Home > Interviste, Recensioni > IN VIAGGIO, di Natale Tedesco

IN VIAGGIO, di Natale Tedesco

gennaio 19, 2012

IN VIAGGIO, di Natale Tedesco
Aragno, 2011 – € 8 – pagg. 66

immagine scheda libro

di Massimo Maugeri

Natale Tedesco (Palermo 1931) è professore emerito di Letteratura italiana dell’Università di Palermo. In anni lontani ha ricevuto, da una giuria di scrittori meridionali, il Premio Castellammare di Stabia per la poesia. Leonardo Sciascia gli ha pubblicato una piccola silloge La breve luce. Per la critica, tra le sue numerose opere, si vuole almeno ricordare La condizione crepuscolare (Firenze 1970, tre edizioni) e i saggi su De Roberto, Svevo, Montale e Sereni. Si è occupato anche di storia dell’arte. Di recente ha pubblicato Viaggi in Sicilia. Arte cinema teatro (Acireale-Roma 2005); L’occhio e la memoria. Interventi sulla letteratura italiana (Acireale-Roma 2009)
La nuova pubblicazione di Natale Tedesco è una silloge intitolata In viaggio, uscita per i tipi di Aragno (2011, € 8, pagg. 66) con una postfazione di Barberi Squarotti. Il titolo del volume è chiaramente allegorico: viaggio in senso stretto, ma anche viaggio nella parola…

Come scrive Marcello Benfante (cfr. “Repubblica”, ed. Napoli, dell’11.9.2011) ciò che emerge da quest’opera di Natale Tedesco è “un percorso dell’uomo e del letterato che si dipana come un gomitolo di memorie e si iscrive nel corpo che “scivola nel declivio”. Ma il viaggio avviene nello spazio come nel tempo, e tocca vari luoghi, emblematiche stazioni di un io che permane e muta. La Calabria “addormentata” di Alvaro appare fumigante dal treno, “unico essere caldo”, come un ventre materno. C’è poi la Liguria montaliana, la Mosca dove aleggia lo spirito tolstojano, la Riga ebraica segnata dal Lampedusa, la Jesi fidericiana. O Malta, che riverbera una luce caravaggesca, e la pigra Andalusia, dove langue la sensualità fosca del pittore Julio Romero de Torres. Napoli naufraga con i suoi “quartieri malinconici” e “i gabbiani sporchi di nafta” che razzolano tra gli incatramati rifiuti del porto. E naturalmente la Sicilia, a cui sempre il treno vittoriniano torna per filiale e fatale attrazione.
A Samarcanda, sulla via di Marco Polo, il viaggiatore soppesa la vita che resta: la morte è l’inevitabile nomade di Cocteau. (…) In questi versi si avverte una vocazione autentica, aliena da astuzie accademiche. La musicalità, il ritmo, la dolente cadenza ispanica, cedono alle impellenze dello sguardo”.

Per Salvatore Ferlita (cfr. “Repubblica”, ed. Palermo, dell’11.8.2011) “le due sezioni che danno corpo al volumetto si possono leggere alla stregua di un diario di viaggio, nel senso doppio degli spostamenti effettivi, del peregrinare attraverso il mondo, mosso ora da un convegno, ora da grande evento culturale, e del movimento del tempo, della sedimentazione dei ricordi, dell’eco serpentesca delle emozioni che affiorano e riaffiorano, del reticolo di rughe che disegnano sul volto una sorta di misterioso e affascinante geroglifico, una ragnatela affettiva e memoriale. Ad apertura, il lettore si imbatterà in una sorta di lascito testamentario, un consuntivo nel quale «dare e avere» si alternano, nelle fulminee ricapitolazioni. A seguire, le stazioni di un viandante appassionato e curioso, che lega i luoghi a un’ emozione, spostandosi da Mosca a Samarcanda, da Stoccolma a Siviglia a Jesi (ma è pure centrale la geografia isolana, quella fisica e quella letteraria, la «dimora isolana» intesa come edificio che concresce nel rapporto con una tradizione illustre e imperiosa). Colpisce la capacità di cogliere anche un dettaglio, per elevarlo a emblema, l’insorgenza di un moto interiore che si invola da una specifica latitudine, per allargarsi, e comprendere altro. Mano a mano che si leggono i versi, ci si abitua alla pronuncia dell’autore, alla sua carezzevole prosodia, in una continua osmosi tra colloquialità e affabilità della parola, da un lato, e la sua nascosta prepotenza allusiva. Alla fine, viene fuori la ricchezza di un dialogo mai interrotto con gli amati poeti, primi tra tutti Vittorio Sereni e un Mario Luzi a lungo metabolizzato: il tessuto poetico si rivela ricco di innesti, di intarsi, di criptati omaggi”.

Antonio Di Grado (cfr. “La Sicilia” del 20.7.2011) si domanda: “Come non pensare a Sciascia, e a un comune sentimento del vivere, leggendo di questa “periferia” delle mappe e dell’anima? Freme “fra gli spazi brevi delle case” un desiderio di fuga e d’avventura spirituale (“Allora si corre, si scappa / dalle piccole gabbie per uomini, / e magari si arriva lontano / dove riposa il treno solitario / che domani riparte per il Nord”) che infine si ricovera nell’orbita della familiare “luce bianca delle botteghe / che l’inverno fa armare / di porte con i vetri colorati; / per questo a sera torniamo / magari stringendoci addosso i vestiti”.
Un viaggio immoto, dunque, a dispetto delle smaglianti cartoline esibite dal dilemmatico viandante: è il “camminare lungo” e tutto mentale del poeta che – lo chiariscono infine le liriche introduttive – “scivola nel declivio” ma s’incanta di luce e “gli occhi / paesaggi sorprendono”; e sa che “fine” o “nascita” è lo stesso, perché “la vita ci dolora accanto” ed è “una compagna implacabile”.

Abbiamo avuto modo di intrattenere una breve conversazione con l’autore di “In viaggio”…

– Prof. Tedesco, lei è molto noto nel ruolo di critico e di storico della letteratura. Qualcuno sarà rimasto sorpreso dalla pubblicazione di questa sua silloge…
“Probabilmente gli amici e gli studiosi che mi conoscono saranno rimasti un po’ meravigliati dall’annuncio della pubblicazione di questo mio libro di poesie. Ma è anche vero che non si tratta di un esordio. Più di cinquant’anni fa vinsi un importante premio per la poesia che ricevetti da una giuria di scrittori meridionali del calibro di Rea, Prisco e tanti altri. Guardando indietro nel tempo, un altro premio “di fatto” deriva da una mia piccola silloge che mi pubblicò Leonardo Sciascia con l’omonimo editore Sciascia. Peraltro, allora, nemmeno conoscevo colui che sarebbe diventato una sorta di fratello maggiore e un mio carissimo amico: cioè, appunto, Leonardo Sciascia. Questo per dire che, in realtà, scrivevo poesie già tanti e tanti anni fa”.

– Poi, però… che è successo?
“È successo che sono stato preso dalla mia attività di critico e storico della letteratura e ho pensato di mettere da parte la mia attività poetica”.

– E cosa l’ha spinta a riprendere a scrivere poesie?
“La voglia di continuare a rappresentare una forma di viaggio conoscitivo…
Cito i versi che sono stati messi in copertina dall’editore: “Nella discreta insistenza degli anni / tra lento e alacre mi porto/ la curiosità del mondo”. Cioè, dopo avere testimoniato la voglia di conoscere il mondo in gioventù anche con la poesia, e non solo con l’opera di conoscenza dei grandi scrittori nostri, ho continuato a viaggiare con attitudine tra la lentezza del processo conoscitivo e l’alacrità delle mosse emozionali e della ragione. Infatti queste poesie sono molto legate a veri e propri viaggi effettuati in varie parti del mondo: in Europa, in Africa, in America.
Il viaggio reale, però, diventa poi viaggio allegorico della vita…”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: