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IRÈNE NÉMIROVSKY. L’ultimo grido

dicembre 8, 2012

Irène Némirovsky. L’ultimo grido.

di Simona Lo Iacono

I gendarmi stanno per arrivare. Fiato sul collo, passi a marcarla stretta, sono lì e la staneranno – può sentirli. Ore, giorni? Irène non lo sa, ma accelera il polso e la scrittura scorre veloce, minutissima perché la carta scarseggia. Una scrittura che tra poco sarà una superstite. Come lei, un’ombra.
E’ l’estate del 1942. La scrittrice ebrea Irène Némirovsky è nel pieno della sua carriera letteraria. Figlia di un ricco banchiere ucraino, si è trasferita a Parigi, ne ha scelto la lingua, le vocali tonde, dolcissime. In francese ha infatti narrato la sua solitudine e i morsi cattivi del difficile rapporto con la madre. In francese si affretta a scrivere l’ultima storia.
La Francia, dunque, le ha dato tutto. Il successo, due figlie, un marito. Ed ora, proprio qui, le guardie la arresteranno. La preleveranno e la deporteranno ad Aushwitz.
Sudata, in attesa della fine e accovacciata nel bosco di Issy, Irène si sforza di non pensarci. Da lontano, gli sfoghi dell’allarme antiaereo ruggiscono disperati. Intinge il pennino e si concentra sulla sua storia: un esodo. Una fuga precipitosa verso la salvezza. D’altra parte, pensa, non è sempre stato questo, per lei, scrivere? Resistere.
L’ultima storia della Némirovsky si chiama “Suite francese” ed è sopravvissuta alla sua morte, avvenuta il 17 agosto 1942 nel campo di concentramento di Birkenau. La figlia Denise ha conservato il quaderno per cinquant’anni senza avere il coraggio di leggerlo, credendo che si trattasse di un diario e che rievocare la madre negli ultimi istanti fosse troppo doloroso. Solo nel 1990 lo ha dato alle stampe, quando ha scoperto che non era un’ autobiografia, ma uno dei più potenti romanzi del novecento. Tradotto in Italia da Adelphi, cui va il merito di aver portato alla luce l’opera della scrittrice, ancora in via di pubblicazione, “Suite francese” è la narrazione corale di un popolo travolto – suo malgrado – dalla Storia. Una Storia spazzante e crudele, che soffia sui vizi degli uomini e sulla loro indifferenza. Parlando della fuga da una Parigi che sta per cadere in mano ai tedeschi, e pur nella consapevolezza lucida della fine, Irène, infatti, non cede a indulgenze, a pietosi atti di congedo, a nostalgie. Resta piegata sulla pagina, scrive febbrilmente, sfida il tempo e ci consegna la testimonianza che l’ultimo, feroce grido di liberazione lo compie l’arte. “Ho la certezza della mia libertà interiore. Questo bene prezioso, inalterabile, che dipende solo da me perdere o conservare. La convinzione che le passioni spinte al parossismo come capita ora finiscono poi per placarsi. Che tutto ciò che ha un inizio avrà una fine. In poche parole, che le catastrofi passano e che bisogna cercare di non andarsene prima di loro, ecco tutto”.

(articolo pubblicato sul quotidiano La Sicilia)

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