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C’È UN GRANDE PRATO VERDE. L’introduzione di Carlo D’Amicis

settembre 19, 2012

C’È UN GRANDE PRATO VERDE. 40 scrittori raccontano il campionato di calcio 2011/12
a cura di Carlo D’Amicis – Manni, 2012

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog: “Il Pelè del Sacro Cuore”

L’introduzione di Carlo D’Amicis
C'è un grande prato verdeSe il calcio, come scriveva Pasolini, è (ancora) l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, il campionato è la sua liturgia. Un rito che scandisce le stagioni con truffaldina connivenza: lo officiamo come l’emblema dell’eterna giovinezza (i suoi sacerdoti sono sempre ragazzi tra i 20 e i 30, massimo 35 anni) finché non ci rendiamo conto che lui rimane intatto e noi invecchiamo. È in quel momento che ci sentiamo inattuali, che ci prende la tentazione di
passioni più adulte: non le troviamo, un altro campionato è alle porte, e noi siamo ancora là, a respirare la fragranza delle cose che ripartono da zero.
Avete presente una classifica alla prima giornata? Tutto è ancora possibile. Un concetto ubriacante, pressoché bandito dalla nostra vita, che partita dopo partita si consumerà fino a portarci a quelli che i cronisti chiamano verdetti definitivi. Ma il concetto di definitivo, nel calcio, è paradossale: ovvero transitorio. Tutto resta per sempre, è vero (risultati, formazioni, classifiche: ogni minimo rimpallo è schedato), ma nello stesso tempo tutto potrà, anzi dovrà, cambiare.
Della sostanza ossimorica di cui è fatto il calcio – un gioco sempre uguale e sempre unico – vive questo libro: narrazioni ambientate nello stesso mondo, con gli stessi personaggi, all’interno dello stesso tempo, e insieme – nel loro complesso – un evento irripetibile, algoritmo di stili e di sguardi mai più calcolabile.
L’idea è semplice: affidare a una staffetta di 40 scrittori (tanti quante sono le giornate del torneo, a cui quest’anno si è aggiunto il turno zero dello sciopero indetto dai giocatori, e con Santoni e Salimbeni che scrivono in coppia) il racconto del massimo campionato di calcio 2011-12. Meno semplice definire cosa è venuto fuori: un romanzo collettivo, un diario multiplo, un reportage dal pianeta calcio. Ma soprattutto una mappa per decifrare la presenza del pallone nelle nostre vite. Sì, perché quasi nessuna di queste 39 storie descrive un passo intenzionale e deciso sul grande prato verde, ma tutte testimoniano come questo prato, in un modo o nell’altro, trovi il suo spazio nelle nostre abitudini, nel nostro immaginario, nella nostra cultura.

Anche chi, come Pulsatilla, rivendica orgogliosa di non aver mai visto una partita, o dichiara apertamente di odiare questo gioco, come Elisabetta Liguori, sa esattamente di cosa parliamo quando parliamo di calcio. Un campionato di serie A, per un italiano, è sempre e comunque una relazione: un dialogo che può rivelarsi frammentario o addirittura ostile, ma che racconta in ogni caso qualcosa.
Su questo grande prato verde, insomma, potrete misurare la distanza tra ciò che il calcio oggi vorrebbe essere – un business, uno spettacolo patinato, un videogame – e ciò che ancora, per fortuna, riesce a essere nella realtà: tranche de vie sottoposta a tutte le manipolazioni, le omissioni, le frammentazioni della vita vera. Al punto che alcune di queste narrazioni si alimentano della distanza da ogni visualizzazione in HD, per raccontare come anche nei luoghi dell’assenza (ad esempio il treno su cui il tifoso granata Giuseppe Culicchia cattura al volo informazioni sull’odiata Juventus) il pallone rimbalzi e disegni le sue traiettorie.
Ecco, la forza di questo libro non sta soltanto nel farci ripercorrere fedelmente l’ennesima edizione del campionato più bello del mondo. E non si esaurisce nemmeno nella qualità della scrittura di molti tra i più importanti narratori della nostra letteratura contemporanea, nella loro capacità di restituirci in presa diretta (tutti i racconti sono stati scritti in corso d’opera, senza la mediazione del senno di poi) le emozioni di un’avventura agonistica avvincente e imprevedibile. Ma sta anche nella capacità di testimoniare (qualità che la narrativa sportiva ha rapidamente conquistato e altrettanto rapidamente smarrito) come il gesto atletico, e ancora la vittoria, la sconfitta, l’espressione del talento, lo spirito di squadra e tutto ciò che si muove su quel prato, sono sempre allusione di un altro discorso, più largo e profondo, che comunque ci riguarda, e al quale si può veramente accedere soltanto attraverso la qualità enigmatica, stratificata, multifunzionale del linguaggio letterario.
Di sicuro, C’è un grande prato verde è il romanzo di un’esperienza che anche voi, in un modo o nell’altro, avete (appena) vissuto.
Ma che nessuno vi ha mai raccontato, né mai vi racconterà, con queste parole.

© Letteratitudine

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