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LA MARCATURA DELLA REGINA, di Giovanni Di Giamberardino

ottobre 27, 2012

La marcatura della reginaLA MARCATURA DELLA REGINA, di Giovanni Di Giamberardino
Socrates, 2012 – euro 9 – pagg. 190

Leggi l’intervista di Massimo Maugeri a Giovanni Di Giamberardino pubblicata su La poesia e lo spirito.

La scheda del libro
Una donna morta in un cassonetto: sgozzata, completamente nuda, marcata; siamo in una traversa di via Nomentana, a Roma, davanti all’ambasciata afghana.
A partire da questa macchia si snodano le 24 narrazioni de “La marcatura della regina”. Una storia per ogni ora della giornata: uno spazzino e un tassista, una cameriera e una giornalista, un prete e una prostituta, un immigrato e una bambina. Normali, banali esistenze, ombre anonime tra la folla. Unica dorsale l’evolversi del caso d’omicidio: tutti i protagonisti infatti risultano in qualche modo collegati alle indagini, come se condividessero una storia comune di cui però non riescono a partecipare appieno.
Sono comparse l’uno nella vita dell’altro, intrappolati assieme nelle celle che di giorno in giorno si trovano a costruire. Come tante piccole api.
Giovanni Di Giamberardino, con il suo romanzo d’esordio, ci fa entrare negli alveari umani per mezzo di una scrittura paziente, rigorosa, e al tempo stesso potente nella sua acuminata carica emotiva.
Finalista al Premio Calvino nel 2009 con il titolo “Aristeo e le api”, “La marcatura della regina” è stato definito dalla giuria “una odierna sociologia della solitudine”.

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, un brano tratto dal libro

09:00

La marcatura della reginaTagliò il filo di sutura e si strappò via il paramento in plastica, poi i guanti di lattice incollati alle dita. Ora la pelle poteva percepire distintamente l’acciaio del tavolo che risucchiava ogni residuo di calore della stanza. Eppure sarebbe stata una bella giornata. Addirittura afosa, anche troppo per la metà di aprile. Il ginocchio destro l’aveva previsto, il suo meteorologo personale, più affidabile di quei cialtroni incravattati della tv e le loro voci stonate. Il cadavere giaceva accanto a lei, capelli corvini sciolti all’indietro, una Y ricamata con mano frettolosa sul petto, lembi sbafati di sangue essiccato. Non poteva farci niente, quel cadavere la metteva a disagio. Non certo per la sua ovvia assenza di vita. Quella caratterizzava la maggior parte delle persone con cui aveva a che fare, se si esclude la piccola percentuale di loro che purtroppo si ostinava a rimanere ancora viva. Non avrebbe potuto nemmeno incolpare il tanfo di fogna che le si era appiccicato addosso. Freschezza alla lavanda rispetto al puzzo di decomposizione a cui era abituata. No, ciò che la indisponeva, che la innervosiva, non era tanto l’assenza di vita, quanto l’assenza di un nome. Non era il primo cadavere non identificato che le capitava sotto mano, né sarebbe stato l’ultimo; eppure si sentiva a disagio. Era come se avesse problemi a orientarsi, non riusciva a trovare la lente giusta attraverso cui guardare. Le risultava impossibile visualizzare, avere un’immagine precisa di chi fosse stata quella donna, perché una donna lo era stata, il suo mondo se lo era costruito, il suo futuro progettato. Ma non ce la faceva. E la cosa non le andava giù. Perché accettarne l’identità di individuo, di persona reale, sentirne il peso e la specificità, era la fase che avrebbe anticipato quella in cui se ne sarebbe fregata altamente e l’avrebbe aperta come
un barattolo di carne in scatola, con la perversa soddisfazione di chi reclama la rivincita nei confronti della morte che presto o tardi avrebbe trionfato anche su di lei, una volta per tutte. Trovarsi il lavoro già fatto era come parcheggiare una macchina proprio in mezzo alla carreggiata e scendere. Donna caucasica, sui 35 anni, 1,68 m, 54 chili, capelli neri, occhi verdi. Elementi che non significavano niente se messi uno di fianco all’altro, tasselli di un puzzle girati al contrario: non le fornivano alcun senso di unità, armonia e compiutezza. A parte quella cicatrice addominale… Ma una cicatrice non è un nome. Un nome indica, circoscrive, vincola. Se non esistono vincoli allora c’è l’immaginazione.
La dottoressa Erito non deterse la pelle del corpo, non ne coprì le nudità, uscì dalla stanza e basta. L’avrebbe fatto poi. In fondo cosa le doveva? Non era mica stata lei ad ammazzarla, ma un lurido extracomunitario. Dovrebbero sparargli a vista alla frontiera, si ripeté. Lasciateci in pace, per Dio… Una sigaretta. Aveva assolutamente bisogno di una sigaretta. L’uscita d’emergenza era in fondo al corridoio. Accelerò il passo, o almeno zoppicò più in fretta: correre i 150 ostacoli portandosi l’ostacolo sotto il braccio destro non è il massimo. Eppure la stampella era diventata l’unica parte di sé di 50 cui ancora si fidava, la sola che non avrebbe ceduto, non avrebbe tradito.
Un tremendo frastuono rimbombava nei corridoi sbattendo sui muri e sul pavimento di linoleum nero, immersi com’erano nella fioca illuminazione esterna e nel sonnecchiare dei neon. Capelloni isterici e chitarre spaccate. Heavy Metal. La colonna sonora del lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 8,30 alle 12,30. Alexis, al secolo Maria Santucci, amica d’infanzia della nipote del questore, era la lugubre centralinista dell’obitorio, o “assistente alle comunicazioni” come riportava il suo contratto. Capello platino, abito funebre merlettato, pentacolo al collo, Dottor Martins ai piedi, ghirigori disegnati a caso con matita nera ad abbellirle l’occhio sinistro dalla palpebra fin sulla tempia, glorificazione cimiteriale dozzinale e posticcia di chi la morte non l’ha mai incontrata neanche di sfuggita. Occupava la postazione accanto al telefono, lo sguardo inchiodato in basso sull’iPad 3 nuovo di zecca, impegnata a twittare ai suoi 108 followers fesserie tipo “Il turno è appena cominciato e già voglio piazzarmi un proiettile in testa #ilbuongiornosivededalmattinodimerda” facendo attenzione ad adoperare solo 111 dei 140 caratteri disponibili. Erito la ignorò come aveva fatto quotidianamente dal giorno in cui era stata assunta e proseguì dritto superando la reception, all’incrocio tra l’obitorio e la saletta dell’ascensore.
Il piano era un dedalo di vicoli e passaggi e pareti che nevicavano stucco ad ogni spiffero, a ogni porta che sbatteva. Si congiungevano lì, sotto gli occhi disattenti e sporgenti di Alexis. Il televisore acceso sulla mensola in alto blaterava del terribile omicidio avvenuto nella notte in via Nomentana, di possibile matrice terroristica, ad opera di un extracomunitario del Bangladesh. Erito poteva già riconoscere l’uscita d’emergenza alla fine del corridoio. Sarebbe bastato allungare la stampella e…
«Ecco la nostra CSI Nomentano».
Troppo tardi. La nicotina delle Camel Light non le avrebbe intossicato gentile i polmoni per adesso. Un uomo brizzolato le veniva cautamente incontro, i pugni nel camice bianco, gli occhiali in metallo leggermente pendenti sulla gobbetta del naso. Bell’aspetto, bella presenza, di quell’età indefinita alla Gorge Clooney, esemplare da enciclopedia illustrata di uomo sulla cinquantina che dalla vita può ottenere tutto e tutto ha ottenuto:
moglie a casa a badare ai figli diligenti ma spensierati, carriera lavorativa remunerativa e in ascesa, partita a calciotto del venerdì sera e un hobby casalingo domenicale a caso, nella fattispecie assemblaggio di navi in bottiglia. Erito gli invidiava l’espressione perennemente serafica, propria di chi ha l’abilità di riservare poca attenzione alle mille preoccupazioni della vita o di chi si fa iniezioni di botox almeno una volta l’anno.
«Smettila di chiamarmi così. Sai che la tv non la accendo proprio».
«Dicono tutti così».
L’umidità era aumentata parecchio. Erito aveva imparato a distinguerne il particolare fastidio che le consumava il ginocchio destro e le risaliva fin sulla coscia. L’iPad continuava a gridare gli idioti senza timpani e i loro coiti musicali violenti.
«Bel disco comunque, Alexis», si complimentò Napoleone.
Erito trattenne a stento quello che avrebbe voluto essere un sorriso conciliante, ma che risultò solo una smorfia di disappunto:
«Voi due avete finito?»
«Mercyful Fate, giusto? Che album?», continuò Napoleone, ignorando il commento.
«Melissa».
«Senti, Melissa, ficcati le cuffie all’orecchio come un’autistica normale e lasciaci lavorare», sentenziò Erito, tranciando di netto la conversazione tra l’amico e la goth annoiata a cui lei non era stata invitata. Ad Alexis bastò staccare il jack degli auricolari dell’iPod viola lucido e infilarlo nell’iPad. Poi alzò il volume in modo che la canzone potesse essere sentita facilmente in tutto il corridoio.
L’uomo ammiccò divertito alla ragazza e con un ghigno da squalo domandò: «Cos’hai scoperto?»
Erito arrancò indietro verso la sala autopsie, convinta che fosse d’aiuto, che ricordare fosse un ritornare sui proprio passi, letteralmente, che la vicinanza fisica valesse alla stregua della memoria. La gamba, però, non amava affatto ricordare: ribolliva e friggeva come se qualche bestia l’avesse prima masticata e poi risputata. Eppure Erito proseguì imperterrita: qualunque cosa le stesse mangiando la gamba ci si sarebbe anche potuta strozzare.
«L’ora del decesso è databile approssimativamente tra la mezzanotte e l’una. Soffocamento. Emorragia petecchiale docet. La profonda lacerazione del fascio giugolo-carotideo è avvenuta post mortem. Lo dimostra lo scarso dissanguamento a dispetto della gravità della ferita. Non c’è segno visibile di opposta resistenza». È incredibile, Erito rifletteva, come il linguaggio riesca a sterilizzare, oggettivare, uccidere una persona una seconda volta, definitivamente. Un’arma alla pari del bisturi. Chissà perché oggi non bastava.
Le unghie nere di Alexis picchiettavano nervose sui tasti minuscoli del display mentre il muro di chitarre cresceva sullo straniante tappeto di clavicembalo. Il telefono nero, uno di quelli ancora dotati di cornetta e filo arricciato, attirava su di sé la polvere del corridoio che poi si spargeva sul banco di alluminio mischiandosi alla ruggine grattata agli angoli. A cosa serviva una centralinista, anzi “un’assistente alle comunicazioni” specifica dell’obitorio non era ben chiaro. Di solito i “pazienti” non chiamavano per prenotare un appuntamento e le comunicazioni con loro sarebbero state abbastanza fallimentari, escludendo sessioni di sedute spiritiche varie ed
eventuali. Un modo per velocizzare i contatti tra il reparto di medicina legale e i vari dipartimenti, avevano dichiarato. Un’occupazione part-time che favorisce lo smaltimento delle pratiche accumulate, avevano giustificato. In realtà era un modo come un altro per battere cassa ai piani alti, così da mangiarci un po’ sopra. Politica, insomma. Il dottor Napoleone ne era esperto.
«Curioso», commentò l’uomo.
«Ne ho visti di più curiosi».
«È curioso come la causa di un decesso tenda sempre ad essere banale in se stessa. Banale come il soffocamento», ribadì con fare assorto, «non trovi?»
«Uccidere una persona è facile. È dopo che viene il difficile».
«Il senso di colpa?»
«L’occultamento».
La sua risata. Si conoscevano da una vita, lavoravano spalla a spalla da quando… Dio, da sempre, ma la sua risata era rimasta la stessa. Non era invecchiata. Non si era corrotta, indebolita,
la sua risata.

© Letteratitudine

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