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XS, gli extra d’autore della Mondadori

settembre 26, 2012

Ha debuttato il 20 settembre la nuova collana digitale XS della Mondadori: testi brevi di grandi autori, esclusivamente in ebook.

Di seguito, in esclusiva per Letteratitudine, le prime pagine dei testi XS di Dacia Maraini e Alessandro Piperno

Un nuovo modo di leggere, veloce, diretto. Contenuti inediti o di anticipazione, fiction e non fiction, firmati dagli autori più noti e più apprezzati dal pubblico a garanzia di una qualità eccellente. Una piccola grande sfida per il mercato degli ebook: se le proposte di libri brevi non mancano, gli XS di Mondadori si caratterizzano per la scelta degli autori, delle storie o dei temi trattati, e vogliono proporsi come un think tank che suggerisca nuovi modi di vedere, leggere e affrontare la realtà.

Buona parte dei testi saranno inediti, ma non mancheranno le proposte che riprendono testi d’autore poco conosciuti o anticipano brani di libri di prossima uscita.

Già i 6 titoli di lancio della collana sono un mix dei diversi approcci: due inediti (Con Picasso incasso di Francesco Bonami e 2012 Ultime notizie dalla fine del mondo di Roberto Giacobbo), due apparsi su Nuovi Argomenti (Pastiche proustiano in salsa biancoceleste di Alessandro Piperno e Una suora siciliana di Dacia Maraini) e due teasing di libri di prossima uscita (E adesso facciamo il cinematografo! diFrancesco Rosi con Giuseppe Tornatore e Nashira, Nascita di una ribelle di Licia Troisi).


Piccoli, anzi piccolissimi i prezzi: da 0,99 a 1,99. Disponibili in tutti i principali e-book store.

Francesco Bonami

Con Picasso incasso

Il dissacrante critico d’arte spiega il perché del sensazionale successo, commerciale e di pubblico, di Pablo Picasso.

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Roberto Giacobbo

2012 Ultime notizie dalla fine del mondo. L’autore del best-seller 2012 – la fine del mondo ci aggiorna con le ultimissime notizie a proposito di una data sempre più vicina, e ci spiega come non averne paura.

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Alessandro Piperno

Pastiche proustiano in salsa biancoceleste

Le disavventure tragicomiche di un tifoso della Lazio a Roma. Da Proust a Cragnotti, storia di un’ossessione tra momenti esilaranti e riflessioni sorprendenti.

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Dacia Maraini

Una suora siciliana

L’incontro impossibile tra due donne di epoche diverse, in una Sicilia in bilico tra nostalgia del passato e speranza per il futuro.

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Francesco Rosi con Giuseppe Tornatore

E adesso facciamo il cinematografo

Anticipazione del libro Io lo chiamo cinematografo. Estratti della biografia di un grande del cinema, con notizie inedite come la sua prima volta a Venezia.

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Licia Troisi

Nascita di una ribelle

La magica storia di Eshar, ambientata nel mondo della saga fantasy I regni di Nashira (il cui secondo volume è in uscita a novembre).

Di seguito, in esclusiva per Letteratitudine, le prime pagine dei testi XS di Dacia Maraini e Alessandro Piperno

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Una suora siciliana

di Dacia Maraini

Ore 10. Comune di C.

Un liceo. In un piccolo paese fra le montagne siciliane. Tanti studenti. Che chiedono alla scrittrice impegnata di impegnarsi di più. Ma come? Un ragazzo dai capelli ricci color carota la guarda con severità. «Voi scrittori avete una voce che viene ascoltata ma non la usate come dovreste.»

Giorgia osserva il ragazzo dai ricci rossi e vede con apprensione che dalle sue spalle gracili spuntano due lunghe ali bianche che si alzano minacciose verso l’alto.

«Noi lavoriamo coi tempi lunghi» risponde timidamente.

Ora accanto all’angelo sbuca, non si sa da dove, una ragazzina dalla pancia scoperta. Ha un anello d’argento che occhieggia sull’ombelico nudo e la fissa con sorridente ardimento. «Avete un’arma e non la sapete usare», dice con voce indignata «ci lasciate marcire in questa Sicilia corrotta e violenta, senza una parola.»

Ore 12

Una studentessa dai calzettoni rossi l’accompagna a visitare il convento arrampicato sulle rocce di C.

«Qui la monaca Filomena si fermava a pregare davanti alla Madonna dell’angelo.» Ancora un angelo? Avrà la testa dai ricci color carota? Si chiede Giorgia seguendo la studentessa dai calzettoni rossi su per una scala ripida e scoscesa.

«Queste sono le celle» spiega lei aprendo una porta di legno tutta incisa e intagliata. Dentro la stanzuccia bianca di calce si vedono: un cantaro, un lettuccio, una catinella di metallo scrostato, una brocca bianca, una croce appesa sopra la lettiera e un minuscolo inginocchiatoio di legno grezzo. Accanto alla porta, sul pavimento giace una cassapanca su cui spiccano dipinti elegantemente mazzetti di fiori gialli e lilla e due pappagalli dal becco ricurvo e le ali rosse e verdi.

«E questa cassapanca?»

«Ogni monaca aveva la sua. Ci tenevano il corredo. La stessa cassapanca, quando morivano, serviva da bara.»

«Da bara?»

«Questa cassapanca è stata dissepolta durante i lavori del convento. Il corpo della suora è stato messo in una teca. Dicono che fosse integro. È in lista per la beatificazione.»

La studentessa dai calzettoni rossi ora la precede lungo corridoi labirintici che portano verso un cortile esagonale. Colonnine ritorte di marmo bianco reggono le volte di un loggiato ombroso. In mezzo al cortile un giardinetto striminzito in cui crescono disordinati polloni di rose e ciuffi di lavanda. Al centro un pozzo di pietre grigie, sormontato da un arco di ferro battuto.

Ore 13. Hotel Belvedere

Giorgia rientra in albergo. Si siede sul letto e continua a pensare a quella cassapanca dipinta a colori vivaci. Prima ci tenevano le lenzuola, gli asciugamani, la biancheria e poi ci adagiavano il corpo della monaca morta. Ma da quando in qua le bare si dipingono con fiori e pappagalli?

Cerca di immaginare la giovanissima suor Filomena giunta da qualche mese al convento di C. con la sua cassapanca piena di stoffe. Porta un velo nero appuntato sul capo. La gola è coperta dal camauro candido che le scende sul petto come un grembiulino sempre pulito e stirato. Ogni due giorni il camauro va lavato e messo a stendere. Ogni due giorni va inamidato e stirato. Come vanno lavate e stirate le camicie di cotone grezzo che le giovani suore indossano a pelle. Le piccole e fattive mani di Filomena sono sempre in moto come vuole l’ordine del convento: una donna con le mani in mano si fa preda del demonio, perciò bisogna tenerle attive: la mattina alle cinque c’è da mungere le pecore e poi scaldare il latte nei grandi pentoloni di rame. Subito dopo c’è da lavare le lenzuola e stenderle in giardino. Più tardi bisogna badare all’orto: pulire, sarchiare, togliere le foglie morte, innaffiare i pomodori e le verze. Quindi di corsa in cucina per setacciare la farina, tagliare le verdure, friggere le uova, fare lievitare il pane, sgusciare i fagioli. Nei momenti di pausa le dita dovranno cercare il rosario appeso al fianco e fare scorrere i grani mormorando una preghiera. Poi ci sarà da applicarsi sul ricamo, e verso sera, sui libri sacri e poi ancora attorno ai piatti sporchi dopo la cena, e la notte, quando gli occhi saranno gonfi per il sonno e la stanchezza, le piccole mani robuste dovranno reggere il pesante libro delle preghiere, mentre le ginocchia si punteranno sul legno ruvido dell’inginocchiatoio per l’ultimo saluto al Signore prima di coricarsi. Suor Filomena conosce il suo dovere. Da quando è stata destinata al convento che aveva appena otto anni, ha rinunciato agli specchi, ai vestiti, ai sogni d’amore. La sua immaginazione infantile non riesce neanche a concepire la qualità del sacrificio che sta affrontando. La vita indaffarata e la compagnia continua di altre ragazzine come lei la distraggono dal pensiero della segregazione. Le sue mani giudiziose intrecciano fili di seta, la sua gola, quasi in silenzio, rimugina una canzone che usava cantare assieme alle sorelle da bambina quando giocavano a scovare ranocchie nello stagno dietro casa.

 * * *

Pastiche proustiano in biancoceleste

di Alessandro Piperno

Per troppo tempo non sono riuscito a prendere sonno per via della Lazio. È come se quel concetto astratto, che mi ostinavo a riempire di così tanti dettagli concreti – colori, odori, fissazioni, riti, mal di stomaco, giornate uggiosamente piovigginose –, e che si materializzava di fronte ai miei occhi ogni qual volta la mia lingua e il mio palato trovavano il coraggio di unire le due magiche sillabe “La-zio!”, si fosse preso l’ingrato compito di riempire i vuoti sinistri del mio nulla esistenziale. Era strano come le vicende che accadevano sui campi di calcio che non avevano alcuna seria relazione con la mia vita potessero coinvolgermi in un modo che se non poteva dirsi paranoico, certo arrivava a sfiorare la nevrastenia. E dire che non era sempre stato così. C’era stato un tempo della mia vita in cui associavo quel nome – Lazio – a uno strano ballo in maschera che una domenica sì e una domenica no io, mio padre e mio fratello e un altro gruppo di circa quarantamila persone tutte provenienti da diversi gruppi sociali e dai più disparati quartieri, inscenavamo nel solito posto: quell’astronave enorme atterrata con grande discrezione e chissà quanti anni prima della mia nascita ai bordi verdeggianti del Tevere che per comodità ci ostinavamo a chiamare “stadio” ma che in realtà io sapevo essere molto di più. Tanto che quando mio padre, dopo un pasto rispettosamente frugale (non si va a messa con la pancia piena), pronunciava la frase: «E allora si va!», venivo afferrato da quell’angoscia e da quell’euforia che, negli anni successivi, quelli della mia adolescenza, avrei ritrovato, in una gradazione alcolica diversa e assai più preoccupante per il mio sistema nervoso, nei minuti precedenti all’istante in cui mi sarei mosso da casa per raggiungere una festa piena di ragazze indifferenti capaci di esaltare, con la loro sola esistenza, la mia umana irrisorietà. Il fatto strano è che all’epoca tutte le mie emozioni si concentrassero sul “prima”, sugli antefatti, e come il “dopo” e il “durante” mi apparissero per lo più molesti. Ogni volta pregustavo il momento in cui avremmo parcheggiato l’auto, quel momento in cui, una volta scesi, ci saremmo ritrovati nel pieno del ballo in maschera. Era un’autentica gioia vedere tutta quella gente di sesso diverso, di diversa età, di diversa estrazione confluire in una punteggiata fiumana di cobalto. Se qualcuno avesse avuto la possibilità di contemplare quella scena dall’alto, probabilmente avrebbe potuto vedere un torrente nuovo di zecca fluire con una certa impetuosità nel suo letto fatto di marmo e di prato, che con il suo colore smagliante sembrava farsi beffe dell’altro fiume, quello istituzionale, il cui color senape suggeriva un’idea di squallore che in certe giornate grigie risultava perfino intollerabile. Ma ciò che attendevo con maggiore trepidazione, cui non avrei potuto rinunciare neppure sotto l’allettamento di qualche altro divertimento più canonico, era di salire lo scalone che ci avrebbe condotto all’interno dell’arena. Sapevo, per averlo provato oramai decine di volte, che l’impressione che mi avrebbe dato la vista improvvisa e quasi miracolosa di tutto quel verde scintillante – un colore così poco naturale che mi veniva facile associarlo al tappeto verde su cui i miei genitori giocavano a peppa il sabato pomeriggio o a certe porcellane scolpite da Luca della Robbia che avevo contemplato in una scampagnata con i miei zii in un piccolo cimitero vicino Lucca – sarebbe durata pochi istanti al massimo, prima che l’Abitudine non prendesse il sopravvento sull’emozione data dalla novità, e che, in ogni modo, non avrei potuto replicarla neppure se fossi uscito e poi rientrato. Sapevo che, per ricreare le condizioni affinché si manifestasse ancora quel tipo di emozionante miracolo, così naturalmente compromesso con l’attesa, avrei dovuto aspettare altre due settimane.

Ma che diavolo sto scrivendo?
Lo so: è un delirio. È davvero difficile scrivere seriamente di cose serie, per questo svicolo con lo stile: faccio il pagliaccio (di questi tempi è una delle cose che mi viene meglio).
La Lazio per me è una cosa dannatamente seria: per questo la butto in burletta. Non ho alternative. In fondo le cose serie sono le poche che ti fanno perdere il sonno e l’appetito. Il resto ci riguarda solo per spirito di convenienza, di emulazione o di opportunità: quindi non ci riguarda. D’altra parte è tipico: uno si rifugia nei Pastiche per affrontare, o per meglio dire, per tenere a bada argomenti delicati: per demistificarli. Lo faceva Proust con gli scrittori che lo ossessionavano. Perché non posso farlo io, attraverso il suo viatico, per arginare i nefasti influssi che la Lazio continua a esercitare su di me dopo tutti questi anni di scalogna e di palpiti? In fondo la Lazio, per me, è la sola fuga mistica che abbia saputo concedermi in una vita consacrata al più disincantato materialismo.
Sono un laziale e non ho mai voluto essere altro. Ma questa ossessione, come tutte le vere ossessioni, mi ha portato soprattutto dispiaceri.
Ebbi prova della mia malattia mentale quando iniziai a sospettare che il mio psicoanalista – con i suoi quaranta euro a seduta e la sua maledetta pipa mai accesa in mia presenza – fosse di fede romanista.

© Letteratitudine

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