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A GRAN GIORNATE, di Claudio Morandini

settembre 18, 2012

di Massimo Maugeri

GranGiornate_coverA saperli cercare, di romanzi che hanno nel proprio dna caratteristiche che li contraddistinguono dalla maggior parte delle proposte editoriali in circolazione, ce ne sono ancora parecchi. Uno di questi è “A gran giornate” (La Linea, 2012, pagg. 256, € 14), il nuovo libro di Claudio Morandini: un romanzo che spazia tra viaggio e parodia, tra avventura e umorismo. Ne ho discusso con l’autore su La poesia e lo spirito (dove potrete leggere l’intervista).

Qui di seguito, pubblico un paio di brani tratti dal romanzo…

* * *

da A gran giornate” di Claudio Morandini

7-11 Ollssen aveva una vecchia polaroid nello zaino e avrebbe voluto scattarci una foto. No, no, aspettiamo di incontrare qualcuno, dicemmo, ce la scatterà qualcun altro la foto, così nell’immagine compariremo tutti. Dopo alcuni giorni, ci imbattemmo in un vecchio barbone, che però tremava vistosamente: le sue mani malate erano incapaci di trattenere qualsiasi cosa. Però era qualcuno. E ci fermammo volentieri a conversare con lui, che per lo più si limitò ad annuire, e che di sicuro tirò un sospiro di sollievo quando ce ne andammo.
Ah, se avesse l’autoscatto, mugugnava Ollssen, circa ogni ora. Ma non ce l’ha, gli dicevamo a turno. Però, se ce lo avesse. Ma non ce l’ha! Però, però… Per accontentarlo, ci mettemmo in posa davanti alla macchinetta fissata su un recinto di legno: l’idea di Ollssen era di sistemare l’inquadratura, mettere a fuoco, poi raggiungerci e con un lungo bastone provare a premere il tasto dello scatto. Restammo in posa un’ora buona, mentre quello scemo faceva oscillare il bastone, finché non rovesciò la macchina. La seconda idea era ancor meno praticabile, ma Ollssen volle tentare lo stesso: dalla sua posizione prese a lanciare dei sassolini di cui aveva fatto scorta, nella speranza di colpire il tasto giusto. Era una trovata così idiota che, paradossalmente, avrebbe potuto funzionare. Finì che ci mettemmo tutti a lanciare sassi e pietre, visto che Ollssen da solo non otteneva alcun risultato. Se per puro caso qualcuno di noi avesse colto quel pulsante, avrebbe fatto la foto peggiore di quest’ultimo secolo, e senz’altro la più mossa.
Alla fine ci parve sensato scattarci tante foto quanti eravamo: a turno ognuno di noi avrebbe immortalato gli altri su uno sfondo sempre diverso, così saremmo comparsi tutti in tutte le foto meno una. Ci sforzammo di sorridere, e le prime volte ci concedemmo anche qualche trastullo di poco conto, come boccacce e corna dietro alla testa di chi ci stava vicino.
Quando toccò a me, e feci sistemare tutti nel campo visivo della polaroid, e li vidi attraverso l’obiettivo, scorsi solo cinque facce segnate da una stanchezza stralunata, verdi di pallore, gonfie di sonno mal risolto, inquiete di un’inquietudine che tagliava il respiro. Scattai lo stesso, concentrandomi sui lembi di paesaggio attorno, un pianoro cespuglioso e butterato di sassi, promontori montuosi lontani, neri, nubi a strati. I miei compagni avevano l’espressione devastata dei profughi, dei terremotati, dei fuggiaschi catturati nel fango dopo un’evasione. Sorridete, dissi ugualmente, e di sicuro qualcuno lo fece, qualcuno fu convinto di farlo o di provarci, ma nella foto che uscì dalla macchinetta apparvero solo vecchi stanchi e spaventati, gli occhi cerchiati, le bocche a U rovesciata, le braccia inerti lungo i fianchi, le spalle incurvate da un senso durevole di agonia.

7-12 Una grossa bolla rosea si frappose tra noi e i miraggi sulla strada. Dapprima avevamo preso anch’essa per un miraggio appena più singolare degli altri, ma nessuno di noi aveva voluto esprimere stupore, e ci eravamo limitati ad additarla, come una delle tante bizzarrie. Giunti vicino, notammo che persisteva nel nostro campo visivo e arguimmo che non era un miraggio.
Un animale, pareva. Scuoiato della pelliccia e lasciato lì, a marcire al sole. Una gigantesca vescia pronta a esplodere. O la fioritura carnosa di certi vegetali dei tropici, che si fingono carcasse per attirare le prede necrofaghe. O, che so, i resti d’un uomo, depredato, denudato, ucciso.
Scendemmo tutti, tranne Casamagna, che rimase al volante, pronto a mettere in moto. Era davvero un uomo, grasso e nudo, se si eccettuavano i brandelli di una camiciola, forse un gilet, ancora appesi alle spalle. La bolla che da lontano ci aveva incuriositi era appunto il suo ventre rigonfio. Sembrava morto.
Ollssen gli diede un colpetto su un fianco con la punta del piede. Piccole ondulazioni corsero dal punto di contatto per tutta la pancia tonda. L’uomo nudo non reagì.
Semenzani si chinò, lo annusò. «Puzza» disse, «ma non di cadavere.»
Ci chinammo anche noi. Il corpo era percorso da file di formiche, che ne esploravano interstizi e meati e ne venivan fuori trascinando microscopici brandelli di pelle o carne.
«Qualcuno vuole tentare con il bocca a bocca?» attaccò Duprez, che già sogghignava per una successiva boutade che non gli consentimmo di dire.
«Sarà morto da poco» dissi, indicando un assembramento di formiche impegnate a cavargli lievi incrostazioni di muco secco dalle narici. «Sennò reagirebbe. Guardate lì.» Altre formiche entravano e uscivano dalle palpebre. «Io non me lo lascerei fare. E se fossi svenuto, ritengo che mi sveglierei.»
Ma, a smentirmi, quelle labbra crepate si mossero e farfugliarono qualcosa.
«Che ha detto?»
«Che importa? È vivo. Diamogli dell’acqua.»
Lo tirammo a sedere, gli bagnammo la bocca riarsa, gli spazzammo via le formiche dalla superficie del corpo, e altri insetti più grossi che avevano cominciato a lavorarlo sotto la schiena e tra le chiappe. Lui sorrideva e farfugliava, e pareva confusamente grato, anche se qualcosa in noi continuava a inquietarlo.
«No, no! Non ci sta, non ci entra!» protestò Casamagna, quando portammo il grassone di peso fino all’auto.
«Ci starà» disse Semenzani, che cedette all’ultimo arrivato il posto vicino alla guida e poi gli si sedette sopra come un nipotino sul nonno. «Lei metta in moto. Cercheremo una macchina più grande, un furgoncino magari.»
«Propone di rubarlo?»
«La chiami pure permuta, se le suona più accettabile.»

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