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STRANIERI ALLA TERRA. Intervista a Filippo Tuena

agosto 22, 2012

di Massimo Maugeri

Filippo TuenaSulla quarta di copertina di Stranieri alla terra (Nutrimenti, 2012) è scritto: “un libro-mondo musicale e poetico, l’opera della maturità di una delle voci più forti e singolari della narrativa contemporanea”. La voce in questione è quella di Filippo Tuena… e io sono perfettamente d’accordo con quanto indicato sul risvolto del volume.
Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e ha pubblicato opere di grande pregio beneficiando di ottimi riscontri a livello di critica. Con Le variazioni Reinach ha vinto nel 2005 il premio Bagutta, e due anni dopo si è aggiudicato il premio Viareggio con Ultimo paralleloLa produzione letteraria di Tuena è ricca e varia. Ricordo anche i seguenti titoli: Il volo dell’occasione(1994; nuova edizione 2004), Cacciatori di notte (1997), Tutti i sognatori(1999, superpremio Grinzane-Cavour), Michelangelo. La grande ombra (2001; nuova edizione 2008), Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante(2010). E non bisogna dimenticare la sua attività di curatore di libri importanti quali: un’antologia dell‘epistolario di Michelangelo Buonarroti (2002), I diari del Polo di Robert F. Scott (2009) e il volume fotografico Scott in Antartide (2011). Attualmente Filippo Tuena, tra le altre cose, dirige per Nutrimenti la collanaTusitala.
Molteplici le tematiche trattate da questa nuova fatica letteraria: il rapporto con la scrittura e con la narrazione, l’incrocio con personaggi celebri, il tema del viaggio e quello della memoria, l’approfondimento di spunti autobiografici. Un libro che si è fatto amare sin da subito, Stranieri alla terra. Non a caso è stato proclamato libro del mese dalla trasmissione radiofonica Fahrenheit (Radio tre) nell’aprile 2012.
Ho incontrato Filippo Tuena per discutere con lui di questa sua nuova opera…

– “Stranieri alla terra” è un libro dalla struttura piuttosto complessa e ottimamente architettata. Raccontaci qualcosa sulla sua genesi. Come nasce? Da quale esigenza, o idea, o fonte di ispirazione?
Era dal 2007, da ‘Ultimo parallelo’ che non pubblicavo più narrativa. Tuttavia in questi anni ho continuato a scrivere cercando di approfondire i temi che in quel romanzo mi avevano più attratto: il rapporto tra scrittore e storia narrata, il ruolo del narratore, l’importanza e l’efficacia dello stile.
Ho diciamo utilizzato personaggi che mi stanno a cuore: Michelangelo, Théodore Géricault, Thomas Jackson, Bix Beiderbecke, Ernest Hemingway e… me stesso.
E’ certamente un libro ‘letterario’. E infatti è stato molto amato dai colleghi scrittori più che dai critici. Probabilmente tocco corde molto sentite da chi racconta storie per mestiere. Credo, in alcuni casi, di offrire soluzioni, anche se, in generale, creo problemi da risolvere.
Di più, qui, rispetto ai miei precedenti libri c’è una sezione totalmente autobiografica e quindi mi metto doppiamente in gioco, raccontando di me. Gli altri pezzi che compongono ‘Stranieri alla terra’, riguardano invece personaggi storici, eventi accaduti ad altri. Non per questo li considero meno intimi o privati. La narrazione qui privilegia alcuni momenti che evidentemente mi stanno a cuore, quanto quelli autobiografici.
Da un punto di vista della struttura, nonostante il libro si presenti come una raccolta di racconti, ha una sua unitarietà. Volevo infatti sperimentare la tenuta di un testo dove il cemento, il collante, più che da un solo protagonista o una sola storia, fosse dato dall’idea di fondo che ha generato i pezzi che lo compongono. Vi sono molti richiami, rimandi, situazioni che ritornano da una storia all’altra. Diciamo, una piccola caccia al tesoro per il lettore.

– Il tema dell’estraneità e dell’estraniamento si evince già dal titolo stesso. La scrittura può essere uno strumento per far fronte al senso di estraneità?
Direi che lo sottolinea, più che fronteggiarlo. Nel momento in cui mi metto di fronte a una pagina, già determino la mia posizione eccentrica rispetto agli eventi che descrivo. Li osservo, li analizzo e, per farlo, sono costretto a mettermi in una posizione ‘estranea’. A margine, meglio si potrebbe dire. Non è una posizione elitaria, tutt’altro. E’ semplicemente che, chi scrive, affronta questo compito, svolge questo ruolo.

– La scrittura è anche un viaggio. Lo è in generale, ma lo è soprattutto nelle tue storie. “Stranieri alla terra”, inoltre, come tu stesso hai evidenziato nelle risposte precedenti, offre riflessioni attorno al mestiere del narrare. Nel percorso legato alla scrittura c’è un punto di arrivo, a tuo avviso? Oppure lo scrittore rimane sempre e comunque “in viaggio”?
Sì, i libri sono viaggi. Per chi li scrive e per chi li legge. Non credo che vi sia un punto d’arrivo – a meno che non sia quello che coincide con lo smettere di scrivere. C’è un forte senso di provvisorietà in ogni libro che si completa, come se l’autore affermasse: “Ecco, fin qui, sono riuscito a fare questo. FIN QUI. Oltre c’è qualcosa che mi sfugge. Prometto di affrontarlo in seguito, ma non è detto che ci riesca.” Ogni libro è imperfetto, frammentario, incompiuto. Rappresenta unicamente lo sforzo dell’autore. E’ un limite che prima o poi verrà superato. Sempre che si abbia voglia di scrivere ancora.

– Per Nutrimenti dirigi la collana Tusitala. Ci sono nuovi titoli in uscita? Potresti anticiparci qualcosa?
La collana ‘Tusitala’ mi dà grandi soddisfazioni. E’ seguita e apprezzata e comincia anche ad avere affezionati lettori. A settembre usciamo con due titoli a cui tengo molto. Il primo è una nuova traduzione, di Simone Barillari, de ‘Il Master di Ballantrae’ di Robert Louis Stevenson. Il ‘Master’ è un libro che ho amato moltissimo nei miei vent’anni, forse – dopo le poesie de ‘Il giardino dei versi’ (anch’esso uscito in ‘Tusitala’), lo Stevenson che preferisco. Qui il tema del doppio, dell’antagonista, si sviluppa in ambiente familiare – vi è narrato il conflitto tra due fratelli – e in scenari diversissimi – la Scozia e la wilderness americana dei Grandi Laghi. Ha improvvisi cambi di registro – come se l’autore volesse sperimentare gli estremi della narrazione – quella introspettiva e quella d’avventura e rappresenta la summa della poetica stevensoniana. La nuova traduzione, moderna e puntuale, mi sembra dia ragione al testo originale.
Seguirà poi un libro fotografico: ‘Shackleton in Antartide. La spedizione Endurance nelle fotografie di Frank Hurley’. E’ il resoconto per immagini dell’estrema avventura antartica di Shackleton narrata in ‘Sud’, anch’esso uscito da ‘Nutrimenti’. Mi piacciono molto i libri fotografici che sanno raccontare una storia.

(da La poesia e lo spirito)

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, un brano del libro…

Da ‘Stranieri alla terra’: ‘Il viaggio del motociclista’, pagg. 281-3

Filippo Tuena

Legge?, chiese il vecchio col papillon. Sì. Che cosa? Strindberg.
Ah. Il teatro del secolo, aggiunse. Meglio di Pirandello. Lo
credo anch’io, sarà forse che quella lingua italiana degli anni
Trenta mi piace così poco. Anch’io la trovo, demodé, si può
dire così di Pirandello? In letteratura si può dire quasi tutto e
il contrario di tutto, si troverà un’epoca che tollererà anche la
peggior scempiaggine, ma questa sua, disse il vecchio al mo-
tociclista, non mi pare una scempiaggine. Quanto a me, è per
questa lingua che me ne sono andato via, nella città ventosa
dei grattacieli, dall’altra parte dell’Atlantico, per salvarmi la
pelle, capisce, in anni in cui fossi rimasto qui, avrebbero fat-
to della mia pelle paralumi o scendiletto come fossi una zebra
africana.
E poi è tornato? Data l’età. Occorre prepararsi a morire in
terra non ostile, oggi. Lei crede che sulla Settima Avenue avrei
potuto parlare con uno sconosciuto in trattoria? Commentan-
do Strindberg come si trattasse dei risultati delle World Series?
Forse non come il baseball magari, però si potrebbe parlare. E
dunque parliamo. Che cosa leggeva? Strindberg. Ma che cosa,
voglio dire quando l’ho interrotta? Una pagina che leggo spes-
so. Perché? Perché mi pare non abbia fine, come un poema di
Eliot o Pound, la potresti leggere quasi all’infinito. Posso? Pre-
go, affronterà il rischio? Di leggerla all’infinito? Ma sì, dicia-
mo di sì. Potrebbe leggerla all’infinito o potrebbe restarle in
mente all’infinito. E che cos’ha per essere così diabolica? Parla
di desideri realizzati. Dunque di felicità. È mai stato felice do-
po aver realizzato un desiderio?
Il vecchio allora lo guardò. Lei è più diabolico del nostro ca-
meriere – avrà notato il piede equino e le sopracciglia fumanti.
In questo momento, non rida, sta scaldando la sua pizza mar-
gherita al fuoco dell’inferno e attizza la brace col forcone di
Satana. Né io sono da meno, l’avrà notato.
Dunque mi faccia leggere.
A quel punto l’ebreo italiano di New York tornato a casa in
anticipo con la morte o per prepararla come se la sentisse ar-
rivare lesse le battute del pescatore e della rete verde, ma non
del verde che si aspettava, perché quella rete per pesci era di
un colore verde come lui la desiderava, come lui l’aveva sem-
pre desiderata ma adesso che l’aveva tra le mani gli sembrava
di un verde diverso e la battuta a cui risponde è –
Perché com’è che se l’aspettava?
Non lo so. È di un bel verde, ma non è del verde che mi
aspettavo. Non è dello stesso verde.
E vide il vecchio viaggiare indietro nel tempo, mentre attende-
va nella trattoria che cominciasse il concerto e leggeva le bat-
tute di un dramma svedese e di fronte a lui un motociclista
senza motocicletta aspettava una pizza margherita che forse
non sarebbe stata la pizza che si aspettava. Perché che pizza
ti saresti aspettato? Una pizza come questa, ma non proprio
questa. E che vita ti saresti aspettato?, chiese allora al vecchio.
Una vita come questa, ma non proprio questa. Una vita leg-
germente diversa, rispose mentre il diavolo vestito da camerie-
re serviva la cena.

© Letteratitudine

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