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SGUALCITI DALLA VITA, di Niccolò Agrimi

settembre 8, 2012

Niccolò Agrimi è nato in un paesino dell’Abruzzo  e, attualmente, vive in un altrettanto piccolo paese della Puglia. Laureato in Filosofia con studi su R. Rorty, M. Heidegger e L. Wittgenstein, è stato dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Bari, dove ha studiato e scritto del pensiero di J. Derrida.
Di recente, per i tipi di Stilo editrice, ha pubblicato “Sgualciti dalla vita. Racconti nudi e soprattutto crudi“.

(Dalla scheda del libro): Pur mantenendo la loro autonomia, questi racconti compongono un quadro d’insieme che è contemporaneamente rappresentazione della società e fisiologia del destino individuale; Niccolò Agrimi scava nelle profondità viscide putrescenti dell’umanità e ne viene fuori con un sorriso amaro e una sconsolata alzata di spalle. Anonimi, reietti, amanti delusi, vittime e carnefici, i suoi personaggi sbattono la faccia contro la realtà raggirati da un fato maligno, beffardo, e ciascuno adotta una strategia diversa per giungere al termine del match: rispondere colpo su colpo o esporre il viso sino a perdere coscienza.
Senza infingimenti né orpelli retorici, il suo stile è crudo, provocatorio e drammatico al punto da lambire talvolta il grottesco e strapparci un ghigno, quello del condannato a vivere.

Pubblichiamo, di seguito, l’appendice al libro.

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Appendice – Spettabile Editore

Sono Niccolò, sono nato in un piccolo paesino dell’Abruzzo e ho passato la maggior parte della mia vita in un piccolo paesino della Puglia. Non sono proprio quello che si dice un cittadino del mondo, a meno che il mondo non sia fatto di piccoli posti in cui ci si conosce quasi tutti e si fanno sempre le stesse cose. Devo ammettere però qualche viaggio di breve durata in qualche capitale europea e un soggiorno di ricerca a Parigi.
Ho passato la mia adolescenza in una condizione di relativa normalità: sono andato a scuola, ho avuto amicizie e frequentazioni. Non sono mai stato molestato da nessuno nonostante abbia percepito il sacramento della comunione cattolica, la qual cosa non depone forse alla causa letteraria (l’assenza di molestie intendo, non la comunione).
Ho proseguito i miei studi fino a conseguire un diploma al liceo classico e mi sono iscritto, erroneamente, alla facoltà di Scienze politiche. Ho conseguito una borsa di studio universitaria e, dopo un anno, ho giustamente deciso di abbandonare gli studi. Ho frequentato qualche lezione presso la facoltà di Psicologia che mi è servita a capire cosa non mi sarebbe piaciuto o servito conoscere e, quindi, mi sono iscritto alla facoltà di Filosofia presso l’Università degli Studi di Bari. Nell’ambito accademico, non mi sono distinto per particolari meriti nonostante abbia conseguito qualche borsa di studio e abbia proseguito la mia carriera accademica con una sostenuta celerità.
Mi sono laureato con il massimo dei voti nei tempi prescritti dall’ordinamento didattico e ho sostenuto un concorso per un dottorato di ricerca, che ho vinto usufruendo di una borsa di studio triennale per una ricerca sul rapporto tra soggettività e scrittura nell’opera di Jacques Derrida. Il dottorato di ricerca mi ha permesso di soggiornare per sei mesi in Francia per svolgere ricerche, studiare presso la Sorbonne e scoprire che Parigi è un bel posto in cui vivere.
Tornato in Italia, ho proseguito i miei studi fino a questo momento in cui mi appresto a mettere un punto definitivo sul mio rapporto con l’Università italiana. Credo di non poter più attingere nulla dal suo seno avvizzito e penso che la stessa Accademia ricambi il desiderio. Quindi, cerco di fare altro e in quest’altro rientra una sporadica attività di scrittura.
Nella mia vita ho avuto solo tre passioni reali: la musica, il cinema e la lettura. Per appagare la mia passione musicale ho imparato a suonare la chitarra e il basso. Per il cinema non ho potuto fare granché, non avendo nessuna inclinazione per la recitazione o la regia; mi sono quindi accontentato di divorare parte della cinematografia contemporanea. Il caso della letteratura è un po’ più complicato.
Ho sempre letto, ma non sempre mi è capitato di leggere qualcosa che mi appassionasse realmente. Ci sono ovviamente delle eccezioni: Borges, Bukowski, Lansdale, Westlake, Gutierrez, Richler, Bunker, Ellroy, Nove, Bellow e altri che non ricordo, ma non sono poi molti. Essendo così difficile reperire testi che mi sconvolgano la mente, già di per sé in condizioni precarie, ho deciso di provare a mettere su carta qualche idea accumulata negli anni. Le mie scelte stilistiche risentono ovviamente delle mie letture, e allo stesso modo le tematiche, ma mi auguro di poter lasciare una qualche impronta personale.
I miei racconti sono frutto della mia fantasia e, ovviamente, della società che mi circonda, sono il risultato di anni di contemplazione del “carnevale umano” intorno a me e di cui faccio parte e, soprattutto, vivono della consapevolezza che la realtà può sempre sorprenderti, innanzitutto, in maniera negativa. Sono così brevi, perché mi sono quasi sempre affidato a una regola espressa nel Grande freddo di Kasdam: scrivere qualcosa che l’uomo medio possa leggere nella durata di una cacata media. Io personalmente sono giunto alla conclusione che se ti ci vuole più di una cacata per leggere una cacata, una delle due non sia venuta bene. Mi auguro che nessuno di voi sia “stitico”.
Riguardo la mia persona non c’è granché da dire: socialmente non sono nessuno. O meglio, ho un’identità, sono iscritto all’ufficio di collocamento (come inoccupato, ovviamente), ho una tessera sanitaria e una patente di guida, ma socialmente non ho una definizione che mi descriva in maniera esaustiva. Non sono mai comparso in televisione (a dispetto di ciò che sosteneva Andy Warhol), non ho mai fatto un provino per un reality show, e anche se l’avessi fatto non credo sarei stato selezionato, forse a causa della mia incomprensibile capacità di coniugare i verbi e riuscire a sostenere una conversazione di senso compiuto. Non ho mai fatto sport e tutto sommato sono riuscito a scansare l’obesità cominciando a fumare un minimo di venti sigarette al giorno da quando avevo diciassette anni.
Cos’altro dire? Scrivo perché mi piace, perché secondo qualcuno poco oggettivo che ha letto i miei racconti, sono capace. In realtà, scrivo perché sono troppo educato per urlare in faccia alla gente ciò che penso. Credo che scrivere sia una forma di manifestazione della personalità che richiede e pretende che l’ipotetico lettore compia uno sforzo sovrumano e si dedichi alla lettura e al tentativo di comprendere ciò che dietro le parole si nasconde. Se doveste avere così poco buon gusto da apprezzare ciò che scrivo ne sarei felice per voi, ma con una punta di tristezza perché, evidentemente, intuite quanto il mondo in cui viviamo sia iniquo e che il Caso, se può, non attenderà altro che abbassiate la guardia.

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Recensioni: di Giuseppe Ceddia, su «Puglialibre», su RaccontoPostmoderno, su Critica letteraria

Videointervista su Inchiostrolibri

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