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LA SPOSA VERMIGLIA, di Tea Ranno

marzo 10, 2012

La sposa vermiglia, di Tea Ranno
Mondadori, 2012 – pagg. 365 – euro 18

Sicilia, 1926. Vincenzina Sparviero è la figlia attraente ma fragile di una famiglia di nobili siciliani, una ragazza, si dice in paese, troppo cagionevole per diventare madre. Ma della sua presunta sterilità al vecchio don Ottavio Licata non sembra importare granché, e così il matrimonio d’interesse fra la “palombella” mansueta e obbediente e il ricco sessantenne, fascista e mafioso, è combinato. Un pomeriggio di primavera, però, quando il fidanzamento è stato ormai annunciato, improvvisamente Vincenzina incontra l’amore negli occhi ambrati di Filippo Gonzales. Da quel momento la ragazza si difende dal futuro che incombe imbastendo nella fantasia le immagini di una gioia impossibile: seduta alla finestra della sua stanza a ricamare e sognare, attende il passaggio della sagoma amata con il passo lento, le mani in tasca, uno sguardo fuggevole verso di lei. Nella china lenta e inesorabile che conduce, sul filo della tragedia, al matrimonio annunciato, assaporiamo la storia struggente di un amore probabilmente impossibile.

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Il video con l’opinione della editor, Giulia Ichino

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INCONTRO CON TEA RANNO

di Massimo Maugeri

La penna di Tea Ranno è una delle più felici della letteratura siciliana e nazionale. Basti pensare a Cenere, romanzo bellissimo (pubblicato dalla e/o, vincitore del Premio Chianti) che si caratterizza per il linguaggio ricco e la storia coinvolgente ambientata nella provincia italiana del Seicento, oppure a In una lingua che non so più dire (anche questo edito dalla e/o), romanzo incentrato sul viaggio a ritroso, dal Continente alla Sicilia, compiuto da un magistrato siciliano sessantenne. E poi, naturalmente, l’ultimo nato: La sposa vermiglia, appena pubblicato da Mondadori.

Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Laureata in giurisprudenza, ha sempre affiancato allo studio del diritto la pratica della scrittura. Dal 1994 vive e lavora a Roma.

– Tea, cosa succede a una siciliana che – dopo tanti anni di vita isolana – si trova a vivere a… caput mundi?
Succede che passa a un dimensione, soprattutto mentale, diversa. L’isola è un mondo a sé, con i confini segnati dall’acqua e dunque illimitati, aperti a ogni possibilità di viaggio o di fuga ma, appunto, mondo a sé, con prerogative che la rendono unica. Roma, invece, è città dall’ampio respiro sia metaforico che reale. Offre occasioni concrete di confronto, la libertà di spaziare dal cinema alla storia, all’arte, alla letteratura col semplice andare per le sue strade, sostare nelle sue piazze, arrancare per i cunicoli sotterranei che svelano itinerari stravaganti, talvolta da brivido. In questa città ti succede di sentirti partecipe di una realtà più grande, che però non diventa invasiva: puoi conservare il silenzio e la concentrazione che ti servono per lavorare, puoi unirti alle tante voci che raccontano il mondo e le sue genti, puoi aprirti al mondo e alle sue genti pur mantenendo le tue radici isolane e quindi quelle prerogative di distanza e di distacco che ti gratificano di una visione più limpida.

– Che tipo di esperienza è stata, per te, partecipare alla raccolta di racconti edita da Azimut “Roma per le strade”?
Mi ha dato modo di raccontare questa città che è diventata anche mia. Ma di raccontarla, come spesso mi piace dire, da “forestiera” perché, pur vivendoci ormai da molti anni, è come se io restassi in bilico su un crinale d’appartenenza/non-appartenenza che mi permette anche l’azzardo. Per esempio quello d’aver ambientato il mio racconto a piazza di Spagna pur sapendo in quale trappola di banalità avrei potuto restare incagliata. Per ogni forestiero, infatti, è piazza di Spagna uno dei luoghi simbolo di Roma e, quando mi è stato chiesto di ambientare il racconto in un quartiere della città, non ho esitato: a evitare le trappole avrei provveduto dopo.

– Pensi che il vivere distante dalla terra natia possa in qualche modo esercitare influssi sulla scrittura? Come è stato per te?
Assolutamente sì. Quando sei lontana attribuisci valore a cose che prima ti sembravano irrilevanti. È quando vivi stabilmente altrove che ti rendi conto di quello che hai perso. Ti manca il mare, il canto-cantilena del dialetto, il sapore del pane – all’inizio le “rosette” parevano di gomma – l’odore del pesce fresco, dei limoni raccolti nell’orto. Diventi consapevole di essere una signora Nessuno: esci di casa e sei una sconosciuta tra migliaia di sconosciuti. E allora cominci a riconsiderare ben altrimenti ciò di cui prima neppure t’accorgevi: il panorama straordinario che si gode da Melilli, uscire per strada e sentirti chiamare per nome, assistere a un battibecco che si conclude con l’insulto: “Sgrèvita!” e restare lì, con quella parola nelle orecchie carica di un senso che nessun termine italiano può tradurre.
Ecco, tutto questo, che si può riassumere nella parola nostalgia, in me diventa scrittura. E dunque rievocazione, scandaglio, costruzione di una Sicilia che non è esattamente la Sicilia, ma la terra in cui confluiscono le mie memorie e i miei desideri, un ideale di bellezza che lì assume i contorni vaghi della perfezione.

– In generale, avere la possibilità di osservare la Sicilia a distanza può aiutare a comprenderla meglio?
Credo di sì. È proprio la lontananza, il fatto di tornare dopo molti mesi e renderti conto di certi cambiamenti – o di certe, purtroppo, immutabilità – che ti dà la misura del tuo essere “fuori” e dunque in grado di osservare la realtà con la freddezza di chi non è direttamente coinvolto. E anche col trasporto di chi vorrebbe per la sua terra scelte politiche di vero progresso.

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