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VITA, di Angelo Longoni

ottobre 24, 2012

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto tratto dal volume “Vita” di Angelo Longoni (Iacobelli, 2012)

La scheda del libro
Un incidente stradale cambia la vita di un’intera famiglia: una figlia di 17 anni, sospesa tra la vita e la morte, si trova attaccata a delle macchine che riproducono il suo battito cardiaco, gonfiano d’ossigeno i suoi polmoni e pretendono di donarle la vita. Continuare a sperare o staccare la spina e abbandonarsi al ricordo? Quindici anni dalla notte dell’incidente hanno cambiato tutto, hanno trasformato i due genitori, ormai stremati da quel continuo alternarsi di speranze e delusioni. Le voci della madre, del padre e della figlia raccontano l’amore ognuno dal suo punto di vista, ricomponendo un mosaico di vita andato in frantumi. La contrapposizione tra i genitori è metafora del diverso modo di affrontare il tema dell’eutanasia, cercando di comprendere le ragioni di chi crede che tutto questo possa essere vita, ma anche di chi, come i parenti di Eluana Englaro e di Piergiorgio Welbi, hanno scelto la dignità della morte. Vita è la storia della frattura nelle coscienze del nostro paese, incapaci di decidere sul significato della parola “amare”.

* * *

Da “Vita“, di Angelo Longoni


Vita. L'ultimo abbraccioMADRE
Me l’avevate regalato da pochi giorni, per il mio compleanno. Non sapevo che farmene, non mi serviva.
– Davvero, non mi serve, che me ne faccio? Tanto voi lo sapete sempre dove sono.
Così vi avevo detto. Ma niente, siete arrivati insieme col pacchetto regalo, incartato e col fiocco. Padre e figlia uniti e decisi.
– Devi avere un cellulare, ce l’hanno tutti ormai.
– Non ho bisogno di avere un telefono sempre con me. Se non sono a casa, sono a scuola e in classe i professori non lo possono tenere acceso. Una professoressa che risponde al cellulare in classe… che figura ci faccio? Mi vergogno.
– Lo tieni in tasca con la vibrazione.
La vibrazione… certo, nessun fastidio per gli altri, nessun disturbo, solo una vibrazione leggera e discreta. Ho accettato il regalo e mi sono adeguata.
Ero in classe, tranquillamente spiegavo il principio di Archimede, i ragazzi erano insolitamente calmi e attenti. Ascoltavano le mie parole con interesse: «… ogni corpo immerso in un fluido, liquido o gassoso, riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato. È così che i corpi galleggiano…».

Quella piccola vibrazione nella tasca della giacca. Era la prima volta, non era mai successo che qualcuno mi chiamasse a scuola, di mattina, così presto poi.

Un fastidio, un solletico all’altezza dell’anca, un richiamo.

«Un corpo immerso in un fluido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di fluido spostato».

La vibrazione spostava una parte di fluido vitale in prossimità del mio corpo, un piccolo spostamento insignificante, un impercettibile movimento di materia: aria, stoffa, pelle.

«… una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume di fluido spostato…».

Chi è a quest’ora, chi ha il mio numero? Mio marito, mia figlia e poi? A chi altri ho dato il mio numero? Non me lo ricordo. Forse dovrei rispondere, forse dovrei lasciare per un istante Archimende e guardare il display e vedere se riconosco il numero.

«… dal basso verso l’alto pari al peso del volume di fluido spostato».

I ragazzi mi guardavano rendendosi conto della mia improvvisa distrazione, percepivano un’assenza insolita nel tono della mia voce, un suono emesso senza intenzione.

La mano ha raggiunto il telefono nella tasca, ho guardato quel verde smeraldo sul quale appariva il numero di mio marito.

– Scusate ragazzi devo rispondere… Pronto… sì… lo so… non è tornata a dormire… è andata alla festa… non è tornata… e non è andata a scuola, non è tornata… Cosa dici? Cosa dici?

Mi guardavano i ragazzi come se si rendessero conto della metamorfosi che stava iniziando sotto i loro occhi e che non si sarebbe conclusa mai, nemmeno oggi a distanza di anni… anni…

Ogni corpo immerso nel dolore riceve una spinta uguale per intensità al peso dell’amore… è così che la vita è condannata a galleggiare… è così che la mia esistenza galleggia da anni… anni…

* * *

PADRE
«Non rispondere… non rispondere…».

Non volevo essere io.

Non volevo darti io la notizia, non volevo dartelo io il dolore più grande della vita. Per vigliaccheria, per amore, per egoismo. Non volevo essere io con la mia voce a segnare la fine della tua normalità. Mi rifiutavo di essere proprio io a sbagliare le parole, anche se quelle, le parole, chiunque le avrebbe sbagliate.

Annunciare la morte è sempre un compito straziante ma annunciare questa cosa, questa specie di morte indefinita, nessuno lo sa fare… nessuno ne ha la forza. Io lo sapevo, l’ho intuito, non so come, ma l’ho percepito che non era una morte, non quel che intendiamo per morte.

Tua figlia, nostra figlia… diciassette anni… la nostra unica figlia, bambina… unico amore tuo, nostro… è morta, no, peggio, non lo è… non ancora morta… è viva ma non salva… è viva ma, forse, più che morta.

«Non rispondere… non rispondere…».

Vigliaccamente rimanevo ad ascoltare il suono del tuo telefono libero.

«Non rispondere… non rispondere…».

Qualcun altro te lo dirà, qualcun altro avrà più forza di me. Meglio un estraneo, meglio un qualunque e insignificante essere della Terra, senza nome, con una divisa, con un camice, oppure una funzione logaritmica, una successione di numeri algebrici, una voce registrata, un cuore virtuale, un messaggio digitale, irreale, un robot, un alieno… ma non io… non io.

Stavo per abbandonare l’attesa ma tu hai risposto.

– Sì… che succede? Come mai mi chiami? È successo qualcosa?

E io zitto, incapace anche di respirare.

– Che succede? Pronto…

Tua figlia… nostra figlia… la nostra unica figlia, bambina… è morta, no… peggio, non lo è… non ancora morta… è viva ma non salva…

© Letteratitudine

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