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SENTIERI DI NOTTE, di Giovanni Agnoloni (un brano del libro)

novembre 24, 2012

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo SENTIERI DI NOTTE, di Giovanni Agnoloni (Galaad, 2012 – pagg. 230 – euro 12)

Qui, l’intervista sul romanzo…

(da Sentieri di notte, di Giovanni Agnoloni, Galaad 2012, pagg. 19-23)

“All’inizio non successe nulla. L’effetto che l’infravisore produsse su di me fu quello di un paio di occhiali molto potenti. Riuscivo a vedere i contorni delle cose e i profili delle persone con una nitidezza assoluta. Era una sensazione di grande presenza, come se mi accorgessi del mondo per la prima volta.
Mi spinsi oltre il Wawel, isolato nella sua mole, e percorsi Ulica Kanoniczna sotto la tenue luce del crepuscolo. Poi svoltai in Ulica Grodzka, dove la gente conduceva meccanicamente le sue abitudini quotidiane nel tentativo di esorcizzare l’erosione di spazio in corso, e poco dopo raggiunsi il Rynek Główny, che aveva l’aria di un salotto abbandonato. Su un lato, il Fondaco dei Tessuti, elegante tenda gitana, ormai divenuto una stazione di confine. Sull’altro, la Basilica di Santa Maria, con le due torri diseguali.
Quello era il limite oltre il quale tutto cambiava.
Non c’era quasi nessuno, come se le persone evitassero di stazionare troppo a lungo in quello che pareva un campo militare prossimo a una frontiera pericolosa. Arrivai alla statua del poeta Adam Mickiewicz e mi ci appoggiai per osservare ciò che mi circondava. Dal campanile della Basilica un trombettiere stava suonando lo hejnał, la breve melodia mozza che veniva ripetuta ogni ora per ricordare un lontano assedio dei Tartari, sventato da una sentinella poi trafitta da una freccia. Lo sentii echeggiare per quattro volte, una per punto cardinale. La consuetudine era stata mantenuta, nella speranza che quel noto richiamo potesse servire da punto di riferimento per coloro che si smarrivano nelle periferie. Speranza vana, purtroppo. La città aveva perso, fino a quel momento, almeno un terzo dei suoi abitanti.
Fui colpito da un pensiero che mi lacerò il petto come una lama arroventata. Una volta avevo aspettato Leyla proprio in quel punto, per un appuntamento davanti alla libreria Empik. Lei non arrivava, e io avevo iniziato a preoccuparmi: aveva pure il telefono staccato. Poi, dopo un’ora, quando l’angoscia stava per prendere il sopravvento, l’avevo vista sbucare dal Fondaco dei Tessuti.
Oggi, invece, niente.
Il pavimento era freddo e umido, ed ero solo in prossimità dell’ignoto. L’unico mezzo che avevo a disposizione per orientarmi era quel misterioso oggetto. Le avevo chiesto perché l’avesse chiamato “infravisore”, ma non aveva voluto dirmelo.
Decisi di provarci, di crederci. Osservai attentamente e a lungo in direzione di Ulica Floriańska, puntando lo sguardo sull’unica porta rimasta in piedi della vecchia cinta muraria. Se ne intuiva il profilo in fondo, nella foschia. Finché, in un angolo, cominciò ad affiorare una luce: dapprima una pallida luminescenza, poi un alone diffuso. Mi provocò una pressione alla testa, costringendomi ad alzarmi e andarmene. Non potevo più aspettare. Muovermi era diventata un’esigenza improrogabile.
Camminai nella direzione indicata dalla luce, consapevole che quelli erano i primi passi nel territorio ibrido che preparava al caos della mutevolezza. Le cose avevano mantenuto un’apparenza di concretezza e solidità, benché la nebbia ne segnasse i margini con dito tremante. Quanto sarebbero durate, ancora? Passai sotto la porta e mi avvicinai al Barbacane con la netta sensazione che non fosse solo un piccolo fortilizio, ma un vero avamposto sull’Oltre. Al di là, già non vedevo più i palazzi a cui ero abituato e la lunga Plac Jana Matejki, ma file di casamenti solitari e sbreccati, isole di desolazione in un mare verde spento, giardini macchiati dalla polvere di stelle lontane, angoli d’ombra che evocavano ricordi di un passato remoto. Mi invitavano, striscianti. Avrei potuto fermarmi lì e restarci per sempre. Nessuno si sarebbe accorto di me.
Mai mi ero arrischiato a spingermi fino a quel punto, e soprattutto mai l’avevo fatto con quelle lenti speciali. Mi accorsi di una cosa che mi spaventò: quegli spazi mi lasciavano sprofondare in una malinconia velata di cenere, facendomi sentire piacevolmente imbalsamato, e forse per questo anestetizzato al dolore. Magari era quello di cui avevo bisogno, dopo le ultime settimane di annientamento emotivo.
Avanzai quasi senza accorgermene e, in risposta al mio movimento, la prospettiva iniziò a mutare. In lontananza, verso l’orizzonte vuoto, scorsi forme simili a grattacieli che si muovevano come pistoni, mentre le strade, di cui intuivo la presenza su quella vasta piana, si spostavano e mutavano orientamento come serpenti tenuti per la coda. Palazzi, sotterranei, canali e ponti abbandonati si rimescolavano seguendo una logica incomprensibile, come tasselli animati di un enorme puzzle. Sapevo che era solo un’illusione di realtà. Qui non viveva nessuno, e chi un tempo aveva popolato queste zone se n’era andato o si era irrimediabilmente smarrito, risucchiato in un vortice senza colore.
Dovevo orientarmi, riuscire a seguire quella luce, che adesso mi sembrava più tenue, trovare le strade che Leyla aveva desiderato che percorressi. Perché questo doveva essere il senso dell’infravisore: aiutarmi ad arrivare da qualche parte.
Quell’alone luminoso si spostava nella mia testa come l’ago di una bussola. Si riaccendeva quando voleva, fermandosi in un punto giusto il tempo di farmi muovere in quella direzione. Poi tornava a smorzarsi, per riprendere vigore subito dopo, ma in un altro luogo. Non avevo idea di come funzionasse, eppure riconoscevo le sensazioni che mi trasmetteva: sapeva di tempi lontani, e mi guidava restituendomi qualcosa di Leyla. Mi rimandava visioni fugaci dei nostri pomeriggi insieme, di passeggiate lungo il fiume, di cene tranquille con la televisione accesa.
Non c’era un nesso reale tra ciò che vedevo intorno a me e le percezioni che mi arrivavano attraverso quella luce.
Ma sentivo che dietro tutto questo c’era lei. Che stava tentando di dirmi qualcosa.”

Giovanni Agnoloni, studioso di J.R.R. Tolkien, di Edward Bach e di spiritualità, è nato a Firenze nel 1976. Traduttore e blogger (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com e http://www.postpopuli.it), ha precedentemente pubblicato Tolkien e Bach (Galaad, 2011), Nuova letteratura fantasy (Eumeswil, 2010) e Letteratura del fantastico. I giardini di Lorien (Spazio Tre, 2004). Sentieri di notte è il suo primo romanzo. Il suo blog personale è http://giovanniag.wordpress.com.

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