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IL DESTINO ATTENDE A CANYON APACHE, di Laura Costantini e Loredana Falcone (un brano del libro)

dicembre 15, 2012

Il destino attende a Canyon ApacheIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo “Il destino attende a Canyon Apache” di Laura Costantini e Loredana Falcone
Las Vegas edizioni, 2012 – pagg. 328 – euro 15

È il 1870 e la giovane Kerry Roderyck, abituata al lusso e ai privilegi ma a cui la Guerra di Secessione ha tolto tutto, è in viaggio per lande desolate e praterie sconfinate: un uomo che disprezza la aspetta per fare di lei sua moglie. Shenandoah, la giovane squaw dai grandi poteri, è in attesa di scorgere una visione sul futuro della sua tribù, ma anche sul passato e su ciò che la differenzia dalla sua gente. Le loro piste sono destinate a incrociarsi e allacciarsi, e con esse quelle di David “Coda che Suona”, l’amico degli indiani, e di Daniel “Occhi d’Inverno”, lo spietato assassino di pellerossa. Mentre la guerra tra bianchi e rossi incombe, le vite dei protagonisti, così diverse e lontane tra loro, finiranno per unirsi e cambiare profondamente e dolorosamente.

* * *

da “Il destino attende a Canyon Apache” di Laura Costantini e Loredana Falcone (un brano del libro)

Al sorgere del sole avevano ripreso la marcia, girando al largo dalla cittadina di Las Vegas, verso il fiume Pecos. Sulla pista c’era un ponte, ma Shenandoah si era rifiutata di attraversarlo. Avevano risalito il corso per un paio di miglia prima di accamparsi per la loro seconda notte da fuggiasche.
«Avremmo dovuto prendere armi» disse Kerry mentre facevano colazione con una poltiglia di granturco cotto in acqua.
«Abbiamo il coltello e l’arco di Shenandoah» rispose l’indiana.
«Io intendevo una pistola, un fucile.»
«Le canne tonanti fanno rumore. E il rumore viaggia veloce sulla prateria.»
«Ma non potremo mangiare sempre erbe bollite e pemmicam.»
«Le frecce di Shenandoah procurano buona caccia, ma adesso Shenandoah non ha tempo. La strada è ancora lunga.»
Kerry si rassegnò. Le vesti le aderivano addosso perché aveva fatto il bagno nel fiume. Ma il sole era caldo. Presto lo sarebbe stato tanto da farle rimpiangere quel fastidioso senso di umidità. Aveva raccolto i capelli in una treccia che avvolse prima di fermarla con un paio di forcine. Al momento di preparare una sacca per la fuga, erano state mille le cose cui aveva dovuto rinunciare. Aveva preso due abiti, due cambi di biancheria, il set da toletta d’argento che era tutto ciò che le restava di sua madre, i pochi dollari e i gioielli. Gli stivaletti che indossava erano le sole scarpe che si fosse concessa e già si rendeva conto che non sarebbero durati a lungo.
«Come fai a sapere la strada per Santa Fe?» chiese, mentre infilava ciotola e cucchiaio nella borsa da sella.
«Questa terra appartiene ai tinde e i tinde la conoscono come il volto della loro madre» rispose Shenandoah salendo a cavallo con un’agilità che non cessava mai di stupirla.
«Avevo capito che gli apache non riconoscono a nessuno il possesso della terra.»
Shenandoah si voltò a guardarla.
«Il Grande Spirito ha creato questa terra e i tinde insieme. E i tinde sanno sempre dove andare.»
Un sorrisetto affiorò sulle labbra di Kerry mentre dava di sprone. Per una volta l’aveva presa in castagna e a Shenandoah non era piaciuto. Era una piccola soddisfazione, ma la ripagava dell’atteggiamento di superiorità che l’indiana dai capelli rossi aveva nei suoi confronti.
La seguì lungo l’argine fitto di vegetazione del Pecos. Il sole, come previsto, cominciava a farla sudare. Ma non aveva rinunciato al corsetto a maniche lunghe e ai guanti. Non voleva che la sua pelle candida prendesse lo stesso colorito di quella di Shenandoah. Per questo aveva portato con sé un cappello di paglia dalle ampie tese e dal fiocco di chiffon. Era incongruo, ma assolveva al compito di proteggerle il viso.
«Come faremo ad attraversare senza un ponte?» chiese accostandosi a Shenandoah che si era fermata dove l’argine dominava il letto del fiume. Intorno era un concerto di uccelli e un ronzare di insetti tra i cespugli fioriti.
«Laggiù» rispose l’indiana indicandole un punto parecchio più avanti. L’argine digradava fino a trasformarsi in una sorta di spiaggia e la vegetazione sembrava attraversata da un sentiero. «È lì che gli animali attraversano il fiume.»
Spronò il suo mustang al passo e Kerry si mosse con lei.
«Che genere di animali?»
«Cervi, daini, cavalli selvaggi, cinghiali. Una volta anche bisonti.»
«Adesso non ce ne sono più?»
«I vecchi raccontano che un tempo le mandrie di bisonti erano un fiume vivo e scuro che attraversava le grandi praterie. Il loro passaggio era un tuono lontano, che faceva tremare la terra e avvisava i tinde che era giunto il momento di smontare il villaggio e andare a caccia. I giovani guerrieri dipingevano se stessi e i loro mustang, chiedevano l’aiuto degli spiriti, tendevano gli archi. Un grande guerriero era colui che con una sola freccia raggiungeva il cuore del bisonte e lo fermava, senza farlo soffrire. La mandria passava, i tinde cacciavano e ogni bisonte era carne, pelli, ossa, tendini, tutto ciò che poteva servire. Pochi bisonti bastavano a tutta la tribù e la mandria era sempre immensa. Poi sono arrivati i bianchi.»
Kerry aspettò che continuasse, ma il silenzio si protrasse mentre avanzavano lungo l’argine.
«Ogni volta che racconti qualcosa, la fine è sempre “poi sono arrivati i bianchi”. Ma se i bianchi non fossero arrivati, tu non saresti nata. Possibile che non ti senta una di noi?»
Shenandoah continuava a guardare avanti, verso il punto del guado che l’andamento serpeggiante del fiume adesso nascondeva alla loro vista.
«Cosa c’è di buono negli uomini bianchi?» chiese senza voltarsi.
Non scherzava. Kerry se ne rese conto mentre una macchia di indigo bush dalla splendida fioritura blu la costringeva a guardare i quarti posteriori del mustang di Shenandoah. La coda corvina fustigava i fianchi nel tentativo di tenere lontani interi sciami di mosche cavalline.
«Molte cose» si affrettò a rispondere prima che la sua compagna la pensasse in difficoltà. «Gli uomini bianchi hanno inventato la scrittura, la stampa, le ruote, le macchine a vapore, le navi. Costruiscono grandi città, creano opere d’arte, guariscono le malattie più terribili.»
L’indiana si voltò a guardarla.
«L’uomo bianco crea il buono al di fuori di se stesso. L’uomo rosso lo coltiva in sé. A cosa servono le parole scritte o i cavalli di ferro che fumano nella prateria?»
«A portare la civiltà» rispose Kerry scandalizzata.
«Ai tinde non serve niente di ciò che gli uomini bianchi hanno creato. I vecchi rammentano le cose del passato e le tramandano ai giovani, i mustang portano i tinde dove i sentieri d’acciaio non possono arrivare, gli uomini di medicina curano e guariscono, le squaw intrecciano canestri, cuciono perle e dipingono vesti. I tinde non hanno bisogno della civiltà.»

© Las Vegas edizioni

(Riproduzione riservata)

* * *

Laura Costantini e Loredana Falcone scrivono insieme da più anni di quanti piaccia loro ricordare. Un sodalizio nato sui banchi di scuola e mai interrotto, nonostante impegni familiari e professionali.

Laura Costantini ha intrapreso la carriera di giornalista.

Loredana Falcone quella non meno irta di difficoltà della mamma.

Laura Costantini ha spaziato dai quotidiani (Il Secolo XIX) ai settimanali (OGGI, CHI, GENTE) per approdare nel 2003 nella redazione del programma di RaiUno LA VITA IN DIRETTA. Ma trova comunque il tempo per continuare a seguire, insieme a Loredana, i sentieri della fantasia.

Madri letterariamente parlando fecondissime, Laura e Loredana hanno dato ai loro romanzi un centro di gravità permanente: le donne. Ognuno dei loro libri nasce, cresce e si sviluppa sempre intorno a figure femminili che vengono esaminate, amate, sviscerate attraverso epoche e ambientazioni le più diverse.

© Letteratitudine

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