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In ricordo di Anacleto Verrecchia

febbraio 9, 2012

di Gianmario Ricchezza

Torino, 4 febbraio 2012.
E’ mancato improvvisamente, tra le braccia della sua fida Silvana, Anacleto Verrecchia (nella foto). Da qualche tempo era solito dire: «E’ ora di chiamare il falegname» o «Dovete portarmi alla discarica». Aveva sempre condito la sua vita (travagliata nell’infanzia, che l’aveva visto ragazzo perdere la mamma sotto le bombe degli Alleati a Cassino) con ironia e umorismo. «Chi non sa ridere, non è persona intelligente», «In questo mondo di pazzi ci salvano le risate» erano due delle tante frasi che ne rivelavano la personalità, per il resto forte e spigolosa, coraggiosa e passionale, come quella dei suoi amati Schopenhauer e Bruno. Come Schopenhauer aveva inseguito l’eterno femminino con devozione e curiosità, rendendosi sempre conto di obbedire a leggi alle quali tutti obbediamo quasi sempre inconsapevoli; e, come il Bruno, aveva seminato le sue opere di notizie sulla sua vita e riflessioni personali.
Prestò servizio militare nel senese, dandone il giudizio: «Sono stato una parodia del soldato»; non avrebbe potuto essere diversamente data la sua anima pacifista e la compassione da buddista: si sentì sempre in sintonia con tutti gli esseri viventi, rispettando piante, di cui aveva grande conoscenza, e animali, che amò e descrisse con intensità. Cominciò a lavorare come impiegato, al servizio pubblicità di una casa farmaceutica e al recupero crediti di una casa editrice («Ma non ho mai saputo cosa fosse una cambiale»). Insegnante di scuola media, adorato dagli studenti, lasciò per contrasti con il preside e il ministero. Grazie a una laurea in germanistica e all’ottima conoscenza del tedesco, vinse un concorso per addetto culturale all’estero e prestò servizio all’Ambasciata di Vienna per molti anni.
Autore di centinaia di articoli e recensioni, per diversi giornali, Verrecchia ha rivelato, nelle numerose opere pubblicate, di avere molte frecce al suo arco: la bravura di scrittore dal ricco vocabolario (La Batracomachia di Bayreuth, Diario del Gran Paradiso); la arguzia di osservatore e acribia di ricercatore (Lichtenberg, La catastrofe di Nietzsche a Torino, Giordano Bruno); la profondità di pensatore nelle numerose traduzioni e saggi su Schopenhauer; anche la piacevole leggerezza della penna ‘giornalistica’ e la sensibilità del poeta (Prezzolini, , Schopenhauer e la Vispa Teresa, Rapsodia Viennese); infine, nei Vagabondaggi culturali, notazioni originali di viaggio, si mostra un osservatore completo al quale è piacevole affidarsi per ricavarne preziosi flash che illuminano i ‘punti’ che più ci possono parlare del cammino di questo animale uomo: ‘colpi d’ala’ di un osservatore privilegiato che ora scende rasoterra, quasi a bacchettare le genti, laddove si notano storture e inciviltà, ora vola verso l’alto a mostrare la grandezza delle tradizioni; sempre ci accompagna e saluta, come fanno gli aviatori, in punta d’ali; tra i numerosi viaggi effettuati aveva scelto quelli che hanno più attinenza con la nostra civiltà, così vacillante in questo periodo; il lettore non vi trova quindi deserti della mongolia o giungle amazzoniche, ma deserti dello spirito e giungle umane, altrettanto pericolose.
Insofferente di ogni vana ciancia e della ignoranza che si eleva a maestra, colse in Giordano Bruno soprattutto la dimensione eroica e insieme tragica, che trasfuse, quasi identificandosi col filosofo, nella passionale biografia, scritta con penna acuminata. Con il Bruno amava ripetere: «Siamo tutti espressione di un’unica sostanza universale».
Soleva anche dire: «Oggi chi ricopre una cattedra di filosofia si proclama filosofo, ma da un mestiere orecchiato alla capacità di riflettere il mondo ce ne corre». Fu sempre, come si definiva, un Selbstdenker, un pensatore libero e autonomo. Oltre alle opere, ci ha lasciato in eredità un prezioso insegnamento: che si può unire al rigore intellettuale la leggerezza dell’ironia, per vedere la vita in modo giusto.
Gianmario Ricchezza

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