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CRONACHE DALLA FINE DEL MONDO (la prefazione di Maurizio de Giovanni)

dicembre 18, 2012

CRONACHE DALLA FINE DEL MONDO – AA.VV. (a cura di Laura Costantini)
Historica, 2012 – € 18

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25 autori per 25 modi diversi di vivere e immaginare la fine del mondo

Il libro
Come te la immagini la fine del mondo? E’ stata questa la domanda alla base del progetto editoriale delle Cronache dalla fine del mondo. La fantasia dei 25 autori si è scatenata cercando di travalicare i confini sempre angusti del già visto e del già sentito. Se ci siano riusciti è verdetto che spetta ai lettori. Resta l’impegno e la voglia di confrontarsi con un tema che da sempre appassiona l’umanità intera. Troverete alieni in vena di bonifiche, astronavi pazze, amori disperati eppure pronti a ricostruire il mondo dopo ogni caduta, miti del passato e visioni del futuro. Ci piace pensare che leggendo questi racconti, a profezia dei Maya trascorsa e sconfessata, troverete in realtà un ritratto veritiero di quello che siamo, del mondo che viviamo, della società che abbiamo costruito e di quella che vorremmo.

* * *

Prefazione a “Cronache dalla fine del mondo”

di Maurizio de Giovanni

Leopardi, alla fine del Canto notturno di un pastore errante per l’Asia, scrive: E’ funesto a chi nasce il dì natale.
Frase terribile: significa che il giorno in cui si nasce è quello mortale. Che alla morte, cioè alla fine, non si sfugge.
Nulla di nuovo, si potrebbe dire. L’unica cosa certa, ahimè, è quella ed è l’unico destino che non si può cambiare. Ma dirlo così, in endecasillabi, fa scattare un orribile tic tac, un conto alla rovescia che nasconde l’abisso del nulla sotto la gioia del primo vagito.
La morte, nel suo ripetersi cadenzato, nella danza che compie eternamente abbracciata alla vita, l’abbiamo accettata, alla fine. Ci fa compagnia per tutta l’esistenza, entra nei detti, nei proverbi, nei luoghi comuni; fa parte delle canzoni, delle storie, di quasi tutti i romanzi e i racconti. Sta fuori la porta che ci aspetta, non la possiamo scacciare. E, man mano che il tic tac leopardiano procede, ci rode sempre di più il fatto che ci toccherà allontanarci dal mondo prima di tutti gli altri, gettando un ultimo sguardo invidioso a chi succhierà ancora l’aria e il suo profumo mentre a noi questo immenso piacere sarà negato.
Ben diverso è il concetto della fine collettiva. Ben diverso l’atteggiamento che abbiamo nei confronti della fine del mondo.
Ogni tanto la terra decide di scrollarsi da dosso chi crede di poterla dominare per sempre. Lo ha fatto in più soluzioni, da ultimi quei rettili spaventosi e apparentemente indistruttibili spazzati via in un colpo da un piccolo sasso scagliato sulla crosta del pianeta da chissà dove.
L’egocentrismo della nostra specie fa sì che ci arroghiamo l’illusione di avere la forza e la capacità di distruggere la natura. Probabilmente possiamo darle un po’ di fastidio, magari quanto un foruncolo sul culo: ma non siamo certo una malattia incurabile. Quello che invece possiamo fare, e magari lo stiamo facendo alla grande, è far sì che la natura si rompa le scatole e si produca in uno di quei rigurgiti che ogni tanto fa, liberandosi una volta per tutte di questi piccoli rompiscatole brulicanti e antiestetici.
Da parte nostra, la fine del mondo ha un che di consolatorio. Non sarò io a morire, con il resto del genere umano che continua a esistere alla grande fregandosene della mia assenza; non smetterò di gustare i piaceri della vita, mentre gli altri continuano a fruire di sesso, droga, rock ‘n roll e parmigiana di melanzane; non sarò privato solo io del tramonto sul mare o del sole sulle cime innevate. Ce ne andiamo tutti insieme, alla pari, nessuno escluso. Nessun privilegiato, niente figli e figliastri.
Sì, ma quando? Si può avere idea di quale sarà il momento in cui calerà il sipario su questa caotica opera teatrale che è stata la vita del genere umano?
Gli unici che hanno dato un termine sono stati i Maya, semplicemente chiudendo il calcolo del loro calendario perpetuo a una data precisa: il 20.12.2012. Un bel numero, che ricorda un radiotaxi o il call center di qualche operatore telefonico. Un solstizio d’inverno di un anno qualunque.
Sarà allora che il tic tac leopardiano diventerà da individuale collettivo? Sarà allora che verrà chiamato l’ultimo giro?
Quelle che troverete di seguito sono venticinque schegge di autoconsapevolezza; venticinque modi di pensare, vedere, affrontare e affondare nella fine del mondo.
Troverete linguaggi, ipotesi, toni differenti per raccontare il prima, il durante e il dopo di un evento di fronte al quale sarem(m)o tutti contemplativi, il più grande spettacolo dopo il big bang, qualcosa da guardare con serena attenzione e sostanziale distacco perché è l’unica circostanza in cui all’umanità non verrà concesso appello. Nulla è più rassicurante di una disgrazia collettiva contro la quale non si può più far nulla.
Cammineremo insieme sull’orlo dell’ipotesi di baratro verso il quale stiamo andando ad altissima velocità. Sbirceremo nell’abisso, per vedere se magari Qualcuno concederà una seconda chance anche solo a pochi. Tarderemo a rassegnarci, ma alla fine ci rassegneremo.
E scopriremo che anche e forse soprattutto sulla fine del mondo si possono raccontare fior di storie.
Arrivederci dall’altra parte.

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