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PARTITURE DI ACQUA E DI TERRA di Sandro Boccardi

maggio 7, 2012

Partiture di acqua e di terra di Sandro Boccardi

Nomos, Busto Arsizio (VA)  2012, pp. 187, 14 euro

di Marco Ostoni

C’è la terra e c’è il cielo. E c’è l’uomo in mezzo, con i piedi conficcati nel suolo e lo sguardo rivolto verso l’alto, dove volano le rondini con le loro «ali un po’ agitate /che legano occidente e oriente, nord e sud, caldo e / gelo / sono un vangelo una sura un salmo per gente come / noi /che naviga a vista e ha perso il sestante» (Partenze). La poesia di Sandro Boccardi affonda le sue radici nella materialità della terra, la terra natia (la grassa pianura della Lombarda fra l’Adda e il Po, solcata dai cavi irrigui e abitata da rane, ricci, ramarri, merli e mille altri animali) e la Terra su cui ci è dato di vivere. Ma è anche una poesia che prova a mettere le ali e a sbatterle, con leggerezza, come fanno le rondini, sospinta dalla necessità di alzare i piedi oltre il finito per cercare altro, un Altro.

Una poesia religiosa, dunque, non tanto o non soltanto nel senso confessionale e “cattolico” del termine (la Bibbia è presente ma mai ingombrante con il suo ricchissimo codice linguistico e di immagini oltre che di insegnamenti), quanto in una dimensione di spiritualità che parte da lontano e intercetta la tradizione della prima poesia europea, dal misticismo di San Giovanni della Croce all’escatologia di Dante, prima di innestarsi – nel Novecento – sulla cosiddetta “linea lombarda” (Sereni, Rebora, Loi), mediata dall’influenza del filone ligure (Sbarbaro, Caproni, Montale) e del poetare pensoso di Luzi.
Ottant’anni da poco compiuti, Boccardi – poeta e musicologo milanese (ma di natali lodigiani) – ha appena mandato in stampa da Nomos, con il titolo Partiture di acqua e di terra (prefazione di Silvio Aman), un’antologia di testi che sin dal titolo rimanda alla dimensione “doppia” del suo essere e del suo scrivere, sempre a cavallo fra terra e cielo, fra strofe e note.
Lo incontriamo davanti a un caffè nel suo ampio e accogliente appartamento milanese di viale Coni Zugna, dove una’incisione di Montale (donatagli di persona) fa bella mostra di sé accanto ai quadretti a olio realizzati da una delle figlie, Beatrice, guarda caso un nome dantesco.

Boccardi, perché questa raccolta, proprio ora. Un regalo per i suoi 80 anni?
«In un certo senso sì, volevo racchiudere in una cornice definita, anche se senza uno schema troppo rigido, una buona fetta delle cose che ho scritto, riallacciando il filo tra i versi del periodo precedente al “San Maurizio musica e poesia” (la rassegna da lui ideata e guidata per quasi trent’anni a partire dal 1976, ndr) e quelli successivi al 2004. Il volume, in particolare, riunisce parte delle raccolte pubblicate per Magenta e Scheiwiller (la prima, A dispetto delle sentinelle, con la curatela di Luciano Anceschi) fra il 1963 e il 1978, quando ero uno sconosciuto funzionario del settore cultura del Comune di Milano, e i lavori più recenti: alcuni editi in Sonetti per gioco e rancore e in A l’heure des cendres, altri inediti».

In molti, immagino, le avranno chiesto il perché di un silenzio tanto lungo: quasi trent’anni. Una parentesi che evidentemente non ha spento la vena.
«Sì. E la risposta è banale: non ne ho avuto il tempo. L’organizzazione del cartellone del “San Maurizio” mi ha assorbito tutte le energie, dovendomi occupare praticamente di ogni dettaglio. E se anche la notte, ogni tanto, mi veniva in mente qualche verso, l’indomani non avevo occasione di appuntarlo. Molti, amici e critici, se ne ebbero a male, a partire da Pietro Gibellini, che nel 1978 aveva salutato con favore l’uscita della mia raccolta Tempora e che non voleva accettare il mio improvviso e prolungato silenzio. Ma fino a quando non ho ceduto per sfinimento la guida della rassegna (oggi sospesa per ragioni economiche, ndr) non ho più scritto versi. Certo il fatto di restare a contatto con la poesia e con i poeti – a casa mia sono stati ospiti Montale, Sereni, Caproni, Loi, Erba e tanti altri – ha permesso di alimentare la vena».

Com’è stato riprendere?
«E’ stato naturale, anche se ho deciso, in un certo senso, di ripartire da zero, mettendomi subito alla prova con la forma metrica più classica: il sonetto. Volevo capire se ero ancora in grado di maneggiare endecasillabi e quartine, usare rime, assonanze e altre figure della retorica classica: così è nata la prima raccolta della mia seconda vita poetica, Sonetti per gioco e rancore, editi da LietoColle nel 2004».

Lei scrive che «il sonetto è uno stampo da budino / ci schiaffi dentro il bello il brutto l’anima / le frasi dell’Alfieri e la disanima / se la vita sia valida e perfino / se la morte abbia un senso […]». Dunque la metrica tradizionale, tanto vituperata dalle avanguardie, non è un freno all’ispirazione, né tantomeno un residuo del passato?
«Nient’affatto. Per me la metrica è un terreno fertile sul quale fare germogliare la poesia, non è mai un vincolo, anzi. E’ uno stimolo, un ostacolo da superare, una difficoltà sulla quale mettere alla prova le proprie capacità. E’ un po’ come suonare un brano al pianoforte: occorre partire dal pentagramma, dalla serie di note che colorano di neri e bianchi quelle cinque righe. Senza “struttura” non si va da nessuna parte».

Ha denominato l’antologia Partiture d’acqua e di terra: sin dal titolo, dunque, ci sono la musica e la dimensione per così dire anfibia della sua poesia, non a caso paragonata, con una buona dose di ottimismo, alla «rana di Volta, [che] se toccata si volta e scalcia / nell’aria».
«La partitura è lo spartito in cui confluiscono, per una visione d’insieme (del direttore d’orchestra), le singole parti degli strumenti e delle voci, ciascuna connotata di un proprio carattere (ritmo, timbro, ecc.). In metafora, dunque, raduna singole poesie e insieme di poesie, quali sono le raccolte. E le une e le altre compaiono nel volume.
Acqua e terra sono invece gli elementi di fondo dei luoghi in cui sono nato e cresciuto, il piccolo borgo di Villanova Sillaro e la Bassa lombarda, e dove ho iniziato a scrivere versi. Sono il mio richiamo atavico, ciò da cui mi viene naturale di partire anche quando poi tocco altri temi».

Lei si muove a suo agio fra rime e accordi, alterna fraseggi a enjembement con naturale facilità. In un certo senso se cielo e terra sono l’ascissa lungo la quale sembra formarsi il suo pensiero poetico, la musica e il “metro” sono l’ordinata attraverso cui questo si modula e si esprime…
«Sì, c’è una forte correlazione fra i due elementi. Per me, sono inscindibili. Ma la musica per la poesia non è soltanto suono. E’ il ritmo, è la struttura; pensiamo a quanto è importante l’effetto musicale nella scansione degli accenti: se il tonico cade su una sillaba piuttosto che su un’altra in un endecasillabo o in un altro verso non è mai casuale. A me viene naturale soffermarmi su questo, è dentro di me, sin da quando ero ragazzo».

Come è nato il suo rapporto con la musica?
«Ho iniziato a suonare che avevo già 14 anni. Nella cascina di Sant’Angelo Lodigiano dov’ero sfollato con la mia famiglia c’era un vecchio pianoforte e lì sopra iniziai a comporre i primi fraseggi sotto la direzione di un maestro organista della parrocchia. Poi strimpellai per un po’ una fisarmonica, a casa di una cugina. Quindi, dopo il liceo classico presso i padri Barnabiti di Lodi, ho studiato a Milano – dove mi ero trasferito per studiare Lettere – con Carlo Bidusso, importante musicista di quegli anni. Con lui ho dato l’esame per il quinto anno di Conservatorio e preparato l’ottavo, che però ho lasciato lì, al pari dell’università, una volta vinto il concorso in Comune. Ma non ho mai smesso di studiare (in particolare armonia e composizione), né di suonare. La musica mi è rimasta dentro, anche come struttura del poetare. Io utilizzo molto i metri classici, fra cui la sestina lirica trobadorica (con cui ho composto le note di regia di un film-documentario su Bach, recitando pure nei suoi panni), dove la componente musicale è marcata, specie nei commiati, che io cerco di rendere intensificando i tempi, quasi si trattasse di una fuga».

La musica, come la natura (che è pervasa di suoni), è spesso la molla da cui parte la sua riflessione filosofica, specie nei versi più recenti. Accade ad esempio che il «balletto dei merli sui rami /bemolli e bequadri di foglie / e becchi gialli» (Ieri leggevo) porti l’uomo a «salire per gradi / la sommità del cielo» (ivi) in un’inesausta ricerca di senso.

«La poesia è una necessità dello spirito e può sgorgare ovunque e in ogni momento. Per questo non morirà mai. E l’uomo è immerso nella natura, con i suoi odori, i suoi colori, i suoi suoni; è normale che di lì scaturiscano i pensieri ultimi sul senso del vivere ».
Da Tempora ad À l’heure de cendres il rapporto fra la Natura, la vita, e la morte è molto presente. Un tema sondato da tanta letteratura, ma da lei riletto con un’apertura di speranza, evidentemente cristiana.
«Della natura benigna e insieme maligna, che leopardianamente dispensa solo qualche momento di gioia passeggera, hanno scritto in tanti, spesso in una chiave di forte pessimismo. Ecco, in molte cantate di Bach (io ho curato il progetto dell’integrale delle oltre 240 cantate eseguite a Milano fra 1994 e il 2004), però la parola Tod (morte) non fa paura. Anzi, der Tod  è una presenza costante della sua fede di musicista e credente soli Deo gloria: “Komm, süsser Tod” (Vieni, dolce morte). Nella mia poesia La Pipa di Bach la morte, come ho scritto parafrasando un testo letterario che sembra essere del Cantor,  è soltanto una soglia. Mozart arriva addirittura a definirla – mentre noi facciamo tutti gli scongiuri del caso – come “l’amica più sincera dell’uomo” per cui c’è da ringraziare Dio di poter riconoscere in essa “la chiave della nostra felicità”».
Nelle poesie più recenti – ad esempio in Sopra una vecchia foto, ma anche in Perché o in Pseudoestina  – la dimensione della memoria e quella del tempo che passa sono molto marcate, quasi segno di una volontà di riepilogo della propria vita. Il tutto, però, trattato con una certa levitas, senza volersi prendere troppo sul serio. E’ così?   
«Nella sezione Le Tempora e soprattutto in Sopra una vecchia foto è la nostalgia del passato (l’essere stati giovani, anche ingenui e ignari di una maggiore consapevolezza) a ricreare momenti quasi felici. Nella Pseudosestina, invece, lo schema rigido della struttura, desunta dagli antichi modelli medioevali, mi ha permesso – forse inconsapevolmente (?) – di immaginare la fine del tempo. Sono queste, direi, stanze di una apocalisse universale immaginata in una proiezioni di anni-luce (penso anche al momento retroattivo delle credenze religiose degli antichi egizi), cui si innesta il prologo del Vangelo di Giovanni».

Grandi domande, temi alti e registro spesso “basso”: la sua è una scelta, anche stilistica, voluta di understatement.  Perché?                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

«Registro alto, registro basso non sono che vari aspetti vari momenti, come il sentimento religioso e il dubbio, il gioco che diventa liberazione… anche nostalgia, talora, come ho detto. Mi appello al fare al poiein della musica. In una sinfonia c’è l’allegro e l’adagio, il minuetto e il presto con fuoco, la danza più sfrenata e il contrappunto più severo».

SANDRO BOCCARDI, Partiture d’acqua e di terra, Nomos, Busto Arsizio (VA)  2012, pp. 187, 14 euro

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