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Archive for gennaio 2012

Convegno Internazionale – Aggiustare il Muro – Lucca, 3-4 febbraio 2012

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Categorie:Eventi

DUE LIBRI PER IL GIORNO DELLA MEMORIA

Copertine cliccabili (cliccare sopra per maggiori informazioni)

Voci dal lager        I Frank

Consigliamo di visionare, inoltre, lo SPECIALE WUZ.IT SUL GIORNO DELLA MEMORIA 2012

IN AMORE SUCCEDE… di Licia Aresco Sciuto

“IN AMORE SUCCEDE…” di Licia Aresco Sciuto
Arnaldo Lombardi editore, 2011, pagg. 119, euro 15

Il “Coro di notte” del Monastero dei Benedettini di Catania ha accolto il battesimo letterario di Licia Aresco Sciuto (nella foto accanto), che ha esordito in narrativa (per i tipi dell’editore Lombardi) con la raccolta di racconti intitolata “In amore, succede….”, impreziosita dalla prefazione di Pietrangelo Buttafuoco.
L’attrice Lucia Sardo ha letto brani del libro sul sottofondo musicale delle note di Ennio Morricone e Nicola Piovani, interpretate dalla pianista Claudia Aiello (per dettagli, si rimanda alla pag. 44 di questo magazine).
Come scrive Buttafuoco nella sua prefazione: “Ciò che Licia Aresco Sciuto ha annotato in quest’opera è direttamente proporzionale al tanto che ha letto. E di questo le pagine sono impregnate con tributi che l’autrice scandisce con cura. A Vitaliano Brancati in particolar modo sembra guardare. Come dimostrano alcuni tratti degli uomini delle vicende: figure d’altri tempi, figli di una borghesia che ha ricostruito nel dopoguerra e che li ha proiettati in una “dolce vita” che nelle basole di via Etnea si è diluita fino ai giorni nostri, uomini che hanno rigettato il “gallismo” giovanile e si completano qui in una maturità che ne rinnova il ruolo, rivestendoli di un’inedita saggezza, Ma ritorna anche Verga tra queste pagine: non tanto per i Mazzarò sparsi, quanto per il fatto che qui i “vinti” riescono ad avere un ruolo positivo, anche loro fanno parte del riscatto”.

Licia, Pietrangelo Buttafuoco nella sua prefazione sostiene che in questi tuoi racconti sono riscontrabili le tue letture. Sei d’accordo? Quali sono i libri che, in un certo senso, ti hanno “formata” dal punto di vista narrativo?
Riguardo le conoscenze letterarie che evidenzia Pietrangelo Buttafuoco nella prefazione, è palese che sono stata forgiata culturalmente da esse: i miei studi classici prima e quelli universitari dopo, hanno sicuramente lasciato un segno, così come sono determinanti le letture continue ed affascinanti delle quali tutt’ora mi nutro.

Se un’esordiente. Cosa ti ha spinto a scrivere?
Sì, sono un’esordiente. “In amore, succede…” è la mia opera prima.
Sin da bambina ho amato scrivere poesie: ogni stagione della mia vita ha stimolato la mia fantasia, tanto da riflettermi in essa. Solo lo scorso anno, complice Lucio Dalla che in una trasmissione televisiva cantava “ Piazza Grande”, la sua bellissima canzone autobiografica, scattò in me la sacra voglia di scrivere. Volli opporre alla “sua piazza grande, la mia”, quella della mia città, della città in cui sono nata, Trieste. Ecco, una semplice, banale scintilla, ha scatenato in me un fuoco inestinguibile. Così ho continuato di getto con ben 19 altre novelle. La prima, comunque, non fa parte del libro, e la tengo in stand-bay.

Parlaci della genesi di questi racconti? Sono nati prima i personaggi o le storie?
Riguardo la genesi (prima i personaggi o le storie), non credo si possa tenere sempre una sistematica maniera di porsi. Non ho un costante, regolare, “assetto a tavolino”, scrivo su input emozionale, nel momento giusto nel quale la mia mano ed il mio cuore si incontrano…
Per esempio, nel libro in esame, è stato sufficiente ammirare l’opera di Frida Kalho, che peraltro ne ha dato il nome e la copertina, a farmi scattare una molla…

Che tipo di Catania troveranno, i lettori, nelle tue pagine?
I lettori si ritroveranno nella “mia Catania”, nella Catania della mia adolescenza, nella smagliante Catania della rinascita, del boom economico ed edilizio, della serenità sociale, degli autentici valori, senza trascurare qualche elemento storico, che non guasta.

Categorie:Interviste

INCONTRO CON DANTE MAFFIA

INCONTRO CON DANTE MAFFIA

Venerdì 10 febbraio ore 18.00

Palazzo Valentini – sala Di Liegro

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Presentazione del volume

San Bettino Craxi e altri racconti

di

Dante Maffia

Sarà presente l’autore

Venerdì 10 febbraio, alle ore 18.00, presso la sala Di Liegro di Palazzo Valentini, in via IV Novembre 119/a, si terrà la presentazione del volume di Dante Maffia San Bettino Craxi e altri racconti (Edilet- Edilazio Letteraria, pp.300, brossura, euro 14 – luglio 2011, prefazione di Alberto Bevilacqua).

All’evento, oltre all’autore del libro, interveranno: Carmine Chiodo, Professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università “Tor Vergata” di Roma; Rocco Paternostro, Professore di Letteratura italiana all’Università “Sapienza” di Roma; Giorgio Taffon, Professore di Letteratura teatrale italiana all’Università “Roma Tre”; Aldo Onorati, scrittore e critico letterario; Marco Onofrio, scrittore, critico letterario e direttore editoriale di Edilet. Letture di Roberto D’Alessandro. Durante l’incontro si parlerà anche di La donna che parlava ai libri (Edilet – Edilazio Letteraria, pp. 198, brossura, euro 12 – dicembre 2010), precedente raccolta di Dante Maffia.

Un impasto di verità che si condensano, si negano, si intersecano e cantano, giocano nel mentre sorridono, si dissolvono nel mentre si accendono di significati nascosti o imprevedibili.

Questa, per dirlo con le parole di Alberto Bevilacqua, la raccolta di Dante Maffia “San Bettino Craxi e altri racconti”.

Attraverso lo sguardo attento e sensibile di Leonida – protagonista della silloge e suo filo conduttore – Maffia va dritto al cuore della realtà e in fondo all’animo umano; di questo indaga le contraddizioni, i pensieri inconfessabili e inconfessati, gli impeti di rabbia e i momenti di dolcezza, mentre di ciò che lo circonda coglie l’essenza, la precarietà, il costante fluire per cui spesso si finisce per dimenticare ciò che quotidianamente si perde o si mette da parte.

Da tempo lo assaliva una curiosità: dove andavano a finire i colori della natura? Dove si rifugiavano? E dove finivano le parole degli uomini pronunciate in treno, per strada, nei bar? Quella sì che sarebbe stata una collezione fantastica e unica, da sbalordire qualsiasi collezionista, anche il più pretensioso e maniacale”.

Con uno stile diretto, vigile e limpido, ricco di acume e di ironia, e con un linguaggio capace di attraversare tutti i registri – dall’aforisma, all’affermazione caustica, alla poesia – Maffia recupera in questi racconti ogni briciola di esistenza, le minuzie più sottili, le verità più inaspettate e, così facendo, le salva, sottraendole alla perdita della memoria e al vuoto dell’indifferenza.

E a volte può bastare un nome, una suggestione, un piccolo quadretto di vita quotidiana o un volto noto (come quelli di Mike Buongiorno, di Maurizio Costanzo, del Colonnello Gheddafi, di Aldo Moro o di Fausto Coppi) a innescare la narrazione o ancora, semplicemente, il desiderio di scuotere il lettore, di spiazzarlo, sorprenderlo e persino disorientarlo.

Ciò che ne viene fuori è un riuscito ritratto della nostra epoca, tenero a volte, spesso disincantato al limite del cinismo, ma sempre profondamente umano, anche quando prevale un certo spirito goliardico e dissacrante: “San Bettino Craxi suona bene; funzioneranno anche le figurine con la sua immagine. Era molto fotogenico”.

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La donna che parlava ai libri

Dante Maffia

(Edilet – Edilazio Letteraria, pp. 198, brossura, euro 12 – dicembre 2010)

La follia è scrivere libri brutti, anzi, come diceva Oscar Wilde, quella di scrivere male e senza intaccare la carne e il sangue della parola con il bisturi o con l’accetta”.

DALLA PREMESSA DELL’AUTORE

Può un libro far innamorare della vita, della letteratura e scatenare nel lettore un godimento conturbante? Sì, se chi scrive è un bibliofilo; anzi, un bibliomane.

Singolare percorso di narrazioni nel mondo letterario, reale e immaginario, La donna che parlava ai libri è un succedersi di divagazioni e di recensioni fittizie, una riflessione – o meglio il palesarsi di un’ossessione – intorno all’oggetto libro, che diviene, di volta in volta, persona, fantasma, sogno, motivo di desiderio erotico e di pulsioni conflittuali, a tratti sadiche e perverse, comunque fisiche. Storie strane, sospese, metafisiche forse anche deliranti, quelle raccontate da Maffia in questa raccolta dove i libri diventano “frammenti di un discorso amoroso” (per usare un’espressione di Roland Barthes) e la parola, traboccante di vita e di sentimento, viene restituita alla sua libertà e ricchezza; ripulita dalle scorie e dalle incrostazioni di un uso sbagliato e consumistico, ritorna vergine, evocativa e polisemica, capace ancora di rappresentare l’uomo nella sua totalità. La donna che parlava ai libri è insomma un’opera intensa, generosa, piena di passione, da leggere con complicità e per riscoprire lo straordinario e misterioso potere delle parole.

Dante Maffia è nato a Roseto Capo Spulico (CS), nella Sibaritide. Si è laureato in Lettere all’Università di Roma. È saggista, poeta, narratore e giornalista. Collabora come critico con le maggiori riviste letterarie. Ha pubblicato oltre 40 volumi tra poesia, narrativa e saggistica e numerosi scritti monografici sui grandi pittori e scultori contemporanei. Ha vinto decine di premi a nazionale e internazionale. Nel 2004 il Presidente della Repubblica Ciampi lo ha insignito della medaglia d’oro della cultura.

Per maggiori informazioni: www.dantemaffia.com / www.edilet.it

Categorie:Eventi

Incontro/dibattito su: “L’influenza dei movimenti culturali del ’68 nella formazione socio-politica del cittadino”

Categorie:Eventi

IN VIAGGIO, di Natale Tedesco

IN VIAGGIO, di Natale Tedesco
Aragno, 2011 – € 8 – pagg. 66

immagine scheda libro

di Massimo Maugeri

Natale Tedesco (Palermo 1931) è professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Palermo. In anni lontani ha ricevuto, da una giuria di scrittori meridionali, il Premio Castellammare di Stabia per la poesia. Leonardo Sciascia gli ha pubblicato una piccola silloge La breve luce. Per la critica, tra le sue numerose opere, si vuole almeno ricordare La condizione crepuscolare (Firenze 1970, tre edizioni) e i saggi su De Roberto, Svevo, Montale e Sereni. Si è occupato anche di storia dell’arte. Di recente ha pubblicato Viaggi in Sicilia. Arte cinema teatro (Acireale-Roma 2005); L’occhio e la memoria. Interventi sulla letteratura italiana (Acireale-Roma 2009)
La nuova pubblicazione di Natale Tedesco è una silloge intitolata In viaggio, uscita per i tipi di Aragno (2011, € 8, pagg. 66) con una postfazione di Barberi Squarotti. Il titolo del volume è chiaramente allegorico: viaggio in senso stretto, ma anche viaggio nella parola…

Come scrive Marcello Benfante (cfr. “Repubblica”, ed. Napoli, dell’11.9.2011) ciò che emerge da quest’opera di Natale Tedesco è “un percorso dell’uomo e del letterato che si dipana come un gomitolo di memorie e si iscrive nel corpo che “scivola nel declivio”. Ma il viaggio avviene nello spazio come nel tempo, e tocca vari luoghi, emblematiche stazioni di un io che permane e muta. La Calabria “addormentata” di Alvaro appare fumigante dal treno, “unico essere caldo”, come un ventre materno. C’è poi la Liguria montaliana, la Mosca dove aleggia lo spirito tolstojano, la Riga ebraica segnata dal Lampedusa, la Jesi fidericiana. O Malta, che riverbera una luce caravaggesca, e la pigra Andalusia, dove langue la sensualità fosca del pittore Julio Romero de Torres. Napoli naufraga con i suoi “quartieri malinconici” e “i gabbiani sporchi di nafta” che razzolano tra gli incatramati rifiuti del porto. E naturalmente la Sicilia, a cui sempre il treno vittoriniano torna per filiale e fatale attrazione.
A Samarcanda, sulla via di Marco Polo, il viaggiatore soppesa la vita che resta: la morte è l’inevitabile nomade di Cocteau. (…) In questi versi si avverte una vocazione autentica, aliena da astuzie accademiche. La musicalità, il ritmo, la dolente cadenza ispanica, cedono alle impellenze dello sguardo”.

Per Salvatore Ferlita (cfr. “Repubblica”, ed. Palermo, dell’11.8.2011) “le due sezioni che danno corpo al volumetto si possono leggere alla stregua di un diario di viaggio, nel senso doppio degli spostamenti effettivi, del peregrinare attraverso il mondo, mosso ora da un convegno, ora da grande evento culturale, e del movimento del tempo, della sedimentazione dei ricordi, dell’eco serpentesca delle emozioni che affiorano e riaffiorano, del reticolo di rughe che disegnano sul volto una sorta di misterioso e affascinante geroglifico, una ragnatela affettiva e memoriale. Ad apertura, il lettore si imbatterà in una sorta di lascito testamentario, un consuntivo nel quale «dare e avere» si alternano, nelle fulminee ricapitolazioni. A seguire, le stazioni di un viandante appassionato e curioso, che lega i luoghi a un’ emozione, spostandosi da Mosca a Samarcanda, da Stoccolma a Siviglia a Jesi (ma è pure centrale la geografia isolana, quella fisica e quella letteraria, la «dimora isolana» intesa come edificio che concresce nel rapporto con una tradizione illustre e imperiosa). Colpisce la capacità di cogliere anche un dettaglio, per elevarlo a emblema, l’insorgenza di un moto interiore che si invola da una specifica latitudine, per allargarsi, e comprendere altro. Mano a mano che si leggono i versi, ci si abitua alla pronuncia dell’autore, alla sua carezzevole prosodia, in una continua osmosi tra colloquialità e affabilità della parola, da un lato, e la sua nascosta prepotenza allusiva. Alla fine, viene fuori la ricchezza di un dialogo mai interrotto con gli amati poeti, primi tra tutti Vittorio Sereni e un Mario Luzi a lungo metabolizzato: il tessuto poetico si rivela ricco di innesti, di intarsi, di criptati omaggi”.

Antonio Di Grado (cfr. “La Sicilia” del 20.7.2011) si domanda: “Come non pensare a Sciascia, e a un comune sentimento del vivere, leggendo di questa “periferia” delle mappe e dell’anima? Freme “fra gli spazi brevi delle case” un desiderio di fuga e d’avventura spirituale (“Allora si corre, si scappa / dalle piccole gabbie per uomini, / e magari si arriva lontano / dove riposa il treno solitario / che domani riparte per il Nord”) che infine si ricovera nell’orbita della familiare “luce bianca delle botteghe / che l’inverno fa armare / di porte con i vetri colorati; / per questo a sera torniamo / magari stringendoci addosso i vestiti”.
Un viaggio immoto, dunque, a dispetto delle smaglianti cartoline esibite dal dilemmatico viandante: è il “camminare lungo” e tutto mentale del poeta che – lo chiariscono infine le liriche introduttive – “scivola nel declivio” ma s’incanta di luce e “gli occhi / paesaggi sorprendono”; e sa che “fine” o “nascita” è lo stesso, perché “la vita ci dolora accanto” ed è “una compagna implacabile”.

Abbiamo avuto modo di intrattenere una breve conversazione con l’autore di “In viaggio”…

– Prof. Tedesco, lei è molto noto nel ruolo di critico e di storico della letteratura. Qualcuno sarà rimasto sorpreso dalla pubblicazione di questa sua silloge…
“Probabilmente gli amici e gli studiosi che mi conoscono saranno rimasti un po’ meravigliati dall’annuncio della pubblicazione di questo mio libro di poesie. Ma è anche vero che non si tratta di un esordio. Più di cinquant’anni fa vinsi un importante premio per la poesia che ricevetti da una giuria di scrittori meridionali del calibro di Rea, Prisco e tanti altri. Guardando indietro nel tempo, un altro premio “di fatto” deriva da una mia piccola silloge che mi pubblicò Leonardo Sciascia con l’omonimo editore Sciascia. Peraltro, allora, nemmeno conoscevo colui che sarebbe diventato una sorta di fratello maggiore e un mio carissimo amico: cioè, appunto, Leonardo Sciascia. Questo per dire che, in realtà, scrivevo poesie già tanti e tanti anni fa”.

– Poi, però… che è successo?
“È successo che sono stato preso dalla mia attività di critico e storico della letteratura e ho pensato di mettere da parte la mia attività poetica”.

– E cosa l’ha spinta a riprendere a scrivere poesie?
“La voglia di continuare a rappresentare una forma di viaggio conoscitivo…
Cito i versi che sono stati messi in copertina dall’editore: “Nella discreta insistenza degli anni / tra lento e alacre mi porto/ la curiosità del mondo”. Cioè, dopo avere testimoniato la voglia di conoscere il mondo in gioventù anche con la poesia, e non solo con l’opera di conoscenza dei grandi scrittori nostri, ho continuato a viaggiare con attitudine tra la lentezza del processo conoscitivo e l’alacrità delle mosse emozionali e della ragione. Infatti queste poesie sono molto legate a veri e propri viaggi effettuati in varie parti del mondo: in Europa, in Africa, in America.
Il viaggio reale, però, diventa poi viaggio allegorico della vita…”.

L’ANORESSIA MENTALE: INTERVISTA A GIOVANNI ARIANO

L’ANORESSIA MENTALE: Intervista a Giovanni Ariano

Di Adelia Battista

Il corpo muto. Diagnosi e cura dell‘Anoressia mentale                                                      di Giovanni Ariano

Uno sguardo nuovo su un disturbo enigmatico.

Presentazione di Luc Ciompi

 

 

 “Il corpo fa da discrimine tra una ricerca di senso che porta l’uomo oltre se stesso e quanto lo chiude in un autismo mortale”.

Il professore Giovanni Ariano, autorevole esponente nel campo della psicopatologia e psicoterapia,  – Presidente della Società Italiana di Psicoterapia Integrata, (SIPI) di Casoria – non ha dubbi: “ Nel mondo di oggi l’anoressia e la bulimia rivelano attraverso il corpo inteso come sintomo lo smarrimento dell’adolescente, della donna e dell’uomo adulto, che nella loro ricerca di senso sono rimasti prigionieri di un povero autismo”.

In questa intervista, Ariano ci parla del suo ultimo libro, “Il corpo muto. Diagnosi e cura dell’anoressia mentale”(Sipintegrazioni edizioni, euro 20,00), in cuicome scrive lo psichiatra, Luc Ciompi, (ex Direttore medico dell’Università Socio-psichiatrica di Berna), nella presentazione al volume– “Ci offre uno sguardo nuovo su un disturbo enigmatico”.

   Professore possiamo considerare i “Disturbi del Comportamento Alimentare”, come la patologia del nostro tempo?

  “ I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono diventati il simbolo del dolore dell’uomo e della donna occidentale che hanno perso molti dei loro fondamentali punti di riferimento.     I DCA costituiscono la forma attraverso cui gli adolescenti cercano la loro identità, mentre per i genitori incarnano il doloroso terrore della follia ossia di qualcosa di incomprensibile e ingestibile. Nei mass media questi disturbi sono diventati così importanti da soppiantare le altre forme di sofferenza mentale. Certamente essi incarnano la sofferenza della donna e dell’uomo moderno che cercano un senso adeguato alla loro vita nel passaggio  rivoluzionario dei costumi e dei valori ”.

   A quale concorso di cause possiamo attribuire la responsabilità di questi disturbi?

“Si enumerano molte cause: ideale di snellezza e culto dell’apparenza, ritmo robotico della vita, cambiamento del ruolo della donna nella società, ecc. Credo che una tale patologia abbia le sue radici profonde nella tendenza della società moderna a ridurre l’uomo/donna ad una dimensione portando il loro ritmo vitale ad una velocità robotica. Non c’è più spazio e tempo per i vissuti corporei ed emotivi. I ritmi dei lutti, delle paure, degli odi e degli amori sono distrutti costringendo il corpo/carne a diventare un meccanico robot. L’anoressia è la lotta contro un corpo che si rifiuta di rimanere robot; la bulimia, invece, è l’incapacità di integrare in un modo sano i diversi livelli dell’esistenza umana”. 

La famiglia come può prendersi cura dell’insorgere di queste patologie in pazienti molto giovani?

 La consapevolezza che come adulti sappiamo relazionarci poco con gli adolescenti è la condizione indispensabile per accedere alle loro ansie che possono incarnarsi nei disturbi del comportamento alimentare. La forza di non minimizzare i problemi quando ce ne accorgiamo e l’umiltà di chiedere un aiuto all’esperto, quando non sappiamo affrontarli, è la cura migliore. La psicoterapia di famiglia è sufficiente per i casi nevrotici ed è la condizione necessaria per accedere ad una cura più efficiente per i casi gravi”. 

 

Il suo libro: “Il corpo muto. Diagnosi e cura dell’anoressia mentale”, quali punti significativi  affronta?

 Tra i diversi contributi mi piace ricordarne tre più significativi: la distinzione tra anoressia di “tipo esistenziale” e l’anoressia primaria, che può essere considerata la “pazzia” del presente e del prossimo futuro. Il 95% appartiene al tipo esistenziale ed è facile da curare.  L’utilizzo del costrutto di “corpo muto” e di “intelligenza meccanica” come sintomo primario dell’anoressia, che ne rivela la sua gravità e la sua presenza al di là dei luoghi in cui siamo abituati a vederla. La possibilità di alleviare la sofferenza delle persone che convivono con le anoressiche senza sintomi; spesso nelle famiglie con figlia o figlio schizofrenico c’è una madre anoressica non diagnosticata perché senza sintomi secondari”.     

 Se per la diagnosi e la cura è insufficiente curare il sintomo a quale altro modello bisogna fare ricorso?

 Nei disturbi del comportamento alimentare bisogna distinguere quelli di gravità nevrotica in cui si imbattono i giovani nel passaggio dall’adolescenza alla giovinezza. In questo caso basta una relazione pedagogicamente sana. Per questi un lavoro di prevenzione si rivela di massima importanza. I disturbi di gravità psicotica richiedono un modello di intervento che sappia tenere presente i fattori psicologici, sociali e biologici evitando dannose giustapposizioni e cercando un modello per una loro corretta integrazione. Per essere efficaci dobbiamo abituarci a considerare la gravità di tali disturbi e i tempi necessari per curarli”.

 Luc Ciompi, autorevole esponente della psichiatria internazionale, auspica che i suoi libri vengano tradotti quanto prima e conosciuti all’estero.

 Luc Ciompi ama i suoi pazienti e scopre nel MSI (Modello Strutturale Integrato), da me messo a punto, per curare i pazienti “difficili” (psicotici), uno strumento per aiutare chi soffre a riconquistare la propria vita. Non posso che ringraziarlo per il suo riconoscimento e augurarmi con lui che il suo invito si realizzi quanto prima”.

Adelia Battista

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