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L’ETERNITÀ STANCA, di Errico Buonanno

giugno 21, 2012

In esclusiva per Letteratitudine, alcuni brani tratti da “L’eternità stanca” di Errico Buonanno: ospite della trasmissione radiofonica “Letteratitudine in Fm” di venerdì 22 giugno 2012

L’eternità stanca. Pellegrinaggio agnostico tra le nuove religioni di Errico Buonanno
Laterza, Contromano, 2012 – pagg. 150 – euro 12

L' eternità stanca. Pellegrinaggio agnostico tra le nuove religioniDieci fedi, dieci verità, dieci risposte sulla vita e la morte. Tutto nell’arco di due mesi. Un viaggio attraverso le nuove religioni di Roma. Per ritrovarsi in corpo un’anima, e per salvarsi dal vizio del fumo. “Ora mi accorgo, con dolore, che il primo effetto della ricerca privata di Dio è quello di un’amplificazione, una levitazione naturale ed abnorme dell’amarissimo dessert che ci aspetta lì in fundo. Dessert a cui, da agnostico ipocondriaco romano, aspiravo, e che solo adesso, da credente (credente di ogni religione), pare davvero una minaccia angosciosa. Ora capisco, ora lo so: la fede non può confortare. Perché chi crede davvero si scora. Chi crede ha paura. Chi crede non può non tormentarsi al pensiero che questo, tutto questo, la nostra vita, le ambizioni, il nostro mondo, la scrittura, non è che la preparazione a ciò che di eterno arriverà. L’eternità stanca. Speriamo che la faccia breve”.

* * *

da L’ETERNITÀ STANCA, di Errico Buonanno

La pace del luogo è interrotta da un grido: «Tutti in cerchio, tutti in cerchio, tutti in cerchio!», e senza sapermi spiegare la cosa, sono pervaso da un senso di allarme, come davanti a una battaglia. Non sbaglio: ché questa è una chiamata alle armi, inizia la pugna col Nemico. Corro, mi affretto, sono parte del gregge.
A radunarci sotto il palco è stato un omino vestito di bianco – camicia, scarpe, pantaloni, cintura –, un quarantenne dall’accento portoghese che sembra pervaso dalla santa foga. Formiamo il circolo ligissimi mentre lui ordina: «Le mani!» Sono perplesso, ho molta paura. Tento di stringere la mano a una collaboratrice che mi si è fatta giusto a fianco, ma quella mi fulmina con gli occhi. La porgo a due altri fedeli lì accanto e mentre il pastore in bianco ci intima: «Occhi chiusi! Preghiamo!» succede ciò che inconsciamente, profondamente temevo. La stessa signora africana tremante che prima era afflitta dai dolori di stomaco emette un grido sovrumano, fa per svenire, viene sorretta dalle donne in tailleur. Il bianco pastore la indica agli altri. Sembra esultare: «È il Nemico! Il Maligno non vuole che iniziamo a pregare!» e io, che ambirei a non sfigurare, faccio davvero del mio meglio per mantenere gli occhi chiusi, ma azzardo: «Ha bisogno di un dottore!»
Non posso credere che stia succedendo. Non oggi, non qui. C’è una signora con le convulsioni, o casomai c’è una donna che bluffa, o questo clima di terrore che ormai mi fa tremare i polsi sta suggestionando un’innocente. Vorrei intervenire, sono in impaccio. Socchiudo soltanto l’occhio destro, ed ero uno stupido a temere: ci sono già cinque collaboratrici assolutamente competenti che intanto la stanno esorcizzando. Le stanno premendo con forza, violenza, tutte le mani sulla fronte e mormorano frasi che non colgo.
Dal suo, il pastore è soddisfatto. Riacquista un aplomb perfettamente furioso e ci urla: «Le vostre mani adesso sono benedette! Mettete le mani sulla testa!» Eseguiamo. «Se avete una malattia in qualche parte del corpo, mettete le mani sulla parte del corpo!» Eseguiamo: le tengo sulla testa. «Credete voi che Gesù Cristo può sollevarci da ogni male?» I fedeli rispondono di sì. «Credete voi che può guarirci e liberarci?» Sì, amèn. «E allora nel nooooome di Gesù! Nel nooooome di Gesù! Spirito della malattia! Esci fuori da me! Spirito della malattia! Abbandona il mio corpo! Spirito della malattia!»
(…)
Torniamo a sederci più sereni (malgrado un mio fremito alla gamba sinistra). Rivolgo il primo «ciao» a mia moglie che appare un pochino corrucciata e ci apprestiamo ad ascoltare la predica.
La prima parabola è la seguente: «Una volta Pietro era finito in galera. A un certo punto vide una luce entrare nella cella. Era un angelo, che gli disse: “Alzati!”.»
«Amèn».
Aspetto. Mi gratto la testa. Guardo intorno e tutti annuiscono convinti. Mi sembra un po’ fiacca, come parabola, ma il buon pastore ce la interpreta: «Perché quando c’è la fede, la vita si…?»
E l’uditorio in coro: «Alza!»
«Quando la fede non c’è, la vita si…?»
Qualcuno mormora: «Si siede!», ma in prevalenza: «Si abbassa!»
Seconda parabola: «Una volta un parente di Davide era finito in galera».
Non ricordavo questa pletora di pregiudicati bibilici, ma mi domando se il pastore non stia adattando i testi sacri per il suo gregge di diseredati.
«Radunò gli uomini che aveva lì in casa e vinse l’esercito nemico che aveva imprigionato il parente». Fine. Morale: «Con la fede si…?»
«Vince!»
Starò sbagliando, ma queste parabole minimaliste mi si rivelano di colpo perfettamente sensate, o almeno coerenti con la teoria dei miracoli (nonché con la scarsità di crocifissi in sala). Niente talenti e figlioli prodighi. Il pastore non dà direttive morali, non dice come comportarsi. Quello che afferma è molto semplice, ed è: con la fede si ottiene di tutto. Per i martiri romani, per san Pancrazio decollato, la fede era un fine, e per quel fine – per conservarlo, per testimoniarlo – si poteva patire la povertà, la tortura, la morte. Il messaggio di oggi dice, in sostanza, l’esatto contrario: avere fede ci conviene. La fede è il mezzo principale con cui possiamo guadagnare salute, successo, forza. E denaro, chiaramente.
Pastore e collaboratrici hanno appena sollevato in alto sulle loro teste un volume dalla copertina rigida. Stanno invocando, ad occhi chiusi, con un trasporto appassionato, la benedizione del Signore sui nomi contenuti in quelle sante pagine. È un testo sacro, è un libro di grazia. È il Libro dei Decimisti. Il libro di chi paga le decime, le offerte. È un libro contabile, volendo.
«Lasciate che vi racconti una storia. – dice il pastore – C’era un fedele nella mia chiesa, che un giorno disse a sua moglie: “Questa settimana voglio raddoppiare l’offerta”. La moglie disse: “Ma come, non possiamo!” E però quello era deciso: “Voglio raddoppiare l’offerta!” Diede il doppio dei soldi alla Comunità Cristiana. Il giorno dopo andò in banca e… il suo conto era raddoppiato! Andò al lavoro e il capoufficio gli disse: “Ieri non ho fatto in tempo a dirtelo. Ti ho raddoppiato lo stipendio. Quello che hai visto sul tuo conto è quanto riceverai d’ora in avanti!” Così anche voi… che mestiere fate? La manicure? L’operaio? La badante?»
Mi viene da piangere.
«Più alta sarà la decima, più da domani guadagnerete! Non avete soldi da donare?» Finirete in paradiso? No: «La prossima settimana ne avrete tantissimi! Amèn?»
«Amèn!»
Venti persone, venti manicure, venti operai, venti badanti, tirano fuori dalle borse delle buste da lettera bianche, avviandosi in coda verso il palco.
Io chiedo scusa alla collaboratrice, che intanto mi fissa interrogativa. «Dobbiamo andare!» spiego, e lei forse ci rimane male. «Ma è stato davvero qualcosa di… unico».

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