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LA DANZA DELLA VITA, di Roberta Borsani

novembre 16, 2012

La danza della vita. Comprendere il femminile attraverso le fiabeIn esclusiva per Letteratitudine, l’introduzione di LA DANZA DELLA VITA. Comprendere il femminile attraverso le fiabe, di Roberta Borsani
Lindau, 2012 – pag. 180 – euro 16

Qualche volta la nostra vita sembra un oscuro sentiero, dove procediamo a tentoni temendo trappole e pericoli ignoti. Solo quando il percorso è conosciuto il passo diventa cadenzato e sicuro, come in una danza. È possibile delineare una mappa della vita? Un modello che derivi dall’esperienza remota del genere umano? Una tale sapienza esiste, ed è quella perennemente vitale delle fiabe. Senza assumere teorie aprioristiche o dissolvere l’incanto poetico della narrazione, l’autrice esamina, attraverso questo fecondo patrimonio tradizionale, le opportunità e i rischi che si presentano all’esistenza femminile. Ci sono ragioni profonde che spingono Biancaneve a cadere nelle insidie della strega, sprofondano Rosaspina nel sonno e destinano Gretel a svelare l’inganno della casetta di marzapane. Le fiabe gettano una luce viva sulle sofferenze delle donne: disturbi alimentari e affettivi, disamore di sé, naufragio delle relazioni e, non meno che in passato, violenza. Chi la subisce senza reagire può rivelare una personalità poco consapevole del proprio valore e incapace di rinnovarsi. Gravata delle qualità dell’archetipo, la donna si vede negare la complessa realtà della sua persona e un ruolo sociale da protagonista, con ripercussioni avvilenti. Le fiabe la aiutano a ricongiungersi con la parte emozionale e sognante della sua anima, a comprendere i drammi con cui si misura ogni giorno, a trovare la strada di una più autentica e intima emancipazione.

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L’introduzione di LA DANZA DELLA VITA. Comprendere il femminile attraverso le fiabe, di Roberta Borsani

La leggenda può servire alla storia e la fiaba alla vita: ma storia e vita non sono poi l’una continuazione dell’altra?
Olga Visentini

La nostra vita a volte somiglia a un oscuro sentiero, in cui procediamo con angoscia e trepidazione temendo pericoli ignoti. Altre volte somiglia a una corsa affannosa all’inseguimento di un’occasione percepita troppo tardi, e che ormai sfuma dietro l’orizzonte. Solo quando il percorso è conosciuto e i tempi sono attesi, il passo diventa ritmico e sicuro, come in una danza.
È possibile parlare di una mappa della vita? Esiste un tracciato che possa fungere per noi da modello, permettendoci di fare tesoro dell’esperienza remota del genere umano e restituirci la familiarità con i ritmi di una natura che è la nostra?
Questo libro mostra che tale sapienza esiste, e non è quella arida e sempre bisognosa di aggiornamento dei trattati, ma quella ancestrale e perennemente vitale delle fiabe. In esse, da tempo immemorabile, l’esperienza umana ha distillato il proprio succo servendosi dei simboli che scandiscono il passaggio dal dramma alla risoluzione, dalla confusione all’ordine interiore: ciò che fa della vita non più un erramento ma un’iniziazione alla compiutezza.

La propensione a narrare nasce dal cuore stesso dell’uomo. Ha radici profonde, che precedono di molto quella che oggi chiamiamo civiltà. Ogni regione del mondo, ogni comunità, per piccola e primitiva che sia (anche quella del villaggio neolitico), ne ha accolto l’impulso dando origine a miti, saghe e fiabe: colonne portanti della cultura dei popoli.
Ma anche il singolo individuo, ancora in tenera età, appresi i primi rudimenti del linguaggio, si abbandona con immensa soddisfazione al piacere di raccontare. Più tardi incontrerà le più complesse narrazioni adulte, che seguirà rapito e che nessun parente o educatore, per quanto illetterato, gli farà mancare, potendo attingere a un modello ancestrale, indipendente, almeno in apparenza, dai prerequisiti culturali: quello della fiaba, che scaturisce dalla notte dei tempi, è universalmente diffuso e presenta un numero limitato di varianti.
La fiaba accoglie, svolge e spiega i momenti fondamentali della vita attraverso cui l’individuo deve passare per giungere ad affermare compiutamente la sua personalità. Molti studiosi del folclore vi hanno letto la memoria ancestrale di riti iniziatici che nelle società primitive ogni maschio deve superare per poter accedere al mondo degli adulti. In effetti i maltrattamenti, le aggressioni e i danni psicofisici che i protagonisti subiscono nella fiaba ricordano abbastanza da vicino le sofferenze e perfino le ferite o le piccole mutilazioni inferte all’iniziato nel corso delle cerimonie di passaggio.
Le fiabe rappresentano simbolicamente le situazioni tipiche in cui ogni persona può trovarsi coinvolta nel corso della sua normale esistenza. Le quotidiane battaglie contro ombrosi nemici che, usando la squalifica, la calunnia o l’inganno, oscurano lo splendore di chi cammina verso la realizzazione piena di sé. I soprusi del potere che affossa il povero ed esalta il ricco. Il timore delle forze misteriose (incantesimi e malefici scaturiti da un cuore invidioso più o meno consapevole) davanti alle quali anche il più audace può risultare fragile.
Le fiabe sanno essere crude. Inventano ma non mentono. Soprattutto quando parlano di rapporti umani o quando devono tracciare il quadro delle relazioni familiari. Anzi, se hanno un difetto, è quello di smascherare con una spregiudicatezza eccessiva − senza giustificare razionalizzando e addomesticando − il lato oscuro che si annida nelle relazioni parentali. Quel lato che, quando esplode, riempie le pagine della cronaca nera.
C’è verità, e tanta, nelle fiabe. Se il linguaggio di cui esse si servono è fantastico, i contenuti profondi aderiscono totalmente alla vita. Ingiustizia, violenza e orrore sono aspetti che la fiaba non rimuove. Come non rimuove l’orco o la strega che potenzialmente si annida in ciascun individuo quando si rende disponibile al male.
Al di là del puro intrattenimento e del bisogno di registrare i ritmi della vita in una tradizione orale, la narrazione fiabesca svolge anche una funzione sottilmente terapeutica: abbraccia gli eventi in una cornice sintetica e inserisce le crisi in una prospettiva risolutiva. Comprendere l’esistenza è possibile raccontandola: distendendola nel tempo, come un filo, dall’esordio all’epilogo. Selezionando i momenti drammatici, le «soglie» attraverso cui si rivela il carattere profetico di ogni accadere. È un lavoro che noi umani rifacciamo di continuo. Per dirla con Maria Zambrano: «L’uomo è una strana creatura a cui non basta nascere una volta sola: ha bisogno di venire riconcepito». E in questa rigenerazione incessante si nasconde probabilmente il segreto del suo equilibrio interiore e della sua salute…
Dopo tutto, il compito del terapeuta consiste nel trasformare in discorso fluido e sensato ciò che si presenta come ostacolo, groviglio, ossessione, aiutando il paziente a ricomporre i frammenti di una narrazione spezzata. Il terapeuta è un possibile induttore di quella capacità narrativa che a causa di un’esperienza traumatica si è arrestata, e con Freud e Jung la psicologia del profondo si è appropriata non solo del simbolismo delle fiabe, ma anche della loro dinamica interna a fini terapeutici.
Nel momento in cui le fiabe presentano una situazione critica, un nodo che appare inestricabile, ne prospettano infatti anche la soluzione simbolica. Per questo, a partire dalle terapie basate sull’immaginazione attiva, alcuni terapeuti vi hanno fatto ricorso come strumenti di guarigione. Ad esempio, Paola Santagostino fa inventare fiabe ai propri pazienti e tramite l’interpretazione delle stesse riesce a capire molto della loro patologia e delle loro sofferenze, oltre che a stimolarne la guarigione. Mentre scrivono la propria fiaba i pazienti arrivano spesso a un punto morto, faticando a trovare in autonomia una soluzione che permetta di procedere oltre. L’intervento del terapeuta consiste nel suggerire immagini capaci di suggestionare il narratore al punto da spingerlo a completare la narrazione, avviando un processo psicologicamente costruttivo.
Va detto che, a differenza di quanto accade nel linguaggio «archeologico» della psicanalisi (sempre alla ricerca della causa, dell’evento traumatico che ha generato il sintomo nevrotico), nella fiaba non ci si guarda mai indietro. Lo struggersi, il rimuginare, il rinfacciare non le appartengono. La vita è dura, si sbaglia e, quando si può, si ripara. Questa è la sua filosofia. L’eroe «cammina cammina», il suo sguardo è sempre diretto in avanti: il passato è passato, non esiste più. La ricerca delle cause, il risentimento, la vendetta, sono cose del tutto prive di senso se viste nella prospettiva di chi lotta contro il male. E anche quando la vittoria è assicurata, non c’è tempo per lo sfogo vendicativo o la ripicca: l’eroe è già altrove, impegnato a brillare in tutta la sua gloria. Forse per questo i bambini, così vicini a una visione fiabesca della vita, non sono vendicativi. Gli adulti lo diventano perché in loro la vitalità interiore e la spinta alla trasformazione si sono affievolite. Manca il ricambio di un tempo. Le ferite non cicatrizzano tanto in fretta e lasciano segni che stentano a sparire.
La fiaba è, insomma, l’espressione di un dinamismo naturale di per se stesso terapeutico e apportatore di sintesi e armonia. Per questo è tollerante verso l’errore e disposta all’oblio. Torti e mali ricevuti vengono dimenticati in fretta. Il suo perdono è fatto di un’alzata di spalle, senza cerimonie: stare al mondo è difficile, si salvi chi può. In questo atteggiamento si può ravvisare la saggia accettazione della vita per quello che è. Vita che ferisce e guarisce. Lama e balsamo.

L’immagine del viator, del pellegrino, è una di quelle che più efficacemente simboleggiano la condizione dell’uomo sulla terra. L’esistenza umana trascende la circolarità dell’essere biologico e si cala nella storia, dove gli eventi sono tappe di un viaggio: accadono una volta e mai più. Se il viaggio sia dotato intrinsecamente di senso oppure dispersivo e casuale, lo decide l’uomo ogni volta che lo racconta a se stesso scegliendo una chiave di lettura piuttosto di un’altra, decidendo se consegnare la propria esistenza al nulla o alla memoria, come un viatico per l’avvenire.
Senza assumere teorie aprioristiche e dissolvere l’incanto poetico del racconto, ho scelto di occuparmi di percorsi femminili, di esaminare opportunità, tentazioni e pericoli che si incontrano sulla via alla luce del ricco patrimonio di immagini offerto dalle fiabe e dal folclore. Ho confidato «semplicemente» nella saggezza profonda che i simboli e le strutture archetipali della narrazione celano, evitando anche di abbracciare i modelli interpretativi forniti dalla psicologia del profondo.
Sono state insomma le fiabe, opportunamente interrogate, a parlare, svelando le forme drammatiche tipiche del femminile. Tre sono piuttosto celebri: Biancaneve, Rosaspina e Hänsel e Gretel. Una, meno conosciuta, è tratta da una raccolta di fiabe balcaniche e s’intitola La piccola fata.
Lette in controluce, le fiabe dicono perché Biancaneve cade così facilmente nelle insidie della strega, perché Rosaspina dorme cento anni, perché proprio Gretel è destinata a svelare l’inganno della casetta di marzapane e quale malvagia potenza riduce l’autostima femminile a dimensioni minime. In queste protagoniste si possono vedere rispecchiati i lati oscuri di noi stesse, donne di oggi, ma anche le forze segrete di cui disponiamo per affrontare i nostri fantasmi.
A ogni fiaba raccontata e interpretata si accompagnano approfondimenti e riflessioni intorno ad aspetti conflittuali e perfino patologici del vissuto femminile, suggeriti da fatti di cronaca o dal costume. Perché le antiche narrazioni, ben lungi dal ritrarre personaggi di un’epoca remota, gettano una luce viva sulle sofferenze più diffuse del mondo contemporaneo: disturbi alimentari e affettivi, crisi di autostima e naufragio delle relazioni. Se la cronaca continua a trasmetterci le immagini dolorose della violenza che si accanisce sulle donne approfittando di certe loro fragilità, noi snidiamo un male più subdolo e oscuro. Avvitato nelle pieghe di una coscienza poco consapevole del proprio sentire, stregata dal mito dell’eterna giovinezza e dalle sue tecniche di seduzione e incapace di riconoscere le fonti della guarigione.

Incoraggia sapere che la luce proveniente dagli archetipi non è mai traumatizzante, non opera come il «terrorismo dei lumi», che pretende conversioni forzate. Essa si offre discretamente a chi è assetato di conoscenza senza imporre alcuna verità dogmatica. Si deve pur sempre essere liberi di diffidare della diagnosi e della cura, e perfino di perseverare nei propri errori, anche se questo significa cadere nella stereotipia di comportamenti compulsivi e seriali, rinunciando alla bella avventura che la vita e la morte portano con sé. Disturbi alimentari, insensibilità, tristezza, ossessioni e pensieri distruttivi continueranno a perseguitarci e noi non smetteremo di attribuirli a un destino ottuso e imperscrutabile, fino a che non saremo in grado di cogliere un’occasione di riscatto.
Nella vita tutto può accadere, anche cose mostruose. Ma il mostruoso è in fondo pur sempre una caduta dalla quale ci si può risollevare. Non si rimane mai senza via di uscita. C’è sempre una porticina, magari proprio quella che non si dovrebbe aprire.
Le fiabe non ci spiegano che val sempre la pena di mettersi in cammino. Camminano con noi, prendendoci per mano. Il loro linguaggio è vivo, intessuto di simboli affascinanti. E il simbolo è per sua natura dinamico: dà l’impeto e l’entusiasmo senza i quali nulla di grande si può fare.
Il mondo della fiaba è immune dal moralismo, ma è pervaso da una luce aurorale che invoca il risveglio e promette un cammino. Per questo credo che leggere la vita come una fiaba sia il modo migliore per farsi rigenerare dalla virtù della speranza a cui l’età contemporanea sta negando diritto di cittadinanza.

Le pagine che seguono cercheranno di evocare le forze contenute in ogni narrazione mitopoietica (non solo quella della fiaba, ma anche quella, disconosciuta nella sua pregnanza simbolica, della cronaca che riempie i nostri giornali), consentendo al lettore di percepire la parte emozionalmente viva, sognante e assetata di guarigione della sua anima. Infatti, al di là di patologie conclamate, non c’è nessuno fra noi che non abbia ferite da curare.
La prima ferita viene dalla consapevolezza della propria precarietà: dal presentimento della morte. Ebbene, immergendosi nel corso fluido delle antiche narrazioni, è più facile accettare il fato avverso, le perdite, i lutti e anche la morte. L’individualità vede smussati i suoi duri contorni, si riconosce parte di una tradizione comune e accetta la sua natura temporale, imparando a leggere la caducità della propria vicenda biografica alla luce della storia del genere umano. Pensare di poter accedere alla cura per vie puramente «private», è un’illusione. Ce lo insegna anche il Vangelo: ogni miracolosa guarigione operata da Gesù scrive qualcosa di profondo non solo nella persona del miracolato, ma nell’intera storia del mondo. La guarigione dilaga almeno quanto il male: chiude ferite e risana cuori in grado di accoglierla. Le fiabe sono la fonte comunitaria cui possiamo attingere l’acqua miracolosa che ci sana e ci monda. Non ci si ammala mai da soli e da soli, ciascuno per suo conto, come «monadi senza porte e senza finestre», non si guarisce.
Il primo passo verso il cambiamento consiste nel prendere coscienza della forza dei simboli e degli archetipi. Disprezzati o misconosciuti, essi possono infatti diventare estremamente pericolosi, perfino distruttivi. Pensiamo ad esempio a quanto l’immagine del sangue, non adeguatamente compresa nella sua valenza simbolica, abbia condizionato la storia del ’900, provocando in popoli di elevata civiltà una ricaduta nel peggiore tribalismo e nel sacrificio umano. La fiaba interpretata è uno strumento meraviglioso per acquisire consapevolezza e ci mette al riparo dalle pericolose derive del mito.

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Roberta Borsani è nata il 28 giugno del 1959 a Rho, in provincia di Milano, dove vive e insegna. I suoi interessi vertono da tempo sul folclore, la fiaba, il simbolismo.

Ha esordito nella poesia con la raccolta Il rosaio d’inverno, ediz. Fara 2009 (I° premio ex aequo del  Premio Natale-città di Tremestieri Etneo XXI Edizione 2009 e 3° premio al X° Concorso nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano di Terzo). Nell’anno 2010 è uscito il suo primo romanzo Sangue del suo sangue (ed. Alacran), seguito da Persuasori di morte (O.G.E. editori, 2011)

Due suoi racconti sono presenti nelle antologie di Lama e Trama (2009 e 2010).

Ha contribuito con la fiaba Frate Ciliegio e l’acqua pudia alla raccolta C’era (quasi) una volta, edizione Senzapatria, 2011. Con il racconto La vera storia di Penelope ha ottenuto il 1° Premio nella sezione D – racconto inedito – del XII° Concorso nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano di Terzo. Il racconto Cacciata di casa è uscito sul periodico letterario Atti impuri, del collettivo Spara Jurij,  numero 4.

La rivista Le voci della luna ha pubblicato nel 2010 alcune sue poesie, recensite dal poeta Roberto Cogo. Sempre nello stesso anno la sua silloge poetica Un punto della tua luce è stata segnalata nella sezione C – silloge poetica – dell’XI Concorso nazionale di Poesia e Narrativa Guido Gozzano di Terzo.

Nel giugno 2012 ha pubblicato con la casa editrice Lindau il saggio La danza della vita.

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