Home > Articoli e varie, Interviste > LE MONETINE DEL RAPHAEL di Franz Krauspenhaar

LE MONETINE DEL RAPHAEL di Franz Krauspenhaar

novembre 3, 2012

LE MONETINE DEL RAPHAEL di Franz Krauspenhaar
Gaffi, 2012 – Pagg. 217 – euro 17

di Massimo Maugeri

Franz Krauspenhaar è nato a Milano da padre tedesco e madre italiana, nel novembre del 1960. Ha scritto e pubblicato, dal 1975 al 2011 diversi racconti e romanzi per grandi e piccole case editrici.
La sua pubblicazione più recente è il romanzo “Le monetine del Raphael“, edito da Gaffi editore.

È la fine di aprile del 1993. All’ingresso dell’Hotel Raphael, una folla aspetta che Bettino Craxi esca. Il sorriso beffardo del Capo denudato si spegne in una pioggia di spiccioli che gli vengono scagliati contro. Il punto di vista prescelto è quello di Fabio Bucchi, pittore della “sua corte”. I quadri di Bucchi che rappresentano il proprio corpo avvizzito, pur nella virilità e nello slancio della giovinezza, divennero l’autoritratto di quell’Italia frenetica e nel contempo in putrefazione.

– Caro Franz, come sai mi incuriosisce sempre conoscere la genesi di un libro. Così chiedo anche a te: come nasce “Le monetine del Raphael”? Da quale esigenza o fonte di ispirazione?
Ogni libro come sai ha vita e dunque nascita propria. Questo è venuto fuori a seguito della stesura di un breve saggio narrativo, Un viaggio con Francis Bacon, scritto nel 2007/2008 e pubblicato nel 2010 da Zona. Il saggio era davvero un viaggio assieme a questo grande personaggio, al più grande pittore figurativo (ma forse non solo) della seconda metà del 900. La dimensione del viaggio è mia, nel senso che come autore sento di viaggiare a lungo e profondamente in ogni libro che scrivo. Un romanzo è un “viaggio”, mentale fin che si vuole, ma in fondo anche un viaggio fatto spostando il proprio corpo in un altro continente non è soprattutto mentale? E quindi è stato naturale passare dal saggio al romanzo; volevo raccontare Bacon anche nella narrativa, ma non potevo prendere lui, l’avevo già parzialmente fatto. Dunque Bacon, Francis Bacon, il genio della pena, si è trasformato nel milanese Fabio Bucchi, nato nel 1943. Diverso dal’originale, di altra generazione, con una vita – soprattutto antecedente a quella di artista di successo internazionale – molto diverso. Simile è però l’approccio all’arte, il gesto del dipingere, la furia, l’assenza di speranza, una certa propensione per il vizio. Bucchi (le cui iniziali non a caso sono quelle di Francis Bacon) è un uomo pieno di contraddizioni, di ferite non rimarginate. Comunque il romanzo segue il saggio, è come se avessi voluto eliminare la mia ossessione per Francis Bacon in due atti, sviluppati in modo affatto diverso.

-Ritieni che quel periodo storico (aprile 1993) abbia un’importanza particolare nell’ambito della storia recente del nostro paese?
Certamente. Il romanzo ha inizio con quel lancio di monetine, il titolo è quello, come un marchio che però avvolge diversi decenni della nostra storia. Dunque parto da quell’episodio per riavvolgere il nastro della storia italiana, attraverso la testimonianza di questo artista diciamo così maledetto, fino al 43 anno della sua nascita, soprattutto agli anni 50 della sua infanzia, e via via; col tempo del ricordo, un procedimento narrativo che avevo già usato in Era mio padre: il romanzo è un monologo interiore e del ricordo e segue i suoi tempi, che non sono cronologici: dunque anche nel romanzo Bucchi rievoca la strage di Bologna e ciò che ha provocato nella sua coscienza con gli anni 60 della giovinezza e la Milano da bere della relativa maturità e del successo finalmente raggiunto grazie alla compromissione coi socialisti.

– Approfondiamo la conoscenza di Fabio Bucchi. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti?
Un uomo perdutamente solo, mai soddisfatto, capace di grandi slanci ma anche di bassezze, un opportunista ma anche un idealista. Ho voluto fare di Bucchi la mappa umana del nostro sempre più contraddittorio paese. Bucchi è l’Italia, coi suoi splendori e le sue miserie. Un uomo che non crede più in nulla ma che al fondo, anche senza saperlo, non può non dirsi cristiano.

– Cosa abbiamo imparato (se qualcosa abbiamo imparato) dagli errori commessi nei primi anni Novanta?
Nulla. Tutto è peggiorato, e se pensiamo a quegli anni, soprattutto a Bettino Craxi, pensiamo a qualcuno che aveva portato all’esasperazione una tendenza ben radicata nella nostra politica, ma che aveva dimostrato di essere un politico vero: con molte ombre ma anche con qualche grande lampo (penso a quando si batté con vigore perché fosse fatto di tutto per liberare Aldo Moro). Oggi siamo giunti a una specie di capolinea: quello che credevamo il capolinea (rappresentato da quel lancio abbastanza infame di monetine) si è sposato ancora in avanti: vent’anni dopo, abbiamo trovato il nostro capolinea in un baratro terrificante. Abbiamo creato mostri (lo stesso Di Pietro, e ora anche Grillo) che hanno spostato l’asticella del salto in alto verso il nulla i cui recordmen sono stati per lungo tempo i leghisti. Non abbiamo imparato niente, non siamo stati capaci che di gettare delle monetine addosso al grande capo sconfitto; e subito dopo, in massa, questa gente ha premiato Berlusconi, cioè l’uomo che era stato miracolato da Craxi, e così via. Una spirale senza fine. L’Italia è un paese dell’orrore, la verità è questa, e nel libro tale assunto viene spiegato bene, credo.

– Hai già presentato questo libro in vari luoghi. Che riscontro sta avendo tra i tuoi lettori? C’è qualche aneddoto particolare che puoi raccontarci?
Aneddoti particolari per ora non ne ho. Ho fatto un brevissimo tour estivo, e ora mi preparo per tre date importanti: il 7 a Roma alla Casa delle Letterature, con Achille Occhetto e Andrea Di Consoli, poi a Latina, alla Feltrinelli, l’8, e il giorno dopo alla Zaum di Bari, una nuova libreria. Il 13 sono alla Feltrinelli di Brescia.

© Letteratitudine

Segui Letteratitudine Radio

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: