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Bànghete: intorno al graphic journalism e più in là

novembre 17, 2012

Mino Milani, Alfredo Castelli, Giulio Giorello e altri parlano delle prospettive del giornalismo a fumetti in Italia a Lucca Comics & Games 2012.
Dall’esperienza del Corriere dei Ragazzi al fumetto di inchiesta e denuncia. (foto di Furio Detti)

di Furio DETTI

Lucca, 01 novembre 2012

«Che sia buono, vero e raccontato con onestà.» Per Mino Milani, grande ospite di questa tavola rotonda lucchese all’insegna del raccontare per disegni la cronaca e il reale, questo è il mandato del graphic journalist, dovere che coincide senza sbavature con il mandato del giornalismo d.o.c. Tra gli applausi di una commossa platea e cerchia di amici vecchi e nuovi, lo scrittore e sceneggiatore pavese tratteggia per primo la sua esperienza nella redazione del Corriere dei Ragazzi e con sintesi descrive intenzioni e scopi di chi all’epoca voleva portare il mestiere del giornalista fra le nuvolette. Il Corriere dei Ragazzi non poteva ovviamente essere un quotidiano, per ragioni di tempo e fattibilità, per cui la scelta si orientò sulle storie e avventure del passato, descritte però come se fossero fatti di viva cronaca. «Raccontavamo – continua Milani – le guerre perdute nel tempo, esattamente come i cronisti allora si lanciavano in Africa per mostrare come inviati i conflitti dimenticati, o di cui nessuno voleva parlare. Eravamo un po’ come degli inviati speciali nel passato.» Lo scopo? Avvicinare i ragazzi alla Storia, narrando per immagini e parole il Risorgimento, la Liberazione, le Guerre Indiane, la Guerra di Secessione americana, le rivoluzioni grandi e piccole e i personaggi come Giovanni dalle Bande Nere, per esempio. Perché queste scelte? Perché la guerra è sempre stata un’avventura “bruciante”, drammatica, ma di impatto; tuttavia fra le pagine del Corriere c’era sempre posto per la pace e qualunque vicenda che potesse essere presentata ai giovani e giovanissimi con il sapore dell’onestà e della verità storica. Milani ricorda: «Ho passato una parte importante e molto bella della mia vita a scrivere per i ragazzi in Redazione al Corriere. Questo è molto importante per me e non lo voglio dimenticare», perché a differenza degli adulti «il pubblico dei ragazzi è pronto a gioia, interesse vero, vera commozione e vera disapprovazione. Chiunque pensi di scrivere per i ragazzi dovrebbe avere questa idea del suo pubblico, a cui spetta il diritto di non essere deluso. Per rispetto. Perché i giovani di oggi sono la gente che si farà. Si possono deludere degli adulti, semmai, ma i ragazzi no, proprio per rispetto a ciò che saranno.» Quanti di noi infatti ricordano più spesso le parole lette su un libro di scuola, nel bene o nel male, piuttosto che la cronaca quotidiana della vita adulta? Milani rivendica con orgoglio la natura didattica del lavoro di chi scrive e disegna per i ragazzi: «Che venga dalla guerra, dalla pace, dall’arte, dalla scienza, non ha importanza: noi dobbiamo dare ai giovani il buono, il vero, raccontandolo con onestà. Tutto il resto sono …palle!» In questa missione niente di professorale o moralistico, ma morale piuttosto, perché non c’è – continua Milani – mai stata la pretesa di imporre al pubblico “la” verità, ma solo una storia sincera, perché «tutto quello che avete adesso, anche i beni materiali, i vestiti, le comodità, non vi è piovuto dal cielo, ma dai vostri padri, nonni, bisnonni che sono stati nella storia, su su, fino a Giovanni dalle Bande Nere e anche più in là. Noi non vi raccontiamo che delle storie, voi ragazzi fatene l’uso che vi pare, il migliore possibile.»

Alfredo Castelli invece ha tratteggiato le origini del graphic journalism, dalle prime vignette satiriche dell’Ottocento francese, contro Luigi Filippo d’Orleans, al boom del giornalismo satirico e del giornalismo illustrato statunitense negli anni dal 1840 al 1917, dominato sia da mattatori satirici locali – come Thomas Nast che contribuì con la sua satira alla caduta del corrotto e “onnipotente” politico William “Boss” M. Tweed – sia dalla scuola tedesca emigrata negli USA prima del 1917. Da queste leve di disegnatori e illustratori il giornalismo statunitense trovò l’arma ideale per colpire gli abusi del potere con un linguaggio e un codice comprensibili a chiunque proprio perché non legati all’alfabetizzazione. Questi artisti lo fecero così bene che lo Stato di New York, sede dei principali quotidiani di informazione e scandalo, si trovò a discutere un Anti cartoon bill, condito da un’opportuna campagna stampa pilotata sui “pericoli” delle vignette domenicali. Questoper controllare e contrastare la forza inedita e dirompente della satira illustrata. Ecco quindi – prosegue Castelli – che censura e fumetto si intrecciano per proseguire nel giornalismo scandalistico illustrato che troverà il suo tycoon in William Randolph Hearst, editore che lanciò il “titolone” grafico a nove colonne, introdotto poi in Italia dal giornalista italiano Elio Papa, al rientro dagli USA.

La palla passa a Matteo Stefanelli che ricorda i grandi nomi del fumetto giornalistico italiano, a partire da Casimiro Teja e le vignette sul celebre “Pasquino”, e il trascurato Giorgio Ansaldi (Dalsani), insieme con gli artisti che nell’Italia postunitaria mettevano alla berlina i potenti del paese su “L’Asino”, “Il Fischietto”, letteratura forse un po’ dimenticata ma fondamentale per arrivare alle esperienze attuali. Nondimeno – ricorda Stefanelli – «il capostipite del nuovo filone del giornalismo a fumetti è Joe Sacco con il suo “Palestine” degli anni Novanta. Il suo segno conflittuale ha reso nuovo e forte il lavoro del giornalista a fumetti.»

Valentina De Poli, direttrice di “Topolino” ci parla dell’esperienza Disney con i giovani per la promozione del giornalismo fra i ragazzi. La chiave di lettura della realtà è ovviamente l’umorismo per catturare l’interesse dei giovanissimi e poter divulgare alcuni temi presso il pubblico dei lettori. È stata la stessa De Poli a proporre alla Disney Italia un coinvolgimento più stretto dei lettori nel giornalismo. Un primo ciclo di mini reportage è stato dedicato ai mestieri in via di estinzione, e ha coinvolto i lettori del settimanale; quindi sono state interessate le scuole d’Italia (primarie e secondarie di primo grado) nell’allestimento di un numero “express” di Topolino in una mattinata scolastica, dedicandolo a un tema specifico, per esempio l’ecologia. Valentina stessa introduce il lavoro di Fabio Licari, giornalista, che ha realizzato un numero dedicato a Marcello Lippi in Cina. Fabio Licari (Gazzetta dello Sport, RCS) precisa di non essere uno sceneggiatore professionista, ma ha aderito alla proposta di realizzare una puntata con i personaggi Disney – Paperino e Paperoga – come giornalisti alla ricerca di un’intervista “cantonese” di Lippi. Licari si trovava per l’appunto a Canton per seguire il calcio, quando ha avuto l’invito a farlo. L’interesse della cosa – spiega Licari – «è stato il fatto di raccontare una Cina che viaggia velocissima e che è ormai lontana dagli stereotipi abituali (le biciclette, le camicie verdi a colletto chiuso, la politica…) e questa modalità fumettistica e fantasiosa ci ha permesso di dire qualcosa di originale, rispetto alla semplice ripetizione di interviste o servizi già usciti in televisione, su satellite.» La crisi morde anche il giornalismo sportivo e Licari ci tiene a sottolineare che il giornalista può non farcela, basandosi sui servizi tradizionali, pertanto servono nuove chiavi di lettura. Il fumetto è una di queste «anche se – prosegue – ha una sua grammatica, una sua sintassi che non è sempre immediata e di facile assimilazione per il lettore sportivo. Per non parlare della serializzazione in 7-8 puntate di una storia di 32 tavole, un suicidio editoriale.» Per questo Licari confida nella realizzazione di storie brevi, autoconclusive, accattivanti e legate allo sport come fenomeno più ampio. Fa eccezione l’operazione condotta da Mytico, per cui Licari è supervisore editoriale per il Corriere della Sera, una collana dedicata alle leggende classiche che ha riscosso un enorme risposta da parte del pubblico (le 11.000 copie del n. 33) e che prosegue il rinnovato interesse per il fumetto da parte delle grandi testate italiane, prima fra tutte in ordine di tempo “La Repubblica”. Il web in questo senso non solo supplisce ai costi dell’edizione cartacea, ma può essere volano di rinnovato interesse. Non è un caso che – conclude Licari – «il link più cliccato sul sito del Corriere sia stato quello del fumetto di Guy Delisle, “Jerusalem”».

Per l’editoria cattolica per ragazzi interviene Padre Stefano Gorla, che racconta l’avventura editoriale de “Il Giornalino”, il cui pubblico arriva fino ai 13 anni. Le coordinate dell’esperienza del settimanale si muovono su due aspetti: il giornalismo per ragazzi e il fumetto italiano. Le storie del “Commissario Spada” già negli anni passati hanno coniugato temi volutamente forti con la narrazione a fumetti per i giovani: terrorismo, satanismo, devianza, non sono argomenti a cui l’editoria cristiana si è sottratta, e con “Mi Chiamo Giovanni” è stata affrontata la questione della mafia. «Ci siamo sempre orientati con una stella polare – spiega Stefano Gorla – dare ai ragazzi degli strumenti per leggere la realtà. Lo abbiamo fatto proprio qualche settimana fa parlando della guerra in Siria». Gli strumenti? Utilizzare un linguaggio semplice, ma non banale, fare attenzione alle semantiche, saper cogliere le occasioni, specialmente nella collaborazione con chi è disposto a fare da inviato nel mondo e raccontare una “sua” storia speciale. L’altra tradizione forte della rivista è l’inserto Conoscere Insieme in cui si trattano molti degli argomenti che i ragazzi incontrano a scuola ma in modo decisamente più frizzante. «In questo però occorre sempre saper prendere i ragazzi sul serio.»

Marco Rizzo affronta l’argomento più specifico e urticante del fumetto d’inchiesta e denuncia. La sua è una precisa scelta di campo, confermata anche dalla preferenza netta per il fumetto, rispetto al cinema. Il fumetto è uno strumento di esercizio della memoria collettiva. «Siamo un paese dalla memoria corta. – spiega – che non ricorda facilmente certe vicende. Penso a quella di Mauro Rostagno.» Il metodo per fabbricare fumetti di denuncia e memoria è molto arduo e impegnativo: «Occorre leggere di persona interi faldoni processuali, interviste, testimonianze, articoli… Io stesso sono in contatto personale con molti dei testimoni diretti e indiretti delle vicende che tratto, con le vittime, con chi ha vissuto certe esperienze.» Fra i desideri: «Raccontare la mafia a Trapani, in città», ma mancano gli editori disposti a investire su un progetto del genere, per esigenze di mercato più che di sicurezza. «Spero che i tempi cambino – prosegue – ma vedo anche un rinnovato interesse da parte dei grandi editori generalisti (Feltrinelli, Einaudi) per la “moda” del graphic journalism, e la cosa mi rincuora. Penso infatti che il fumetto-inchiesta, come quello dedicato ad altri protagonisti della nostra cronaca – Ilaria Alpi, Peppino Impastato – sia un vero entry point per un pubblico nuovo. Quello delle fumetterie, che non entra mai nelle librerie di varia, e viceversa. Quando mi reco alle presentazioni dei miei volumi, in fumetteria, in libreria, alle università, nelle scuole, incontro sempre un pubblico che non mi sarei aspettato di trovare.» La forza del fumetto rispetto ad altri media è la sua versatilità, oltre alla sua enorme resa in rapporto all’ economicità di produzione: «Pensate solo al setting delle vicende. Se avessi dovuto parlare di Ilaria Alpi in un film, provate a immaginare quanto sarebbe costato ricostruire Mogadiscio su un set. Con il fumetto è un attimo! A costo zero. E quanto è più potente l’immagine in bianco e nero, a china di Impastato ucciso, rispetto al sia pur bel film di Giordana!» Non sono tutte rose e fiori, comunque: «Ci sono dei limiti: ricordo che non avevamo i soldi per pagare la trasferta a Lo Bocchiaro per documentarsi sulla Trento di Rostagno. E allora il fumettista ha fatto ricorso a Google Earth per vedere le vie della città e poterle disegnare. La cosa ha colpito molto i giornalisti locali che riconoscevano davvero i panorami urbani nel nostro lavoro e se ne complimentavano.» Il lavoro di ricerca e documentazione è molto oneroso anche per chi disegna. «Penso che però ne valga la pena, sia un dovere civile mantenere desta la memoria. Inoltre il fumetto, a differenza di molti documentari sulla mafia, che si seguono passivamente, specie da ragazzi, ha il potere di impegnare la mente e l’immaginazione in modo più vivido. Un ragazzo di Scampia che ha letto la storia di Impastato credeva che, essendo un fumetto, sarebbe stata semplice da leggere, invece era avvenuto proprio il contrario. Però si è divertito per questo.» Inoltre c’è la possibilità di corredare il fumetto dei materiali di approfondimento necessari. «È essenziale anche il punto di vista: io per esempio so che non abbiamo in Italia la tradizione anglosassone di separare la notizia dall’opinione. In certi casi, penso al racconto sulla TAV, non è neppure possibile evitarlo. Ma sono orgoglioso di fare con questi fumetti la mia parte di testimone.»

Conclude l’incontro Giulio Giorello, ricordando non solo la tradizione lanciata dal Disneyano “Topolino Giornalista” del 1935, come piccolo manifesto del diritto a informare e informarsi, ma anche le due principali linee guida del giornalista (anche a fumetti): il dovere di dire la verità e il diritto a sbagliare nel farlo. Ricorda anche che pure in Italia c’era stata la ventata di moralizzazione del fumetto, passata invano sotto la sigla GM “Garanzia Morale”, che puntualmente lui scambiava per le Giovani Marmotte disneyane. A ogni modo c’è stato spazio «Anche per fumetti profondamente politici, come il Gasparazzo pubblicato da Lotta Continua, che raccontava le vicende di un contadino siciliano insorto a Bronte, catapultato nella Milano della contestazione operaia e studentesca degli anni ’70.» La forza del mezzo stava proprio «nel recupero del contemporaneo con la sequenzialità propria del fumetto.» Giorello ricorda ancora la narrazione fatta da Vittorio Giardino della Guerra Civile spagnola, all’insegna del «Perdonare, forse. Dimenticare, mai.» un po’ la cifra del graphic journalism.

© Letteratitudine

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