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LA LUCE E IL GRIDO. Maria Di Lorenzo e la poesia di Elio Fiore

marzo 19, 2012

LA LUCE E IL GRIDO. Maria Di Lorenzo e la poesia di Elio Fiore

di Simona Lo Iacono

Era un cristiano del ghetto, e a chi gli chiedeva stupito il perché di questa commistione per i più inaccettabile tra il Dio degli ebrei e quello del Cristo, opponeva  la disarmata realtà di Miryam di Nazareth. In lei –  diceva – ebrea e al tempo stesso madre del Cristo, ogni disarmonia della storia sfumava come un balocco, o come un fastidioso giro di nebbia.

Abitava dunque, Elio Fiore, al Portico d’Ottavia, nel cuore del ghetto di Roma. Di esso, dei suoi anfratti segnati dai nomi delle corporazioni – via dei falegnami, via dei funari – ed eretto in onore di Giove e Giunone, amava il silenzio, una mancanza di rumore che si immetteva nella ricerca del senso dell’esistenza, e che restituiva all’orecchio il suono dei versi.

Era un silenzio che copriva come una lapide pietosa le oscenità del dolore, le barbariche incursioni nella vita dell’uomo, la violenza del tempo. Era infatti ancora un bambino quando, il 19 luglio del 1943, rimase sotto le macerie della propria casa bombardata e – messo in salvo – assistette impotente alla deportazione ebrea: file di convogli verso una destinazione sconosciuta, uomini come feretri che oscillavano già morti senza saperlo.

Da questo momento Elio Fiore diventa (nella foto) più che poeta, diventa testimone, nunzio che non tace. Diventa grido. Non a caso la sua raccolta “In purissimo azzurro” reca come epigrafe le tuonanti parole di Isaia: “Va’, sii la vedetta notturna, quello che vedi grida” (Is. 21,6).

Adesso la sua parabola di poeta e uomo è riportata sapientemente alla luce dalla delicatissima mano di Maria Di Lorenzo, che ne dipinge la natura appartata e tuttavia sorridente, la misticità tutta venata di speranza, l’ottimismo coltivato a dispetto del “sangue e del grido della storia”.

Elio Fiore è poeta dell’invisibile, ma di un invisibile non lontano, non distante, tutto partecipe – al contrario –  del dolore dell’uomo, incarnato nelle sue cadute e nel suo desiderio di espiazione. “Ecco, diceva, la fede e nient’altro è la vita. Tutto il resto è Storia”.

Chiedo quindi a Maria di Lorenzo di parlarci di lui.

–     “Cara Maria, il tuo saggio “La luce e il grido” (Fara Editore) ricostruisce meravigliosamente la vicenda di un poeta altrimenti dimenticato, e che – invece – godeva dell’ammirazione di artisti come Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Mario Luzi, Carlo Bo. Parlaci di lui, del suo percorso poetico”.

 Elio Fiore, morto nel 2002, era nato a Roma nel 1935 e aveva esordito in poesia nel 1964 con la raccolta “Dialoghi per non morire” tenuta a battesimo dal grande Giuseppe Ungaretti, quasi una “investitura” poetica. Visse per motivi di lavoro in varie città italiane finchè potè tornare a Roma, dove svolse la mansione di bibliotecario, e andò ad abitare al Ghetto, che tanta importanza poi rivestirà per la sua dimensione poetica e prima di tutto umana. Fiore viveva nel culto dei poeti del passato e di quelli a lui contemporanei, ma non imitava nessuno né assomigliava a nessuno. Il suo percorso quindi è estremamente originale, e si snoda per circa un quarantennio attraverso i temi della profezia, della memoria, della fede, della necessità di scrivere, di guardare e di raccontare. Una missione al tempo stesso poetica e personale.

 

–     “I temi della poesia di Elio Fiore sono la memoria intesa come dovere morale, la sua tensione verso l’eterno, la sua capacità quasi ascetica di vivere il presente attraverso la lezione del cielo. Ci vuoi raccontare di quando lo hai incontrato in casa sua per intervistarlo?”

Ho un ricordo molto vivo di quell’intervista, nonostante siano trascorsi da allora quasi vent’anni. Ricordo quel caldo pomeriggio di giugno, le strade assolate del Ghetto, i ragazzi che sciamavano al Portico d’Ottavia appena usciti da una scuola vicina, il silenzio denso e profondo che mi investì non appena varcai il portone di legno corroso, con i ballatoi deserti e un uscio che si apriva e vi compariva il poeta: una persona umile e raccolta, ma anche piena di arguzia e di grazia. L’intervista fu molto piacevole, a un certo punto si ruppe il registratore e io trascrissi tutto sul quaderno, le sue parole erano così vive e profonde che le avrei potute ripetere a memoria una per una tanto mi erano rimaste impresse. Quel giorno io compresi due cose: che si poteva amare la scrittura, la poesia, con una passione pura e incondizionata, come faceva lui, che di poesia viveva, si nutriva, come le piante si nutrono di luce, e che si poteva anche essere felici credendo in Dio. Non lo ritenevo una cosa possibile, personalmente ero rimasta a un’idea piuttosto ammuffita di religione, quella orecchiata da bambina al catechismo, una serie di precetti e di doveri senza nessuna gioia. Quel poeta che vedevo quel giorno per la prima volta parlava molto di Dio e aveva dentro una gioia incontenibile, pazzesca, assolutamente incomprensibile per me. Io dovevo capire a tutti i costi da dove venisse quella gioia, quel fervore. Per fortuna quell’incontro non fu un caso isolato, ebbi modo di frequentarlo e di godere fino alla sua morte della sua amicizia, che è stata molto significativa per me e che mi ha dato molto, sul piano e umano e letterario. Un giorno mi fece promettere che dopo la sua morte avrei scritto un libro su di lui, ed è quello che ho fatto: con questo libro sento di aver mantenuto una promessa.

 

–     “L’esperienza della guerra ha toccato Elio Fiore quasi come un insegnamento universale. Suoi sono questi magnifici versi: “Qui, nel segreto della mia dimora, scava la voce / della memoria, nel fragore del Tevere cresce la pietà, / viva dal 16 ottobre 1943. Quando il mio piede innocente / fu bagnato dal sangue dei giusti di Israele. / Quando gli empi urlavano, sfondavano le porte coi fucili…”. La guerra assurge dunque a simbolo  della condizione dell’uomo, della sua perenne lotta tra bene e male. E’ così, cara Maria?”

Dici bene, Simona. Da un lato c’è la guerra, la grande guerra, quella che Elio bambino ha vissuto sulla sua pelle con le sue atrocità e i suoi orrori, e poi c’è la guerra, l’altra, quella quotidiana, quella perenne lotta tra bene e male come dici tu, quella guerra che si scatena principalmente dentro noi stessi, che siamo spesso lacerati, divisi, desiderosi di andare verso la luce ma impantanati il più delle volte nelle tenebre più fitte. Questo conflitto, a pensarci bene, è eterno. “La storia partorisce dei mostri – diceva Fiore -, ma nella storia, a dispetto di tutto, si pone il provvidenziale cammino dell’Uomo verso la luce”.

 

–     “Infine, cara Maria, parlaci del ruolo che secondo Elio Fiore doveva avere il poeta. Un suo verso recita infatti: “La poesia è una chiamata per captare la voce della giustizia”. Chi è il poeta, secondo Elio Fiore?

Ti rispondo con le sue stesse parole: “È poeta – diceva Elio Fiore – colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini. In questo consiste la missione del poeta, il suo messaggio: testimoniare il suo tempo, il tempo della bellezza, il tempo della poesia”.

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