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È LA SCRITTURA, BELLEZZA! di Fabrizio Centofanti

giugno 29, 2012

Fabrizio Centofanti (Napoli, 1958) si è laureato alla Sapienza di Roma, in Lettere Moderne, con Mario Petrucciani, con il quale ha collaborato a lungo presso la Cattedra di Storia della Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea. Ordinato sacerdote nel 1996, opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della Sacra Scrittura. Attento studioso dei Vangeli tiene da molti anni una Lectio Divina settimanale. Autore di numerosi saggi e opere di narrativa, ha pubblicato, tra gli altri, i seguenti volumi: Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale (IPL 1987); Le parole della felicità (Laurus Robuffo 2005); Guida pratica all’eternità (Effatà 2008); Pret(re) à portér  (Effatà 2010). Non superare le dosi consigliate (Effatà 2011). Sempre Effatà ha pubblicato il suo primo romanzo, Ecco l’uomo. Con Amazon è uscito il romanzo Nessuno è più importante di te. Con la casa editrice Clinamen ha pubblicato, nel 2011, Italo Calvino. Una trascendenza mancata.

Di recente è uscito il nuovo libro di Fabrizio Centofanti: “E’ la scrittura, bellezza!” (Clinamen, 2012, euro 19, pagg. 174). Segnaliamo la recensione di Guido Michelone sul blog La poesia e lo spirito.

Di seguito, la prefazione di Giuseppe Panella e qualche brano estratto dal libro.

E’ la scrittura, bellezza!

Come vincere un premio letterario in 80 mosse

Giuseppe Panella

 

LA BELLEZZA DELLA SCRITTURA

Un Candido contemporaneo

 

Copertina di E' la scrittura, bellezza!«Il lettore, una volta arrivato al proemio che lo respinge, ha pur comprato il libro a denaro sonante, e domanda che cosa ne lo risarcirà. Mio ultimo riparo è ora il rammentargli che egli può utilizzare un libro in vari modi, senza bisogno di leggerlo. Può, come tanti altri, riempire un vuoto della sua biblioteca, dov’esso, ben rilegato, farà certo buona mostra di sé. O anche deporlo sulla toilette o sul tavolino da thé della sua dotta amica. O infine egli può ancora, ciò che di certo è il meglio di tutto ed io particolarmente consiglio, farne una recensione»

(Arthur Schopenhauer, Proemio alla prima edizione del Mondo come volontà e rappresentazione)

 

Ogni tanto, risospinto inesorabilmente dalla necessità di non cedere al trionfo della volgarità del pensiero sempre uguale che contraddistingue le epoche di stagnazione concettuale, Candido smette di coltivare il suo orto e ritorna a viaggiare nel mondo assurdo e assoluto che lo circonda.

La sua navigazione nel mare della complessa ed esagitata disperazione della contemporaneità è tanto più necessaria quanto più mossi e inquieti sono i mari che deve attraversare rimanendo vivo e (possibilmente) sano di mente. Il suo punto di partenza prediletto resta la necessità di descrivere ciò che avviene intorno a lui; il suo punto d’approdo privilegiato, invece, è la nascita di un anti-romanzo che ripeta mimeticamente la ricchezza ironica e il piglio satirico del suo antenato iniziale.

Il Candido alla ricerca della verità e dell’utilità che potrebbero essere fornite (a pagamento!) dalle scuole di scrittura italiane non è qui considerabile inferiore a quello più “filosofico” dell’antenato Voltaire. Le differenze sono molte e anche i personaggi che gli fanno compagnia nell’andamento forsennato delle sue vicende ma la dimensione sconvolta e sconcertante delle sue vicende rimane la stessa. Passare indenni attraverso un mondo che sembra essere impazzito restando se stessi non è impresa da poco. In questo caso, inoltre, il sarcasmo e la presa in giro dei costumi degli uomini è concentrato su una categoria ben precisa: gli aspiranti scrittori di romanzi (e al coinvolgimento nella sua derisione e nella sua angoscia esistenziale non si sottrae lo stesso autore dell’opera).

 E allora – è questo, in fondo, l’interrogativo centrale che si trova all’interno del testo – come si scrive un romanzo o un racconto, un testo letterario, insomma, di più o meno breve durata, di maggiore o minore respiro? Come si può riuscire a realizzare un’opera letteraria che valga la pena?

Nelle sue numerose avventure di scrittura precedenti (da Le parole della felicità. Frammenti di vita dello spirito, Roma, Laurus Robuffo, 2005 a Guida pratica all’eternità. Racconti tra cielo e terra, Torino, Effatà, 2008 ai più recenti Prêt(re) à porterNon superare le dosi consigliate (con una mia nota critica)  e Ecco l’uomo, tutti usciti sempre da Effatà di Torino nel 2010 il primo e nel 2011 gli altri due, solo per citare i  risultati più marcatamente letterari), il tono e il taglio della proposta era sempre legato a una dimensione di forte spiritualità diffusa, con un’attenzione intensa alla creaturalità più dimessa e più fonda e con accenti di canto di sapore francescano pur mantenuti all’interno di una ricerca stilistica che si voleva il più possibile attenta al rigore e alla nitidezza dell’enunciato. Si trattava di testi, tutto sommato, attraversati da e soffusi di un pathos che escludeva il sarcasmo o l’ironia, ma si concentrava sulle ragioni profonde dell’esistenza.

In questo suo nuovo lavoro, invece, predomina la dimensione un po’ ludica della presa in giro di personaggi “veri” della scena letteraria e la critica un po’ acre (eppure mai livida e cattiva) del malcostume letterario (il gioco delle identificazioni tra le figure autentiche e i loro doppi messi alla berlina  è – come si conviene in questi casi – da lasciarsi alle conoscenze dirette, alla cultura generale e al gusto smaliziato degli eventuali lettori).

In questo romanzo, dunque, redatto sotto forma di appunti per un libro ancora da scrivere e nel quale le regole tradizionali (e – qualcuno potrebbe anche dirlo – elementari) della narrativa non sono volutamente rispettate, la domanda fondamentale che chi scrive si pone continuamente è sempre la stessa: che cosa permette a un romanzo di essere tale e soprattutto come si fa a essere sicuri che i risultati del lavoro cui esso costringe con coerente serietà e con una macchinalità spesso maniacale saranno ripagati dai risultati sperati e che la prosa che, alla fine, si dipanerà sul nastro di carta o lo schermo posti di fronte a chi scrive sarà capace di comunicare ciò che l’autore voleva?

E’ una domanda che rimarrà sempre senza risposta in tutto il corso della vicenda.

Fabrizio Centofanti socraticamente sa soltanto di non sapere cosa rispondere a quella domanda cruciale per tutti gli aspiranti letterati; ciò che sa di sicuro e lo dice apertamente è che non vorrebbe insegnare a nessuno i modi e le tecniche migliori per riuscirci (e poi farla franca).

Anzi  è convinto che provarsi a farlo e credere di esserci riuscito in maniera egregia può essere negativo, se non deleterio, per chi poi, successivamente, considerandosi ben equipaggiato e rafforzato degli insegnamenti ricevuti presso la propria scuola di scrittura letteraria, volesse avventurarsi in quest’impresa.

Ricapitolando sommariamente ciò che accade in E’ la scrittura, bellezza!  e seguendone per un po’ qualche passaggio narrativo, sarà forse possibile capire il perché di questa convinzione profonda.

La vicenda esemplare di Leopoldo, personaggio in cerca di un autore che lo accetti e scrittore in procinto di realizzare il suo personale tentativo di salvare il romanzo dalla sua crisi incombente nonché omonimo del protagonista dell’Ulisse joyciano, basterà a saldare il conto ai sogni di scrittura industriale e pre-confezionata oggi prevalenti e, soprattutto, al mito della letteratura come occupazione privilegiata e straordinariamente ricca di soddisfazioni creative.

Leopoldo, come tutti i personaggi della letteratura novecentesca che si rispettino, ha un rapporto privilegiato con il suo autore (che, in realtà, è un’autrice e si chiama Maria).

Inoltre sa bene che un “vero” romanzo non dovrebbe finire mai e soprattutto che non può andare a finire mai troppo bene, che esso è una forma di risarcimento per una vita vissuta a metà, che è, inoltre, uno strumento di rivincita sociale, una forma di “distinzione” (per dirla con il sociologo Pierre Bordieu). Ma questo non gli basta per portare a termine il suo progetto di scrittura e continua a cercare i propri numi tutelari in maniera buffa e un po’ dissennata (e cioè bevendo molta birra). 

Il personaggio di Centofanti sa anche che la storia del grande romanzo del Novecento (Musil, Kafka, Joyce i cui fantasmi è riuscito a evocare proprio bevendo una notevole quantità di birra a spron battuto nel suo pub prediletto) gli insegna come tutto sia già stato sperimentato e provato a livello di tecnica narrativa, ma, nonostante questo, intende continuare a provare a inseguire la sua chimera e chiede consiglio proprio al suo “padre putativo” irlandese.

Dal fantasma di Joyce apprenderà che esiste una scuola di scrittura che fa per lui: Ricco Barocco (ma chi sarà mai questo Carneade?).

Anche Giulio da Padova, precedentemente contattato da Leopoldo, si rivela elusivo (si è ritirato sul Gunong Tahan, il monte più alto della Malesia da cui scenderà con i suoi diciassette comandamenti per scrivere un romanzo).

Intanto qualcuno cerca di investire l’aspirante scrittore con un’auto targata Il tuo libro 451: è Guy Montag (il pompiere che brucia i libri in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e poi se ne pente alla fine ma che evidentemente in questo caso vuole farlo smettere di scrivere in maniera definitiva).

Gli “incontri con uomini straordinari“ di Leopoldo continuano: prima Saulo Cioccolati, poi Beppe Geenna, personaggi a chiave di un mondo letterario in continua espansione. Ma, nonostante questi rapporti privilegiati con figure note e illustri del mondo letterario, il romanzo latita.

Infine Leopoldo andrà a trovare padre Faber, il mentore della sua autrice Maria, per chiedergli come uscire dal ginepraio in cui si è messo. Ma, a parte una generica invocazione alla fiducia nelle doti dell’ispirazione, anche stavolta molto lontano non si riesce ad andare.

Inoltre Maria non si trova: come tutti gli aspiranti grandi scrittori del primo Novecento, se ne è andata a Parigi. Anche il suo personaggio, allora, va  in Francia a cercarla e, arrivato in Boulevard Saint-Germain, dopo essere entrato nella tanto decantata Brasserie Lipp, si mette a scrivere forsennatamente (riscriverà esattamente il brano che costituisce l’inizio del libro). 

La sua operazione di scrittura riscuoterà tanto successo che vincerà il Premio Lipp per il miglior romanzo ancora da scrivere.

A questo punto, però, tutto sembra precipitare in una crisi irreversibile: tutti i personaggi sprofondano in una spirale di ripetizioni senza fine.

La vita che vivono si raddoppia nella scrittura e la scrittura non sembra avere più uno scopo, una possibilità di avvicinarsi in qualche modo alla realtà. Perché, in fondo, che cos’è la scrittura narrativa, che cos’è uno scrittore? Scrivere non è un mestiere, è una vocazione che è fatta, tuttavia, di elementi tecnici non trascurabili: incipit, trame, strutture, personaggi. Giunti alla fine del loro percorso, i personaggi della storia si acquietano e si assopiscono nel sonno della creazione. Solo don Faber veglia nella notte – ha la pressione alta e una brutta influenza. Quando si addormenta sogna premi letterari e scuole di scrittura, poi si sveglia all’improvviso spaventato dalla caduta improvvisa e inopinata delle medicine accumulate in maniera un po’ improvvida sul suo comodino di malato:

 

«Ripensa al sogno; gli ha comunicato un’urgenza insopprimibile di scrivere, anche per distrarsi dalle preoccupazioni che lo assillano da un po’ di tempo a questa parte: una lettera di minacce anonima, un personaggio alto e brizzolato che si aggira nel portico della parrocchia come per controllare gli orari di chi lo frequenta abitualmente. Don Faber comincerà stasera: ha in mente un pub  e un uomo che affoga i pensieri cattivi nella birra, un barbone che predice il futuro e altri personaggi che cercano di scavarsi una nicchia nel mondo ingrigito delle patrie lettere» (p. 00).

 

In sostanza, tutto ritorna (come in una sorta di riassunto un po’ allucinatorio dell’”eterno ritorno” nietzscheano).Tutti i personaggi del romanzo scrivono lo stesso romanzo e vertiginosamente cercano di congiungersi e di coincidere gli uni con gli altri. Dalla stessa situazione scaturiscono infinite storie ma tutte queste storie non sono altro che l’unica e non narrabile apocalisse di ognuno di fronte alla necessità di comprendersi e di scavarsi dentro.

Chi è il personaggio e chi, invece, è l’autore? Calvino, uno degli scrittori evocati da Leopoldo tra i fumi della birra nel pub che ama frequentare con accanita pertinacia e, in realtà, nume tutelare di Fabrizio Centofanti (che sull’autore di Marcovaldo ha scritto un saggio di grande suggestività, Italo Calvino. Una trascendenza negata, Firenze, Clinamen, 2011) ha sostenuto nella sua opera tarda che questa differenza non c’è mai e che il lettore, così come l’autore, sono entrambi in fabula e divengono l’uno il frutto del sogno creatore dell’altro (con buona pace del “realismo critico” e tante grazie a Jorge Luis Borges che di questa teoria è stato uno dei più valorosi sostenitori).

Chi scrive e chi legge, allora? O entrambi sono scritti e letti da uno Scrittore che li pensa entrambi? (è sempre Borges arroccato e incalzante nelle sue “rovine circolari”, d’accordo).

Anche Brice Cento, Cosimo, Viola, Simone Vangelis, Teodora e gli altri personaggi  della seconda parte del libro di Centofanti (un testo che si potrebbe forse leggere autonomamente ma che si capisce bene solo se si è letta la prima parte dell’opera) sono tormentati dal tarlo della creazione artistica. Anch’essi si pongono problemi forse insolubili come quello che attanaglia Medardo sulla necessità di passare, senza soluzione di continuità, dal particolare all’universale nel corso dei suoi tentativi di scrittura. Tutti lottano con la soluzione di questioni che sanno destinate a non trovare uno sbocco legittimamente accettabile in sede di realizzazione pratica. Alla fine resteranno tutti insoddisfatti delle risposte che hanno tentato di darsi. Che cosa resterà loro? Continuare a scrivere e narrare, nonostante tutto e affidarsi a qualcuno che, leggendoli, li giustifichi e li porti a salvazione. Uno dei tanti scrittori che costellano con le loro storie questa storia in-finita conclude:

 

«Solo ora ha capito che a decidere è il lettore, è lui a dipanare una trama sempre aperta, dagli esiti incerti: la ragazza dai capelli rossi, Simone Vangelis, Brice Cento, sopravvivono a condizione di insinuarsi nelle notti di chi legge, di coinvolgerlo nell’intreccio dei destini» (p. 00).

 

Scrivere, leggere, costruire storie sempre nuove e sempre simili alle precedenti – forse solo sognarle ogni notte della propria vita e sentirle come un destino inevitabile…

ALCUNI ESTRATTI DEL LIBRO

1. Sulla via di Damasco

In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato nelle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere e non si deve sgobbare venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Chi si accinge a riempire il foglio bianco o la parte di schermo destinata alla scrittura, poi, si dà arie da bohémien, circondato da una cifra imprecisata di tazzine vuote da caffè e/o mozziconi di sigarette accumulati in ogni angolo; ha un aspetto scapigliato e una finestra che dà su qualche scorcio di città particolarmente pittoresco. Basta affacciarsi, la sera, guardare le coppiette che si stringono con il gelato in mano, l’ubriacone che barcolla cercando di trascinarsi al bar, i bambini che s’inseguono passando sotto le gonne svolazzanti delle mamme (se esistono mamme giovani con gonne, nella civiltà dei jeans con squarci e patacche obbligatori), ed ecco che l’ispirazione arriva per miracolo. Si ritiene, in genere, che per scrivere un romanzo sia utile affittare (o, se si può, acquistare) un faro dove l’oceano percuota la scogliera, perché la schiuma, il vento sono ingredienti topici in contesti letterari. In realtà, è sufficiente un computer in una stanza di periferia affacciata su palazzi dozzinali senza alcun segno di riconoscimento e una strada dove i clacson e le bestemmie s’inseguono privi di qualunque logica apparente. Insomma, nessuna notte buia e tempestosa, solo un torrido pomeriggio d’agosto dove un obiettivo ragionevole è sopravvivere alla pressione bassa e al caldo.

 

15. L’uomo con le qualità

 

Leopoldo e Maria sono davanti all’ingresso del pub e discutono su come comportarsi. Lei, com’è noto, è astemia: si sta chiedendo se un crodino analcolico, per una apparizione, possa funzionare. Leopoldo è perplesso: è quasi pentito di aver rinunciato a un incontro tutto suo; e se Calvino si offendesse? Se intendesse parlare solo a lui? Ormai sono qui e bisogna entrare. La ragazza del locale è sorpresa nel vedere Leopoldo in compagnia:

– Che bella novità! È la consorte?

Lui è imbarazzato: come spiegare che si tratta dell’autrice del romanzo di cui è protagonista? Si tiene sul vago:

– È una mia amica.

– Le solite sette?

La confidenza di fronte a un’estranea appare a Leopoldo fuori luogo; tuttavia non vuole rovinare una serata che si presenta problematica a priori.

– Cominciamo con una media chiara. Tu che prendi?

– Un crodino.

L’atmosfera è sospesa: che succederà? Alla terza birra, mentre Maria comincia a sbadigliare, un’ombra si profila sul fondo della sala.

– Dio mio, non è Calvino! –L’urlo di Leopoldo getta scompiglio nella sala. La gente si gira di scatto ma, avvedendosi della faccia innocua, torna ai propri discorsi con gesti di disprezzo o di pietà.

L’ombra, ora, si è avvicinata al loro tavolo: un uomo stempiato, dai lineamenti regolari, lo sguardo serio e ironico nello stesso tempo.

– Buona sera, signori, sono Robert.

I due sono rimasti senza fiato. Si scambiano una rapida occhiata. La prima a sussurrare è lei:

– Lo riconosco: è Musil!

Leopoldo si fa coraggio e chiede al personaggio di sedersi.

– È incredibile: aspettavamo Italo Calvino.

– Questo passa il convento, per tre birre.

– No, che ha capito! Per noi è un onore. Semplicemente, avevo portato la mia autrice per una sorta di corso di scrittura.

– Ancora credete a queste cose? Ho impiegato millecentoquindici pagine per spiegare che è una perdita di tempo. Il romanzo è la costruzione minuziosa di un disegno assurdo che non porta in alcun luogo: e proprio in questo sta il suo significato. 

– Senta, dottore- fa Leopoldo.

– Mi chiami Robert.

– Senta, Robert: qualcuno ha supposto che, se la morte non avesse interrotto la stesura, il suo romanzo avrebbe raccolto ogni filo disperso della trama e sarebbe sfociato in un porto in cui tutto si chiariva: tutto falso, dunque?

– Certamente. Il romanzo è la mappa del mondo, un groviglio di azioni insensate che sembrano portare chissà dove e invece si dissolvono nel nulla.

Maria annuisce, interessata.

– Robert, ma il personaggio principale sono io: non posso agitarmi per nulla, come un mentecatto!

– Ricorda: chi ha il coraggio di guardare in faccia il vuoto è solo in apparenza senza qualità: in realtà, ne ha più di tutti.

Leopoldo rigira tra le mani il boccale quasi vuoto. E’ indeciso se ordinarne altri o accontentarsi dei tre, per questa sera.

 

 

37. L’uomo del ponte

Maria si sente leggermente sollevata: l’incontro con Gabriele le ha ridato un po’ di fiducia nella vita e, forse, anche nella sua scrittura. Decide di partire, per disintossicarsi ulteriormente. E dove andare se non a Parigi, per ritrovare l’ispirazione persa? Il corridoio dell’aeroporto le sembra meno lungo, la invade una strana frenesia, come se si accingesse a scrivere la prima pagina della sua vita. Si sente in paradiso, libera, anche dagli impacci dell’arte che le hanno insegnato fino ad ora: ha il desiderio di cominciare un’opera radicalmente nuova. Si ritrova, nemmeno lei sa come, sul Lungosenna, vicina a un ponte dalle arcate pesanti di mattoni bianchi. Guarda l’acqua, le foglie che volano a tratti, spinte da folate di vento. Dallo scalone del ponte, che declina con una curva ampia e leggera, vede scendere un uomo di mezza età, con un impermeabile beige, una sciarpa amaranto e una scoppola che nasconde parzialmente i capelli biondi e spettinati. Ormai sono vicini: l’alito dell’altro la investe a tradimento, deve aver bevuto:

– Dove va sorella?

– Sorella? Non sapevo di avere un fratello.

– Lei è forestiera, posso mostrarle la strada. Non la prenda a male, se l’ho fermata così, senza conoscerla. Vedo bene che in questo momento lei è in difficoltà e io ho a disposizione molto più tempo di quanto in realtà mi serva.

– Dove abita?

– Non ho una casa, dormo sotto i ponti: ogni notte un ponte diverso. Ma sono un uomo d’onore: un uomo d’onore senza indirizzo. Devo confidarle una cosa: leggo nel cuore della gente. So che lei è in crisi con il suo lavoro di scrittrice; oggi è diventato un impiego, a cui ci si prepara con corsi noiosi e burocratici. Ma in quel modo non si arriva da nessuna parte. Il miracolo avviene qui, sotto i ponti della Senna, dove i pensieri sono mossi dallo stesso vento che spinge le foglie morte sulla banchina umida e nebbiosa. Per scrivere non bisogna imparare delle regole, ma lasciare che il cuore si converta, al vento, all’acqua, alla voce che passa e ha bisogno di silenzio per essere ascoltata. Dio vive sotto i ponti della Senna e detta il racconto che non saremmo mai riusciti a scrivere.

– Non so se sono pronta.

– Non c’è fretta, non deve preoccuparsi: quando vorrà, potrà trovarmi nello stesso posto. Mi raccomando, si ricordi il mio indirizzo, si faccia guidare dal vento, che non può sbagliare.

– Le do la mia parola che presto tornerò.

– Grazie, è stato un piacere poterle parlare.

L’uomo alza la scoppola dalla testa bionda, con un sorriso lieve. Guarda la donna allontanarsi, scomparire, ingoiata dallo scalone ampio del ponte.

41. Attentato nella Central Station

Ciò che succede nella Central Station, dopo lo scatenarsi del boato, non sarà oggetto di descrizioni puntuali, più adatte, in questo caso, al genere romanzo dell’orrore. In sintesi, una scavatrice penetra nell’antro e distrugge tutto quanto gli capiti a tiro, preceduta da un fascio di luce che abbaglia senza dare scampo. I cammelli sono travolti dalla furia, mentre biascicano ancora le loro frasi incomprensibili. Geenna, tentando di proteggerli, è sollevato in alto e ricade a corpo morto con la testa su uno zoccolo, naturalmente duro. Le sue ultime parole, impastate e smozzicate come quelle dei compagni ruminanti, ricordano una formula litanica: yallee, yalleediscendono forse da un antico linguaggio dromedario. La bottega di scrittura attende per anni il suo ritorno, finché la direzione si convince che il collega docente debba considerarsi trapassato; Giulio da Padova pronuncia un’orazione che si classifica seconda al concorso nazionale Funere mersit acerbo per il migliore coccodrillo. La memoria di Geenna diventa culto, nuova religione, e come motto fondante assume il detto: è più facile che un cammello esca dalla Central Station che chiuda una bottega di scrittura. Nel frattempo, scoperto il luogo del delitto, s’indaga su chi possa aver compiuto un’azione così inqualificabile. Si convocano i migliori giallisti del momento, ma non cavano un ragno dal buco. Viene ingaggiato il re del thriller religioso, Padre Brown, il quale, calatosi nell’antro devastato, scova tra gli oggetti di ogni tipo un certificato di cui decifra il titolo di testa e quello di coda: Codice StravinciRicco Barocco. Alla fine di un processo logorante, la scuola di Barocco viene assolta per insufficienza di prove (curiosamente, perché le prove scritte sono la sua specialità). Si insabbia tutto, anche i cammelli, che ritornano così nel loro ambiente naturale.

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