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Manuel Giliberti, tra cinema e architettura

febbraio 8, 2012

di Massimo Maugeri

C’è chi decide di lasciare il proprio luogo di origine e c’è chi, viceversa, vi rimane ancorato in maniera viscerale; ma c’è pure chi – tra queste due strade – decide di intraprendere un percorso di mezzo. È il caso di Manuel Giliberti (nella foto in alto, con Piera Degli Esposti): siracusano, ma romano d’adozione. Giliberti è architetto, impegnato soprattutto nel campo del restauro e della realizzazione di interventi di riqualificazione di strutture ed edifici di valore artistico. Alla sua attività professionale affianca, con altrettanta passione, quella di scenografo e regista teatrale e cinematografico. Il suo impegno ha inizio negli anni Ottanta, in teatro. Successivamente, dal 1995 inizia stabilmente a lavorare nel settore cinematografico e pubblicitario. Collabora con registi quali Hugh Hudson (premio Oscar per “Momenti di Gloria”), Krystoff Zanussi, Aurelio Grimaldi, Felice Farina, Nello Correale, Maurizio Nichetti. Esordisce da regista con “Giovanni falcone, i giorni della speranza” (evento speciale nel 2002 al Festival di Taormina). Successivamente, nel 2006, con il film “Lettere dalla Sicilia” vince il Globo d’oro della Stampa estera, il premio come miglior film al S.F. Festival di Miami, e beneficia di numerose menzioni e di ulteriori premi in altri festival italiani.

Architetto, regista, scenografo… qual è l’anima artistico- professionale più “vera” di Manuel Giliberti?
È difficile rispondere a questa domanda perché in realtà io penso sempre al mio impegno come se fosse uno solo sia quando lavoro da architetto, sia quando sono impegnato come scenografo o regista. Si tratta sempre della stessa passione coniugata in un ambito piuttosto che in un altro. Proprio da studente di architettura, a Firenze, mentre di giorno seguivo le lezioni e mi occupavo di prospettiva o di matematica o di storia dell’arte, ho scoperto il teatro, quello degli spazi all’italiana, con i palchi, la sala rossa di velluto, il soffitto affrescato. E naturalmente il sipario, quella magica ideale separazione tra la realtà e la rappresentazione. Sono cresciuto a Siracusa, una città che a torto è considerata un luogo di cultura teatrale, dove il suo Teatro Comunale è chiuso per restauri da più di cinquantanni e dove poche eroiche compagnie locali lottano per far sì che la parola teatro conservi ancora il suo significato. Né si deve essere tratti in inganno dalle rappresentazioni classiche al Teatro Greco: due spettacoli in un intero anno sono, al di là del valore intrinseco, poca cosa per creare e consolidare cultura teatrale. A fronte di tutto ciò Firenze rappresentò per me una bella scoperta. Cominciai a frequentare tutti i teatri, quelli ufficiali come la Pergola, per esempio, e quelli off, l’avanguardia e la tradizione paludata delle compagnie dei mostri sacri, i De Lullo, i Gassmann, Eduardo… e anche Carmelo Bene e Lydia Mancinelli. Insomma, come dico alle volte scherzando, portai via da Firenze due lauree: una in architettura e una da “spettatore”. È a quel punto che capii, a mio modo, che l’architetto usa lo spazio per innestare funzioni per l’uomo e lo scenografo inventa luoghi che non esistono, sul palcoscenico, per consentire al regista di amplificare i sentimenti dei personaggi in scena. Insomma, ho trasferito dal mestiere dell’architetto alla passione dello scenografo, e più tardi a quella del regista, uno stesso modo di vedere, di “sentire” le cose. Dunque mi sento bene in tutte le mie tre “identità”… che poi in realtà, ripeto, sono una sola.

Come nasce il tuo amore per il cinema?
Dal teatro al cinema il passo è stato naturale, è avvenuto quasi senza che me ne accorgessi. Questo transito avviene attraverso la pubblicità. Vengo chiamato per realizzare le scenografie della campagna pubblicitaria Superga, ambientata nel bellissimo set della tonnara di Scopello. Una processione di barche e donne velate di nero che dalla collina scende al mare, una Madonna pagana portata a spalle su barche decorate come carretti siciliani. Lo spot con la regia di Alessandro D’ Alatri ha un grande successo, vince perfino l’Oscar per la pubblicità di quell’anno e così inizio un nuovo lavoro. Collaboro con produzioni americane, inglesi e perfino giapponesi. E poi arriva l’incontro con Aurelio Grimaldi e con il suo controverso ma molto bello “Nerolio”, film sulla vita e morte di Pasolini… e da lì, fino a divenire regista. Sempre con passione, sempre con lentezza per godere di quello che faccio, come dice Dacia Maraini, “con passo di volpe”.

Sei itinerante, girovago… come vivi, oggi, il tuo rapporto con la Sicilia?
Dalla Sicilia sono attratto e dalla Sicilia sono respinto. Attratto perché le sue radici sono troppo forti, perché ha una natura dentro che ti lega a qualcosa che magari non esiste, è più che altro l’idea di un modo di sentire, di essere. Respinto perché, appunto, sono troppi i tradimenti quotidiani, le brutture, le miserie alle quali questa terrà è sottoposta al punto tale da farne “altro” rispetto a ciò che dovrebbe essere. Lavoro molto in giro per il mondo, quel mondo che oggi ha iniziato di nuovo a restringersi – le guerre, i disordini, le rivoluzioni, cancellano uno dopo l’altro luoghi nei quali sarebbe sempre bello pensare di andare. Lo scorso anno, cercando la Sicilia altrove, ho girato un documentario in Tunisia proprio sui siciliani che nell’Ottocento emigravano, di notte e sui barconi – come i tunisini oggi – in quel paese alla ricerca di una vita migliore. “Siciliani di Tunisi”, così ho intitolato il documentario. E cercando tracce, ricordi, prove di quella grande coraggiosa avventura, ho riacceso il legame con la mia terra, capace di dare vita a gente magari umile, ma sana e forte e di dignità inimmaginabile. Ho dovuto interrompere il mio lavoro per la “rivoluzione dei gelsomini”, così l’hanno chiamata, e questa cosa mi aveva profondamente addolorato; poi sono stato riammesso nel paese dal nuovo governo, ho potuto finire il documentario e a Novembre potrò presentarlo durante la settimana della cultura a Tunisi proprio in onore di quei “Siciliani” di Tunisi. Questa vicenda mi ha fatto di nuovo capire di aver bisogno di identificarmi nella mia terra di origine.

Progetti per il futuro?
Oltre al già citato documentario “Bastava una notte-Siciliani di Tunisi”, è in uscita il mio ultimo film dal titolo “Un milione di giorni”: cinque storie di donne che si intrecciano grazie a un anello che passa di mano in mano. Sarà presentato al Festival del Cinema di Roma. È chiaramente un appuntamento al quale tengo molto anche perché mi faranno compagnia le protagoniste, amiche oltre che bravissime interpreti, Chiara Caselli, Piera Degli Esposti, Galatea Ranzi, Lucia Sardo. E poi teatro, in ottobre e dicembre, con uno spettacolo con Mita Medici che racconta una vita d’attrice in modo molto poco ortodosso. E poi devo girare un cortometraggio al quale tengo moltissimo, tratto da un racconto… una storia sull’ingiustizia nella vita vista attraverso le vicende di una povera donna, assassina suo malgrado.
Comunque non scorderò certamente il mattone, anzi. Continuerò il mio lavoro di studio alternando visite in Marocco dove sono impegnato nella realizzazione di una serie di maison de charme.

Fonte: La poesia e lo spirito

Categorie:Interviste
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