati i più fidati). Naturalmente doveva essere un toscano, per via della lingua: nella bocca di un uomo di condizione servile (un custode), l’italiano non sarebbe stato credibile al centro del Veneto. L’unità della penisola concepita dalla Massoneria aveva anche lo scopo di cancellare lo Stato Pontificio. Cosa puntualmente avvenuta. Fin dalla pace di Lodi (1454) i papi si erano preoccupati d’impedire la nascita di uno Stato italiano sufficientemente robusto da unire il Nord al Sud: non ci voleva un grande stratega per capire che la conseguenza diretta di tale avvenimento sarebbe stata la fine del Papa Re. La battuta attribuita a Garibaldi («Adesso andiamo a Roma a impiccare il papa») aveva un senso: finché c’è il papa non c’è l’Italia, la Massoneria intuiva che qualsiasi capo di Stato italiano sarebbe stato secondo al Papa, sul piano etico e politico, del prestigio e dunque del potere. Non va dimenticato che la Massoneria ha origini britanniche, che Sonnino aveva la mamma gallese ed era di religione anglicana (e di tradizione ebraica per parte di padre) e guarda caso era primo ministro del Regno nel 1911, durante la guerra italo-turca, e ministro degli Esteri durante la Grande Guerra: una coincidenza che fa pensare. L’impero britannico ha sempre avuto interesse a favorire l’Italia, una spina fra due potenze cattoliche, quella francese e quella della duplice monarchia austro-ungherese. Naturalmente, anche gli interessi alterni e convergenti (benché mutevoli) di Francia e Prussia hanno dato una mano al Regno sabaudo. L’Inghilterra è sempre stata un amico silenzioso, potentissimo. In ogni caso, ‘Non tutti i bastardi sono di Vienna’ è un romanzo esistenziale e di formazione, prima ancora che storico: la Storia lo attraversa, ma è l’anima ardente dei suoi personaggi, che sono individui e mai tipi, a tenere il campo”.

La donna. E l’uomo. Le interazioni istintive. E quelle mediate, raffinate, a volte perverse. Insomma: la sessualità in tempo d’occupazione, di crani frantumati e di fame, di sopravvivenza e di assassinio è tanto diversa da quella che viviamo nella nostra lasciva, decaduta, stanca attualità?

”Non so rispondere. Temo le generalizzazioni. Come in ogni epoca, anche in quella presente convivono culture diverse che si manifestano in modi radicalmente diversi. Certo, la Grande Guerra ha imbastardito (da qui il titolo) tutti i rapporti umani: fra uomini e donne, fra giovani e vecchi (questi ultimi seppelliscono i primi), fra ceti sociali, fra soldati e civili. E anche l’eros ha subito mutamenti, come denuncia la moda femminile di allora. Io sono molto cauto nel suggerire analogie con l’oggi. Comunque ogni lettore è libero di trovarle, se crede”.

La violenza. Qui di violenza ce n’è, realisticamente perché questo è un romanzo del tutto neorealistico, a iosa. Ma il confine tra violenza, necessità e crudeltà umana innata è fatto centrale: Paolo prova quasi gusto nell’uccidere un soldato nemico e deve ammetterlo…

”Sì, è vero. Pensi che per capire che cosa potesse provare un giovane con una rivoltella in mano ho preso il porto d’armi e ho cominciato a frequentare il poligono di tiro della mia città. Mi piace mettere in scena quello che conosco. Paolo è un ragazzo che nel corso del libro diventa uomo, scopre il sesso, il tradimento, il rischio della vita, scopre perfino che i forti sono deboli. E scopre che la violenza che per istinto aborrisce è in verità forte dentro di lui, una pianta inestirpabile, terribile e magnifica, come tutto ciò che partecipa del grande spettacolo dell’azione: come tutto ciò che vive. L’ossimoro è una figura retorica centrale nel romanzo, che si apre con «C’era qualcosa di splendido e di truce in quella faccia» (riferito al capitano tedesco che per primo entra nella villa) e si chiude col «misero splendore del tutto che passa». E anche l’intercalare di Teresa, la cuoca (personaggio magico, in un anno di fame), quel ricorrente «Diambarne de l’ostia», a ben guardare è un ossimoro, una contraddizione che accosta il diavolo (Diambarne) all’acqua santa (l’ostia). Paolo si fa uomo quando, con sgomento, capisce che uccidendo ha provato anche piacere: è allora che comprende in che misura e in che senso la contraddizione è al centro del mistero dell’identità”.

Poi c’è l’argomento, se non principe almeno secondo dopo il doveroso ed innato amor patrio: l’Italia. Una definizione per tutte viene dal vecchio Spada, che in verità inserisce il nostro Paese nel cerchio del Cattolicesimo, e non positivamente: ”Noi italiani siamo figli dei preti, odiamo la gioia. Ci fa paura. I forestieri dicono che siamo gente allegra, ma sbagliano. All’allegria tarpiamo le ali appena spunta nelle grida di un bambino, perché le grida disturbano”. Ma l’Italia, eh… non sta tutta qui, secondo Lei, vero Molesini… cos’è che ci disturba profondamente, a noi italiani, secondo Lei? Cos’è che non ci fa dormire sonni tranquilli e che ci nega veglie normali come quelle degli altri europei? Dove siamo sbagliati, a partire da quando o da cosa abbiamo iniziato ad esserlo?

”Io non credo che questo sia un libro patriottico, come qualcuno può essere tentato di etichettarlo. Certo, durante quella guerra terribile l’Italia (solo dopo Caporetto, a dire il vero!) per la prima volta nella sua lunga storia si sentì unita e si comportò egregiamente, e questo si riflette nella popolazione occupata dall’armata austrotedesca prima, austroungherese poi. Io mi riconosco abbastanza nelle parole del nonno Guglielmo: siamo educati a chiedere il permesso e a confessarci, abominevoli abitudini che storpiano la virilità sul nascere. Tuttavia, la Chiesa Cattolica non è solo questo. C’è anche grandezza nella Chiesa di Roma, perché ha sempre creduto nella bellezza come arma formidabile per diffondere la sua fede, e così ha reso la penisola italiana uno dei luoghi artisticamente più ricchi del pianeta: non è un piccolo merito! Zia Maria lo dice con chiarezza. Noi saremmo più sbagliati di altri europei? Non ne sono sicuro. Forse siamo più deboli perché non abbiamo il senso dello Stato, perché nella nostra tradizione politica Chiesa e Stato si sono confusi e allacciati per troppo tempo… Credo che agli italiani piaccia soprattutto parlar male di se stessi. È una forma provinciale di autodifesa: sono io che ti dico che faccio schifo prima che me lo dica tu”.

Sergio Sozi

da Letteratitudine

Categorie:Interviste
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