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LINEA 429, di Salvatore Scalisi

ottobre 17, 2012

Linea 429INTERVISTA A SALVATORE SCALISI

di Luigi Grisolia

«Raccontare storie è un mestiere nobile, con una sua precisa funzione civile», ha avuto modo di dire Alessandro Baricco. Non mi pare ci sia affermazione migliore per presentare lo scrittore Salvatore Scalisi. Catanese classe 1959, caratteristica comune delle sue diverse opere narrative è infatti quella di occuparsi di delicatissime tematiche sociali, come gli abusi sessuali, la pedofilia, la povertà, riuscendo a trattarle con un linguaggio appropriato ed evitando di scadere in facili cliché. La recente uscita del romanzo Linea 429 (pp. 164, € 13,00), pubblicato da Demian Edizioni di Teramo, è occasione propizia per parlare con Salvatore non solo di quest’ultimo scritto, ma per discutere a tutto tondo della sua produzione.

– Perché la scelta di affrontare, nelle tue opere, tematiche sociali, tra l’altro così delicate?

Diciamo che non è una cosa prestabilita; tutto nasce spontaneo. Come, spero, la maggior parte dell’umanità, sono infuriato e addolorato per i soprusi, le ingiustizie e le sofferenze della gente che vedo quotidianamente. In poche parole, non faccio altro che esprimere la mia denuncia attraverso i miei scritti.

– Il tuo stile si caratterizza per il forte uso di dialoghi, interrotti ogni tanto da descrizioni brevi e allo stesso tempo calzanti. Perché la decisione di narrare servendoti soprattutto dei dialoghi? Ho iniziato a scrivere soggetti cinematografici. In essi, come si sa, i dialoghi sono predominanti. Sono anche un appassionato lettore di autori americani del genere hard boiled, maestri in tale tipologia di scrittura. Questi due, a mio avviso, sono i fattori che hanno influenzato il mio stile. Nei miei romanzi, comunque, mi avvalgo spesso dei dialoghi per descrivere l’ambientazione di una determinata scena.

– Altra peculiarità della tua scrittura è rappresentata da un alone di mistero che percorre l’intera narrazione, fino all’immancabile, clamoroso e, perdonami la tautologia, inaspettato colpo di scena.

Questa tua osservazione mi fa enorme piacere; vuol dire che sono riuscito nel mio intento: suscitare la curiosità del lettore. In un thriller o in un noir, come sono la maggior parte dei miei libri, è bene che ci sia un bel finale, con annesso colpo di scena. Il romanzo può anche partire lento, con una certa introspezione dei personaggi, per poi pian piano svelare tutti i retroscena, fino all’inatteso epilogo. A dirlo sembra facile, ma non è così. Non sempre i buoni propositi vanno in porto.

– Terzo aspetto certamente da citare è la marcata attenzione verso la psicologia dei personaggi. In Linea 429 assistiamo a una vera e propria evoluzione psicologica delle tante figure intrappolate nell’autobus.

Lo dicevo prima; l’introspezione dei personaggi è necessaria. Ancor di più se il romanzo è ambientato in un unico palcoscenico, com’è un autobus, dove non esistono valvole di sfogo che possano dare al racconto ritmo ed alternanza di situazioni. In questo senso, penso di essermela cavata.

– Da dove è nata l’idea di Linea 429?

Proprio stamattina sono salito sul mitico “429” della mia città. Un caos totale. Mi veniva voglia di scendere alla prima fermata. Ho rivisto sul bus, due dei personaggi descritti nel mio romanzo; sì, perché a volte camminano in coppia. Alla fine ho resistito. Mi sono detto: dai, che non mi succederà nulla. Così è stato. Ne è valsa la pena scriverci sopra una storia.

– All’interno dell’autobus si crea un vero e proprio microcosmo, in cui si relazionano tanti personaggi. C’è qualcuno a cui, per un certo motivo, sei particolarmente legato?

Ti sembrerà strano, ma sono particolarmente legato al “429”, mi riferisco alla vettura, che è parte involontaria di una tragedia. E poi, il piccolo Cristian. In lui c’è tutta l’innocenza dei bambini e l’inconscia consapevolezza del malessere che affligge la società. Lui cerca, a suo modo, di mettere le cosa a posto.

– La mediocrità della vita quale tema sociale di Linea 429: come vedi la società di oggi?

Per me il mondo va verso la totale rovina. Si salva poco o nulla. Non mi reputo un disfattista, un pessimista cronico. Basta guardarsi intorno; la mediocrità, l’imbecillità che avvolge l’umanità, frutto della globalizzazione, è sotto gli occhi di tutti. Ci sono dei segnali molto preoccupanti; la politica è scaduta alla pratica di esercitare il potere per arricchire se stessa e autoreferenziarsi. La maggior parte dei programmi televisivi fanno venire la nausea solo a guardarli per pochi minuti (non riesco a capire come tantissime persone, pseudo intellettuali, assistano a certi salotti in Tv, che sono spesso di una miseria inaudita, speculando sulle disgrazie altrui, che si ripresentano puntualmente ogni anno, perché sanno che c’è una sorta di consenso organizzato fra chi li segue). Molti giornali, per non parlare di alcune riviste, fanno più male della bomba atomica. Se vogliamo andare oltre, dico che non c’è rispetto per l’essere umano; in giro si sentono parla tanto di solidarietà, beneficenza. Ok, sono d’accordo. Ma allora, perché il mondo va sempre peggio? Perché tanta ingiustizia? Semplice. La verità è che ce ne freghiamo se il nostro vicino vive nell’indigenza più totale; anzi, tendiamo a isolarlo, perché per ognuno che sprofonda nella miseria, un altro ha la possibilità di vedere alzarsi il suo tenore di vita. E poco importa, se per raggiungere ciò, si sacrificano vite umane. C’è tanta ipocrisia. È così che deve andare il mondo. Il nostro mondo.

– Parliamo ora di Salvatore scrittore: quando ti sei scoperto tale?

Sono nato a Catania, tanti anni fa. Il tempo scorre inesorabilmente. La passione della scrittura ce l’ho da sempre. Ho iniziato a scrivere piccoli racconti all’età di tredici, quattordici anni. Immaginavo già che questa malattia mi sarebbe rimasta incollata addosso per tutta la vita.

– Proust scriveva a letto, e teneva sul comodino diverse matite, in modo da non doversi alzare se la matita gli cadeva mentre scriveva; Hemingway faceva lunghe passeggiate per Parigi e teneva una zampa di coniglio come portafortuna… Salvatore, invece?

Hai nominato due mostri sacri. Per me è sufficiente la penna e un block-notes, quando sono fuori. A casa uso il pc. Nient’altro. Nessun vizio, scrivo in qualsiasi condizioni.

– Qual è il tuo obiettivo principale nel momento in cui maturi una nuova idea?

È importante avere in mente ciò che si vuole scrivere. Di solito vengo catturato da un particolare che ritengo possa essere il traino per una buona trama. Da quel momento in poi inizio per qualche giorno a lavorarci mentalmente, fino a quando non ho quegli elementi necessari che mi permettono di cominciare il mio nuovo romanzo.

* * *

Luigi Grisolia vive tra Messina e Cesena. Laureato in Scienze Politiche, coltiva da sempre la passione per il settore editoriale, in cui lavora da dieci anni. Dirige la rivista culturale Excursus, un network sull’editoria regionale e nel 2011 ha fondato l’agenzia letteraria Isola Editoriale, che offre in particolare servizi di valutazione inediti, editing, correzione delle bozze, sia per scrittori che per editori, ed è attiva anche nel campo della formazione, con l’organizzazione di una serie di corsi per redattore editoriale in varie città (tra cui Bologna, Messina e Catania).

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