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Io ero contenta

agosto 27, 2012

Io ero contenta. Intervista a Cetty Amenta

di Simona Lo Iacono

Le donne siciliane hanno dimestichezza con la memoria. La tramano quasi inconsapevolmente per la storia che racconteranno ai figli, e che scalzerà il tempo, farà da passato.
E’ il loro modo di collegarsi al senso nascosto dell’esistenza. Da madri, preferiscono che non si smarrisca, che venga trattenuta ancora un poco, che non abbia funerali né requie da recitare, specie quando i tempi andati ammiccano con contentezza.
Così, è con questa leggerezza tutta materna che Cetty Amenta mi racconta la Sicilia che è stata, quella Sicilia barocca e pigra che da Noto scoscende in mare, e che in certe canicole arroventate brilla tra i suoi gioielli di pietra.
Lo fa dicendomi di sé, dell’amore per il giornalismo (è pubblicista dal 1996, ha collaborato con varie testate regionali, in cartaceo ed on line, e con alcune televisioni private),della passione politica (è stata consigliere comunale), delle battaglie a sostegno delle donne e della cultura.
Ma lo fa soprattutto ammiccando da una foto che sveglia l’anima e fa trasalire i ricordi, perché richiama subito le cose buone di una volta, il bucato che sventola dai fili tesi, l’odore di sapone che spezza le narici e ti imbriglia in una felicità che non ha motivo, se non quello – raro – di avere afferrato al volo una briciola di eternità.

– Cetty che senso ha raccontare la vita, fermare il passato? Coincide, in parte, con l’essere madri?
Raccontare la vita, prendendo come spunto il mio stesso vissuto per tratteggiare personaggi e fatti di storia siciliana, è stato una sorta di contributo alla memoria, senza indugi nel sentimentalismo o nell’enfatizzazione di quel che non c’è più.
Amo la mia terra, ricca di bellezza, di sentimenti, di folklore e pietà popolare, adoro la sua storia millenaria. Nel corso degli ultimi cinquant’anni molte cose sono cambiate, alcune tradizioni ricche di pathos sono scomparse o addirittura soppiantate da altre importate dall’estero ma che non hanno nulla a che vedere con il nostro essere siciliani. In compenso però molto è cambiato in meglio. C’è ad esempio un’accresciuta tutela dell’ambiente e del paesaggio da parte delle comunità locali, fino a qualche decennio addietro inimmaginabile.
Oggi pensare di costruire un grattacielo nel centro barocco, come accadde negli anni settanta, o una raffineria a Vendicari sembrerebbe una boutade.

– Veniamo al romanzo “Io ero contenta”, un memoriale della vita che ci è appartenuta, della nostra storia di siciliani che cambiano, di donne che si dibattono tra le maglie di una mentalità che vorrebbe imbrigliarle. Sembra anche il romanzo corale di un paese che assurge a metafora dell’umanità tutta, un convitto di ombre benigne che hanno deciso di venire allo scoperto. E’ così?
E’ così. “Io ero contenta” è lo specchio che consente di fare un confronto tra quel che eravamo e quel che siamo, attraverso Emma e la sua famiglia.
Si tratta di una famiglia come ce ne sono tante in Sicilia, né troppo ricca né troppo povera ma intellettualmente stimolante, dove le donne oltre a condurre la casa e educare i figli, pretendono di avere voce in capitolo nelle decisioni, pronte ad assumersi le loro responsabilità e a combattere, se necessario, pregiudizi atavici. Così la nonna che rimasta vedova decide di emigrare in America piuttosto che rimaritarsi per risolvere i suoi problemi economici; la mamma che sfidando il perbenismo del tempo, convince il marito a farle prendere in gestione un ristorante al mare; Fiamma, l’idealista, che rinuncia all’attività forense e all’ avviato studio legale del padre per fare “la putiara” e stare a contatto della gente che tanto ama. Donne “essenzialmente” siciliane che raccontano, ciascuna a proprio modo, la nostra terra, facendoci sorridere o indignare.
Donne e ricordi che sono come le ciliegie: uno tira l’altro e tutti insieme concorrono alla tessitura della vita.

– Si parla tanto di self publishing, è uno degli argomenti all’ordine del giorno anche all’interno delle grandi case editrici. Perché hai deciso di ricorrere all’auto pubblicazione invece di affidare il libro a un editore tradizionale?
Una bella domanda diretta che merita una risposta altrettanto diretta. La scelta di ricorrere all’auto pubblicazione invece di affidare il libro a un editore tradizionale è dipesa in gran parte da un’idea che mi porto dietro dai tempi del Liceo: se un editore ritiene che un manoscritto sia degno di essere pubblicato, deve essere ben felice di mandarlo in stampa. A sue spese.
Ho sottoposto il mio romanzo a due editori mostratisi entusiasti, salvo poi chiedermi un “ piccolo contributo” per la pubblicazione.
Avrei anche potuto accettare se si fosse trattato davvero di un ticket ma di fatto non lo era e io non ho voluto abiurare alla mia idea arcadica che ci siano ancora editori capaci di assumersi l’onere di una pubblicazione. La scelta di editare il mio romanzo è stata dunque obbligata e, aggiungo, oltremodo faticosa anche se economicamente conveniente.
Ho appena ultimato il mio secondo romanzo e stavolta mi piacerebbe trovare un editore che “mi coccoli” curandosi della promozione e quant’altro.

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