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Archive for febbraio 2012

BLOGGIN DAY PER ROSSELLA URRU

http://www.rossellaurru.it/


Questo è l’appello di Donne Viola:
http://www.articolo21.org/4828/notizia/appello-per-la-liberazione-di-rossella.html

Ci sono donne straordinarie che non fanno niente per essere notate e
con grande cuore donano la propria vita agli altri.
Manteniamo viva l’attenzione su Rossella Urru,
i media non lo fanno, facciamolo noi

*Il “bloggin day” è un giorno in cui un gruppo di blogger decide di parlare di un unico argomento. Allo scopo di sensibilizzare quante più persone possibili e di far parlare anche i media del rapimento di Rossella Urru, il 29 febbraio i blogger dedicheranno il proprio post a questo argomento.

Per contribuire alla conversazione su Twitter social network usiamo gli hastag
#freerossella e #freeRossellaUrru

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Intervista a Jonathan Franzen

Pubblichiamo, in anteprima, un’intervista allo scrittore Jonathan Franzen che uscirà su Io Donna del 25 febbraio

“Così costruisco un bestseller. E poi lo riscrivo”
Candidato al Nobel, nei suoi romanzi condensa annidi riflessioni. Eppure Jonathan Franzen rimettemano a un successo come “Le correzioni”. Qui ci racconta perché. Svelando come sia in soggezione di fronte a donne attraenti. E come siano volgari gli antidepressivi

di Livia Manera

Un pomeriggio con Jonathan Franzen può cominciare bene o male. E questo è cominciato male: Franzen mi aspettava il giorno prima. Ora, a New York ancora più che altrove, una star come il cinquantaduenne autore di quattro romanzi i cui ultimi due, Le correzioni e Libertà (Einaudi), sono stati allo stesso tempo bestseller planetari e successi di critica formidabili; uno scrittore che ha avuto la copertina di Time; che malgrado l’aspetto da studente è già candidato al Nobel, e che per di più, in questo momento, sta affrontando il compito di riscrivere Le correzioni per una serie televisiva prodotta da Scott Rudin, avrebbe potuto dire: mi spiace, lei ha perso la sua occasione. Ma è tipico invece di Jonathan Franzen sforzarsi di correggere la distanza intellettuale e di prestigio sociale che spesso lo separa dal prossimo. Al punto da offrirsi di dire: «È capitato anche a me, una volta», mentre mi prende il cappotto nell’ingresso del suo appartamento.

– Davvero? Quando?
Quando ho passato un periodo a Washington per il New Yorker e non mi sono presentato a un appuntamento con il vicepresidente perché avevo staccato tutto – compresi posta elettronica e telefonino – per scrivere il mio pezzo. Quando li ho riattaccati ho trovato almeno una dozzina di telefonate della sua segreteria.

Se sta parlando di Joe Biden come penso, l’ha fatta decisamente più grossa di me. E così, con le carte della nostra intervista sparigliate, ci sediamo al tavolo da pranzo tra la cucina e il salotto, e cominciamo a parlare di come deve essere cambiata la sua vita da quando ha smesso di essere un talentuoso ma frustrato giovane scrittore americano. E nella peggiore delle date possibili – cioè il 12 settembre del 2001 – Le Correzioni è approdato in libreria e ha rubato il cuore al grande pubblico americano, con le sue 600 e più pagine suuna famiglia disfunzionale del Midwest, nemmeno tanto tipica.

– Cosa le ha cambiato la vita dopo il successo del suo libro?
Più che la fama, sono i soldi a cambiarti la vita. Non ne avevo mai avuti prima che uscisse Le correzioni, quandoavevo quarantun’anni. E la cosa curiosa è che dal momento che il mio modo di essere era già formato, sarei rimasto un povero per il resto della mia vita, con la differenza che oggi sono un povero con i soldi. Ma una cosa la fama l’ha certamente cambiata. Oggi so che ogni volta che accendo il computer c’è qualcuno che vuole qualcosa da me.

– Come cosa?
Qualunque cosa. Persone che vogliono mandarmi libri e manoscritti; che chiedono raccomandazioni, o soldi per associazioni benefiche, o sostegno alle loro cause; apparizioni personali, interviste, o cose come “Possiamo venire a fotografare la sua libreria per un pezzo che stiamo preparando sulle librerie delle persone famose?”. E cos’è tutto questo se non la più abietta venerazione della fama?

– Con la sua aria da ragazzo studioso e con i suoi occhiali spessi sembra un timido, ma le sue opinioni non sono timide affatto. Quando qualcuno ti ferma in aeroporto e ti dice che gli piacciono i tuoi libri, come fai a non essere contento?
Il rovescio di questa medaglia è che chiunque incontri oggi mi vede in primo luogo come una persona famosa. Per questo mi sono molto cari i rapporti che risalgono a quando ero uno sconosciuto. La fama ti costringe a convivere con la paranoia di chiederti continuamente: a questa persona piaccio perché le piaccio sul serio, perché le piace l’idea che ha di me, o perché il fatto che io le piaccia le è utile?

– Allora non è vero che è un timido?
Sì e no. Sono timido al telefono, per esempio: non mi piace parlare con le persone che non conosco. Nemmeno ai party. E certamente sono timido con le donne attraenti: la sicurezza sessuale non era certo una cosa che ti dava una famiglia come la mia.

– Lei viene da un sobborgo di St. Louis nel Missouri, padre svedese, madre americana. E nei suoi libri ha quasi sempre esplorato i luoghi e l’ambiente sociale in cui è cresciuto.
Perché cercare altrove, quando puoi concentrarti su ciò che conosci bene?

– Perché potrebbe diventare una limitazione (la mia è una domanda provocatoria, ma lui sorride tranquillo perché sa bene che non è vero).
Per risponderle dovrei ricorrere al mio scrittore nordamericano preferito, l’autrice di racconti Alice Munro, quando dice che «non c’è fine alla complessità delle cose nelle cose». E se è questo che ti interessa, allora i contorni del paesaggio che più ti è familiare sono la tua àncora. Le limitazioni di cui ho veramente paura sono altre. Sono abbastanza intelligente? Sono abbastanza sensibile? Ho accumulato abbastanza esperienza, per trovare più cose nelle cose?

– E cosa si risponde?
Senta: scrivere un romanzo serio è qualcosa che ti costringe all’umiltà. Sono passato quattro volte per l’esperienza di cominciare un romanzo e di non avere la più pallida idea di come riuscire a scriverlo. E la soluzione è sempre stata di iniettarvi un po’ di avventura. Il senso del rischio è contagioso. Come lettore sono molto stimolato quando sento che uno scrittore sta rischiando, che si sta misurando con qualcosa che potrebbe esporlo alla vergogna, o a far del male a qualcuno.

– Mi dice che cosa l’ha spinta allora ad accettare di riscrivere Le correzioni per la televisione, invece di lavorare a qualcosa di nuovo?
Me lo chiedo anch’io. All’inizio dovevo essere solo un consulente alla produzione. Ma la verità è che non vedo un altro scrittore che possa conoscere i miei personaggi come li conosco io, e lavorare ad aggiungere nuove scene.

– Aggiungere nuove scene? Perché?
Perché un romanzo consiste nella virtuosa gestione di quello che ne rimane fuori. Nelle Correzioni molte cose le avevo lasciate fuori perché non riuscivo a immaginarle, per esempio. E invece adesso devo ritornarci sopra e farlo. Com’erano veramente questi personaggi? Come sono diventati quello che sono?

– Ce lo vuole dire? In altre parole, come si scrive un romanzo? È diverso da una sceneggiatura?
Il lavoro vero avviene prima della scrittura. Quando poi ci arrivo, quello che butto giù è più o meno la sua forma definitiva. Ciò che conta veramente sono i tre, cinque, sette anni in cui ci penso su e prendo appunti che raramente riguardo, ma che alla fine della giornata mi danno l’idea di avere lavorato. Scrivere sceneggiature è esattamente l’opposto.

– Tutto questo lavoro di riflessione fa pensare alla psicoanalisi. È una cosa che fa parte della sua vita?
Preferisco non rispondere. Quello che posso dire è che sono desolato di vivere in una cultura che ha così svalutatola psicologia. Io mi muovo in un mondo freudiano, che cerca di capire quali siano i veri motivi dietro le cose, e che usa la sensibilità per comprendere in che modo i conflitti interiori diano forma alle persone e ai loro comportamenti. E che tutto questo oggi sia rimpiazzato dalla chimica del cervello, è un fatto di una volgarità inimmaginabile.

– Le chiedo scusa, forse era una domanda troppo indiscreta.
No, può chiedermi quello che vuole (si allontana un attimo a prendere un bicchiere d’acqua, ndr). Solo che una delle prime lezioni della fama, per tornare all’inizio della nostra conversazione, è che quando rispondi non pensi che quello che dici sarà stampato. E questo all’inizio mi ha procurato non pochi guai, e di conseguenza rabbia… Ecco: una cosa che è cambiata in questi anni è che non sono più così arrabbiato. So di apparire immodesto se le dico che rileggendo Le correzioni sono rimasto colpito da quanto sia ben scritto. Ma quello che voglio dire è che ho visto una prosa in cui traspaiono rabbia e autodifesa: come se con quelle frasi così curate volessi difendermi, dimostrando di essere stato capace di scriverle.

– Quella rabbia ha fatto la sua fortuna. Le ha permesso di iniettare in un romanzo ambizioso la vitalità e l’energia che lo hanno reso popolare.
Forse. Ma quando mi sono chiesto da dove venisse, non ho trovato una riposta. E così la soluzione è stata un altro libro, Libertà. Con molta meno rabbia, meno paura nell’approccio alla lingua, e tuttavia lo stesso forte legame a tenereinsieme la scrittura e la vita.

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Nasce be-pop, il blog di Perdisa Pop

Perdisa Pop nel 2012 decide di puntare sul web, iniziando con la creazione di un blog letterario.

Il blog si chiama be-pop ed è già on line (www.be-pop.it).

Ospiterà articoli, narrativa e testi di approfondimento culturale, e ambisce a diventare un punto di riferimento qualificato nel panorama culturale italiano. Si comincia con tre racconti inediti di Gea Polonio, Silvia Tebaldi, e Domenico Trischitta.

La nuova strategia è frutto di un processo spontaneo, per un editore da sempre interessato a proporre libri che possano davvero incontrare il gusto del pubblico a cui ci rivolgiamo, cioè lettori curiosi, attenti alle nuove tendenze e desiderosi di qualità.

Nell’ambito di questa strategia rientra anche la decisione di ridurre la pubblicazione di novità nell’anno, ciascuna delle quali sarà un appuntamento irrinunciabile per i nostri lettori.

La scelta nasce dalle ormai note difficoltà dell’editoria indipendente, costretta a fronteggiare un mercato sovraffollato ed eccessivamente caratterizzato dal libro più commerciabile, ma anche per meglio garantire a ogni singolo titolo la durata e la visibilità che merita.

Clicca qui per andare sul blog e leggere l’articolo di apertura di Antonio Paolacci, direttore editoriale di Perdisa Pop.

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LA DISCESA DEI LUMINOSI di Ilenia Provenzi e Francesca Silvia

La discesa dei Luminosi di Ilenia Provenzi e Francesca Silvia

di Cinzia Frascati

“Se tutte le profezie si fossero avverate, il mondo sarebbe già finito”.

La discesa dei Luminosi, il romanzo d’esordio di Ilenia Provenzi e Francesca Silvia Loiacono pubblicato da Giunti e sugli scaffali dallo scorso 25 gennaio, affronta il tanto discusso tema della profezia Maya del 21 dicembre 2012 da un punto di vista nuovo, unendo archeologia, mito ed elementi urban fantasy.

– Chiediamo alle autrici di raccontarci in breve la storia di questo libro totalmente “made in Italy” che sta suscitando molto interesse nel pubblico.

ILENIA&FRANCESCA: La discesa dei Luminosi è la storia di due fratelli, Jude e Danielle, che appartengono a un mondo lontanissimo, Aurora. Arrivano a Venezia sulle tracce di un misterioso codice Maya che potrebbe decidere le sorti dell’umanità… e si trovano ad affrontare le emozioni umane, alle quali non sono preparati. Le certezze del razionale Jude saranno messe in crisi dall’incontro con Viola, una studentessa di archeologia, mentre l’entusiasmo di Danielle si tramuterà in sete di vendetta dopo una grande delusione. E intanto il 21 dicembre 2012 si avvicina e il mistero si infittisce…

– Come vi siete conosciute?

ILENIA&FRANCESCA: Abbiamo studiato entrambe Lettere Moderne alla Cattolica di Milano, ma ci siamo incontrate solo dopo la laurea. La scintilla è nata durante un corso estivo sul cinema tenuto da una docente americana: abbiamo scoperto di condividere la stessa passione e abbiamo deciso di scrivere assieme un romanzo. Un po’ per caso, un po’ per destino.

– Jude e Danielle Byron, i protagonisti della storia, sono bellissimi e dotati di poteri particolari. Per certi versi si discostano molto da come l’immaginario collettivo ha codificato gli alieni. Come vi è venuta questa idea?

ILENIA: Volevamo cimentarci nel genere urban fantasy, ambientando la storia nella realtà ma introducendo degli elementi fantastici. Ci intrigava l’idea di creare un mondo totalmente nuovo, un universo parallelo, non appartenente al nostro sistema solare, abitato da un popolo simile alle figure della mitologia antica ma molto più etereo.

FRANCESCA: Ilenia ed io desideravamo parlare a un pubblico giovane di creature superiori, diverse da noi umani ma non appartenenti ad alcuna categoria già esplorata. Così sono nati i Luminosi: esseri a metà tra gli dei dell’Olimpo e gli alieni, ma senza nessuno degli stereotipi che contraddistingue entrambi.

– Nel romanzo si trovano molti riferimenti alla letteratura, da Dante al Piccolo Principe, e alla mitologia antica. C’è un motivo preciso per questa scelta?

ILENIA: La letteratura è una miniera di storie e di temi con cui qualsiasi scrittore deve fare i conti. I miti e gli archetipi sono il filo conduttore della nostra cultura e sono entrati spontaneamente nel romanzo, arricchendolo di riferimenti agli autori che ci hanno trasmesso la passione per la letteratura.

FRANCESCA: Credo che La divina commedia dovrebbe essere inserita nella lista delle sette meraviglie del mondo assieme alla Muraglia Cinese e, quanto a Il piccolo principe, lo reputo uno dei testi più lirici e delicati, profondi e allo stesso tempo ironici che sia mai stato scritto. Si può solo imparare, dal passato: è questo il messaggio che vogliamo trasmettere con questo libro.

– Com’è il vostro rapporto con la letteratura fantasy e fantascientifica in generale?

ILENIA: Io sono un’appassionata di Tolkien, non so quante volte ho riletto Il signore degli anelli. Mi piace il genere fantasy perché permette di entrare in mondi diversi, di parlare della realtà e dei grandi temi dell’universo in modo allegorico e indiretto. Per questo ho apprezzato moltissimo anche Harry Potter. Con la fantascienza, invece, ho un pessimo rapporto…!

FRANCESCA: Amo molto la letteratura fantasy e i miei testi “cult” sono Lo Hobbit di Tolkien e la trilogia Dragonlance degli americani Weiss & Hickman. Quanto al genere urban fantasy, ho apprezzato molto la saga della Meyer, ma sono un po’ stanca di vedere gli scaffali delle librerie affollarsi dei suoi epigoni. Spero che La discesa dei Luminosi riuscirà a portare linfa nuova all’interno del genere e che i lettori apprezzeranno le innovazioni che abbiamo voluto inserirvi.

– Come già anticipato, il vostro libro affronta un tema molto discusso: la profezia dei Maya. Qual è la vostra opinione sull’argomento?

ILENIA: Io non credo alle teorie apocalittiche, ma sono convinta che si senta forte l’esigenza di un cambiamento. Anche se molti rifiutano di affrontare l’argomento, penso che gli uomini abbiano bisogno di una nuova spiritualità, di riflettere sul passato e di vivere la propria vita in modo diverso, più intenso ed elevato.  I testi Maya parlano della fine di un ciclo, quindi spero davvero che cominci un’epoca nuova.

FRANCESCA: Sono sempre stata affascinata da questa profezia anche in tempi non sospetti, quando l’attenzione mediatica era rivolta altrove. Ho una personale ossessione per il futuro: leggo l’oroscopo tutte le mattine e consulto i libri di astrologia come se potessero davvero svelarmi arcani misteri. Inoltre questa idea che il nostro mondo possa finire, un giorno, annulla ogni mia certezza, facendomi sentire ancor di più il peso della precarietà.  Credo comunque che, grazie all’intervento dei nostri Luminosi (!!), il mondo non finirà il 21 dicembre 2012 e, proprio per questo, dovremo trovare nuovi mezzi e risorse per andare avanti.

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Il poeta saudita Hamza Kashgari rischia il patibolo per una composizione poetica

da Circolo Culturale “Mario Luzi di Boccheggiano (GR)

Il poeta saudita Hamza Kashgari rischia il patibolo per una composizione poetica

di Roberto Malini*

Milano, 11 febbraio 2012. Hamza Kashgari, 23enne poeta saudita, è stato colpito da una fatwa nel suo paese per aver diffuso attraverso Twitter la seguente poesia, dedicata al profeta Maometto e giudicata blasfema dalle autorità religiose del suo paese:

Nel giorno del tuo compleanno, dico che ho amato 
il tuo essere ribelle, dico che mi hai ispirato 
e che non amo l’aura divina intorno a te. Non ti adorerò.

Nel giorno del tuo compleanno, ti vedo in ogni posto
e dico che amo una parte di te, ne odio un’altra 
e ce n’è una che non capisco.

Nel giorno del tuo compleanno, non mi prostro davanti a te,
non bacio la tua mano, ma la stringo, come si fa fra pari
e ti sorrido, se mi sorridi. Ti parlo come a un amico, null’altro.

Quale “nemico di Dio” ora il giovane rischia la condanna a morte. La sentenza capitale, per decapitazione, è chiesta a gran voce da 30 mila tweet e dagli oltre 10 mila iscritti alla pagina Facebook “Il popolo saudita chiede l’esecuzione di Hamza Kashgari”. L’indirizzo del poeta è stato dato in pasto ai suoi persecutori, attraverso YouTube.

Kashgari, temendo per la propria vita, ha lasciato l’Arabia Saudita lunedì scorso, con il progetto di chiedere asilo in Nuova Zelanda. Le autorità malesi, tuttavia, l’hanno arrestato al suo arrivo allo scalo di Kuala Lumpur e adesso il poeta rischia di essere deportato in patria, dove lo attendono il carcere, un processo dall’esito scontato e – molto probabilmente – il patibolo.

* Roberto Malini e cofondatore dell’Associazione umanitaria EveryOneGroup

(foto di Hamza Kashgari)

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In ricordo di Anacleto Verrecchia

di Gianmario Ricchezza

Torino, 4 febbraio 2012.
E’ mancato improvvisamente, tra le braccia della sua fida Silvana, Anacleto Verrecchia (nella foto). Da qualche tempo era solito dire: «E’ ora di chiamare il falegname» o «Dovete portarmi alla discarica». Aveva sempre condito la sua vita (travagliata nell’infanzia, che l’aveva visto ragazzo perdere la mamma sotto le bombe degli Alleati a Cassino) con ironia e umorismo. «Chi non sa ridere, non è persona intelligente», «In questo mondo di pazzi ci salvano le risate» erano due delle tante frasi che ne rivelavano la personalità, per il resto forte e spigolosa, coraggiosa e passionale, come quella dei suoi amati Schopenhauer e Bruno. Come Schopenhauer aveva inseguito l’eterno femminino con devozione e curiosità, rendendosi sempre conto di obbedire a leggi alle quali tutti obbediamo quasi sempre inconsapevoli; e, come il Bruno, aveva seminato le sue opere di notizie sulla sua vita e riflessioni personali.
Prestò servizio militare nel senese, dandone il giudizio: «Sono stato una parodia del soldato»; non avrebbe potuto essere diversamente data la sua anima pacifista e la compassione da buddista: si sentì sempre in sintonia con tutti gli esseri viventi, rispettando piante, di cui aveva grande conoscenza, e animali, che amò e descrisse con intensità. Cominciò a lavorare come impiegato, al servizio pubblicità di una casa farmaceutica e al recupero crediti di una casa editrice («Ma non ho mai saputo cosa fosse una cambiale»). Insegnante di scuola media, adorato dagli studenti, lasciò per contrasti con il preside e il ministero. Grazie a una laurea in germanistica e all’ottima conoscenza del tedesco, vinse un concorso per addetto culturale all’estero e prestò servizio all’Ambasciata di Vienna per molti anni.
Autore di centinaia di articoli e recensioni, per diversi giornali, Verrecchia ha rivelato, nelle numerose opere pubblicate, di avere molte frecce al suo arco: la bravura di scrittore dal ricco vocabolario (La Batracomachia di Bayreuth, Diario del Gran Paradiso); la arguzia di osservatore e acribia di ricercatore (Lichtenberg, La catastrofe di Nietzsche a Torino, Giordano Bruno); la profondità di pensatore nelle numerose traduzioni e saggi su Schopenhauer; anche la piacevole leggerezza della penna ‘giornalistica’ e la sensibilità del poeta (Prezzolini, , Schopenhauer e la Vispa Teresa, Rapsodia Viennese); infine, nei Vagabondaggi culturali, notazioni originali di viaggio, si mostra un osservatore completo al quale è piacevole affidarsi per ricavarne preziosi flash che illuminano i ‘punti’ che più ci possono parlare del cammino di questo animale uomo: ‘colpi d’ala’ di un osservatore privilegiato che ora scende rasoterra, quasi a bacchettare le genti, laddove si notano storture e inciviltà, ora vola verso l’alto a mostrare la grandezza delle tradizioni; sempre ci accompagna e saluta, come fanno gli aviatori, in punta d’ali; tra i numerosi viaggi effettuati aveva scelto quelli che hanno più attinenza con la nostra civiltà, così vacillante in questo periodo; il lettore non vi trova quindi deserti della mongolia o giungle amazzoniche, ma deserti dello spirito e giungle umane, altrettanto pericolose.
Insofferente di ogni vana ciancia e della ignoranza che si eleva a maestra, colse in Giordano Bruno soprattutto la dimensione eroica e insieme tragica, che trasfuse, quasi identificandosi col filosofo, nella passionale biografia, scritta con penna acuminata. Con il Bruno amava ripetere: «Siamo tutti espressione di un’unica sostanza universale».
Soleva anche dire: «Oggi chi ricopre una cattedra di filosofia si proclama filosofo, ma da un mestiere orecchiato alla capacità di riflettere il mondo ce ne corre». Fu sempre, come si definiva, un Selbstdenker, un pensatore libero e autonomo. Oltre alle opere, ci ha lasciato in eredità un prezioso insegnamento: che si può unire al rigore intellettuale la leggerezza dell’ironia, per vedere la vita in modo giusto.
Gianmario Ricchezza

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Manuel Giliberti, tra cinema e architettura

di Massimo Maugeri

C’è chi decide di lasciare il proprio luogo di origine e c’è chi, viceversa, vi rimane ancorato in maniera viscerale; ma c’è pure chi – tra queste due strade – decide di intraprendere un percorso di mezzo. È il caso di Manuel Giliberti (nella foto in alto, con Piera Degli Esposti): siracusano, ma romano d’adozione. Giliberti è architetto, impegnato soprattutto nel campo del restauro e della realizzazione di interventi di riqualificazione di strutture ed edifici di valore artistico. Alla sua attività professionale affianca, con altrettanta passione, quella di scenografo e regista teatrale e cinematografico. Il suo impegno ha inizio negli anni Ottanta, in teatro. Successivamente, dal 1995 inizia stabilmente a lavorare nel settore cinematografico e pubblicitario. Collabora con registi quali Hugh Hudson (premio Oscar per “Momenti di Gloria”), Krystoff Zanussi, Aurelio Grimaldi, Felice Farina, Nello Correale, Maurizio Nichetti. Esordisce da regista con “Giovanni falcone, i giorni della speranza” (evento speciale nel 2002 al Festival di Taormina). Successivamente, nel 2006, con il film “Lettere dalla Sicilia” vince il Globo d’oro della Stampa estera, il premio come miglior film al S.F. Festival di Miami, e beneficia di numerose menzioni e di ulteriori premi in altri festival italiani.

Architetto, regista, scenografo… qual è l’anima artistico- professionale più “vera” di Manuel Giliberti?
È difficile rispondere a questa domanda perché in realtà io penso sempre al mio impegno come se fosse uno solo sia quando lavoro da architetto, sia quando sono impegnato come scenografo o regista. Si tratta sempre della stessa passione coniugata in un ambito piuttosto che in un altro. Proprio da studente di architettura, a Firenze, mentre di giorno seguivo le lezioni e mi occupavo di prospettiva o di matematica o di storia dell’arte, ho scoperto il teatro, quello degli spazi all’italiana, con i palchi, la sala rossa di velluto, il soffitto affrescato. E naturalmente il sipario, quella magica ideale separazione tra la realtà e la rappresentazione. Sono cresciuto a Siracusa, una città che a torto è considerata un luogo di cultura teatrale, dove il suo Teatro Comunale è chiuso per restauri da più di cinquantanni e dove poche eroiche compagnie locali lottano per far sì che la parola teatro conservi ancora il suo significato. Né si deve essere tratti in inganno dalle rappresentazioni classiche al Teatro Greco: due spettacoli in un intero anno sono, al di là del valore intrinseco, poca cosa per creare e consolidare cultura teatrale. A fronte di tutto ciò Firenze rappresentò per me una bella scoperta. Cominciai a frequentare tutti i teatri, quelli ufficiali come la Pergola, per esempio, e quelli off, l’avanguardia e la tradizione paludata delle compagnie dei mostri sacri, i De Lullo, i Gassmann, Eduardo… e anche Carmelo Bene e Lydia Mancinelli. Insomma, come dico alle volte scherzando, portai via da Firenze due lauree: una in architettura e una da “spettatore”. È a quel punto che capii, a mio modo, che l’architetto usa lo spazio per innestare funzioni per l’uomo e lo scenografo inventa luoghi che non esistono, sul palcoscenico, per consentire al regista di amplificare i sentimenti dei personaggi in scena. Insomma, ho trasferito dal mestiere dell’architetto alla passione dello scenografo, e più tardi a quella del regista, uno stesso modo di vedere, di “sentire” le cose. Dunque mi sento bene in tutte le mie tre “identità”… che poi in realtà, ripeto, sono una sola.

Come nasce il tuo amore per il cinema?
Dal teatro al cinema il passo è stato naturale, è avvenuto quasi senza che me ne accorgessi. Questo transito avviene attraverso la pubblicità. Vengo chiamato per realizzare le scenografie della campagna pubblicitaria Superga, ambientata nel bellissimo set della tonnara di Scopello. Una processione di barche e donne velate di nero che dalla collina scende al mare, una Madonna pagana portata a spalle su barche decorate come carretti siciliani. Lo spot con la regia di Alessandro D’ Alatri ha un grande successo, vince perfino l’Oscar per la pubblicità di quell’anno e così inizio un nuovo lavoro. Collaboro con produzioni americane, inglesi e perfino giapponesi. E poi arriva l’incontro con Aurelio Grimaldi e con il suo controverso ma molto bello “Nerolio”, film sulla vita e morte di Pasolini… e da lì, fino a divenire regista. Sempre con passione, sempre con lentezza per godere di quello che faccio, come dice Dacia Maraini, “con passo di volpe”.

Sei itinerante, girovago… come vivi, oggi, il tuo rapporto con la Sicilia?
Dalla Sicilia sono attratto e dalla Sicilia sono respinto. Attratto perché le sue radici sono troppo forti, perché ha una natura dentro che ti lega a qualcosa che magari non esiste, è più che altro l’idea di un modo di sentire, di essere. Respinto perché, appunto, sono troppi i tradimenti quotidiani, le brutture, le miserie alle quali questa terrà è sottoposta al punto tale da farne “altro” rispetto a ciò che dovrebbe essere. Lavoro molto in giro per il mondo, quel mondo che oggi ha iniziato di nuovo a restringersi – le guerre, i disordini, le rivoluzioni, cancellano uno dopo l’altro luoghi nei quali sarebbe sempre bello pensare di andare. Lo scorso anno, cercando la Sicilia altrove, ho girato un documentario in Tunisia proprio sui siciliani che nell’Ottocento emigravano, di notte e sui barconi – come i tunisini oggi – in quel paese alla ricerca di una vita migliore. “Siciliani di Tunisi”, così ho intitolato il documentario. E cercando tracce, ricordi, prove di quella grande coraggiosa avventura, ho riacceso il legame con la mia terra, capace di dare vita a gente magari umile, ma sana e forte e di dignità inimmaginabile. Ho dovuto interrompere il mio lavoro per la “rivoluzione dei gelsomini”, così l’hanno chiamata, e questa cosa mi aveva profondamente addolorato; poi sono stato riammesso nel paese dal nuovo governo, ho potuto finire il documentario e a Novembre potrò presentarlo durante la settimana della cultura a Tunisi proprio in onore di quei “Siciliani” di Tunisi. Questa vicenda mi ha fatto di nuovo capire di aver bisogno di identificarmi nella mia terra di origine.

Progetti per il futuro?
Oltre al già citato documentario “Bastava una notte-Siciliani di Tunisi”, è in uscita il mio ultimo film dal titolo “Un milione di giorni”: cinque storie di donne che si intrecciano grazie a un anello che passa di mano in mano. Sarà presentato al Festival del Cinema di Roma. È chiaramente un appuntamento al quale tengo molto anche perché mi faranno compagnia le protagoniste, amiche oltre che bravissime interpreti, Chiara Caselli, Piera Degli Esposti, Galatea Ranzi, Lucia Sardo. E poi teatro, in ottobre e dicembre, con uno spettacolo con Mita Medici che racconta una vita d’attrice in modo molto poco ortodosso. E poi devo girare un cortometraggio al quale tengo moltissimo, tratto da un racconto… una storia sull’ingiustizia nella vita vista attraverso le vicende di una povera donna, assassina suo malgrado.
Comunque non scorderò certamente il mattone, anzi. Continuerò il mio lavoro di studio alternando visite in Marocco dove sono impegnato nella realizzazione di una serie di maison de charme.

Fonte: La poesia e lo spirito

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