Home > Articoli e varie, Eventi > Il premio Scerbanenco va a “Il metodo del coccodrillo” di Maurizio de Giovanni

Il premio Scerbanenco va a “Il metodo del coccodrillo” di Maurizio de Giovanni

dicembre 12, 2012

La Giuria del Premio Giorgio Scerbanenco – La Stampa composta da: Cecilia Scerbanenco (Presidente), Valerio Calzolaio, Luca Crovi, Loredana Lipperini, Cesare Martinetti, Sergio Pent, Sebastiano Triulzi, John Vignola e Lia Volpatti ha assegnato il Premio dell’edizione 2012 a Il metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni (Mondadori), con la seguente motivazione: «Per aver saputo coniugare il senso di appartenenza al romanzo nero napoletano con la creazione di personaggi complessi pur nella loro riconoscibile quotidianità. La conferma di una brillante voce letteraria».

La Giuria ha inoltre deciso di assegnare una Menzione Speciale a Il male quotidiano di Massimo Gardella (edito da Guanda) con la seguente motivazione: «Per aver rappresentato con efficacia un mondo disperato e criminale in cui l’Italia si incrocia con l’Europa di oggi, attraverso lo sguardo già disilluso di un poliziotto figlio di migranti».

* * *

Il metodo del coccodrilloIl metodo del coccodrillo di Maurizio De Giovanni
Mondadori, 2012 – pagg. 247 – euro 17

Napoli, così, non l’avevamo vista mai. Una città borghese, inospitale e caotica, cupa e distratta, dove ognuno sembra preso dai propri affari e pronto a defilarsi. È esattamente questo che permette a un killer freddo e metodico di agire indisturbato, di mischiarsi alla folla come fosse invisibile. “Il Coccodrillo” lo chiamano i giornali: perché, come il coccodrillo quando divora i propri figli, piange. E del resto, come il coccodrillo, è una perfetta macchina di morte: si apposta, osserva, aspetta. E quando la preda è a tiro, colpisce. Tre giovani, di età e provenienza sociale diverse, vengono trovati morti in tre differenti quartieri, freddati dal colpo di un’unica pistola. L’ispettore Giuseppe Lojacono è l’unico che non si ferma alle apparenze, sorretto dal suo fiuto e dalla sua stessa storia triste. È appena stato trasferito a Napoli dalla Sicilia. Un collaboratore di giustizia lo ha accusato di passare informazioni alla mafia e lui, stimato segugio della squadra mobile di Agrigento, ha perso tutto, a cominciare dall’affetto della moglie e della figlia. È il giovane sostituto procuratore incaricato delle indagini, la bella e scontrosa Laura Piras, a decidere di dargli un’occasione, colpita dal suo spirito di osservazione. E così Lojacono, a dispetto di gerarchie e punizioni, l’aiuterà a trovare il collegamento, apparentemente inesistente, tra i delitti. A scorgere il filo rosso che conduce a un dolore bruciante, a una colpa non redimibile, a un amore assoluto e struggente.

* * *

«Io parlo di Napoli – ha detto De Giovanni, alla presentazione del libro – perché è la città che conosco meglio. Una città stratificata, che più che essere una città è una condizione, che tende a prendere spazio, non rassegnandosi ad essere solo sfondo delle storie e delle vite che la vivono. Una città, però, dove come nelle altre metropoli impera la solitudine; una solitudine che nasconde il male e lo rende possibile. A me non interessa tanto cercare di capire chi è il colpevole delle mie storie, quanto il capire perché lo fa, quali sono le ragioni che lo fanno agire in quel modo. Capire le origini del male».

L’ispettore Lojacono, comunque, non rimpiazzerà lo storico commissario Ricciardi, del quale è uscita adesso una nuova storia, Vipera, anche se probabilmente avrà un seguito: «Mi interessa non tanto raccontare Lojacono, quanto lo spazio nel quale si muove e, probabilmente, proseguirò a raccontare una squadra di personaggi, dei quali Lojacono è solo uno dei tanti protagonisti».

In luoghi completamente diversi, tra Pavia e Milano, si muove invece l’ispettore Remo Jacobi, rumeno, frutto della penna di Massimo Gardella che, con il suo Il male quotidiano, ha conseguito la menzione speciale. Jacobi è ispettore per caso, pessimo poliziotto, uomo di cinquanta anni deluso dalla vita, e giunto in Italia assieme al padre nei tempi in cui la Romania era ancora un paese dell’asse sovietico. Vive con il padre in una cascina in perenne ristrutturazione, e porta con sé i segni di un vecchio dolore: «Il mio ispettore è un uomo debole – dice Gardella – che non ha superato i suoi demoni».

Protagonista del romanzo è un esemplare enorme di pesce siluro, un pesce cloaca, che mangia tutto quello che incontra, importato nei fiumi perché perfetto per la pesca sportiva, ma causa di una sorta di mutazione ambientale della fauna dei nostri fiumi. «Un pesce stupido, che non ha l’intelligenza dello Squalo di Spielberg, e la cui carne adesso la si trova anche in alcuni mercati rionali». Il male quotidiano è la prima parte di una trilogia. Il secondo libro è previsto per la fine di agosto.

Una cinquina, quella dello Scerbanenco di quest’anno, dove come ha sottolineato più volte la giuria, la scelta è stata molto difficile, data la qualità dei lavori che concorrevano: i due premiati, ma anche Massimo Carlotto con Respiro Corto, che verrà presentato nei prossimi giorni. E ancora, L’uomo nero di Luca Poldelmengo: «Io sono nato sceneggiatore – dice l’autore – e non mi piace avere nei miei racconti un unico punto di vista. Evito sempre il protagonista unico, a me interessa la dialettica e il confronto tra le storie e i personaggi. E nel libro racconto di persone comuni, che però vivono in una situazione di precarietà (economica, affettiva, di valori), precarietà che però permette al loro lato oscuro di prendere il comando».

Spunto del suo libro un fatto di cronaca avvenuto a Roma qualche anno fa: la morte di due ragazzi, Alessio e Flaminia, a bordo di uno scooter, investiti sulla Nomentana da un’auto pirata guidata da un uomo a cui era già stata tolta la patente per essere stato trovato al volante in stato di ubriachezza. «I due ragazzi non li conoscevo, ma questa storia, lo svolgimento del processo e il suo epilogo, mi hanno lasciato una rabbia enorme. Grazie a questo romanzo sono riuscito, in parte, a dare sfogo alla mia frustrazione».

Chiude la cinquina Festa di piazza di Gian Mauro Costa (che si è autodefinito il Tabacci dei finalisti), seconda avventura dell’investigatore dilettante Enzo Baiamonte, personaggio indolente, ma al contempo curioso e vivace. Una storia, la sua, che ha sorprendentemente trovato numerosi riscontri nella cronaca degli ultimi mesi, dai cantanti neomelodici arrestati, agli scandali del calcio. «Racconto piccole storie, e attraverso queste piccole storie racconto la mafia, la sua cultura e i suoi sentimenti. Ma il mio non è un libro sulla mafia. È un libro su Enzo Baiamonte, sui suoi amici, il suo quartiere e su Palermo, città ossimoro, guardata con grande amore, nei suoi contrasti, e nella sua relazione, tutta particolare, con la morte».

© Letteratitudine

LetteratitudineBlog
LetteratitudineNews
LetteratitudineRadio
LetteratitudineVideo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: