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Hanno rubato Babbo Natale

maggio 31, 2012

HANNO RUBATO BABBO NATALE di Anna Maria Loglisci
A & B editore, 2012 – pagg. 152 – euro 14

di Sergio Sciacca

Hanno rubato Babbo Natale

L’arte narrativa c’è tutta: ti acciuffa alle prime righe e non ti molla più fino alla conclusione: Anna Maria Loglisci, plurilaureata, docente di inglese, giornalista e narratrice, con il nuovo romanzo, edito da AeB sotto il titolo “Hanno rubato Babbo Natale“, ha realizzato una storia poliziesca con atmosfere di interni psicologicamente suggestive. Riesce a creare i quadri nei quali si identifica un’epoca: l’anonima periferia dominata dai centri commerciali di oggi dove si concentrano a migliaia solitudini individuali che credono di aprirsi al mondo comprando cose che più o meno sono inutili e che tuttavia danno loro la immediata soddisfazione di sentirsi “consumatori” oggetto di cortesie da parte dei commessi e sotto sotto, decisori dei destini economici mondiali anche se per una miliardesima parte: fai fallire una compagnia aerea antipatica, fai chiudere la fabbrica di gente sgarbata, fai prosperare la ditta di telefonini con le ragazze sgargianti nella pubblicità. Già questa capacità di guardare le cose oltre la superficie è una delle caratteristiche che raccomandano il volumetto.
Ma oltre alla estensione sociale esso assicura una estensione cronologica.
Quando descrive gli ambienti dei mitologici anni ’50 crea la dimensione impalpabile del sogno ad occhi aperti, della favola incredibile in cui eravamo immersi tutti quelli che la abbiamo sperimentata.
Alla Tv Mario Riva distribuiva milioni di lirette a chi indovinava un motivetto che molti a casa conoscevano: si diventava ricchi tanto da comprare un trabiccolo a quattro ruote che con qualche patema d’animo in salita ti portava dovunque: a Torino, in Svizzera, a Parigi! E che c’entrano questi squarci umani con il racconto poliziesco? Ne sono l’umanità, mentre la vicenda di primo piano, cui allude il titolo, ne è l’occasione. Pensate che il merito del Giorno della Civetta consista nello snodarsi della storia poliziesca di primo piano o non piuttosto in tutto quello che la sostiene? Il thriller c’è ovviamente, ma ne abbiamo visti tanti in Tv, ne abbiamo letti tanti, che pochi ormai si stupiscono per qualsiasi invenzione. Quello che spinge a leggere è il modo di guardare le persone. Sentire che quei personaggi sono veri, che li conosciamo, che forse vorremmo somigliare a qualcuna o a qualcuno. Nella letteratura si cercano esempi e qui ce ne sono molti. E non sono esempi mirabili e irreali, ma i miti della quotidianità: della ragazza che sogna l’amore cullandosi con i motivetti alla moda che poi sono quelli che creano il temperamento morale di una generazione.
C’è stata una generazione (bella) che cantava Sapore di sale alla Plaja o in qualsiasi altra spiaggia italiana e voleva essere felice. Ci sono state generazioni che hanno seguito lugubri conati sonori e si sono incarogniti nella rabbia.

(da La Sicilia del 15 maggio 2012)

Anna Maria Loglisci, catanese, è laureata in Scienze Politiche e in Lingue e letterature straniere moderne. Ha insegnato Inglese e svolge attività di collaborazione giornalistica, in particolare col quotidiano “La Sicilia”. Ha pubblicato due romanzi: Di fuochi e disincanti (2002) e In disordine (2008).

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