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ADDIO, ANTONIO TABUCCHI

marzo 26, 2012

Addio, Antonio Tabucchi

Antonio TabucchiLo scrittore Antonio Tabucchi, nato a Pisa, il 24 settembre 1943, è scomparso a Lisbona, ieri, 25 marzo 2012, dopo una estenuante malattia.
Legato da un amore viscerale al Portogallo, è stato il maggior conoscitore, critico e traduttore dell’opera dello scrittore Fernando Pessoa dal quale ha attinto i concetti della saudade, della finzione e degli eteronimi.
Tabucchi conosce l’opera di Pessoa negli anni sessanta, durante le sessioni che frequenta alla Sorbona, ne rimane talmente affascinato che, tornato in Italia frequenta un corso di lingua portoghese per comprendere meglio il poeta.
I suoi libri e saggi sono stati tradotti in 18 paesi, compreso il Giappone. Con María José de Lancastre, sua moglie, ha tradotto in italiano molte delle opere di Fernando Pessoa, ha scritto un libro di saggi e una commedia teatrale su questo grande scrittore.
Ha ottenuto il premio francese “Médicis étranger” per “Notturno” indiano e il premio Campiello per “Sostiene Pereira”.

da Wikipedia Italia

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Antonio Tabucchi nel ricordo di Paolo Di Paolo

di Paolo Di Paolo

Caro Massimo, non esagero se dico che forse non avrei cominciato a scrivere se non avessi letto nel periodo del liceo “Si sta facendo sempre più tardi” di Tabucchi. Mi ero innamorato di quelle lettere in forma di racconto, o viceversa. L’ho conosciuto diversi anni dopo, prima solo telefonicamente e per lettera, poi a Parigi. Una cena invernale in un ristorante thailandese, giorni d’estate e inizio autunno nella sua casa di Vecchiano. Quanti ricordi in così poco tempo! Lavorando con lui a “Viaggi e altri viaggi” ho imparato molte cose. Poteva essere severo e brusco, ma anche incredibilmente gentile e affabile. Tirava fino a notte fonda e volendo lo si poteva ascoltare, avvolto dal fumo delle sue sigarette, che raccontava in modo così brillante e magnetico pezzi di vita, incontri, libri letti, cose che aveva capito. Con una passione che era sempre impetuosa, energica; con risate un po’ nasali e roche. Ci sarà molto da rileggere e da studiare. Mi mancherà molto.

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Antonio Tabucchi nel ricordo di Paolo Codazzi

di Paolo Codazzi

Per un certo periodo Antonio visse a Firenze, più o meno negli anni ottanta del secolo scorso ed io lo conobbi, entrambi giovani di belle speranze (le sue mantenute più di quanto non abbia fatto io) durante lo svolgimento di un mito della Firenze di quegli anni, “Ottovolante”, di cui fui uno dei soci fondatori con la rivista Stazione di Posta (sulla quale rivista Antonio mi consigliò di pubblicare un racconto inedito di un giovane scrittore che meritava attenzione *Ugo Riccarelli*), rassegna annuale di Poesia che si svolgeva per quindici giorni a Firenze, generalmente in maggio, che raccoglieva da ogni parte d’Italia e taluni dall’estero i migliori talenti poetici di quegli anni. Spesso da allora Antonio mi invitava a prendere un caffè con lui, al mattino, in una nota osteria fiorentina dove lui si recava a scrivere su fogli apparentemente disordinati quelli che sarebbero diventati i suoi racconti e i suoi romanzi. Io vi arrivavo durante gli itinerari di lavoro in giro per il centro fiorentino, e così passavamo frequentemente alcune ore del mattino conversando sul tutto e sul niente, più spesso di donne, una debolezza che la nostra ancor virile età ci permetteva di indossare forse con eccessiva disinvoltura.
Antonio, del resto come il sottoscritto, era apparentemente scontroso, forse a qualcuno antipatico, ma quando si apriva all’amicizia era confidenziale e tenero nei rapporti specialmente se riuscivi a fumare tante sigarette quante ne fumava lui.
Poi dopo il “successo” di Antonio i nostri contatti si sono diradati per varie e diverse ragioni connesse ad esperienze esistenziali: lui spesso lontano da Firenze, io con responsabilità di lavoro e famiglia che mi distaccarono dalla vita pubblica di scrittore ma non dalla scrittura.
Negli ultimi anni ci siamo scambiati qualche corrispondenza cartacea ed alcune mail di accompagnamento ai libri per i quali desideravamo entrambi il conforto della lettura l’uno dell’altro senza che peraltro l’amicizia sincera e antica ci abbia mai spinto (soprattutto nel mio caso) a “sfruttare” l’amico con richieste che avrebbero potuto accompagnare con il prestigio da lui raggiunto la mia attività di scrittore.
La sua morte mi addolora non tanto per la perdita di un grande scrittore (il che inevitabilmente accade), ma per la perdita di una parte di memoria di quegli anni giovanili (in cui Firenze ancora recitava un ruolo da primadonna), e soprattutto per lo spavento del vento della falce della morte che ormai ha preso confidenza sulle generazioni di cui io e Antonio facciamo parte.

© Letteratitudine

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