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È LA TV, BELLEZZA!, di Mariano Sabatini

novembre 14, 2012

In esclusiva per Letteratitudine, l’introduzione di E’ LA TV, BELLEZZA!Se la conosci, puoi difenderti di Mariano Sabatini

Lupetti, 2012 – pp. 264 – euro 16,00

“A voi che fate, disfate e distruggete la televisione; a voi che la seguite, la subite, la discutete, raccomando questo libro per certi versi spassosissimo: come lo sono quasi sempre le idee intelligenti.” – Presigla di Elda Lanza

Chi sono i nuovi protagonisti della televisione? Quali sono gli argomenti che oggi acquisiscono rilevanza e notorietà? Quali volti catturano maggiormente l’attenzione del pubblico? Quali sono i nuovi poli televisivi?
L’autore conduce un’analisi che approfondisce i recenti mutamenti della programmazione e conduzione televisiva (un esempio per tutti, il caso Santoro e la Rai), mettendo sotto torchio un aspetto rilevante della società odierna
Inoltre, viene indagato il fenomeno della larga diffusione della tv satellitare: cosa ha comportato questa novità mediatica? E ancora, le nuove tipologie di format, gli approfondimenti politici che oggi colpiscono maggiormente il telespettatore…
Il libro non mancherà di suscitare un dibattito interessante, che a fronte di una parcellizzazione dell’audience pone al suo centro la potenza, oggi ancora più evidente, della funzione della tv nel contesto sociale, culturale e politico.

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L’introduzione di E’ LA TV, BELLEZZA!, di Mariano Sabatini

Pietà per il povero Critico
(quasi un’introduzione)

Se inseguendo chissà quale fantasia vi siete convinti che guardare la tv e scriverne sia un mestiere da privilegiati, vuol dire che non avete valutato il giusto, uno dei rovelli quotidiani con cui lo sciagurato Critico deve misurarsi. Lo chiamerei il dilemma di Conrad, Joseph Conrad. Ovvero, come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo la televisione sto lavorando? Il venerato autore di Cuore di tenebra pare, invece, avesse problemi quando si metteva alla finestra; magari cercando di catturare la fisionomia di un personaggio o la svolta di una trama. Va da sé che nell’abitazione di un videodipendente di professione è quanto meno auspicabile che l’apparecchio televisivo sia molto acceso e non solo su rappresentazioni teatrali, opere liriche, certamina di poesia, documentari scientifici, lezioni del consorzio Nettuno… Per lo più il Tristo Figuro dovrà “nutrirsi”, per dovere inalienabile, di reality show, talk rissosi, varietà trash, pessima fiction.
Se poi lo Sventurato avesse, tanto per dire, due figliole in età scolare, dovrebbe altresì sforzarsi di  far capire – senza purtroppo dare il buon esempio, ma razzolando malissimo – che il lavoro del papà consiste nel guardare discutibili trasmissioni, a loro tassativamente precluse, per poi scriverne. Con il massimo di obiettività possibile. Per la serie, è un duro lavoro: qualcuno deve pur farlo.
Finché ci sarà libertà di critica se ne gioverà anche il mezzo televisivo, poiché autori, conduttori e dirigenti televisivi – per lo più circondati da una corte adorante-benedicente- scodinzolante per via di clausole contrattuali dichiaratamente vessatorie, e soprattutto per patti di sangue (sanguinari?) non scritti – potranno contare su appunti, riflessioni, giudizi o addirittura severe stroncature non viziati dalla contiguità o dall’interesse. Ed è, perciò stesso, auspicabile che l’oscuro Critico televisivo svolga in via esclusiva la sua attività di visione e analisi dei programmi; senza intervistarne i realizzatori, autori, produttori, conduttori.
Farà meglio, ancorché giornalista, a evitare l’attività di estensore di cronache, che lo porterebbero a stretto contatto con i solerti addetti stampa dei network,  formidabili questuanti.
Sembra facile? Non lo è. Ci si condanna a un’emarginazione tanto proficua per la professione, quanto pesante per la vita personale, ed è meglio avere una solida autostima di serie. Di rado, infatti, chi si assume l’onere di una rubrica di  critica televisiva, riceve telefonate di ringraziamento a seguito di pezzi spietati.
Capiterà solo nel caso quelle recensioni appaiano funzionali ai giochi di potere che si allestiscono nelle segrete stanze dei dirigenti.
Scusandomi per la spigolatura autoreferenziale, più frequenti sono le aggressioni per strada, le letteracce, gli sguardi in tralice, le telefonate di protesta ai direttori, le querele.
Di solito si scambia l’attività del critico con quella di pierre o life coach: la critica deve essere costruttiva, si sente dire. Niente di più sciocco, altrimenti il critico si metterebbe a scrivere testi, inventare format, dirigere reti. La critica deve essere elogiativa se la trasmissione cui si riferisce lo merita, distruttiva se  si tratta di un format mal confezionato. Considerato ciò che contemplano i palinsesti, tra le due ipotesi, la seconda è la più probabile, benché non sempre utile ai lettori. Anzi. A giudicare dalle certificazioni d’ascolto diffuse quotidianamente dall’Auditel, sono spesso le trasmissioni deteriori a catturare le masse, per quello che definisco l’effetto tamponamento. Fateci caso, quando siete in auto sull’autostrada, la fila si forma quasi sempre per via di guardoni che bramano la vista del sangue. Arrivati alle lamiere contorte, si spera senza feriti, la viabilità riprende come se nulla fosse successo. E spesso è così. Allo stesso modo, i programmi che promettono il peggio attraggono quantità di pubblico maggiore, benché, dopo, quello stesso pubblico si sentirà per lo più umiliato per aver assecondato una pulsione di infima natura.
Un altro dei pregiudizi con cui l’impavido Critico dovrà convivere è quello nutrito dal vecchio adagio: chi sa, fa, e chi non sa, insegna, o nella fattispecie pontifica. Tertium non datur, ed è qui l’errore marchiano. Tanto per dire, Beniamino Placido, il più pirotecnico e dotto dei critici tv degli ultimi decenni, prima di firmare, per intuizione di Eugenio Scalfari, i suoi corsivi dedicati al piccolo schermo aveva fatto, ideato e condotto trasmissioni culturali.
E tornò a farlo in tandem con Indro Montanelli, nel 1994 a Eppur si muove, dopo aver interrotto la rubrica su “Repubblica”.
Per quanto mi riguarda, sono stato cooptato dalla tv per volontà di Luciano Rispoli nel 1993, quando intravide in me doti da autore. Gli sarò sempre riconoscente per la lungimiranza e il pizzico di incoscienza che, da grande talent scout (a lui devono il debutto Raffaella Carrà, Maurizio Costanzo, Paolo Limiti, Gianni Boncompagni, Paolo Villaggio), gli fecero intuire larvate attitudini, sconosciute a quel giovane giornalista che lo ammirava così tanto. Quando considerai conclusa la mia parabola dietro le quinte mi venne facile – per scelta meditata e senza frustrazioni da metabolizzare – rispolverare il tesserino professionale e, conoscendo un po’ la materia, propormi come analista del mezzo.
Nel 2006 Giampaolo Roidi, direttore di “Metro” al quale mi rivolsi, comprese al  volo ciò che gli proponevo e da allora ogni santo giorno mi ha lasciato libero di firmare il mio Fattore S su conduttori e programmi. Poche battute, condite di ironia e assemblate più che altro per il desiderio di condividere certe riflessioni con la sterminata massa di lettori di un quotidiano free press. Gli articoli lunghi  che seguono sono nati, invece, per il portale Tiscali Notizie diretto con savoir-faire da Fabrizio Meli e Stefano Loffredo. Ho deciso di raccoglierli in volume perché mi sembra che, letti in sequenza, possano dare un saggio del profondo cambiamento televisivo in atto.
Sebbene nei prossimi capitoli potrete leggere parole anche dure all’indirizzo di presentatori, giornalisti o soubrette, voglio ribadire che continuo ad amare la televisione: strumento affidato sovente alle cure sbagliate, che ne mortificano le potenzialità e ne sviliscono la natura. La critica televisiva può servire a questo, ad affinare il gusto e a esaltare il lavoro di alcuni televisivi virtuosi.
Penso a Franca Leosini, Milena Gabanelli, Giovanni Minoli, Piero e Alberto Angela e a qualche altro. Pochi, per la verità.
Se la critica d’arte o letteraria si giova dell’aggettivo cui si accompagna e ne esce accresciuta nella stima di chi legge, quella televisiva deve di volta in volta trovare assoluzione. In attesa di un’indulgenza plenaria. Sebbene anche  l’editoria produca molta spazzatura cartacea, il disgusto con cui viene guardato il Critico televisivo non ha pari.
La memoria risuona ancora della clamorosa invettiva di Sandro Viola, inviato di “Repubblica” appena scomparso, pubblicata nel luglio 1991 sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: “lo dico senza alcuno spirito di vanteria, anzi timoroso d’incappare nei sarcasmi di Beniamino Placido che vedo pochissimo la televisione. Passata l’adolescenza, ho trascorso quattro quinti delle mie serate fuori casa, lontano dai televisori; e adesso che la vecchiaia mi costringe ad abitudini più domestiche, leggo qualche libro. Vecchi romanzi, avventure di viaggio: roba semplice, non certo i testi ponderosi che vediamo citati nelle critiche televisive a ogni puntata di Créme caramel. Ma è vero che in una settimana m’accade di trascorrere un paio d’ore, più o meno, davanti al teleschermo. […] Inutile entrare nei particolari, immaginare le sofferenze di chi è costretto oggi ad assistere alle puntate di Dinasty o di Beautiful, domani a diffondersi su Biscardi e Bongiorno, dopodomani a dare un giudizio critico su Tra moglie e marito o Cuando calienta el sol. Qualsiasi persona civile intuisce perfettamente che deve trattarsi di un inferno.
Così, il primo impulso dinanzi alla fatica del critico televisivo è quello d’una commossa solidarietà. Composta da uomini di grande finezza intellettuale, questa categoria fornisce adattandosi ogni giorno a una sua spaventosa traversata del deserto un fulgido esempio di spirito di servizio. Che tenacia, nel restare anni e anni affondati nella poltiglia stomachevole delle giornate televisive.
Che senso della missione nello sforzo di nobilitare quegli abissi di stupidità con riferimenti continui alla Grande Cultura. Quando un critico televisivo cita Platone o Nietzsche o Lévy-Strauss recensendo uno spettacolo con la Cuccarini, mi viene sempre in mente Errol Flynn nella Carica dei seicento. Quel tentativo disperato di tenere alto il vessillo della brigata di Cavalleria Leggera, di non farsi travolgere dal nemico, così come il critico televisivo inalbera la bandiera della Cultura, impugna intrepido le armi della Ragione, per non soccombere tra i miasmi dei Varietà serali. Sì, un coraggio da leoni. Perché una volta oltrepassati i liquami dei Varietà e delle soap-operas, il resto è anche peggio. I sudori del Costanzo Show, le apparizioni del direttore del Tg3, Alessandro Curzi, i fazzoletti da taschino dei giornalisti del telegiornale. Dio, com’è vestita questa gente! Cos’è capace di mettersi addosso Pirrotta! E il critico televisivo lì, indomito, a sopportare tutto: il tedio assassino di Samarcanda, gli shampoos del prof. Sgarbi, gli sproloqui di Mixer-cultura.
Sempre vigile, sempre garbato, sempre costruttivo.
Oggi un appunto a Donatella Raffai, domani una lezioncina sull’Espressionismo tedesco a Raffaella Carrà, dopodomani un rimprovero affettuoso accompagnato da alcune impeccabili indicazioni sulle tesi di Edward Gibbon) a Minoli. Fermezza di carattere che bisognerebbe additare ai giovani, totalità dell’impegno culturale che meriterebbe penso, per esempio, ai Lincei ben altra considerazione. Il critico televisivo, infatti, non si scoraggia mai. Nella sua settimana di televisione trova sempre qualcosa di meritorio, di edificante, di Significativo. Con l’occhio acutissimo che dà soltanto un’immensa cultura, eccolo individuare qui un tema sociologico, lì uno spunto morale, lì ancora un nuovo aspetto del linguaggio. Noi vediamo scorrere dinanzi ai nostri occhi la Cuccarini, la Goggi, Curzi, Pippo Franco, Pirrotta, Chiambretti, Baudo, Biscardi, e non riusciamo a scorgere nient’altro che la loro tremenda ineleganza. Il critico televisivo li scruta invece come se fossero bilanci della Fiat, statistiche sul crimine, rapporti sulla situazione internazionale: convinto che dietro quelle presenze così fastidiose esistano Significati d’interesse generale che vanno colti, analizzati, spiegati al lettore della sua rubrica. Nulla della tv, assolutamente nulla, è da buttar via: e nella giornata più disperatamente vuota, ci sarà sempre da cogliere in fallo Edwige Fenech con l’ausilio d’un brano di Walter Benjamin”.
La replica di Placido, sul filo dell’ironia che lo pervadeva, non si fece attendere e fece notare che le stesse espressioni negative erano state usate tante volte nella storia della cultura: per il romanzo gotico, per i feuilleton di fine Ottocento, per la commedia cinematografica degli anni Sessanta. Salvo a rendersi conto, trenta o cent’anni dopo, che in quella “poltiglia” si nascondevano autentiche perle degne di essere studiate all’università.
Ma i pregiudizi non muoiono all’alba e sul “Venerdì” del maggio scorso, forse un po’ in ritardo, Curzio Maltese si è sentito in dovere di rimembrare e ribadire: “All’epoca facevo ogni tanto il critico tv per ‘La Stampa’, trascinato dal cattivo esempio dei maestri, in primis Sergio Saviane e Beniamino Placido, ma mi rivolsi presto ad altro. Non riuscivo a capire perché due fra le persone più intelligenti che ho conosciuto trascorressero le loro serate in casa a guardare cassette di programmi orribili.
Non bastasse, Placido per fare la critica aveva dovuto rinunciare a una grande carriera televisiva, dopo essersi rivelato, con le serate dedicate a Garibaldi, Marx, Manzoni, Freud, il più brillante divulgatore culturale sulla scena delle tv pubbliche europee.
Il fatto è che gli articoli di Saviane e Placido descrivevano il cambiamento profondo del paese. Oggi non sarebbe possibile perché la televisione non è più lo specchio della società, ma solo dei partiti che la occupano”. Come se anche questo non fosse un mutamento sociologico di cui dar conto, senza requie, sconti o distrazioni. Distoglietevi, suvvia, lasciateci lavorare, altrimenti potremmo cominciare a eccepire sul ruolo dei cronisti parlamentari e dei notisti politici. A ognuno la sua corvée quotidiana.

© Lupetti – E’ LA TV, BELLEZZA!, di Mariano Sabatini

Mariano Sabatini

(Roma, 1971) giornalista, dagli anni Novanta ha scritto su quotidiani, periodici e per il web. Dal 2004 ha curato la critica televisiva del quotidiano “Metro”, primo free press italiano, e poi del portale Tiscali Notizie.

È stato autore dei programmi di grande successo per la Rai, Tmc e altri network nazionali:Tappeto volanteParola miaUno Mattina e molti altri. Oggi continua a frequentare gli studi televisivi come opinionista. Dal 1996 ha condotto rubriche su Radio Rai, Play Radio, Radio Capital e altre emittenti.

Da diversi anni dispensa Consigli per le letture dalle frequenze di IdeaRadio. I suoi libri sonoLa sostenibile leggerezza del cinema (Esi, 2001), Trucchi d’autore (Nutrimenti, 2005), Altri trucchi d’autore (Nutrimenti, 2007), Ci metto la firma! (Aliberti, 2009), L’Italia s’è mesta (Perrone, 2010).

© Letteratitudine

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