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Archive for marzo 2012

Festival letterario italo-irlandese: Italo-Irish Cultural Exchange

Italo-Irish Cultural Exchange

seconda edizione

3-6 maggio 2012

Nogarole Rocca – Verona

Premessa

L’Italia e l’Irlanda condividono il retroterra cattolico, ma anche la tradizione agricola che vira all’improvviso – sebbene in momenti storici diversi e con diversa intensità – verso l’inattesa esplosione di uno sviluppo industriale, finanziario e urbano. La famiglia esercita in entrambi i Paesi un ruolo cruciale, quasi come se fosse più un’effettiva istituzione che non una piccola comunità sociale.

Eppure, i due Paesi hanno modi radicalmente diversi di raccontare storie.

La fine della seconda guerra mondiale è stata in Italia l’inizio di una nuova era politica e sociale: niente più bambini al lavoro, non più donne vincolate al lavoro domestico, basta caminetti davanti ai quali gli anziani svolgevano il loro ruolo di custodi e diffusori delle storie familiari. Abbiamo conosciuto il femminismo, conquistato nuove leggi. Abbiamo costruito il nostro primo Sistema sanitario nazionale. Abbiamo modificato la nostra vita quotidiana. Le persone del sud sono venute al nord cercando lavoro; e l’hanno trovato in fabbriche che per sostenere il boom economico hanno alterato il nostro ambiente naturale.

Abbiamo conosciuto il terrorismo e siamo piombati nella nostra specialissima forma di «Patriot Act» (le nostre leggi speciali antiterrorismo) ben prima dell’11 settembre 2001.

E il nostro modo di raccontare le storie è cambiato. Qualcosa nelle nostre storie e nella nostra tradizione è, a modo suo, morto per sempre.

L’Irlanda non ha mai vissuto la tragica ferita inflitta all’Europa e non solo dalla seconda guerra mondiale. E non ha smesso di raccontare le sue storie; gli irlandesi stanno ancora raccontandole qui e ora, e scrivendole, e pubblicandole. E le loro storie hanno a che vedere tanto col presente quanto col passato; con le storie e la storia, quella con la maiuscola; il memoir e la finzione; la vita di campagna e l’ambiente metropolitano o cittadino; il conflitto e la riconciliazione; la povertà e la «tigre celtica» ormai consegnata al passato; l’emigrazione e l’immigrazione.

La letteratura irlandese continua a mantenersi all’altezza della sua straordinaria tradizione. Dublino è meritatamente stata designata dall’Unesco Città della Letteratura, e gli autori irlandesi sono conosciutissimi in tutto il mondo.

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Il Festival: com’è nato

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Categorie:Eventi

ADDIO, ANTONIO TABUCCHI

Addio, Antonio Tabucchi

Antonio TabucchiLo scrittore Antonio Tabucchi, nato a Pisa, il 24 settembre 1943, è scomparso a Lisbona, ieri, 25 marzo 2012, dopo una estenuante malattia.
Legato da un amore viscerale al Portogallo, è stato il maggior conoscitore, critico e traduttore dell’opera dello scrittore Fernando Pessoa dal quale ha attinto i concetti della saudade, della finzione e degli eteronimi.
Tabucchi conosce l’opera di Pessoa negli anni sessanta, durante le sessioni che frequenta alla Sorbona, ne rimane talmente affascinato che, tornato in Italia frequenta un corso di lingua portoghese per comprendere meglio il poeta.
I suoi libri e saggi sono stati tradotti in 18 paesi, compreso il Giappone. Con María José de Lancastre, sua moglie, ha tradotto in italiano molte delle opere di Fernando Pessoa, ha scritto un libro di saggi e una commedia teatrale su questo grande scrittore.
Ha ottenuto il premio francese “Médicis étranger” per “Notturno” indiano e il premio Campiello per “Sostiene Pereira”.

da Wikipedia Italia

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Antonio Tabucchi nel ricordo di Paolo Di Paolo

di Paolo Di Paolo

Caro Massimo, non esagero se dico che forse non avrei cominciato a scrivere se non avessi letto nel periodo del liceo “Si sta facendo sempre più tardi” di Tabucchi. Mi ero innamorato di quelle lettere in forma di racconto, o viceversa. L’ho conosciuto diversi anni dopo, prima solo telefonicamente e per lettera, poi a Parigi. Una cena invernale in un ristorante thailandese, giorni d’estate e inizio autunno nella sua casa di Vecchiano. Quanti ricordi in così poco tempo! Lavorando con lui a “Viaggi e altri viaggi” ho imparato molte cose. Poteva essere severo e brusco, ma anche incredibilmente gentile e affabile. Tirava fino a notte fonda e volendo lo si poteva ascoltare, avvolto dal fumo delle sue sigarette, che raccontava in modo così brillante e magnetico pezzi di vita, incontri, libri letti, cose che aveva capito. Con una passione che era sempre impetuosa, energica; con risate un po’ nasali e roche. Ci sarà molto da rileggere e da studiare. Mi mancherà molto.

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Antonio Tabucchi nel ricordo di Paolo Codazzi

di Paolo Codazzi

Per un certo periodo Antonio visse a Firenze, più o meno negli anni ottanta del secolo scorso ed io lo conobbi, entrambi giovani di belle speranze (le sue mantenute più di quanto non abbia fatto io) durante lo svolgimento di un mito della Firenze di quegli anni, “Ottovolante”, di cui fui uno dei soci fondatori con la rivista Stazione di Posta (sulla quale rivista Antonio mi consigliò di pubblicare un racconto inedito di un giovane scrittore che meritava attenzione *Ugo Riccarelli*), rassegna annuale di Poesia che si svolgeva per quindici giorni a Firenze, generalmente in maggio, che raccoglieva da ogni parte d’Italia e taluni dall’estero i migliori talenti poetici di quegli anni. Spesso da allora Antonio mi invitava a prendere un caffè con lui, al mattino, in una nota osteria fiorentina dove lui si recava a scrivere su fogli apparentemente disordinati quelli che sarebbero diventati i suoi racconti e i suoi romanzi. Io vi arrivavo durante gli itinerari di lavoro in giro per il centro fiorentino, e così passavamo frequentemente alcune ore del mattino conversando sul tutto e sul niente, più spesso di donne, una debolezza che la nostra ancor virile età ci permetteva di indossare forse con eccessiva disinvoltura.
Antonio, del resto come il sottoscritto, era apparentemente scontroso, forse a qualcuno antipatico, ma quando si apriva all’amicizia era confidenziale e tenero nei rapporti specialmente se riuscivi a fumare tante sigarette quante ne fumava lui.
Poi dopo il “successo” di Antonio i nostri contatti si sono diradati per varie e diverse ragioni connesse ad esperienze esistenziali: lui spesso lontano da Firenze, io con responsabilità di lavoro e famiglia che mi distaccarono dalla vita pubblica di scrittore ma non dalla scrittura.
Negli ultimi anni ci siamo scambiati qualche corrispondenza cartacea ed alcune mail di accompagnamento ai libri per i quali desideravamo entrambi il conforto della lettura l’uno dell’altro senza che peraltro l’amicizia sincera e antica ci abbia mai spinto (soprattutto nel mio caso) a “sfruttare” l’amico con richieste che avrebbero potuto accompagnare con il prestigio da lui raggiunto la mia attività di scrittore.
La sua morte mi addolora non tanto per la perdita di un grande scrittore (il che inevitabilmente accade), ma per la perdita di una parte di memoria di quegli anni giovanili (in cui Firenze ancora recitava un ruolo da primadonna), e soprattutto per lo spavento del vento della falce della morte che ormai ha preso confidenza sulle generazioni di cui io e Antonio facciamo parte.

© Letteratitudine

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In ricordo di Tonino Guerra

CI HA LASCIATI TONINO GUERRA…

Tonino Guerra

da Wikipedia Italia

Antonio Guerra detto Tonino (Santarcangelo di Romagna, 16 marzo 1920 – Santarcangelo di Romagna, 21 marzo 2012) è stato un poeta, scrittore e sceneggiatore italiano.

Maestro elementare, nel 1943, durante la seconda guerra mondiale viene deportato in Germania e internato in un campo di concentramento a Troisdorf.
« Mi ritrovai con alcuni romagnoli che ogni sera mi chiedevano di recitare qualcosa nel nostro dialetto. Allora scrissi per loro tutta una serie di poesie in romagnolo. »
Dopo la Liberazione si laurea in pedagogia presso l’Università di Urbino (1946), con una tesi orale sulla poesia dialettale. Fa leggere i suoi componimenti a Carlo Bo. Ottenuti riscontri positivi, decide di pubblicarli, a sue spese. La raccolta s’intitola I scarabocc (Gli scarabocchi); Bo ne firma la prefazione. Diventa membro di un gruppo di poeti, «E circal de giudeizi» (Il circolo della saggezza), di cui fanno parte anche Raffaello Baldini e Nino Pedretti.
Al 1952 risale l’esordio come prosatore con un breve romanzo, La storia di Fortunato. Nel 1953 si trasferisce a Roma, dove avvia una fortunata attività di sceneggiatore. Nella sua lunga carriera ha collaborato con alcuni fra i più importanti registi italiani del tempo (Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Francesco Rosi, i fratelli Taviani, ecc.). Dalla collaborazione con il regista ferrarese Antonioni, gli giungerà anche la nomination al premio Oscar nel 1967, per il film Blow-Up. Negli anni ottanta torna in Romagna. Dal 1989 vive e lavora a Pennabilli, centro del Montefeltro, che gli ha conferito la cittadinanza onoraria in riconoscenza dell’amore dimostrato nei confronti di questo territorio.
Qui ha dato vita a numerose installazioni artistiche. Si tratta di mostre permanenti che prendono il nome de I Luoghi dell’anima tra cui: L’Orto dei frutti dimenticati, Il Rifugio delle Madonne abbandonate, La Strada delle meridiane, Il Santuario dei pensieri, L’Angelo coi baffi, Il Giardino pietrificato. Una sua installazione artistica, “L’albero della memoria”, è presente anche a Forlì, presso i Giardini Orselli. Guerra divenne famoso presso il grande pubblico nel 2001, come testimone della catena di negozi di elettronica UniEuro, creando il tormentone dell’ottimismo[1], ripreso tra gli altri dal suo compaesano, e pronipote, Fabio De Luigi in un suo personaggio comico, l’Ingegner Cane.
Nel 2006 appare nel documentario Mattotti di Renato Chiocca, leggendo un estratto dalla sua raccolta di racconti Cenere illustrata da Lorenzo Mattotti. Nel 2010, in occasione dei suoi 90 anni, riceve il David di Donatello alla carriera. Il 10 novembre 2010 è stato insignito dall’Università di Bologna del Sigillum Magnum. È il padre del noto compositore di musiche per film e sceneggiati Andrea Guerra. Muore all’età di 92 anni nella sua amata Santarcangelo il 21 marzo 2012, in coincidenza con la celebrazione della Giornata Mondiale della Poesia istituita dall’Unesco.

Letteratitudine

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MIA FIGLIA, racconto di Giovanni Ubezio (Il Saggiatore)

Pubblichiamo il racconto di Giovanni Ubezio intitolato “Mia figlia”, tratto dalla raccolta di racconti “Il cane che mi guardava. E altri racconti del taxista” (Il Saggiatore, 2012).

* * *

MIA FIGLIA
di Giovanni Ubezio

Parevano molto differenti le due signore che avevo appena preso a bordo.
Quella un po’ più giovane, a parte il saluto iniziale, era taciturna e assorta nei suoi pensieri, puntava lo sguardo assente oltre il finestrino.
L’altra ha trascorso la prima parte del viaggio attaccata al telefonino; non so di che argomento stesse parlando, ma dal suo tono acceso doveva certamente trattarsi di problemi importanti.
Erano tipiche donne di periferia, non raffinatissime, persone semplici, di estrazione popolare e un’età piuttosto difficile da stabilire, indicativamente dalla mezza età in su.
Quando staccò il telefonino la signora cominciò a parlare con me dei suoi guai: «Quello che sto passando in questi anni non lo auguro nemmeno a un cane».
«Cos’è successo di tanto brutto?»
«Guardi, lasciamo perdere… Mia figlia: sono mesi che sto tribolando avanti e indietro per lei, e sono stufa.»
«Sua figlia non sta bene?»
«Non sta bene!? Ne ha sempre una. Adesso è la terza volta che tentano di farle la colonscopia, ma non riescono, perché prima le faceva male il retto, invece oggi aveva la diarrea e quindi è saltato tutto e io sono qui che sto correndo a destra e sinistra, dagli ospedali alla clinica e poi ancora al centro diagnostico. Tutto questo fra ticket e taxi mi sta costando una tombola.»
«È bello però vedere il sacrificio e le rinunce che una madre è disposta a fare per un figlio; penso che Dio gliene renderà merito.»
«Ma quale Dio!!! Se fosse per lui sarebbe già morta. L’unica cosa che mi ha fatto avere è appunto mia figlia, che però è una piaga: è da quando è nata che mi fa tribolare…»
Mentre l’amica silenziosa continuava a vivere nel mondo dei suoi pensieri guardando distrattamente fuori dal finestrino, la signora più loquace non smetteva di sfogarsi: «E poi, come se non bastasse, dopo che è guarita da una cistite, adesso è saltato fuori che ha anche problemi di ritenzione alle vie urinarie».
«Ma non può prendere un diuretico?»
«No. Siccome ha la pressione bassa, il medico mi ha detto che non si può.»
«Insomma, ci sarà pure un farmaco alternativo!»
«Certo, infatti lo sta prendendo, ma il dottore ha detto che deve andarci molto cauta perché, siccome ha un’ulcera nell’intestino crasso, il farmaco potrebbe fare male.»
«Ma quell’ulcera non si potrebbe curare?»
«Sì, ma non risolverebbe il problema alla radice, perché mi hanno detto che l’ulcera è forse causata indirettamente da una sindrome con un certo nome straniero, che mia figlia avrebbe.»
«Certo che sua figlia è messa proprio male: non gliene va bene una. Forse un pellegrinaggio a Lourdes potrebbe aiutarla!»
«E crede che non ci abbia pensato! A parte il fatto che soffre il mal di treno, poi ho ben altri pensieri che sciupare soldi portandola a spasso per Lourdes. Mi hanno sfrattata da un anno e ora vivo in un altro quartiere. Dove stavo prima, i vicini erano brave persone, per bene, educate e ci si aiutava a vicenda, invece dove sto adesso è pieno di gente pettegola e impicciona e, quando hai bisogno di aiuto, nessuno alza un dito.»
«Beh, è davvero sfortunata, ma si spera sempre che arrivino tempi migliori. Però qualche persona che ti aiuta c’è sempre: per esempio questa sua amica qui con noi è forse un po’ taciturna, però intanto le sta accanto e la segue.»
«Non è una mia amica. È lei, è mia figlia.»

Giovanni Ubezio
Il cane che mi guardava e altri racconti del taxista
ISBN 9788842817857
pp. 192
Euro 15
copyright – Il Saggiatore
riproduzione riservata

[Letteratitudine blog]

LA LUCE E IL GRIDO. Maria Di Lorenzo e la poesia di Elio Fiore

LA LUCE E IL GRIDO. Maria Di Lorenzo e la poesia di Elio Fiore

di Simona Lo Iacono

Era un cristiano del ghetto, e a chi gli chiedeva stupito il perché di questa commistione per i più inaccettabile tra il Dio degli ebrei e quello del Cristo, opponeva  la disarmata realtà di Miryam di Nazareth. In lei –  diceva – ebrea e al tempo stesso madre del Cristo, ogni disarmonia della storia sfumava come un balocco, o come un fastidioso giro di nebbia.

Abitava dunque, Elio Fiore, al Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto di Roma. Di esso, dei suoi anfratti segnati dai nomi delle corporazioni – via dei falegnami, via dei funari – ed eretto in onore di Giove e Giunone, amava il silenzio, una mancanza di rumore che si immetteva nella ricerca del senso dell’esistenza, e che restituiva all’orecchio il suono dei versi.

Era un silenzio che copriva come una lapide pietosa le oscenità del dolore, le barbariche incursioni nella vita dell’uomo, la violenza del tempo. Era infatti ancora un bambino quando, il 19 luglio del 1943, rimase sotto le macerie della propria casa bombardata e – messo in salvo – assistette impotente alla deportazione ebrea: file di convogli verso una destinazione sconosciuta, uomini come feretri che oscillavano già morti senza saperlo.

Da questo momento Elio Fiore diventa (nella foto) più che poeta, diventa testimone, nunzio che non tace. Diventa grido. Non a caso la sua raccolta “In purissimo azzurro” reca come epigrafe le tuonanti parole di Isaia: “Va’, sii la vedetta notturna, quello che vedi grida” (Is. 21,6).

Adesso la sua parabola di poeta e uomo è riportata sapientemente alla luce dalla delicatissima mano di Maria Di Lorenzo, che ne dipinge la natura appartata e tuttavia sorridente, la misticità tutta venata di speranza, l’ottimismo coltivato a dispetto del “sangue e del grido della storia”.

Elio Fiore è poeta dell’invisibile, ma di un invisibile non lontano, non distante, tutto partecipe – al contrario –  del dolore dell’uomo, incarnato nelle sue cadute e nel suo desiderio di espiazione. “Ecco, diceva, la fede e nient’altro è la vita. Tutto il resto è Storia”.

Chiedo quindi a Maria di Lorenzo di parlarci di lui.

–     “Cara Maria, il tuo saggio “La luce e il grido” (Fara Editore) ricostruisce meravigliosamente la vicenda di un poeta altrimenti dimenticato, e che – invece – godeva dell’ammirazione di artisti come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Parlaci di lui, del suo percorso poetico”.

 Elio Fiore, morto nel 2002, era nato a Roma nel 1935 e aveva esordito in poesia nel 1964 con la raccolta “Dialoghi per non morire” tenuta a battesimo dal grande Giuseppe Ungaretti, quasi una “investitura” poetica. Visse per motivi di lavoro in varie città italiane finchè potè tornare a Roma, dove svolse la mansione di bibliotecario, e andò ad abitare al Ghetto, che tanta importanza poi rivestirà per la sua dimensione poetica e prima di tutto umana. Fiore viveva nel culto dei poeti del passato e di quelli a lui contemporanei, ma non imitava nessuno né assomigliava a nessuno. Il suo percorso quindi è estremamente originale, e si snoda per circa un quarantennio attraverso i temi della profezia, della memoria, della fede, della necessità di scrivere, di guardare e di raccontare. Una missione al tempo stesso poetica e personale.

 

–     “I temi della poesia di Elio Fiore sono la memoria intesa come dovere morale, la sua tensione verso l’eterno, la sua capacità quasi ascetica di vivere il presente attraverso la lezione del cielo. Ci vuoi raccontare di quando lo hai incontrato in casa sua per intervistarlo?”

Ho un ricordo molto vivo di quell’intervista, nonostante siano trascorsi da allora quasi vent’anni. Ricordo quel caldo pomeriggio di giugno, le strade assolate del Ghetto, i ragazzi che sciamavano al Portico d’Ottavia appena usciti da una scuola vicina, il silenzio denso e profondo che mi investì non appena varcai il portone di legno corroso, con i ballatoi deserti e un uscio che si apriva e vi compariva il poeta: una persona umile e raccolta, ma anche piena di arguzia e di grazia. L’intervista fu molto piacevole, a un certo punto si ruppe il registratore e io trascrissi tutto sul quaderno, le sue parole erano così vive e profonde che le avrei potute ripetere a memoria una per una tanto mi erano rimaste impresse. Quel giorno io compresi due cose: che si poteva amare la scrittura, la poesia, con una passione pura e incondizionata, come faceva lui, che di poesia viveva, si nutriva, come le piante si nutrono di luce, e che si poteva anche essere felici credendo in Dio. Non lo ritenevo una cosa possibile, personalmente ero rimasta a un’idea piuttosto ammuffita di religione, quella orecchiata da bambina al catechismo, una serie di precetti e di doveri senza nessuna gioia. Quel poeta che vedevo quel giorno per la prima volta parlava molto di Dio e aveva dentro una gioia incontenibile, pazzesca, assolutamente incomprensibile per me. Io dovevo capire a tutti i costi da dove venisse quella gioia, quel fervore. Per fortuna quell’incontro non fu un caso isolato, ebbi modo di frequentarlo e di godere fino alla sua morte della sua amicizia, che è stata molto significativa per me e che mi ha dato molto, sul piano e umano e letterario. Un giorno mi fece promettere che dopo la sua morte avrei scritto un libro su di lui, ed è quello che ho fatto: con questo libro sento di aver mantenuto una promessa.

 

–     “L’esperienza della guerra ha toccato Elio Fiore quasi come un insegnamento universale. Suoi sono questi magnifici versi: “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. La guerra assurge dunque a simbolo  della condizione dell’uomo, della sua perenne lotta tra bene e male. E’ così, cara Maria?”

Dici bene, Simona. Da un lato c’è la guerra, la grande guerra, quella che Elio bambino ha vissuto sulla sua pelle con le sue atrocità e i suoi orrori, e poi c’è la guerra, l’altra, quella quotidiana, quella perenne lotta tra bene e male come dici tu, quella guerra che si scatena principalmente dentro noi stessi, che siamo spesso lacerati, divisi, desiderosi di andare verso la luce ma impantanati il più delle volte nelle tenebre più fitte. Questo conflitto, a pensarci bene, è eterno. “La storia partorisce dei mostri – diceva Fiore -, ma nella storia, a dispetto di tutto, si pone il provvidenziale cammino dell’Uomo verso la luce”.

 

–     “Infine, cara Maria, parlaci del ruolo che secondo Elio Fiore doveva avere il poeta. Un suo verso recita infatti: “La poesia è una chiamata per captare la voce della giustizia”. Chi è il poeta, secondo Elio Fiore?

Ti rispondo con le sue stesse parole: “È poeta – diceva Elio Fiore – colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini. In questo consiste la missione del poeta, il suo messaggio: testimoniare il suo tempo, il tempo della bellezza, il tempo della poesia”.

Célebres Inéditos: la nuova collana di Edizioni Anordest diretta da Gordiano Lupi

Il ricco filone degli scrittori latinoamericani, che nel suo agglomerato di nature eterogenee viene semplificato in un solo semplicistico termine geograficamente comprensibile, non ha ancora trovato in Italia lo spazio adeguato. Nonostante i riconoscimenti internazionali alla letteratura latinoamericana troppi nomi illustri, penne celebri non hanno trovato la via del mercato italiano.

La nuova collana di Edizioni Anordest Célebres Inéditos, diretta da  Gordiano Lupi (talent scuot, traduttore e curatore del blog di Yoani Sánchez), porterà in Italia autori noti all’estero ma ancora qui mai pubblicati. Scrittori straordinari, tradotti e diffusi in molte lingue e numerosi Paesi, il cui valore è già riconosciuto dalla critica internazionale.

Dal 5 aprile 2012 sarà nelle librerie italiane il primo titolo della collana: “La moglie del colonnello” di Carlos Alberto Montaner, scrittore cubano che vive in esilio tra Madrid e Miami dal 1970. Montaner è autore di 25 libri, molti dei quali tradotti in inglese, portoghese e russo. È stato definito il giornalista latinoamericano più letto al mondo. “La moglie del colonnello” è la storia di un adulterio e delle sue conseguenze, un romanzo quasi interamente ambientato nella Roma degli anni ‘70. Montaner approfitta di un tema universale per analizzare la repressione della sessualità a Cuba.

Nuria, un’attraente psicologa cubana di quarant’anni, è la moglie del colonnello Arturo Gomez, un soldato che si è più volte distinto in battaglia e dal carattere fermo e deciso. Nuria ne è innamorata, ma quando si ritroverà a dover tenere una conferenza in Italia, inaspettatamente la sua vita sarà sconvolta. Una relazione erotica al limite della perversione la legherà al professor Martinelli. “La moglie del colonnello” è un romanzo carico su suspance e intriso di erotismo, ma sullo sfondo appare chiara la strutturazione di una critica impegnata contro i sistemi dittatoriali, portando ad esempio l’ingerenza politica persino nella sfera sessuale dei soldati cubani.

Le altre uscite programmate per il 2012 saranno “La meticcia di Pizarro” del “figlio d’arte” Alvaro Vargas Llosa, scrittore peruviano ed editorialista del Washington Post; “Le porte della notte” del cubano Amir Valle, primo titolo di una serie di noir dallo stesso protagonista che ha riscosso un successo internazionale; “Quei tempi con Gabo – conversazione con Gabriel García Màrquez” del colombiano Plinio Apuleyo Mendoza, scritto assieme al connazionale premio Nobel colombiano; “Ultima rumba all’Avana” di Fernando Vélazquez Medina, romanzo ritenuto uno dei capolavori del realismo cubano.

Incontro con Cinzia Pierangelini

di Massimo Maugeri

Ho incontrato la scrittrice e musicista Cinzia Pierangelini in occasione dell’uscita dei suoi due nuovi libri, “Sangue, garofano e cannella” (Sacco, 2011) scritto a quattro mani con Giovanni Buzi e “In principio fu il mare” (Pungitopo, 2011).

– Cinzia, come è nata la collaborazione con Giovanni Buzi, poi sfociata nella scrittura a quattro mani di “Sangue, garofano e cannella”?
Io e Giovanni ci siamo conosciuti sul sito della Writers magazin ed è nata un’amicizia virtuale, ci siamo vicendevolmente letti e stimati, a volte ci siamo scannati anche… ma sempre con rispetto. E questo sul web la dice lunga. Della sua scrittura, di cui non sempre ho condiviso i temi, ho amato subito la luce, il colore, una sensibilità pittorica direi. Ho pensato che musica e pittura potessero formare un bel connubio e così mi è venuta l’idea di chiedere proprio a lui di provare a scrivere a quattro mani: ero curiosa, volevo capire come si fa. Mi chiedevo se fosse complicato, insomma. A me piace molto provare, sperimentare. Il tema scelto, poi, poteva andar bene a entrambi: c’era il sangue ma c’era anche un periodo storico, l’amore di una madre. Scrivere a quattro mani è stato semplicissimo, anche se è un’esperienza che non ripeterei.

– Cosa ricordi con particolare affetto di questa esperienza? E cosa rimane, dopo la scomparsa di Giovanni?
Ho dei ricordi belli di questa esperienza di scrittura: nessuna traccia, nessuno schema, nessun limite, nessun progetto, nessuna divisione di personaggi etc.. Così scrivo io e così, evidentemente, scriveva Giovanni. Situazione rara, pare, e idilliaca. Praticamente dove finiva uno cominciava l’altra, con assoluta semplicità. Penso a questa esperienza come a un gioco ben riuscito. Dopo la morte di Gio, morte che non mi aspettavo, che non supponevo neanche , rimane questo libro nostro che lui non ha mai visto e una grandissima tristezza per non aver avuto e dato di più, per non aver compreso la gravità della situazione.

In principio fu il mare

– Il tuo nuovo romanzo si intitola “In principio fu il mare”. Mi fa venire in mente il titolo di una celebre canzone di Lucio Dalla, “Come è profondo il mare”. Cosa simboleggia questo titolo?
Già, povero Dalla, un autore così ci mancherà molto. Ho suonato con lui una volta, a Taormina, ed era anche un uomo simpatico, alla mano oltre che un artista e un professionista. Comunque., tornando al mio ultimo romanzo, per la vita in principio fu proprio il mare: l’acqua da cui veniamo, che ci compone , e che in qualche modo ci rende tutti uguali (che è anche un po’ uno dei sensi del libro). Ma è anche il mare dei viaggi: quelli sui gommoni dei disperati ma anche viaggi interiori, di crescita: verso la vita, verso la morte, verso la coscienza , il passato e il futuro. Ancora: è il mare che ognuno di noi deve attraversare per avvicinarsi all’altro e perfino a se stesso. E poi: può un’isolana, che col mare ci respira, lasciarlo fuori da un libro?

– Cosa spinge Mohammed a lasciare la Tunisia per approdare in Sicilia? Quali sono i suoi sogni e le sue aspettative?
Il mio Mohammed è un immigrato per scelta, per capriccio intellettuale, è un ragazzo benestante, egoista e colto che lascia la sua terra e i suoi cari in cerca di novità. La sua meta è l’Europa, la cultura: i grandi musei, le mostre. Ambisce alla libertà di conoscere.. Invece rimane prigioniero della Sicilia, di una cittadina brutta e provinciale, si ritrova uguale a chi è partito per disperazione ed è in questa fase dolorosa della sua vita che cresce e comprende davvero chi è e cosa vuole.

– Un altro personaggio del romanzo è Dodo, diversamente abile. Anche lui è un “emarginato” della nostra società. Per personaggi come Dodo e Mohammed potrà mai esserci, a tuo avviso, la speranza di uscire dalla marginalità?
Dodo è un ingenuo, convinto di far parte d’una cerchia di giovani, possessori di caleidoscopi, che hanno la sua stessa visione della realtà. Crede ciecamente. Ciecamente combatte. Ti giro la domanda: può un puro così non essere emarginato? Per i vari Mohammed, invece, la situazione è diversa: io credo nelle maggioranze e prevedo che un giorno gli emarginati, per forza di cose, saremo noi. Ovviamente l’integrazione sarebbe auspicabile, in entrambe le situazioni. Ma non ho grandi speranze nell’umanità, devo ammetterlo.

– Progetti per il futuro?
Ho appena finito un nuovo libro fantasy, il seguito de Il professor Scelestus. Scrivere per ragazzi mi aiuta a svuotarmi delle brutture, e ho anche iniziato una nuova storia, ma ho messo giù appena una ventina di pagine: non vale ancora la pena di parlarne.