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Archive for dicembre 2011

AMEDEO ANELLI, TRA KAMEN’ E CONTRAPUNCTUS

kamen

di Massimo Maugeri

Amedeo Anelli è nato a Santo Stefano Lodigiano nel 1956, ma dallo stesso anno è residente a Codogno. Si occupa di poesia, filosofia e critica d’arte collaborando con artisti, centri culturali e organizzando numerosi cicli di mostre ed altre manifestazioni. Ha fondato e dirige la rivista internazionale di poesia e filosofia «Kamen’». Ha pubblicato diversi libri (suoi scritti sono tradotti in russo, francese, svedese, inglese e portoghese). La sua opera più recente è la silloge “Contrapunctus” (LietoColle, 2011).

Amedeo Anelli, quando e perché nasce «Kamen’»?
«Kamen’» è nata nel 1991 per ripensare la forma «rivista» e in specie la forma «rivista di poesia». I redattori, da posizioni diversificate e per interessi specifici, avevano trovato un terreno comune d’intesa a chiusura di esperienze di lavoro culturale collettivo. Nella redazione erano Amedeo Anelli, Luigi Commissari (†), Daniela Cremona, Gianni D’Amo; a questi per spontaneo sentire si sono uniti altri intellettuali, italiani come Daniela Marcheschi, poi Stefania Sini, Angelo Genovesi, e stranieri di prestigio internazionale come Birgitta Trotzig (†), Christine Koschel, Richard H. Weisberg, Luisa Marínho Antunes. Concordavano tutti nel denunciare la dissignificazione delle strutture culturali e sociali che, negli anni Ottanta, appariva in fase acuta, per lenta e lontana maturazione dei malesseri del Novecento e della modernità. Si constatava sul campo che nelle riviste di quegli anni, nel loro lampeggiare e proliferare, era un calo di progettualità a lunga “gittata”, se non un misconoscimento della pluriaccentuatività delle strutture culturali, della complessità delle stesse e delle tradizioni molteplici. In nome del monologismo, dell’identificazione della Tradizione con la Storia, le tradizioni erano travolte da un progressivo processo controprassistico di svuotamento e occupazione di ogni interstizio mediale. La specie più diffusa nella “botanica” delle riviste, segnatamente letterarie ma non solo, di ambito non accademico e accademico (la cui analisi comporterebbe considerazioni aggiuntive), era la rivista contenitore o almanacco: bric à brac di evenienze, di occasioni, opportunità e opportunismi, una mortificazione dell’eventualità dell’esistente, disgiunto da qualsiasi accadimento e poetica se non in forma mortuaria e di registrazione catastale. Mancavano l’approfondimento, la sistematicità di scelte tali da offrire riflessioni, interpretazioni, dissensi o consensi forti che non fossero semplice presa d’atto di lavori in corso. Bisognava riaffermare un principio di responsabilità della cultura e nella cultura, un pensiero vòlto a “cambiare il cambiamento”, non ad esserne passiva pedina. Soprattutto era debole l’idea di poesia pur nell’attivismo delle riviste. Per tale visione forte della cultura e dell’intellettuale si decideva la formula monografica, che permetteva di affrontare i vari argomenti nel modo più completo ed approfondito. Da qui la scelta di dedicare numeri diversi a un argomento di particolare importanza culturale: come nella serie dedicata a Giacomo Noventa o a Dino Formaggio. Ritenevamo inoltre che, per tempi di lettura del lettore colto e specialistico e di ogni altro affezionato, la periodicità dovesse essere perlomeno semestrale e che l’uscita dovesse essere vincolata, al di là delle contingenze, a numeri in cui fosse qualcosa di valido da sottoporre alla pubblica attenzione. Si voleva insomma evitare l’effetto “Grand Hotel”: la rivista da sfogliare, da leggiucchiare, ma da non leggere integralmente, non da meditare. La pietrosità della rivista (Kamen’: dal russo “pietra”, omaggio alla raccolta di versi di Osip Mandel’štam, ma anche simbolo forte di parola) ne usciva incrementata. L’intenzione era porre l’accento sulle tradizioni della poesia di pensiero a forte radicamento etico, senza equivoci col pensiero poetante, e questo per l’avversione verso poetiche di origine idealistica radicate nelle aporie romantiche della modernità da denunziare e tentare di sanare. «Kamen’» è diventata così più che una rivista, cioè un progetto internazionale plurimo e un’ampia comunità di ricerca sulle tradizioni europee e non solo, avendone un senso progressivo e guardando innanzi tutto a quelle avvenire, ma con il sentimento che sia sempre possibile una protenzione inversa dal futuro al presente. Si sono tradotti poeti di varie geografie, inediti o poco conosciuti in Italia; alcuni sono poi entrati nella redazione. Fra loro Karin Boye, Birgitta Trotzig, Christine Koschel, Maria Lainà, Inger Christensen, Urszula Koziol, Lidija Vukčević, Francisco Brines, Carlos Contramaestre, Herberto Helder, António Ramos Rosa, Innokentij F. Annenskij, Aleksandar Ristović, Vitorino Nemésio, Maria Polidouri, Jurgis Baltrušajtis, Luís Carlos Patraquim, Arménio Vieira, Magnus William-Olsson, Paruir Sevak. Per gli italiani è un discorso a parte. C’è un enorme lavoro da fare sul Novecento in sede storiografica, per la crisi in cui versa l’Italianistica, che in questa sede non si può discutere. Bisogna lavorare sul Novecento per restituirlo alla molteplicità delle tradizioni. Da qui l’attenzione a Carlo Michelstaedter, Giacomo Noventa, Rodolfo Quadrelli, Alfonso Gatto, Romeo Giovannini, a Giuseppe Pontiggia e a Giancarlo Buzzi, per valorizzare autori non epigonali, che si muovono in tradizioni forti o eccentriche rispetto alla vulgata odierna. Riguardo a tale vulgata, e per scorcio, la situazione della poesia italiana dagli anni Sessanta sembra muoversi fra estetizzazione della vita e politicizzazione dell’arte, deprivandosi di valori e significati. Un esempio è l’ultimo Montale, che parte da un abbassamento stilistico e teorico verso la prosaicità e la minimizzazione crepuscolare, dopo aver mantenuto non pochi residui d’ambito simbolista. In parte della poesia italiana restano forme esaurite della linea simbolista-decadente; con grande ritardo rispetto alle tradizioni dell’Europa. Salvo poche eccezioni, questa poesia tende a ripetere moduli e temi ormai notori, tanto che tale processo di estenuazione assume oggi effetti mostruosi e grotteschi. C’è un autorispecchiarsi che non fa poesia e non forma il pubblico. Tale fenomeno è aggravato dall’atteggiamento nichilistico se non opportunistico della critica, che ha abdicato al proprio ruolo e che spesso manca di visioni autentiche della Letteratura». Tra gli autori europei di lingua italiana, oltre ai già citati, in tempi non sospetti, sono stati pubblicati: Guido Oldani, Giampiero Neri, Remo Pagnanelli, Pier Luigi Bacchini, Elio Pecora, Anna Cascella, Cristina Annino, Roberto Piumini, Nanni Cagnone, Sandro Boccardi. Assunta Finiguerra, Luigi Commissari. Un lungo discorso bisognerebbe fare sulle sezioni di filosofia e di materiali in un’articolazione plurima di saperi e contro ogni scissione fra cultura scientifica e letteraria, ma su questo invito alla consultazione degli indici.

A quale target di lettori si rivolge?
La rivista si rivolge ad appassionati, a specialisti o semplicemente a chi voglia approfondire gli esiti della cultura europea recente e della modernità. La rivista è diventata nel tempo una “comunità” internazionale di studiosi e come tale, o attraverso i suoi redattori, collabora a più programmi di ricerca.

Una società maggiormente interessata alla poesia e alla filosofia, a suo avviso potrebbe essere migliore?
Questo è sicuramente un auspicio. I fatti sono questi: un progressivo smantellamento dell’ “alta cultura” nel nostro paese e non solo, contribuisce – ma il discorso sarebbe vasto e periglioso perché includerebbe la genealogia e la storia dei cosiddetti intellettuali e del loro ruolo subalterno, tranne rari casi, quasi sempre malfiniti – alle difficoltà e al degrado in cui versiamo; perché la politica è una cultura, la scienza altrettanto, l’economia anche, e così via, sino ad arrivare alla filosofia e alla poesia. Tutto si tiene.

Di recente ha pubblicato una sua silloge per i tipi di “LietoColle”. Si intitola “Contrapunctus”. Come nasce? Da quale “esigenza” (se un’esigenza c’è stata?)
Dall’amicizia. Mi spiego. Ho sempre scritto poesie in maniera continuativa dagli anni Ottanta. Dalla nascita di «Kamen’» ho cessato di inviarle, se non su richiesta ed ad amici. Alcune sono comparse in cataloghi e libri d’artista di amici di arti visive che seguo. A gennaio 2010 probabilmente avendo letto Acolouthia I. Omaggio ad Edgardo Abbozzo, fra gli amici che più mi mancano, e fra i maggiori artisti europei nel rapporto Arte/Alchimia, Lino Angiuli mi chiese una breve silloge per «Incroci», che gli scrissi. Questa silloge conteneva anche i primi cinque contrapuncta, che portai a 18 in omaggio all’Arte della fuga di J.S.Bach e alla grande tradizione contrappuntistica. La mia è una poesia polifonica e di pensiero, che per non divenire una filosofia in versi si è dovuta forgiare gli strumenti, spero adeguati, rispettando le leggi di campo fra musica e poesia. Diana Battaggia me li chiese per LietoColle.

In generale che tipo di rapporto ha con la poesia?
È una pratica quotidiana, un modo per saggiare le cose e il mondo, un modo di abitarlo.

fonte: Letteratitudine

Categorie:Interviste

RUSSÀNIA di Gabriella Rossitto

RUSSÀNIA di Gabriella Rossitto
Medinova, 2010

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Gabriella Rossitto è nata a Catania, vive e insegna a Palagonia. Si interessa di arte e soprattutto di scrittura. Prima classificata ai premi letterari “Katana” 1986, “Formisano” 1989. La silloge “Il bianco e il nero” ha vinto il premio “I Siracusani” nel 2002. Ha pubblicato nelle antologie Concepts “Cinema” e “Profumo”, edizioni Arpanet; nonché la silloge “Atelier” (in formato ebook). Tra gli altri premi vinti, “La Tammorra d’Argento” e “I Veli della Luna” (nel 2008) e “Donna, semplicemente donna” (nel 2010).
Di recente, la sua silloge “Russània” ha vinto il Premio “Martoglio”. Segue la prefazione a “Russània” firmata dal poeta e aedo Alfio Patti.

Prefazione a Russània di Gabriella Rossitto (di Alfio Patti)
Rapide ed essenziali, a volte sarvaggigni, le poesie di Gabriella Rossitto si potrebbero definire brunziddàti, piccole pennellate di pensieri condensati.
I suoi versi sono sintetici ed essenziali; espliciti i toni, immediate le immagini. Qui vive un malinconico disincanto della vita, tuttavia con grande fede nell’amore, passe-partout quest’ultimo che apre ogni porta, soprattutto quella del cuore.
Russània, rosolia, che fa coprire di macchie rosse la pelle dei bambini. Già nel titolo si riscontra quella porzione di fanciullezza presente nell’autrice, la quale reclama la propria “quota-parte” di esistenza ed è quella che dà l’input alla poetessa per iniziare il suo canto. Qui Russània si fa malattia d’amore.
Gabriella Rossitto, già nota nel panorama poetico siciliano per essersi affermata in numerosi concorsi e per un’intensa attività culturale, parla siciliano, garbato, dignitoso e fuori dagli schemi classici: incarna il proprio tempo.
Rappresentante del neo-dialetto, diffusosi tra la fine del XX secolo e gli inizi di questo XXI, Rossitto dà continuità alla produzione poetica siciliana, quella che si pone problemi linguistici e stilistici per meglio comunicare con la gente del proprio tempo; quella rinnovata.
Conoscitrice del dialetto antico, da esso ha assorbito la profondità semantica che traduce in nuovi moduli linguistici. Attua lo straniamento, cioè quello slittamento semantico, quella procedura stilistica attraverso la quale la poetessa ci dà un’inedita percezione della realtà.
In questo caso il ritmo è fondamentale. Il verso libero, è risaputo, è più difficile da realizzare rispetto alla poesia in metrica.
Quando si concretizzò l’unità d’Italia tutti pensarono che i dialetti dovessero scomparire al fine di “fare” gli italiani e imporre quindi la nuova lingua unitaria. Non fu così, perché la letteratura in dialetto ci ha dato grandi autori assorti a dignità conforme a tutte le altre letterature proprio in quei periodi. Un altro attacco ai dialetti, sempre nel nome dell’unità nazionale, fu sferrato durante il regime fascista che vietò la pubblicazione di libri in dialetto (tranne alcuni casi come il grande Vincenzo De Simone ed altri). Nel dopoguerra, poi, assistiamo alla rinascita e al rinnovamento della poesia siciliana. Ora siamo al neo-dialetto a testimonianza che il siciliano, così come avviene per altre lingue, non è morto e in questo caso parla al femminile.
E proprio un mondo tutto femminile ci offrela poetessa. L’amore provoca emozioni tali da costringerla a dividere la silloge in cinque sezioni, l’una concatenata con l’altra, contrassegnando prodromi ed evoluzione della Russània.
La prima è Cardacìa, cioè ansietà, cardiopatia, malattia di cuore. “Avissi a jessiri / ranni ranni ranni / u to cori / ppi capiri a mmia./” (Ranni). Quindi diventa lamentosa, pigra, viene “aggredita” dalla lagnusìa e la cardacìa si trasforma in fastidio, premura esagerata, prurito d’amore: “Lagnusìa / di jurnati vacanti / calannari bbiati / unu arretu all’autru / e cardacìa / di pinzari a ttia / mentri s’asdirrubba / u celu / intra e fora / di mia./” (Cardacìa). Poi cerca di fare pulizia nel proprio cuore, di fare spazio “S’accapàu. / Ju sugnu brava / sulu / a rimunnari / a fari largasìa / c’û sapi / quant’haiu / a chianciri / ppi tutta ’sta pulizia./” (Largasìa).
Parole che si susseguono per accumulare significati la cui verità, però, è altrove.
Esse dicono il taciuto, e il poeta, rischiando la propria coscienza, diventa dicente, mentre gli altri si celano nel loro “non dire”.
E’ proprio questo dire e non dire su cui ha lavorato Rossitto e che le ha permesso di filtrare le sue poesie.
Dopo l’ansietà, la malattia di cuore; dopo la Cardacìa, appunto, arriva Vampuliàta, la sezione dell’ardore, pari ad una caldana, se dovessimo tradurre alla lettera il termine.
Anche qui l’ardore viene sedato quando l’amato è sfuggevole, quasi come il vento, elemento maschile inafferrabile: “(…) / … e stu silenziu / cchi ti pari / ca mi costa picca? / eppuru u ventu / senza raggiuni scoti / i funnamenta./” (Ventu).
Dinnanzi a un amore ideale, per il quale diventerebbe pùddira pur di non pesare e di poter stare al suo fianco, si trasforma in “custurera pazza”, in una sarta folle che in questa occasione cuce parole: “Cusu paroli / ’ncucchiati di notti / ô scuru / cc’ô filu troppu longu / d’â custurera pazza./” (Custurera). Con questa poesia si apre la terza sezione, Frastuornu.
Viene pervasa da quella voglia inquieta, da quella bramosìa che la disturba, che la frastorna, e affida alle parole il compito di esorcizzare la fatica d’amare.
“Quannu tutti i paroli / /quàgghianu / comu nuvuli / prima d’â timpesta / quannu t’adduni / ca si scrvinu suli / ppi parrari d’amuri… / allura è fatta / non c’è cchiù rimediu / dd’occhi sarbaggi / su’ stampati nt’ô cori./” (Timpesta).
E ancora “Lassai jiri paroli / una dui centu… / pitruddi janchi / lucenti di luna./” (Ràdichi); “Ppi ttia su’ / sti paroli / ’mmunzziddati / ppi ttia / can un ci si’/” (Jornu).
Dopo la cardiopatia, la caldana, la bramosia, è la volta della febbre e della sezione Frevi, “quel moto sregolato del sangue accompagnato da calore e frequenza di polso”.
Non ha importanza se la febbre è malsana, meglio morire d’amore, dovesse essere anche un’erba cattiva: “Stringimi forti / comu l’erbamala / levimi u ciatu / levimi a vita / tantu senza ri tia / nun campu cchiui / tantu senza ri tia / mancu m’agghiorna…/” (Erbamala).
Anche se per antefatti diversi, giungono alla nostra memoria richiami a poeti del passato come Jacopone da Todi “O Signor, per cortesia, / manname la malsanìa! / A mme la freve quartana, la contina e la terzana, (…)”.
Può questo cammino poetico concludersi senza lasciare dei segni?
La nostra poetessa, la quale ha certamente un concetto baudelaireano della poesia e cioè che oltre al cuore ella ha soprattutto bisogno di cervello, non poteva chiudere che con Nzinchi, (segni, gesti), la sua ultima sezione. Con questa si conclude l’architettura del libro: “Ristau nt’â l’aria / tuttu ddu beni / ca nun n’ama dittu / tutti i paroli / e vasi e abbrazzi / e cosi ruci / fermi nt’â l’aria / nzinchi / di nuatri./” (Nzinchi).
La raccolta è pervasa di parole aperte e positive; molte si chiudono con la lettera “a” e per questo suonano più incisive: largasìa, accomora, vocanzicula, erbamala, lagnusìa, cardacìa, vampuliàta, nuddabbanna, russània.
Per concludere questa breve disamina, possiamo dire che Gabriella Rossitto canta l’amore e lo fa con una forma tutta sua, con un leitmotiv che la caratterizza in una continua lotta tra cuore e cervello, tra sentimento e razionalità.

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da Letteratitudine

UNDICESIMO COMANDAMENTO di Elena Mearini

UNDICESIMO COMANDAMENTO di Elena Mearini

di Domenico Trischitta

Elena Mearini, giovane scrittrice milanese che aveva esordito nel 2009 con il folgorante “360° gradi di rabbia” (Excelsior 1881) approfondisce e affina la sua ricerca stilistica con il romanzo “Undicesimo Comandamento” (Perdisa Pop). Questa volta decide di raccontare una struggente violenza domestica, subìta dalla protagonista Serena, e lo fa ancora una volta con un’andatura narrativa lapidaria che rasenta l’incisione del verso poetico. Frasi brevi e jazzate che esplodono in continue metafore chimiche: “…Era il giorno del nostro matrimonio. Avevo venticinque anni. L’abito bianco. Uno strascico di speranze dalla vita ai piedi. E tre metri oltre. Ricordo il mio respiro. Edera rampicante alla trachea. Che buttava germogli dentro il naso. Un giardino pensile alle narici, innaffiato dal riso caduto a pioggia.” Serena è convinta di potere affrontare il suo calvario domestico come una sorta di espiazione cristiana, dove la sofferenza lascerà il posto alla beatificazione terrena. Ma la personale via crucis quotidiana è caratterizzata da continue cadute e flagellazioni, il compagno (non angelo ma diabolico carnefice) non è mai tentato dal pentimento, mira fino in fondo al suo progetto malefico di sofferenza. La giovane martire aspetta da un momento all’altro che il marito Diego si ravveda, che le continue torture siano sostituite da segnali di grazia, che invece non giungeranno mai: “…Sistemo la spallina. Aggancio alla scapola questa nuova redenzione che mi libera la fronte dalle spine, il piede dal chiodo. Porto in corridoio il mio corpo deposto. Lo invito a stare vivo, in una resurrezione attaccata al suolo. Schiaccio l’ascesa contro la terra e spingo fiato dentro le ossa. Animo i muscoli, risano la pelle. La mano perde stigmate, la piaga abbandona il costato. Saltello guarita nella mia sottoveste, entro in sala e scordo la croce. Ma subito Diego mi rimette all’asse. La sua mano contro il seno. Stringe una coppa troppo vuota. L’imbottitura poco riempita. Non ho latte montato in petto, solo ciccia condensata ai fianchi. Dove la stoffa si aggrappa e sugge. Togliti questa roba. Ci vuole un corpo diverso. La misura di Anja. Daremo a lei, la sottoveste.” Nel primo romanzo della Mearini si raccontava il doloroso travaglio di una vita anoressica, qui, in “Undicesimo Comandamento” la violenza psicologica e fisica ai danni di una giovane donna, da parte di un marito torturatore che non è in grado di bilanciare con un apparente gesto d’amore lo stesso male che compie. Non vi è pentimento, ma il solo cieco meccanicismo che la scrittura autentica dell’autrice milanese disegna con linee implacabili, con una forza espressiva singolare, rara nel panorama attuale della letteratura italiana.

“La Sicilia”, 10/12/2011

Il Premio Internazionale “Giovi – Città di Salerno” a Stefania Nardini

Il Premio Internazionale “Giovi – Città di Salerno” a Stefania Nardini

La biografia di Izzo è (anche) un romanzo etnostorico

Mercoledì 7 dicembre ore 18, presso  il Teatro delle Arti di Salerno (via Pio XII), verrà assegnato a Stefania Nardini il Premio Internazionale “Giovi – Città di Salerno” con l’opera “Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese” (Perdisa Pop). Giunto alla X edizione, e istituito dall’Associazione Culturale “I Castellani” di Giovi – Salerno, associazione demoetnoantropologica, fondata nel 1974 per promuovere il recupero e la fruizione elle tradizioni popolari, il Premio è rivolto a studiosi che, con volumi, saggi, articoli o documentari audio – video, abbiano contribuito alla migliore “lettura” di uno o più ambiti socio – culturali territoriali o precisato scientificamente specifiche tematiche di microstoria/etnostoria. “Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese” si è aggiudicato il Premio Internazionale “Giovi – Città di Salerno” perla seconda Sezione dedicata ai romanzi etnostorici, ossia a quei volumi che si richiamano ai valori specifici della tradizione dei luoghi esaltandone gli aspetti descrittivi demoetnoantropologici. Il libro di Stefania Cardini è insieme un omaggio e una biografia quasi sperimentale sullo scrittore scomparso Jean-Claude Izzo, che è iscritta profondamente nelle suggestioni della città che fa da sfondo, una Marsiglia dipinta come luogo dell’anima oltre che del corpo.

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Viaggiando con Bonaviri – Frosinone, 9.12.2011

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SERENATE AL CHIARO DI LUNA

SERENATE AL CHIARO DI LUNA – ovvero la notturna in Sicilia

(allegato CD AUDIO)

di Maurizio Piscopo – Claudio Mazza

Nuova Ipsa, 2011 – euro 20 – pagg. 220

musiche raccolte e rielaborate da Giuseppe Calabrese e Domenico Pontillo

di Massimo Maugeri

È uno scrigno da conservare e da cui attingere a piene mani il volume “Serenate al chiaro di luna”, curato da Maurizio Piscopo e Claudio Mazza e pubblicato da “Nuova Ipsa” editore.

Come ha scritto il critico Salvatore Ferlita su Repubblica-Palermo del 16 settembre 2011, le serenate consistono in “un patrimonio di versi, note, oggi condannato pericolosamente all’oblio, una sorta di album in bianco e nero della memoria minacciato dal buco nero di una distratta contemporaneità. Per scongiurare questa pericolosa menomazione del ricordo”, continua Ferlita, “l’infaticabile Giuseppe Maurizio Piscopo, maestro elementare che al computer e alla lavagna luminosa preferisce i vecchi abbecedari, il gesso e il cancellino, animatore culturale e musicista girovago, ha catalizzato le energie di scrittori, critici, compositori, giornalisti, uomini di spettacolo (da Salvatore Di Marco a Michele Guardì, da Stefano Vilardo ad Angelo Scandurra, da Mario Azzolini a Giuseppe Quatriglio) per dar forma a un libro scrigno, intitolato “Serenate al chiaro di luna” (Nuova Ipsa editore). Volume che allinea pure i disegni di pittori e grafici come Andrea Carisi, Pippo Madè, Vincenzo Patti e un cd realizzato dalla Compagnia di canto e musica popolare composta dallo stesso Piscopo, Giuseppe Calabrese, Mimmo Pontillo, Antonio Lentini, Nino Nobile. Si tratta di un tracciato di musiche che percorre la vita sentimentale di tempi remoti e che fanno da perfetta colonna sonora alla lettura di brevi chiose, di microstorie, di squarci affabulatori tenuti insieme tutti quanti dall’antica malia delle serenate. Un fascino antico e poetico, come spiega ad apertura Antonino Pavone in un lungo e circostanziato saggio, che ritroviamo nelle carte dei nostri grandi autori, già in seno alle corti normanne e poi sveve, laddove le tradizioni musulmane della Baghdad delle Mille e una notte, con le liriche d’argomento sentimentale ed erotico, si fondono con le esperienze occitaniche ed europee, distillando il meglio in quella che diventerà famosa come la Scuola poetica siciliana”.

Abbiamo chiesto a Maurizio Piscopo, di fornirci ulteriori informazioni sul volume
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