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LA MUSICA E’ ALTROVE. Cielo e terra nelle canzoni di Angelo Branduardi

giugno 7, 2012

LA MUSICA E’ ALTROVE. Cielo e terra nelle canzoni di Angelo Branduardi” di Saverio Simonelli
Ancora, 2012 – pagg. 276 – euro 16

In esclusiva per Letteratitudine, la prefazione firmata da Angelo Branduardi

La musica è altrove Ma avete mai pensato a quante storie, quanti volti e quanti mondi si possono trovare mettendo in fila un po’ di canzoni? Mica parlano solo d’amore. Ci potreste trovare bambini, anziani, animali piccoli come pulci e orizzonti più grandi dei vostri sguardi. Signori di castelli medievali, viaggiatori del futuro e donne in attesa davanti al mare, ciliegi che piegano i rami, mele ancora da cogliere e lepri che vanno a finire sulla luna. Vi sembra incredibile? C’è un artista che queste cose le ha sempre cantate, viaggiando con la fantasia tra cielo e terra. Con una chitarra e un violino, anzitutto. E lo possiamo seguire in questo viaggio meraviglioso dove ogni cosa se ne tira dietro un’altra. Come le ciliegie, appunto. Come fanno tutte le storie, quando sono raccontate perché anche chi ascolta ci finisca dentro. Non ve ne eravate accorti? Anche voi potreste andare a finire dentro una canzone o forse ci siete già. Se l’ha scritta uno come Angelo Branduardi e se voi provate a chiudere gli occhi e immaginare. Musica. E racconto.

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La prefazione di Angelo Branduardi

Da sempre considero la musica un qualcosa che non si trova qui e ora, ma accade in qualche modo da un’altra parte, accade altrove. È – come ho detto spesso – uno sguardo al di là della porta chiusa, ma è anche la risorsa che hanno i bambini di fronte alla paura, per cui quando si trovano al buio si mettono a cantare e tutto passa. Come sguardo che si getta al di là della nostra finitezza ha quindi direttamente a che fare con l’oltre, o meglio l’Oltre con la O maiuscola. Ed è quindi per questo un fatto assolutamente spirituale, senza dimenticare certo la sua componente corporale, fisica.
Ecco, la musica compie da sempre anche quest’altro miracolo. Quello di combinare assieme lo spirito e il corpo che quasi sempre nella storia sono stati sentiti come entità separate o da separare.
Il musicista è quindi un privilegiato, ma è un privilegio che si deve conquistare. Ed è questa forse la lezione che ho appreso andando avanti negli anni, dai miei maestri, dalle persone che ho coinvolto o mi hanno coinvolto in progetti artistici. Uno su tutti, Ennio Morricone: da lui ho imparato che il talento conta nulla senza l’applicazione e che, se si ama qualcosa, bisogna dedicarle e trovarle spazio ogni giorno, anche per poco tempo.  Chi vuole essere musicista deve ritagliarsi quotidianamente dei momenti in cui pensare, scrivere e poi, a volte, anche mettere da parte quelle cose che ha scritto e che magari non toccherà più, non tirerà mai fuori dal cassetto. La musica esige applicazione, esercizio, esige amore. Proprio per il suo carattere inafferrabile impone questo al musicista. Di approfondire, di rinnovarsi, di cercare vie nuove.
Anche per questo nella mia carriera ho frequentato molte musiche, ho fatto cose in cui sono arrivato in anticipo rispetto a quello che si ascoltava o magari altre che erano maggiormente in sintonia coi tempi. Poche volte, spero, sono arrivato in ritardo. Ma è anche questo nella natura del musicista: fare a volte due passi che sembrano portarti avanti per tornare invece indietro. È il senso dell’operazione che ho fatto con Futuro Antico, un ritorno alle origini che voleva essere una musica diversa. È un po’ anche per la mia indole che ha a volte tratti bambineschi e un po’ idiosincratici per cui, se mi si vuole etichettare in un modo, tendo a cercare dell’altro.
Oggi, comunque, guardandomi indietro è ovvio che mi senta più rappresentato da alcuni lavori rispetto ad altri. Anzitutto Branduardi canta Yeats, un disco in cui io volevo davvero essere le cose, i paesaggi, i personaggi che suonavo. Poi i miei primi dischi da La luna fino a Cogli la prima mela, passando ovviamente per Alla fiera dell’est e La pulce d’acqua. Ma c’è anche un disco, Il ladro, che qualche volta ho considerato un po’ depressivo e anche difficile da ascoltare per il suo minimalismo, che a risentirlo oggi mi sembra bello e convincente. Soprattutto per le atmosfere che avevamo creato.
E allora guardo a tutte queste cose in un altro modo, forse dipende dall’età o forse perché ho fatto mia quella dimensione che si rispecchia perfettamente in un concetto della cultura giapponese. In quella lingua infatti la parola «ispirazione» si rende con due termini che in italiano suonano un po’ come «serena malinconia».
È un atteggiamento che non ha nulla di tragico o di drammatico, ma è forse un’altra maniera di confrontarsi con quell’Altrove che impone anche uno sguardo più pacato, non disilluso, ma appunto di serena contemplazione, un altro dono che il fare musica dà al musicista, a chi la musica la fa e a chi l’ascolta con questa disposizione del cuore. E un dono che spero di aver comunicato a chi mi segue, ascolta la mia musica e le mie storie.
Angelo Branduardi

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