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CHI HA PAURA DI GOLIARDA SAPIENZA?

luglio 14, 2012

di Antonio Di Grado
Sono stato, per un paio d’anni, responsabile della toponomastica cittadina. Fu una bella esperienza che condivisi, da assessore alla cultura, con l’assessore all’anagrafe, il bravissimo e mai troppo rimpianto Antonio Guarnaccia. Intitolai strade e piazze: a Falcone, a Borsellino, a Sciascia, a Croce, a Tomasi di Lampedusa, a Vittorini, a Pasolini, a Gobetti, ai fratelli Rosselli, etc. Non so quante di queste denominazioni siano rimaste: la legge che governa la politica italiana è che ogni governo o amministrazione cancelli tutte le impronte lasciate dai precedenti.

Ricordo invece le resistenze. Quelle più nobili: di chi ritiene che la toponomastica non debba subire variazioni, sia per non creare disagi agli abitanti sia per non mutare incessantemente il profilo di una città. E invece le città mutano identità e vocazione, e soprattutto muta e si arricchisce la storia, fregiandosi di nomi e profili di cui occorre serbare memoria.

Ma di ben altra natura erano le resistenze e le richieste più frequenti. Ogni partito o parrocchia o conventicola o condominio aveva i suoi santi da onorare, dal notabile diccì al tenore dilettante, dal prete del rione allo zio materno del magnate di turno. Furibondi – e imprevedibilmente forti di un generale consenso – i monarchici: impossibile toccare i nomi dei Savoia (nemmeno quello del re fuggiasco!) e dei loro più oscuri parenti, duchi e principesse, che occupano indebitamente il territorio come se nulla nel frattempo fosse accaduto. Vergognoso, tra gli altri, il veto d’un sindaco missino d’un comune limitrofo, che m’impedì di intitolare a Livatino una piazza di confine: “Non se ne può più, di questi giudici!” mi urlò al telefono.

Forse è per questo – o per motivi per me insondabili – che uno storico oggi scomparso, incaricato anni prima dal Comune di fornire parecchie decine di intitolazioni a un villaggio abusivo sulla costa, aveva preferito sciorinare innocui e grotteschi nomi di pesci, dal dentice alla tinca. E forse è per questo (o per altro?) che le ultime amministrazioni hanno premuto il freno e scelto la via d’un placido immobilismo tanto nella toponomastica quanto nell’attività culturale.

Ma non ho scritto questa nota per aggiungere le mie alle tante sacrosante lamentele, bensì per segnalare un caso particolarmente riprovevole. Parlo di Goliarda Sapienza (Catania 1924-Gaeta 1996), figlia dei socialisti e antifascisti Giuseppe Sapienza e Maria Giudice che contribuirono anch’essi alla storia della Catania migliore, ma per parte sua grande donna e notevolissima scrittrice (autrice di L’arte della gioia, Le certezze del dubbio, L’università di Rebibbia, e tra gli altri il delizioso romanzo autobiografico – tutto catanese – Io Jean Gabin), oltre che affermata attrice. Di lei, riscoperta e celebrata in Italia e oltralpe, Catania non si ricorda: non una via o una scuola o una biblioteca le sono dedicate, né le amministrazioni comunale e provinciale si preoccupano di ricordarla, anzi mi risulta che si neghino gli spazi a chi vorrebbe farlo.

E che vogliamo, da una città che ignorò perfino Verga e De Roberto?

* * *

di Massimo Maugeri

Goliarda Sapienza sfida le nuove incertezze del Novecento. Con spavalderia, amore, ferrea volontà di non aderire ad alcuno stereotipo. “Quando usciva dal Cinema Mirone, quel tornado di ragazzina si sentiva Jean Gabin dalla testa ai piedi.Ribelle, appassionata, braccata come lui, con una sigaretta immaginaria all’angolo delle labbra, Goliarda girava per la casbah di Catania come Jean per quella di Algeri.
Suo, quell’universo traboccante di vita.
Sua, l’energia con cui andava incontro all’esistenza.
Poi se ne tornava a casa, dalla sua grande famiglia irregolare, resistente, chiassosa come una nave in festa”. Così la descrive Angelo Pellegrino – nella postfazione di uno dei romanzi più significativi dell’autrice: “Io, Jean Gabin” (Einaudi, 2010).
Jean Gabin è un attore simbolo, l’icona anarchica del cinema francese. In questa sorta di «autobiografia della contraddizioni», Goliarda bambina – non appena esce dal Cinema Mirone – si immedesima in lui al punto da girovagare per i vicoli di Catania traboccanti di vita e di malaffare (come Jean per quelli di Algeri). E in questo girovagare incontra prostitute filosofe, pupari, affonda nelle strade disordinate della Civita, si imbatte nei «corpi lunghi di draghi neri scolpiti nella lava sotto i balconi».
Ad attenderla a casa, un contesto familiare fuori del comune: un padre avvocato «amato dai poveri e odiato dai fascisti, ma da tutti rispettato e temuto»; una madre socialista che trasforma l’appartamento in una sorta di nucleo di resistenza antifascista.
Ma il libro forse oggi più noto di Goliarda Sapienza è stato un vero e proprio caso letterario ed editoriale. Il riferimento è a “L’arte della gioia”: libro postumo, pubblicato in poche copie da Stampa Alternativa nel 1998 dopo essere stato rifiutato dai principali editori italiani. Fu il grande riconoscimento beneficiato all’estero (in Francia, Germania e Spagna) che ribaltò le sorti di questo libro anche in Italia suscitando l’interesse della Einaudi che lo ripubblicò con buon successo di pubblico e critica.
Nel romanzo, primeggia la figura di Modesta: una donna fortemente immorale secondo il sentire comune nella Sicilia d’inizio Novecento. Una «carusa tosta», controversa, anticonformista, che affronta le difficoltà della vita facendo affidamento – appunto – a «l’arte della gioia».

I libri di Goliarda Sapienza

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