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LA PAZIENTE N. 9, di Alessandro Defilippi

novembre 2, 2012

LA PAZIENTE N. 9, di Alessandro Defilippi
Mondadori, 2012 – pagg. 316 – euro 18

Leggi l’intervista di Massimo Maugeri a Alessandro Defilippi pubblicata su La poesia e lo spirito.

La scheda del libro
La paziente n.9Genova, 1942. Un colonnello dei carabinieri tormentato da un rimorso divorante. Un giovane psichiatra tedesco dagli occhi azzurrissimi e profondi, che nasconde un indicibile segreto. Un tetro manicomio, nella pace delle colline che si affacciano sul mare. Una donna bellissima e molto amata, preda di un demone oscuro che la induce a dipingere sul muro con il suo stesso sangue. Una serie di omicidi efferati. L’ombra della guerra, che si allunga su tutti come l’ala nera di una più grande follia. E la TEC, appena diventata di moda: terapia elettroconvulsivante. Elettroshock. Occhi imploranti, occhi spietati, occhi spalancati per il terrore. C’è poco tempo per fermare la follia che cresce. Quello che avete tra le mani è un romanzo dal ritmo serrato, che mozza il fiato, e un’indagine appassionata e dolente sulle menzogne dell’animo umano e sul coraggio necessario a svelarle. È un rigoroso romanzo storico e insieme un libro più che mai contemporaneo per la forza delle sue immagini, che scava nelle profondità dell’amore e della paura, senza chiudere gli occhi davanti a nulla.

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, un brano tratto da “La paziente n. 9

La paziente n. 9Il corridoio è affollato di ombre. Sui lati, le porte socchiuse della lavanderia e del bagno; in fondo, spalancata, quella della corsia. Lì il corridoio fa un gomito: oltre, ci sono le stanze per l’isolamento, dove Liliana ha sempre evitato di entrare da sola. Sono vuote, in questi giorni, eccetto la cinque, sempre con la porta chiusa, sbarrato anche lo spioncino con la grata.
Lei l’ha vista, la paziente numero cinque: un paio di settimane fa, una sera, poco prima della fine del turno, ha visto arrivare una berlina nera: l’automobile è entrata dal cancello posteriore dell’ospedale e ha posteggiato nel cortile. Ne sono scesi due uomini in abito grigio, che sono spariti nello studio del medico di guardia. Quando sono riapparsi, scortavano una figura avvolta in un mantello. Un mantello da sera, ha pensato lei. E ha capito che era la numero cinque. Gli uomini l’hanno scortata lungo i corridoi, in silenzio, guidati dal medico. Lei aveva capito che era una donna soltanto perché da sotto il mantello sporgevano scarpe con i tacchi, e caviglie velate da calze di seta, calze sottili, come non ne aveva mai viste. Dovevano costare metà del suo stipendio, e molto più della matita con cui si traccia sulle gambe una riga nera, quando esce con Mario, la domenica. E quella sera la porta della cinque è rimasta spalancata. Poi, la mattina dopo era di nuovo chiusa e lei la donna non l’ha più vista. Lo spioncino è sempre chiuso, e a portarle da mangiare ci pensano Irma o la Crisetti, la caposala, che tiene tutte le chiavi del reparto in un anello di ferro appeso alla cintura. San Pietro, la chiamano; San Pietro dalle Mani Pesanti, perché spesso ne lascia traccia sulle guance delle più giovani.
Continua ad avanzare nel corridoio muto, un passo dopo l’altro, la mano che striscia contro la parete, per farsi compagnia. A questo punto deve oltrepassare le porte accostate della lavanderia e del bagno. S’arresta, il respiro affannoso: le lampade notturne vacillano, e i battenti dischiusi proiettano ombre taglienti, ombre che sembrano vive. Stacca la mano dalla parete, chiude gli occhi e fa tre passi di corsa, attenta a non farsi sentire. Ecco: ce l’ha fatta. Nessuno si è sporto dalle stanze; nessuna mano l’ha sfiorata. Caparbia, torna indietro, aprendo la porta della lavanderia. La grande vasca per il bucato luccica nella luce della luna.
Riprende il cammino, più tranquilla, fino alla corsia. Sporgendo la testa oltre il battente, vede le donne a letto, immobili. Le conta: una, due, tre, quattro… dieci… venti. Ci sono tutte. Dormono davvero? Nessuna che passeggi tra i letti? E di quelle contenute con le cinghie, nessuna che si divincoli?
Entra nella camerata, il passo leggero. Non le vuole svegliare: così sarà una notte tranquilla, e poi, le fanno pena quelle donne di tutte le età, dai capelli aggrovigliati o rasati per i pidocchi. Strano: hanno tutte la testa coperta dal lenzuolo. Tutte quelle non contenute dalle cinghie. S’accosta a uno dei letti: la luna scivola come latte dalle finestre, disegnando sulla coperta una rete di sbarre. Poi scompare, e già all’esterno, lento, inizia il tamburellare della pioggia. Liliana scosta l’angolo del lenzuolo, scoprendo il volto dell’internata. Gli occhi della donna sono spalancati, fissi sulla porta. Le labbra secche si muovono, ripetendo parole silenziose. Liliana le accosta l’orecchio alla bocca: Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, ora e nell’ora della nostra morte; Santa Maria, Madre di Dio…
Riabbassa il lenzuolo e fa il giro di tutti i letti. Le ombre nella stanza ora sembrano più grandi. Forse sono più grandi. Le donne sono sveglie nel buio; tutte mormorano parole inudibili; tutte sembrano rivolte verso la porta.
“Liliana! Allora?”. Mentre è immobile sulla soglia, le giunge il richiamo di Irma, come da molto lontano. Dalla sala infermieri proviene una luce calda, e le pare che quella luce sia irraggiungibile.
Guarda a destra, verso le camere di isolamento.
Senza rispondere a Irma, imbocca la curva del corridoio.
In quel tratto c’è un’unica lampada accesa, e Liliana cammina senza far rumore, come se non dovesse farsi sentire. Ma non dalle ricoverate: sono sveglie, quelle; sveglie e in attesa: questo lo ha capito. Non vuole farsi sentire da Irma. Le chiederebbe cosa sta facendo e poi soffierebbe il fumo attraverso l’angolo della bocca, un occhio socchiuso dal disprezzo per quella ragazza inutile. E, più ancora, non vuole che la senta l’internata della cinque. Lei, se la vedesse, guarderebbe con commiserazione le sue gambe infilate nelle spesse calze di lana, il suo viso privo di trucco. La guarderebbe in un modo che non potrebbe sopportare
Eppure, Liliana continua a camminare.
Si dirige verso la cinque. Uno, la corsia; due, tre, quattro, gli altri isolamenti. Cinque l’ultimo, in fondo al corridoio, dove la luce dell’unica lampada stenta ad arrivare.
La sorprende un rumore, monotono e continuo. S’arresta, il cuore che batte veloce, poi capisce. Pioggia: piove sempre più fitto e le gocce colpiscono le lastre di metallo che ombreggiano le finestre. Continua a piovere. Forse pioverà per sempre.
Ecco: è arrivata. Il numero cinque occhieggia sulla targa smaltata. Perché lo spioncino è aperto? Non lo ha mai visto così. Accosta l’occhio: dentro è buio, silenzioso. Si scosta, per tornare indietro -tutto tranquillo, Irma ,dirà, e poi si siederà a pensare al dottor Rella, alle sue mani sottili, in attesa che scenda a farsi fare un caffè, buono come sa prepararlo solo lei, ché glielo ha insegnato la mamma, con la napoletana.
Poi, ode lo schianto di uno zolfanello e s’avvicina di nuovo alla grata.
Un’ombra, nel chiarore sulfureo della fiamma. Una lunga sigaretta. Un velo di fumo. L’occhio della paziente numero cinque -Liliana ne può vedere solo uno, la sclera bianca sul profilo delicato- è puntato verso la parete. Liliana ne segue lo sguardo, nel chiarore che muore, e intravede quel che c’è sul muro.
È un’immagine rossa, striata di gocce che ancora scorrono sull’intonaco: un uomo, dipinto col sangue. Accanto all’uomo, un altro occhio, un occhio di sangue, la fissa, spalancato, ineluttabile.
È allora che grida.

© Letteratitudine

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