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Il fast reading di West Egg

ottobre 7, 2012

Tendenze editoriali: da un’idea di un ex editor della Fazi Editore nasce il fast reading

Christian Soddu, ex editor della Fazi Editore, dopo 10 anni di attività ha deciso di mettersi in proprio creando un’agenzia di editing e servizi collaterali che garantisce la valutazione di un testo in meno di una settimana.
Sotto il nome dagli echi fitzeraldiani di “West Egg”, Soddu ha riunito un team di professionisti provenienti dal mondo dell’editoria, esperti di comunicazione on-line e off-line, grafica e marketing, tra cui l’editor e ricercatrice di italianistica Francesca Magni e lo scrittore, saggista e conduttore radiofonico, vincitore del Premio Cardarelli 2008 per la critica letteraria, Fabrizio Patriarca.
L’idea di base è quella della “lettura veloce”: per valutare un manoscritto bastano 5 giorni.
Ne parliamo con Christian Soddu…

– In cosa consiste il progetto West Egg?
“West Egg editing” è un’agenzia di editing e di intermediazione editoriale. In quella zona grigia fatta d’infiniti tempi d’attesa, silenzi e tardive risposte standardizzate che separa come un fossato l’aspirante autore dall’editore tradizionale, e in cui rischiano di perdersi anche storie e idee dalle buone potenzialità, West Egg editing si propone quale operatore culturale serio e professionale che fa della velocità di valutazione del manoscritto/riscontro all’autore (entro 5 gg lavorativi) e soprattutto di un ritorno al rapporto diretto e costruttivo con chi scrive (finalizzato ad affinare le potenzialità di una storia e a limarne eventuali debolezze), le due linee guida del proprio lavoro: un servizio di editing professionale, qualunque sia il livello d’intervento che il testo richiede, è alla base di ulteriori ed eventuali servizi finalizzati a potenziare le chances di collocazione di una proposta letteraria presso gli editori. Curiamo la presentazione dell’opera, che deve saper ben “comunicare se stessa” e l’idea che c’è dietro – anche mediante appositi apparati grafici – per attirare più in fretta l’attenzione degli scout interni alle case editrici; e, sempre previa selezione iniziale, suggeriamo e ci adoperiamo per garantire il contatto più diretto e rapido possibile tra l’autore e l’editore considerato più giusto e ricettivo per quel tipo di opera. Non è un’agenzia letteraria: non negoziamo royalties né rappresentiamo nessuno. Alla base di tutto c’è l’esperienza di chi ha lavorato per anni alla narrativa italiana dall’altra parte della barricata, all’interno di una casa editrice importante, e conosce come, quando e perché un manoscritto viene letto più rapidamente di altri e sottratto all’anonimato della montagna di proposte che invadono ogni giorno la propria scrivania.

– Qual è il ruolo dell’editor nell’editoria di oggi?

Quella dell’editor è una figura tradizionalmente bersagliata da un fuoco incrociato: all’esterno, discussioni e polemiche sulla sua utilità vera o presunta; intimamente, la necessità di mediare in modo professionale tra orientamenti propri ed esigenze altre (mercato, linea seguita dal marchio per il quale si lavora eccetera). Nell’attuale ridefinizione di ruoli, competenze, perfino abitudini di approccio al lavoro all’interno dell’editoria, tra selfpublishing e autori “arrabbiati” che s’aggirano nella terra di “Amazonia”, l’ansia predatoria delle case editrici a pagamento, le migliaia di agenzie letterarie, service editoriali, soggetti ibridi, il ruolo dell’editor è quello di mantenere un minimo la barra dritta. Se le possibilità di intercettazione che si offrono allo scouting, oggi, sono amplificate da mille nuovi canali aperti dalle tecnologie digitali; se questi stessi canali aumentano a dismisura le possibilità di confronto tra chi scrive e la loro autopromozione, è però vero che in questa nuova, fittissima rete di possibilità dovrebbe essere ancora più prezioso il ruolo di chi, come l’editor, è chiamato a non perdere mai di vista il fatto che al di là del talento comunicativo, dell’incubazione dei successi attraverso i social network, la cura e l’attenzione maggiore deve essere sempre rivolta al testo e alla sua valorizzazione. In un certo senso, l’agilità di interazione e comunicazione, l’ubiquità esplorativa richiesta oggi più che mai all’editor, rendono ancora più cruciale e difficile la mediazione cui si accennava prima: tra l’idea per cui si è iniziato a fare questo lavoro, invariabilmente connessa alla soggettività di gusti e concezione di qualità, e il puntuale accoglimento di dinamiche e modi del narrare nuovi. Quanto mi piacerebbe, ad es., trovare il romanzo capace di catturare l’essenza del conflitto, di questa sospensione tra sfascio dell’esercizio creativo di fronte all’informazione che ci assedia ogni giorno, e costante, violenta stimolazione della creatività stessa.

–  Quale bagaglio ti ha regalato, in positivo e in negativo, la tua esperienza decennale in Fazi come editor alla narrativa italiana?

Di positivo, molto. Quando sono approdato alla Fazi Editore era appena esploso il “caso” Melissa P., e la possibilità di vivere dall’interno le dinamiche di una casa editrice in piena crescita, con il conseguente e repentino cambio di ritmi, di obiettivi, di ambizioni, di ruoli, è stato fondamentale. Come in un corso intensivo, nel giro di poco tempo ho avuto modo di sperimentarle tutte, le facce dell’editoria. La passione iniziale, i numeri via via più importanti, l’attenzione crescente per l’aspetto promozionale, pressioni nuove. Una bella palestra. La fortuna è stata poter continuare a lavorare soprattutto a contatto con gli autori: migliaia di ore al telefono, di nottate sui testi, di cesellature di frasi o di vero e proprio ghost-writing, di litigate, di gioie e delusioni. Gli aspetti negativi sono, banalmente, quelli legati a qualsiasi esperienza lavorativa, in qualsiasi settore, laddove il tempo fa sempre emergere una componente di prosaicità e meccanicità che alla fine, dopo anni, magari ti fa capire che hai voglia di lavorare con schemi un po’ più liberi.

– Qual è, secondo te, da addetto ai lavori ma anche innamorato della letteratura, la strada da seguire per la nuova narrativa italiana?

Lasciamo perdere per un attimo il discorso sulla qualità, dal momento che una certa concezione della “qualità letteraria” sembra anche essere condizionata dai tempi (e comunque, se guardiamo all’albo d’oro del tanto discusso premio Strega, vediamo che siamo passati da vincitori come Elsa Morante a Silvia Avallone, da Raffaele La Capria a Paolo Giordano; secondo me la Avallone e Giordano sono bravissimi, ma una differenza qualitativa rispetto ai primi c’è eccome, a prescindere dalle “sensibilità” diverse di tempi diversi). Quello che personalmente spero è che la narrativa italiana trovi vie di sguardo man mano più indirette, sbieche, inedite, se vuole raccontare il materiale che questo paese ci propone, evitando il rischio della didascalia: il romanzo sul giovane lavoratore precario, per quanto la realtà sia più attuale che mai, è già stato saccheggiato e metabolizzato a sufficienza. Inoltre, anche se è vero e normale che oggi si faccia narrativa in maniera diversa, con la E. L. James che dichiara “salgarianamente” di aver ambientato il suo Cinquanta sfumature di grigio a Seattle senza mai essere stata a Seattle e consultando Google Map per i nomi delle strade, è però necessario, specie in Italia, un paese in cui motivi d’ispirazione e novità latitano, sforzarsi di trovare terreni nuovi di esplorazione. A tal proposito, sarebbe anche auspicabile che il rifugio nel fantasy e nei suoi mille sottogeneri non fosse soltanto la riproposizione di certi archetipi imprescindibili, semplicemente rimescolati, ma che permetta di cogliervi qualcosa di meglio; qualcosa che, come accadeva in passato, sappia suggerirci una visione arricchita del nostro mondo. L’asticella dovrebbero alzarla un po’ gli editori tradizionali: solo così si crea un senso di responsabilità e una consapevolezza maggiore anche in chi sogna – del tutto legittimamente – di pubblicare il suo libro.

© Letteratitudine

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