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IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

ottobre 15, 2012

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto (edito in versione cartacea da Melino Nerella)…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

Siracusa, 31 dicembre 1492

Se mi darai ascolto, Dio di Abramo, forse questa mattina riuscirò a dirti tutto come non ho mai fatto, come non sarebbe stato possibile neanche al tempio, con i tefillin annodati alla fronte che oscillano sul mio respiro. Qui, a Siracusa, li chiamano filatteri, e per quanto abbia osteggiato questo termine, Dio d’Abramo, adesso mi è caro.
Lo so che ti chiederai come mai il vecchio rabbi Aronne, che si alza al mattino con la Shacharit sulla bocca e chiude la sera con la Ma’ariv, si rivolga a Te raccontandoti soltanto una storia.
Ma ascolta, Dio di Abramo. Perché questa è la mia storia.

***

Non so bene quando i miei progenitori scelsero la Sicilia. Vagavano da troppi anni, ormai, e Siracusa era giunta al loro sguardo dal mare. Si raccontava di uno scoglio su cui si era posato un gabbiano.
I padri dissero: è qui.
Da bambino chiedevo perché a mia nonna Ester e le tiravo le gonne, interrompendo il rito del pasto.
Perché la Sicilia è bar mizwà, figlia del precetto.
Detto questo, cominciava le benedizioni, per il viaggio del passato e per quello del futuro, per il mestruo e per l’alba, per le evacuazioni della giornata e per la vista dei sapienti, per essere nata donna e per me che ero nato maschio – ti ringrazio Dio d’Abramo, diceva, che ad Aronne hai risparmiato il dolore e l’impurità della madre, anche se di questo io Ti benedico.
E mi sospingeva fuori dall’uscio, dove i bambini siciliani si mescolavano a noi ebrei senza numero e ordine di appartenenza, svicolando su strade appaiate e strettissime, che i miei padri studiarono in tutto identiche a Gerusalemme (sia benedetto il suo nome) per proteggerci dallo scirocco. Misero su un quartiere di filatorie, merciai, calzolai e mastri ferrai, sommandosi ai siculi che sorridevano addomesticati e indifferenti, pronti a unirsi e a separarsi senza rimpianto, chè un isolano, pontificavano, è solo un approdo. Una zattera che tira vento.
Mai visto un popolo più duttile, Dio d’Abramo, mai vista appartenenza meno certa, dicevano i padri, o forse mai vista tanta appartenenza. Agli ispanici, ai libici, ai fenici d’Africa e ora, speravamo, a noi.
Se non fosse che noi giudei l’appartenenza la covavamo nella carne, e alle donne siracusane che strabiliavano innanzi alla milà, alla circoncisione del destino e del sesso, raccontavamo con orgoglio che la terra promessa la portavamo incisa in un taglio, netto e filato, rispetto al resto del mondo.

***

All’inizio, dunque, ci sfioravamo. Siracusani ed ebrei, gli uni sugli altri a respirare l’afa, a percorrere cunicoli a fior di mare, a piegarci sul lavatoio nei pressi dell’antico tempio d’Atena dove i cristiani avevano edificato la loro cattedrale. Ci entravamo anche noi, Dio d’Abramo, perché sorgeva tra le stesse colonne del tempio greco, e sentivamo – senza ombra di dubbio – che se tu eri stato lì per chi ci aveva preceduto, potevi essere lì anche per noi, senza curarti da che terra provenissimo.
Col tempo costruimmo la sinagoga, i bagni, il macello, la casa dei limosinieri. Un intera Gerusalemme stretta da quattro vie che delimitavano la soglia del nostro mondo, che ergevano una sfidante torre a guardia di un regno che non era di dominatori ma di dominati e che, tuttavia, pareva più libero dei padroni, ovunque andasse, e su qualunque terra si innestasse, come se noi ebrei, pur restando in Sicilia, non avessimo alcun ospite a cui rendere grazie.
Ma sempre e soltanto la storia, a cui slegavamo, di giorno in giorno, un nodo.

***

Poi, i cancelli. La giudecca era serrata dalla via della Maestranza che correva retta fino al mare.
Via Roma ci chiudeva da nord. A sud la via Alagona e la via Larga. Nel centro ci dibattevamo rasentando a filo i confini, facendo scacchiera tra le case e fingendo che tra le nostre botteghe di conciatori e pellai, sui laboratori d’astronomia che svettavano da torrazzi di pietra gialla, si sommassero spazi senza assedi.
Fingevamo perché è d’obbligo per un ebreo, Dio d’Abramo, immaginare di poter sopravvivere ovunque.
E per questo scrivevamo ovunque la parola di Dio, sui papiri che qui crescevano a ciuffi, sui mattatoi, sui frontoni dei templi e sulle mura delle sinagoghe.
Anche sui montanti delle case ne scrivevamo, perché chi entrava sollevando lo sguardo, avesse sempre il nostro cielo sulla testa.

***

Inizialmente i cancelli restavano chiusi solo la notte. Ci accorgevamo dell’orario per il loro cigolio, un rantolo brevissimo e definitivo.
In un attimo eravamo dentro la città, ma eravamo anche fuori, perché nessuno più di un ebreo è straniero né ambisce ad esserlo. Perché sentirsi di qualcuno, cittadini o del mondo, esige confidenza coi patti degli uomini, e noi, i patti, invece, li avevamo sempre stretti solo con Te, Dio d’Abramo.
E stavamo chiusi senza nostalgie, ancora fingendo che un esilio non fosse che un viaggio, e ostinatamente credendo che il viaggio fosse la nostra vocazione.
Ma ne soffrivamo, Dio d’Abramo, anche se – per quel viaggio e quell’esilio – preferivamo benedirti.

***

Varcare il cancello era impuro. In levitico 5:3 dicesti infatti a Mosè: Quando uno, anche senza saperlo, avrà toccato un’impurità umana, diventa colpevole.
Era quindi impuro toccare un siculo, Dio d’Abramo, ed era impurità ogni cosa esistente fuori il recinto, l’uccello che nidificava, e la nuvola che versava pioggia. Era impuro il vento se proveniva dal mare, e la sabbia rossa che il grande vulcano a volte sgranava da Catania. Era impuro il fiato dei siracusani, e la stoffa di lino con cui le donne si agghindavano. Era impura la biscia che si arrotolava nelle fonti d’acqua e l’acqua pure – se non era sorgiva e sciamante da terra – non era altro che una scaglia di mondo, e violava il precetto : “Sh’mà Yisrael Adonai Eloheinu Adonai echad“.
Era impura la vita quando non si manifestava tra le grate che avevamo eretto, ed eravamo impuri anche noi, Dio d’Abramo, se decidevamo di ignorarle.

***

Poi giunsero le leggi. Non si seppe mai se l’ordine fu della Spagna o dei siracusani stessi. Se di dominanti di scoglio o di monte. Si sapeva solo che un simile editto era già stato promulgato a Toledo, o almeno così dicevano alcuni parenti provenienti da laggiù e rifugiatisi in casa nostra.
E la vita, improvvisamente, cambiò. I confini del cielo si fecero angusti, e i siculi non entrarono più nel ghetto. Noi soli ci aggiravamo per la prima volta riconoscendoci, senza cercarci tra la folla che prima era di ogni colore, che si aggrossava di chincaglierie e fiorami, che insieme ai siculi era araba, greca, spagnola e sbraitava lingue che a Babele persino si sarebbero confuse, perché Siracusa non era altro che una roteante ribaltatura del sogno che Tu ci avevi detto di onorare, Dio d’Abramo: essere noi e solo noi, mentre lì eravamo chiunque, e chiunque potevamo diventare, fino a che i cancelli non ci chiusero anche di giorno.

***

Quando la vidi per la prima volta fu dunque dalle sbarre. Il cancello le aveva larghe per far passare il pane, le farine, i denari che ancora i banchieri siracusani riscuotevano da noi, le stoffe tinteggiate che solo i nostri tessitori filavano ad arte. I padri più anziani si opponevano al commercio, ma i giovani calcolavano interessi, riscuotevano prestiti, arricchivano casse e sacche di monete. I siculi erano clienti insaziabili, perché gareggiavano a ostentare mogli intabarrate in gioiellature orientali, a inzuppare giardini di frutta con acque attinte da macchinari costosi, a dare banchetti in cui alle portate di cacciagione imbastite di canditi, si susseguivano degustazioni di erbe fatte macerare nel mosto o nel pollio.
Da lì, lei pure tendeva la mano per prendere da mia madre una stoffa di seta, annodata a trama larga e con gli stessi gialli del sole.

***

La dicevano figlia dei Montalto. E poi imparentata con famiglie nobiliari del Siracusano. Abela, Chiaramonte, Nava. I loro palazzi si allineavano oltre i nostri cancelli, ai margini della Camera Reginale, dove segnavano il varco tra appartenenze e discordanze, leggi che si adempivano o che morivano, che per alcuni imponevano tasse e per altri arricchivano banche. Di là, dunque: il nobilume vario, meticciato da amplessi nascosti con arabi del Magreb rimasti clandestinamente in Sicilia, con occhi azzurri di svevi, nasi adunchi di Catalani e parlate cantilenose di greci. Di qui: le nostre profezie, le attese dei liberatori non ancora sopraggiunti dal cielo, i riti del pasto intercalati ad abluzioni nelle acque fredde della terra, da cui era certo affiorassero solo fiotti sorgivi, mai toccati da mano umana. E poi, l’immobile tregua del sabato quando il ghetto calava nel torpore, e il caldo scioglieva i suoi avanzi, feroce, caparbio, mentre fuori le donne impure andavano e venivano accompagnate dalle serve, frusciando sui tessuti che noi avevamo filato per loro, ridendo senza veli e senza riguardi, ostentando tutte le razze che erano state, tutte le carnagioni e tutti i destini. Meno il nostro.

***

Il nome lo seppi dalle sue stesse labbra qualche giorno dopo, perché mia madre mandò me a consegnarle altra stoffa. Un lino con spugnature di ocra e rossi, intervallato da pietre fini di scoglio e schegge di corallo. Quando superai le sbarre dei cancelli perché ritirasse il pacco, l’involto crepitava di un rumore simile a risacca che s’infranga tra le conchiglie. Sembra mare, disse infatti sui denti bianchi, aperti in un sorriso.
Sembra mare, risposi.
Poi la sua serva si lamentò che non aveva l’intera somma, che doveva chiedere ai padroni. Segnasse il nome, mi disse ostentando superbia, perché uno schiavo dei nobili è pur sempre – in un’astrusa guerra fra poveri – superiore a un ebreo. Maria Costanza Montalto, intervenne invece lei senza farlo pronunciare all’altra. E, poi, d’un fiato, sventagliandosi per il rosso improvviso: a domani.

***

L’indomani oltre al denaro, nella busta che mi consegnò, c’era anche un biglietto. Poche parole. Un luogo fuori le mura. Un orario.
Era notte. La luna versava sulla città un languore impotente. Il ghetto dormiva.
Scivolai oltre le ombre, e poi oltre i vicoli, e poi oltre i cancelli. Il cuore batteva furioso, e un vago sentore di peccato già mi lastricava l’anima. E’ impura mi ripetevo disperato, e disperatamente raggiungendola, passo a passo. E‘ impura, mi dicevo baciandole i seni, e le labbra, e il collo lucido di un sudore profumato, lieve, invitante. E’ impura pensavo ancora mentre ondeggiavo in lei come un animale marino, di carne e di acqua, e le sue costole si annidavano nelle mie, senza forzature. E’ impura, lacrimavo al rientro a casa, e nei bagni dove lavavo la colpa, e nella preghiera accorata della sera, e nel finire dell’alba. E’ impura, ripetevo ancora ogni notte, varcando i cancelli, tornando ad amarla, rinnovando in lei i gesti di ogni amante che non sa, né vuole sapere, se esistano limiti veri o immaginari tra i corpi.

***

Poi andò in sposa com’era suo dovere che fosse. Lo sapevamo fin dal principio.
La sera prima della cerimonia nuziale, mio figlio già le sgambettava dentro, già le arcuava la schiena, già viveva oltre i cancelli, liberato.
Io passai tutta la vigilia ai bagni, sciacquando la bocca dai baci, le mani dalle carezze, gli occhi dalle lacrime. Implorando che sul finire del giorno, e prima del rito, lei fuggisse, o fuggissi io, a prenderla, a rubarla, a restituirmela.
E, invece, rimasi immobile a chiederti perché. A cercare di capire. A urlarti nella sinagoga: se Tu mi imponi questo viaggio nella carne, ci sarà pure un motivo, Dio d’Abramo. Se mi hai richiamato al fango, e mi hai impastato di terra, se mi hai voluto fragile fino al punto di provare questo dolore, e nel dolore – tuttavia – sentirmi vivo, fremente di sdegno e paura, innamorato e disperato, migrante e ancora mendicante di Te, se mi hai dato queste mani che sanno toccare e sentire che tu sei nelle cose come nel cielo, allora Dio d’Abramo spiegami, spiega al tuo servo Aronne perché mai non dovrei amarla. Perché è impuro questo greve peso che mi fa affondare in lei come un sasso che scenda nelle profondità dell’acqua.

***

Ma non sembravi ascoltarmi. E non la rubai. Non mi rubò. Nessuno si mosse.
Solo mio figlio reclamò un’appartenenza quando si svelò coi miei occhi e i miei lineamenti, e un’inusitata voglia, non appena fu in grado di camminare, di entrare nel ghetto.
Lei si avvicinava ogni giorno, sempre chiedendo stoffa, e sempre pretendendola dalle mie mani. La serva aveva adesso in braccio il bambino, e lottava per serrarselo al petto, mentre quello sgambettava verso l’imbocco dei cancelli attirato da un’invisibile forza.
La notte, lei non veniva. Non poteva lasciare il letto nuziale senza destare sospetti. Solo quando il marito era lontano, per guerre o affari, il solito biglietto mi avvertiva, confuso tra le monete, dell’orario e del luogo.
Non ci chiedevamo in che modo aggirare il destino, non forzavamo le leggi scritte per noi e prima di noi, non sollevavamo proteste e non cercavamo rimedi.
Ci amavamo semplicemente sapendo che il cancello era alto, grigio e ferroso, e che ogni mossa ci era preclusa.
A lei, di entrare. A me, di uscire.

***

E ti chiederai come si possa vivere sulla soglia. Sul confine. Sui margini di ciò che non è tuo eppure ti appartiene.
Non lo so, Dio d’Abramo, ma riuscimmo. In quegli anni in cui pensavi per noi una tregua. Quanto bastò al tuo servo Aronne per diventare rabbino e rifiutare ogni donna. Quanto bastò a mio figlio per amare Aronne come un venditore di stoffe.
Ma da fuori le mura maturavano ancora odi, rancori, emergenze. Pareva che una nuova legge fosse questione di mesi, forse di giorni. Un altro ghetto? Un altro luogo? Di più, disse lei, tremando. Un’espulsione, sembrava.
Per quanto?
Per sempre.
Nel ghetto si agitarono i cuori. Fu pianto, sfiducia, dissesto. Si raccoglievano giacigli, indumenti, denari. Le madri cucivano gioielli nelle scarpe, allestivano bagagli nascosti nei seni, infilavano chincaglierie e argenti tra le pieghe dei gioghi dei muli.
Fu consesso dei saggi, ci si riunì per trovare rimedio. Andare, fuggire, ma dove? O restare, infrattati tra gli altri, clandestini per sempre, per sempre senza luoghi?
E rinnovavamo la nostra terra d’Egitto, Dio d’Abramo, pietosi e fragilissimi con il nostro sigillo impresso: senza arrivo.
Cominciammo a cercare nella Torah un segno. Ti interrogavamo nei silenzi della preghiera, Ti innalzavamo lamenti e Ti ricordavamo che – già una volta – ci avevi mandato una Pasqua, che avevamo già tinto gli usci con sangue d’agnello, che il tuo angelo ci aveva risparmiati e che non volevamo preparare gli azzimi anche in Sicilia.
Ma la notizia arrivò, in Novembre.
Sui primi scrosci d’acqua di cielo.

***

La data ultima fu fissata il 31 dicembre di quell’anno. Era il 1492.
Dopo di allora l’editto recitava che nessun ebreo sarebbe dovuto restare in Sicilia.
I saggi decisero di bruciare le sinagoghe, di abbattere le case, di non lasciare che mani impure toccassero i bagni. Gli anziani scesero nelle catacombe, improvvisarono lasciti ai morti, graffiarono sulle pareti di roccia saluti e benedizioni.
Ci congedammo come già sapevamo fare, come da sempre avveniva, e come eravamo certi che sarebbe avvenuto, ancora e ancora, in un ripetersi di esili ed espulsioni, di divieti e legiferazioni, di cancelli innalzati dietro le nostre mani oracolanti.
Guardai il mio popolo, Dio d’Abramo, guardai me, guardai quegli anni in cui era stato inutile rispettare il cancello, in cui – comunque – il cancello era stato abbattuto, e forse gli unici ad avere creduto che segnasse un destino eravamo stati io e lei.
Guardai lei, Dio d’Abramo, ancora intrecciata a me dopo l’amore, ancora mia nonostante questi anni da sposi senza riti, senza Dèi in comune, senza celebrazioni e anelli.
E decisi.
Che per me c’era un luogo.

***

Scesi ai bagni.
Là dove non avevo fatto altro, in questi anni, che lavare la colpa. I saggi avevano deciso che li avrebbero coperti con cumuli di sabbia. Che del miqwè e dei suoi riti sacri si sarebbe dovuta perdere memoria.
Eccoli, infatti, i saggi. Incedono drappati da teli neri, le barbe arrotolate in tuboli, gli sguardi rappresi di pianto. Fanno scendere la polvere dal vecchio pozzo. Copriranno ogni fenditura, sigilleranno con un muro l’entrata, sommergeranno le pozze con il peso della terra. Ci vorranno secoli per scavare, secoli per ricordare il punto esatto. Alle spalle della Sinagoga, si dirà. Là erano i bagni.
E forse è questa la Terra Promessa. Questo perenne lascito in mani estranee, questa eredità di moribondi, questo pianto di vedove e orfani. Forse è solo questo bisogno di pensarla, di crederla possibile in ogni luogo, per poi spostarla in un altro, e poi in un altro ancora.
E mi chiedo se con questo miraggio non ci hai voluto dire altro, se non hai forse alluso alla promessa che noi tutti saremmo se non forzassimo la vita ai nostri desideri. Se la accogliessimo così, come Tu la pensasti, Dio d’Abramo.
Niente più che un dono.

***

Così scesi le scale. Di nascosto, prima che si accorgessero della mia presenza. Il ghetto fumava di roghi. Di cataste date alle fiamme con arredi, libri, ricordi.
Dai bagni le voci arrivavano invece ovattate e irreali, mentre il clangore dei carri già ritmava la marcia, preannunciava l’esilio.
Mi sedetti. Lasciai che le gambe iniziassero a interrarsi. Che la sabbia scendesse su di me come da una clessidra, simile alla strada che ci scaviamo nelle madri quando veniamo al mondo.
Tra poco, il tuo servo Aronne sarà coperto, e i bagni pure che hanno segnato i confini tra ciò che era del cielo e ciò che era della terra, scompariranno. Non so se dolermene, Dio d’Abramo, non so se ringraziarli per queste barriere che hanno eretto da uomo a uomo, che hanno impedito alla pietà di considerarci puri a dispetto dei nostri peccati per il solo fatto di amarti.
Per il solo fatto di ambire a chiamarti non Dio d’Abramo, non Dio dei padri, ma Dio d’Aronne.
Mio Dio.

***

Lei sopraggiunge di spalle. Sa di trovarmi qui. Sa che gli incendi di case e luoghi sacri che ora avvampano per coprire la nostra memoria, non oseranno spingersi fino alle sante abluzioni, ai giardini dell’Eden dove forse è dato sedarci, dimenticarci di avere un corpo, liberati – infine – da questo impasto che adesso ci lega al dolore, e ci lega all’amore, a tutto quello che un uomo sperimenta anche contro se stesso.
Viene per cingermi da dietro, per porgermi l’ultimo biglietto, per dirmi: il luogo e l’ora sono questi e non è inutile scriverlo un’altra volta soltanto, stringersi sulla sabbia che spiove dall’alto, farsi abbracciare. Non è impuro darsi a un uomo che muore, morire con lui, chiudersi al buio di un’eternità sacra, finalmente, non della storia, o delle evenienze, né dei servi o dei padroni, Aronne.
Solo nostra.

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