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Archive for gennaio 2013

NESSUNO SA DI NOI, di Simona Sparaco

Segnaliamo questo romanzo, dalle tematiche particolarmente importanti e delicate…

NESSUNO SA DI NOI, di Simona Sparaco
Giunti, 2013 – Collana A – pp. 256; euro 12.00

Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verde e blu delle grandi occasioni. Finalmente, dopo anni di inutili tentativi, di “sesso a comando” e di calcoli esasperanti con calendario alla mano, conosceranno il loro bambino. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è “troppo corto”. Ha qualcosa che non va. Comincia così il viaggio di una coppia nella nebbia di una realtà sconosciuta. Luce e Pietro sono chiamati a prendere una decisione irrevocabile, che cambierà per sempre la loro vita e quella di chi gli sta intorno. Qual è la cosa giusta quando tutte le strade li conducono a un vicolo cieco? E l’amore fino a che punto potrà salvarli?
Nessuno sa di noi è la storia della nostra fragilità. Di un mondo che si lacera come carta velina e di un grande amore che tenta in ogni modo di ricomporlo.

DAL LIBRO:
Chiudo gli occhi. Attendo che la macchina si fermi da qualche parte. Attendo il dolore.  Non lo sento quando rientro a casa e trovo tutto come l’ho lasciato. Il salone immerso nella penombra.  La portafinestra oltre la quale si è appena incenerito un tramonto. Le lettere indirizzate alla rubrica sparpagliate sul pavimento. Il computer acceso, dove rimbalza il nome di mio figlio, sbattendo da un lato all’altro dello schermo come in cerca di una via di fuga. Non lo sento mentre raggiungo la cucina e mando giù un bicchiere d’acqua. Lancio un’occhiata alle note appese alla lavagna, le cose da comprare, i numeri utili. Tutto esattamente come prima. Come prima dell’ultima ecografia.  Non lo trovo il dolore ma lo cerco, come si cerca un interruttore per accendere una luce.
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IL SOLE, DI CHI È?

IL SOLE, DI CHI È?
di Claudio Morandini

Afoto 1scolto (e rimpiango di non poter vedere) la registrazione RAI di qualche tempo fa della fiaba musicale “Il sole, di chi è?” di Roberto Piumini e Silvia Colasanti, con i musicisti del Polimnia Ensemble e i cantanti-attori di Musicamorfosi. Dalla prima esecuzione al Ponchielli di Cremone nel 2009, questa deliziosa operina per bambini continua a girare per i teatri di Italia e (a sentire le reazioni del pubblico infantile) non smette di divertire e appassionare. Le più recenti rappresentazioni, per quel che ne so, ma di sicuro non le ultime, sono avvenute a Lecce, ai Cantieri Teatrali Koreja il 22 e 23 Gennaio 2013.

Partiamo dal testo, dai dialoghi cadenzati che sapientemente, senza darlo a vedere, uniscono il divertimento e l’intento pedagogico, in un equilibrio delicato e proficuo che Piumini conosce e pratica da una vita, e che lo rende amatissimo presso il pubblico infantile. In lui lo scatenarsi della fantasia attorno a piccoli, minuti fatterelli, l’ingigantirsi comico e a suo modo epico della situazione riprendono e aggiornano la lezione di Gianni Rodari. Vi si colgono, come nelle fantasticherie di Rodari, chiari intenti civili, inviti alla riflessione e alla solidarietà, anche garbati inviti alla ribellione (civile, sempre, fatta di intelligenza delle cose e applicazione della fantasia) dinanzi ai soprusi e all’ottusità, e un rispetto profondo per i piccoli, gli indifesi, i più sfortunati o i meno arroganti. Nel nostro caso, una piccola comunità di lucertole, immaginose e flemmatiche, si gode beatamente il sole, finché non arriva un prepotente lucertolone di nome Gonzello che reclama per sé tutto il sole – nel farlo, gigioneggia in modo irresistibilmente indecoroso (e qua e là, berlusconeggia pure). Le poverette chiederanno aiuto ad alcuni animali, dapprima senza risultati, finché una gazza, con un trucco (che non rivelerò ora per puro sadismo) non troverà lo stratagemma giusto per scacciare e punire il lucertolone tirannico. La trama è tutta qua, lieve e svagata, le situazioni ricorrono, giocando sull’effetto sicuramente comico della ripetizione (comico per i bambini, e ancora di più per gli adulti, che amano provare a tornare bambini, finché possono farlo di loro volontà).

La duttile musica di Silvia Colasanti, che ha lavorato sulle sontuose pastosità orchestrali e vocali nel recente “La metamorfosi” (da Kafka, su libretto di Pier’Alli; ne abbiamo parlato tempo fa su “Letteratitudine”), ne “Il sole, di chi è?” si limita a acquarellare qua e là i dialoghi immaginati da Piumini, aprendo momenti che alla lontana ricordano marcette o arie o duetti o pezzi d’assieme persi in ampi recitativi (ovviamente senza clavicembalo obbligato). L’organico limitato alla minima rappresentanza delle principali famiglie strumentali (flauto, clarinetto, corno, violino, violoncello, percussioni) è l’ideale per questo genere di lavoro, dove la musica si pone al servizio del testo, allude, punteggia, giocherella, lavora per sottrazione, sembra insomma improvvisata lì per lì, dinanzi al giovanissimo pubblico, anzi stimolata dalle reazioni di questo. Anche in questa parsimonia di colori strumentali sta un’intuizione interessante e vicina alla sensibilità infantile: i bambini giocano con poco (con le scatole dei regali, più che con il pretenzioso contenuto), amano le ellissi che riempiono a loro piacimento con lo scatenarsi spontaneo dell’immaginazione – hanno insomma bisogno di poche note, accenni, guizzi, per sentire risuonare un’intera fantastica orchestra. Leggi tutto…

MARIA MESSINA: uno sguardo oltre la finestra

MARIA MESSINA: UNO SGUARDO OLTRE LA FINESTRA

di Simona Lo Iacono

Le ore scoccano dalla Matrice, un don don angustiato che tra poco – ne è certa – smorirà come i pianti delle comari, allineate nel corteo  funebre.  Maria le ascolta mormorare requiem aeternam dona eis Domine, singhiozzare a comando, rievocare le virtù del defunto intervallandole con un “Dio l’abbia in gloria”, o “Pace all’anima sua”.
Affacciata alla finestra, pensa che in Sicilia è sempre stato così. Inscenare la vita ma anche la morte, chè anzi proprio questa molto deve dire su chi non c’è più, ed è l’occasione che resta – l’ultima – per ostentare importanza, censo, potere.
Lo sa bene lei, che della borghesia buona, arroccata su apparenze e segreti, ha svelato ogni indecenza con i suoi racconti. E ancora sbircia dalla finestra la bara ondeggiante che celebra l’ultima festa, dietro la quale le prefiche si dannano a stracciarsi le vesti.
Nata ad Alimena  (Palermo) il 14 marzo 1887, Maria Messina era figlia di Gaetano, maestro elementare, e di Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. Una famiglia “bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna” (lettera di Maria Messina a Verga).
Conosceva quindi, Maria, i contegni a modo, le ristrettezze economiche che dovevano essere “dignitosamente celate”, i sorrisi artefatti, dietro i quali stavano  smarrimento e solitudine.
Era stata educata in casa, come si conveniva a una figlia di buona famiglia, e suoi precettori erano stati la madre e il fratello, che ne aveva incoraggiato la vocazione letteraria. Di quei tempi restano nei suoi scritti le ore di studio solitario, i litigi dei genitori sullo sfondo di una vita tutta chiusa in pochi svaghi, stretta da emergenze finanziarie. L’esordio era stato precoce. Due raccolte di novelle all’uso del Verga, che ammirava e del quale condivideva la riflessione. Racconti che avevano destato il plauso della critica e in cui primeggiava l’interesse per gli ultimi, per coloro che non hanno voce né ambiscono ad averla, che la letteratura resuscita con un atto misericordioso, amaro. Nel tempo, però, la riflessione sui “vinti” si era spostata dal mondo rusticano all’universo  familiare, ai suoi nodi misteriosi,  taciuti, entro i quali maturano infelicità. I “vinti” di Maria sono le donne, che “non posseggono la forza di offendere né quella di difendersi”. Sposate come  Jemma (La porta chiusa). Nubili come Rosalba (L’avventura).  Zitelle come Liboria (Rose rosse) con “la sua fresca giovinezza che non voleva morire”.
Maria Messina non tace scandali, non fa censure alla verità, non inganna il lettore. Inizia la narrazione in punta di piedi, Leggi tutto…

Antonio Moresco a Naxoslegge – 29/1/2013

Prosegue l’attività di Naxoslegge… tutto l’anno, come da programma, con l’incontro con Antonio Moresco,  martedì 29 gennaio 2013 alle ore 16.00, presso l’ auditorium del Liceo scientifico Caminiti di Giardini Naxos.

La conduzione dell’incontro è affidata, come di consueto, al professore Dario Tomasello e alla professoressa Fulvia Toscano.

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Il bisogno di sperare nel 2013

La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni (..).
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Albert Einstein

di Margherita Spagnuolo Lobb

Ho scelto questa frase di Albert Einstein per augurare ai lettori un 2013 pieno di coraggio, buon senso e inventiva. Si chiude un anno di grandi crisi a tutti i livelli: economico, politico, sociale, di valori (troppe stragi senza un perché…). Un anno segnato da disoccupazione, catastrofi, panico per l’annunciata fine del mondo dei Maya, e quant’altro. Il mio augurio è che in questo vento fortissimo che scuote le nostre vite, possiamo lasciarci “spettinare”, che possiamo lasciarci modificare dalla crisi, perché solo così, destrutturando i nostri sogni e ciò che siamo stati abituati a pensare, possiamo dare il meglio di noi. In questo anno e sempre più in questi ultimi mesi le persone sono state disorientate e nel panico. Persone che hanno perso il lavoro, che non riescono più a vivere con ciò che guadagnano, giovani disperati perché senza lavoro, giovani annoiati perché non chiamati in causa da una società che li dimentica scandalosamente. Che questi venti non siano semplici brezze e possano attivarci tutti, farci vedere l’essenziale della vita, per volere una sola cosa: il bene comune. Che possano svegliarci, per non abboccare all’amo del politico di turno che promette soluzioni fantasiose ma non raggiungibili. Che possano farci sentire ciò che realisticamente vogliamo fare, ognuno di noi con il nostro carisma, in questa comunità sociale così bisognosa di tutto e di tutti. Solo la partecipazione   di tutti i cittadini ai problemi quotidiani della nostra società è garanzia di soluzioni vere e creative. Non deleghiamo ai politici ma chiediamo loro di realizzare le nostre piccole o grandi soluzioni al disastro che ci circonda, perché dall’angoscia della notte possa nascere la creatività di chi tiene veramente al benessere comune.
Perché solo così possiamo vedere, in noi e negli altri, l’amore che c’è dentro la disperazione, la leggerezza che c’è dentro la fatica, la bellezza che c’è dentro il dolore, la voglia di raggiungerci che c’è dentro la paura e la rabbia, la forza di costruire che c’è dentro la noia, il desiderio di calore che c’è dentro l’isolamento. Leggi tutto…

Ecco perché celebrare il Giorno della memoria

Ecco perché celebrare il Giorno della memoria

da LA SICILIA di sabato 26 Gennaio 2013, OggiCultura,pagina 22

di Massimo Maugeri

Il 27 gennaio ricorre il “Giorno della Memoria”, l’appuntamento annuale con cui si ricorda l’Olocausto: ovvero lo sterminio del popolo ebraico perpetrato durante la Seconda guerra mondiale. L’esigenza di celebrare questo anniversario deriva non solo dal desiderio civile di impegnarsi a tenere viva la memoria per evitare che alcune zone cancerose della Storia possano tornare a riproporsi, ma anche dalla necessità di ottemperare a un dettato normativo. Difatti con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 il nostro Paese ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. L’art. 1 evidenzia le finalità della ricorrenza: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »
Anche in questo gennaio 2013, su Letteratitudine, ho rimesso in primo piano il post dedicato al “Giorno della Memoria” (includendo la discussione che ne è seguita e che si rinnova di anno in anno). Sono molte le domande che si rincorrono e a cui in tanti hanno cercato di dare risposta. Qual è, o quale dovrebbe essere, il senso del Giorno della Memoria? L’indizione di questa giornata ha più una funzione conoscitiva o etica?
Le critiche non mancano: alcune iniziative possono peccare di un eccesso di retorica, il semplice ricordare può ridursi a una sorta di mero “formalismo”, parlare troppo di Olocausto può determinare un “effetto saturazione”. In ogni caso occorre considerare che il negazionismo serpeggia e si alimenta con sorprendente vitalità. Nel corso del dibattito su Letteratitudine, per fare un esempio, qualcuno ha contestato il numero dei morti e negato l’esistenza stessa del piano di sterminio. Se ci dimenticassimo di ricordare, faremmo il gioco dei negazionisti e dei loro amici. Ecco perché il “Giorno della Memoria” va celebrato (retorica o non retorica) cercando di coinvolgere tutti (soprattutto i giovani). Facciamolo con convinzione, perché gli araldi delle zone cancerose della Storia continuano a prosperare nell’ombra. Aspettano solo che guardiamo altrove per conquistare spazio.
www.letteratitudine.it
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Il lungo viaggio di Primo Levi, di Frediano Sessi

Il lungo viaggio di Primo Levi. La scelta della resistenza, il tradimento, l'arresto. Una storia taciutaIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Il lungo viaggio di Primo Levi. La scelta della resistenza, il tradimento, l’arresto. Una storia taciuta (Marsilio)

di Frediano Sessi

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1943, Primo Levi venne arrestato, in località Amay (Valle d’Aosta), durante un rastrellamento della milizia fascista contro i partigiani. Con lui saranno arrestati Luciana Nissim e Vanda Maestro, Aldo Piacenza e Guido Bachi che, da qualche settimana, hanno dato vita a una banda di ribelli affigliata a Giustizia e Libertà. Nonostante questo episodio dia inizio a tutto il suo calvario di ebreo deportato ad Auschwitz, Primo Levi parlerà assai poco e saltuariamente della sua permanenza in montagna tra i partigiani. Anzi arriverà a definirlo “il periodo più opaco” della sua carriera. “È una storia di giovani bene intenzionati ma sprovveduti – scriverà – e sciocchi, e sta bene tra le cose dimenticate”. Qual è la causa di un giudizio così severo? L’esecuzione sommaria all’interno della banda di due giovani che con le loro azioni minacciavano la sicurezza e la vita stessa del gruppo partigiano può sicuramente aver contribuito. E tuttavia, la ricostruzione puntuale e documentata delle settimane che videro Levi passare dalla scelta antifascista alla lotta partigiana, apre altri scenari, suggerendo un legame di continuità tra la vita partigiana e la lotta per la sopravvivenza ad Auschwitz.
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Il nostro appuntamento – Ellis Lehman, Shulamith Bitran

Il nostro appuntamentoIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Il nostro appuntamento (Piemme)
di Ellis Lehman, Shulamith Bitran

Ellis e Bernie sono ebrei, vivono vicino all’Aia e si amano con l’urgenza dei loro 18 anni. Hanno molti progetti, di cui uno banale ma più pressante di tutti: stare insieme per sempre. Il luglio 1942 renderà folle la banalità. Al momento di salutarsi si danno un appuntamento a quando la guerra sarà finita, di martedì alle ore 16 sulla panchina dove si sono scambiati il primo bacio, e promettono di tenere un diario. Passano anni di morte e terrore. Ellis per molti martedì va all’appuntamento ma la panchina rimane vuota. Anni dopo, proprio nel giorno del suo matrimonio, riceve i diari di Bernie. Dovranno trascorrere sessant’anni prima che trovi il coraggio di leggerli. E finalmente il loro abbraccio vincerà la storia.
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Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana

Scolpitelo nei cuori. L'Olocausto nella cultura italiana (1944-2010)In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana (1944-2010) – (Bollati Boringhieri)
di Robert S. C. Gordon

Siamo capaci, noi italiani, di elaborare, metabolizzare e comprendere l’Olocausto che ci ha colpiti? Siamo in grado di tramandarne la memoria? Che uso abbiamo fatto, noi, pubblicamente, nella nostra dimensione culturale condivisa, dell’immane sterminio che ha coinvolto gli ebrei e i non ebrei del nostro paese, non certo meno che altrove? Quali ricadute nelle nostre vite, quali insegnamenti, quali comportamenti ci deve imporre la storia di quell’orrore? Sono domande dure come macigni, sono le fondamenta stesse dell’Italia repubblicana. È su queste domande che si possono porre le basi di una società che vuole voltare pagina e ricostruire se stessa dopo il ventennio fascista e una guerra al massacro. A sessant’anni di distanza, questo è il primo libro che affronta nel dettaglio il tema di quanto si è sedimentato dell’Olocausto nella nostra identità, attraverso i libri degli intellettuali, le canzoni popolari, il cinema, la televisione, i monumenti innalzati o quelli che non sono mai stati inaugurati; ma anche attraverso l’operato del nostro Parlamento e delle sue leggi. Robert Gordon ha studiato in profondità la storia dell’elaborazione della Shoah in Italia, e ce ne offre qui un quadro complesso, ripercorrendo questi sessant’anni su più livelli, evidenziando la figura centrale di Primo Levi, ma anche il diffuso sentimento autoassolutorio degli italiani, che ancora oggi vivono spesso se stessi come esecutori “riluttanti” di ordini altrui, faticando a farsi carico del proprio passato.
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I giocattoli di Auschwitz, di Francesco Roat

I giocattoli di Auschwitz

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I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat Lindau, 2013 – pagg. 292 – euro 19,50

[con la pubblicazione di uno stralcio del libro]

Un bambino ebreo nell’inferno di Auschwitz.
Un ufficiale delle SS appassionato di musica.
Il difficile ritorno alla vita «normale».
Un romanzo duro, intenso e coinvolgente
come la Storia che vi fa da sfondo.

 
Il libro
Il piccolo Ruben è un “giudeo cacasotto”: così lo deridono i compagni di classe, fino a quando un giorno la scuola gli viene per sempre preclusa. Ma lui non ne fa un dramma. Meglio le lezioni private di clarinetto dal professor Nussbaum, uno che suonava con i Wiener Philarmoniker prima che lo cacciassero perché ebreo. Meglio gironzolare per le strade della città. Meglio starsene a casa, nonostante il clima in famiglia si faccia ogni giorno più cupo e agitato. Una notte, però, tutto precipita, arrivano i soldati e si possono raccogliere solo le cose più importanti, perché non c’è tempo, alla stazione c’è un treno che aspetta. Auschwitz ingoia gli ebrei, ma non Ruben. Il ragazzo viene salvato da un ufficiale delle SS, Klaus von Klausemberg, un raffinato melomane che si invaghisce del suo talento musicale. Il militare lo prende sotto la sua protezione, gli dà una certa libertà all’interno del lager, lo ospita nell’ospedale del campo. Ruben vive così una prigionia dorata e Klausemberg diventa per lui una specie di padre, protettivo e prodigo di consigli, oltre che un amico con cui suonare il prediletto Mozart. La tragica verità del lager affiorerà poco alla volta, insinuerà in Ruben prima dubbi e sospetti, poi inquietudini e orrori, in un crescendo di scoperte sconvolgenti, che, al momento della liberazione, si trasformeranno in un lutto assai difficile da elaborare. Solo due decenni più tardi, rivivendo attraverso un diario postumo la tragedia di Auschwitz, Ruben potrà scacciare i fantasmi.

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, uno stralcio del romanzo I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat (Lindau)
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La sposa di Auschwitz – di Millie Werber, Eve Keller

La sposa di Auschwitz

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La sposa di Auschwitz (Newton Compton)
di Millie Werber, Eve Keller

Millie Werber ha quattordici anni quando i nazisti invadono la Polonia. La sua cittadina, Radom, viene trasformata in un ghetto e la fabbrica locale in un campo di concentramento. L’unico modo per avere salva la vita è lavorare come operaia per i tedeschi. Ma persino nell’orrore di un lager si può trovare l’amore: proprio qui, infatti, la ragazza conosce Heniek, ebreo costretto a collaborare con gli invasori. I due si scambiano le fedi e una promessa d’amore eterno. Il loro matrimonio, però, dura ben poco: Heniek viene tradito da un altro ebreo e fucilato dai nazisti. A Millie non resta che farsi forza e lottare a ogni costo per sopravvivere e per affrontare l’orrore di Auschwitz. Anni dopo, reduce dal lager e dalla terribile marcia della morte, per la Werber arriverà il momento di rifarsi una vita in America accanto a un altro uomo, il secondo marito, Jack. Eppure il ricordo di Heniek – il primo, grande amore – l’accompagnerà per sempre, proprio come l’anello che lui le aveva donato nel ghetto di Radom. La straordinaria vicenda di questa coraggiosa sopravvissuta ci svela cosa significava vivere nella Polonia occupata dai nazisti e come si possa trovare l’amore vero persino nell’inferno dell’Olocausto.
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Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute

Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute. Con DVDIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute. Con DVD (Einaudi)
di Marco Paolini

“T4 non è una tragedia classica, ma una raccolta di storie tragiche che si possono comprendere soltanto fornendo una chiave della logica che l’ha ispirata e l’ha guidata. Le vittime sono quasi tutte anonime, i carnefici sembrano solo aguzzini e sadici, ma dietro quella mostruosità c’è una normalità colpevole, ed è solo rendendola familiare e umana che si può comprendere e riconoscerne i segni anche fuori dalla storia, nel presente”. (Marco Paolini). Il libro, Taccuino di lavoro”, raccoglie 11 saggi che descrivono dal punto di vista psichiatrico e storico la condizione dei malati di mente durante il nazismo. Con il contributo di Claudio Magris, “La vita in un battito di ciglia”. Il DVD è la registrazione di “Ausmerzen”, lo spettacolo di Paolini sullo sterminio di massa conosciuto come Aktion T4, una orribile prova generale dell’Olocausto.
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Storia della Shoah, di Georges Bensoussan

Storia della Shoah

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Storia della Shoah (Giuntina)
di Georges Bensoussan

“Tra il 1939 e il 1945, la Germania nazista, assecondata da molteplici complicità, ha sterminato circa 6 milioni di ebrei europei nel silenzio pressoché totale del mondo. Le è mancato solo il tempo per distruggere l’intero popolo ebraico come aveva deciso. Questa è la realtà cruda del genocidio ebraico, Shoah nella lingua ebraica. La decisione di “far scomparire” il popolo ebraico dalla terra, la determinazione di decidere chi deve e chi non deve abitare il pianeta, spinta alle sue ultime conseguenze, segna la specificità di un’impresa, unica a tutt’oggi, tesa a modificare la configurazione stessa dell’umanità.”
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Per coraggio, per paura, per amore – di Astrid Rosenfeld

Per coraggio, per paura, per amoreIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Per coraggio, per paura, per amore (Mondadori)
di Astrid Rosenfeld

A quasi vent’anni, Edward Cohen ha alle spalle anni vagabondi tra una nonna ingombrante e autoritaria, una madre dolcissima e un patrigno stravagante che assomiglia terribilmente a Elvis. Con la sua voce fascinosa sa incantare gli elefanti allo zoo e sedurre le donne. Sa anche cavarsela sempre, magari con espedienti non del tutto onesti. Edward è appena tornato a Berlino, contagiato dall’entusiasmo prorompente del dopo-unificazione, ma non trova pace nella città della sua infanzia. A tormentarlo è un amore infelice. E un fantasma: Adam, il fratello minore di suo nonno, scomparso all’inizio della guerra. Di quell’uomo singolare nessuno ha mai voluto parlargli, salvo ripetergli come una maledizione che gli assomiglia in modo impressionante. Edward torna nella vecchia soffitta della nonna e per caso trova un tesoro capace di dare un senso al suo smarrimento: è “L’eredità di Adam”, il manoscritto di un libro scampato all’Olocausto. Quelle pagine raccontano tutto: la storia di una famiglia, di una nonna dal piglio energico che irrideva l’arroganza nazista ed era riuscita a proteggere fino all’ultimo i nipoti, una storia di amici fedeli e spie. Ma contengono soprattutto il racconto dell’amore disperato e tragico di Adam per la sua Anna. Edward capisce allora che la sua storia e quella di Adam sono intrecciate, perché quel prozio non gli ha lasciato in eredità solo i suoi occhi, la sua bocca e il suo naso, ma anche questa pila di fogli che non hanno mai raggiunto il loro loro vero destinatario…

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La Shoah dei bambini, di Bruno Maida

La Shoah dei bambini. La persecuzione dell'infanzia ebraica in Italia 1938-1945In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

La Shoah dei bambini. La persecuzione dell’infanzia ebraica in Italia 1938-1945 (Einaudi)
di Bruno Maida

Questo libro racconta la storia dei bambini ebrei che furono perseguitati e deportati dall’Italia, in una vicenda che si dipanò dal 1938 al 1945. Esso non ripercorre solo le complesse realtà che vissero gli adulti bensì riattraversa quegli anni “con occhi di bambino”. È un’espressione, questa, che non significa solo collocare al centro della narrazione il punto di vista dell’infanzia e i percorsi di una memoria specifica, segnata da esperienze in parte diverse rispetto a quelle dei genitori. È un’espressione che sottolinea come nella ricostruzione storica della persecuzione e della deportazione dei bambini italiani ebrei vengano analizzate le strategie e i comportamenti della vita quotidiana – dal gioco allo studio, dal rapporto con gli altri famigliari agli oggetti e ai luoghi – che restituiscono un mondo articolato di paure e speranze, il libro racconta sia come vissero concretamente quei bambini, sia l’aspetto psicologico più strettamente legato al trauma, poiché fu un’esperienza che coincise con la fase della crescita, indirizzando per sempre alcuni elementi della loro identità e del loro rapporto con il mondo, il tema della mancata reintegrazione, in termini materiali e simbolici, da parte del nostro paese, induce l’autore a spingere la sua ricostruzione fino al dopoguerra, così da portare la riflessione sulle responsabilità collettive che tuttora ci interrogano.
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Nudo tra i lupi, di Bruno Apitz

Nudo tra i lupiIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Nudo tra i lupi (Longanesi)
di Bruno Apitz

Campo di concentramento di Buchenwald, marzo 1945. Mentre gli americani sono arrivati a Remagen, un nuovo treno di deportati è giunto al lager. Tra essi Zacharias Jankowski, un ebreo polacco che porta con sé furtivamente una valigia. Alcuni detenuti lo aiutano a nasconderla, ma restano esterrefatti quando scoprono che al suo interno si trova un bambino di circa tre anni. Che fare: denunciarne la presenza o proteggerlo? Di certo la presenza del bimbo, l’unico in quel luogo di desolazione, mette a rischio l’organizzazione internazionale di resistenza attiva clandestinamente nel lager, dove l’obiettivo comune è cercare di sopravvivere tra la disperazione e la speranza, restare uomini nonostante tutto: l’orrore dei forni crematori, le torture, le marce della morte, i delatori, la solitudine, il lento annientamento. Fino all’11 aprile, quando i 21.000 prigionieri superstiti, con le ultime SS ormai in fuga, varcano i cancelli della libertà. La nuova edizione italiana di questo romanzo autobiografico, che vide l’autore testimone e protagonista degli eventi narrati, ripristina – sulla scorta della recentissima edizione apparsa in Germania – i brani che poco prima della pubblicazione Apitz decise di eliminare o modificare, restituendo il testo così come fu scritto di getto, all’indomani della liberazione del lager.
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Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili, di Sami Modiano

Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esiliIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Per questo ho vissuto. La mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili (Rizzoli)
di Sami Modiano

“Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo.” Come tanti sopravvissuti all’Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato nella Rodi degli anni Trenta, un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Sami non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma quando le leggi razziali colpiscono la sua terra, all’improvviso si ritrova bollato come “diverso”. E a tredici anni, nell’inferno di Auschwitz-Birkenau, vedrà morire familiari e amici fino a rimanere solo al mondo a lottare per la sopravvivenza. Al miracolo che lo porta fuori dal campo non seguono tempi facili: Sami si ritrova in prima linea con l’esercito sovietico ed è poi costretto a fuggire a piedi attraverso mezza Europa per poi giungere in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra. Dopo due anni di lavoretti malsicuri e pessimi alloggi, ma rallegrati dagli amici e dalla scoperta dell’amore, appena diciassettenne Sami sceglie di nuovo di andarsene, questa volta in Congo belga. Qui gli arriderà il successo professionale ma lo attendono nuovi pericoli, allo scoppio della guerra civile. La storia di Sami Modiano è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici.
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LIBRI DI CARTA, LIBRI DIGITALI – “Il grande fiume Po” di Guido Conti

Il grande fiume Po

VENERDI 25 gennaio ore 15,00-18,00 Presso l’Università di Parma, Polo didattico di via D’Azeglio, Aula K3, si terrà l’Incontro seminario
Scenari editoriali: il libro è morto, w il libro. Integrazioni fra ebook e carta stampata. Presentazione del volume di Guido Conti, Il grande fiume Po dal cartaceo alla versione per l’Ipad. Dettagli, a fine post.

LIBRI DI CARTA, LIBRI DIGITALI

di Guido Conti

La forma elettronica del libro apre scenari inesplorati per uno scrittore con la voglia e il desiderio di iniziare grandi avventure. Riflettere su come il mio ultimo romanzo Il grande fiume Po, edito da Mondadori e già alla terza edizione cartacea, si sia trasformato nella sua versione per l’Ipad, credo possa essere utile per capire come muoversi in questo paesaggio tutto da inventare e da creare ex novo.
Il grande fiume Po è un romanzo molto all’avanguardia. Un critico ha detto che è la vera novità del 2012 dal punto di vista della forma e dei contenuti. Un viaggio dalle fonti al delta del fiume, ricostruito come un diario che è anche raccolta di racconti, antologia di testi di scrittori che hanno scritto sul Po da Esiodo a Zavattini, da Gregorio Magno a Bassani. Ma è anche un’antologia di poesia e di poeti, da Virgilio a Dante e Petrarca, passando per il Tasso fino a Umberto Bellintani: è una raccolta di aneddoti, fiabe, racconti storici veri, tra animali immaginari e scrittori che hanno raccontato il Po come luogo infernale (vedi il mito di Fetonte) e luogo paradisiaco (Virgilio). Il Po visto come fiume europeo, cerniera tra il sud e il nord Europa dall’epoca dell’antica Grecia, per arrivare all’Unità d’Italia del 1861, ma anche viaggio nella cultura in una delle tradizioni che hanno fondato il pensiero e la cultura dell’occidente.
La forma e i contenuti di questo romanzo potevano dunque diventare qualcos’altro.
Con Sandra Furlan, Responsabile Digital Development Libri Trade della Mondadori e il suo gruppo di giovani grafici, abbiamo elaborato una nuova forma del libro per l’Ipad, con le possibilità offerte dalle nuove tecnologie, evitando le vecchie formule dei cdrom, finiti presto a fare da gadget dei giornali e poi spariti dal mercato. Una ricerca non semplice, risolta con le possibilità tecniche che offre le applicazioni della Apple.
Il grande fiume Po si può leggere nella sua versione elettronica già scaricabile per i diversi EbookReader, come Kindle o Kobo, ma quello che abbiamo elaborato per l’Ipad è una cosa completamente nuova, perché non cambia solo il supporto ma viene messa in discussione la stessa forma del libro e della sua fruizione, i contenuti.
Nella sua versione per l’Ipad Il grande fiume Po si è arricchita di oltre 100 immagini di Marzia Lodi che mi ha seguito in questo viaggio. Ci siamo trovati subito a riflettere su come utilizzare quelle immagini. Leggi tutto…

MILLE CRETINI, di Quim Monzó (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, un brano tratto da MILLE CRETINI, di Quim Monzó
Marcos Y Marcos, 2013 – pagg. 160 pagine – euro 14,50
Traduzione di Gina Maneri

L’articolo di Gabriele Romagnoli su la Repubblica

Il libro
Un paparino profondamente materno che prende in contropiede l’incipiente vecchiaia – nonché il figlio – a suon di collant, gonna, rossetto e tacchi a spillo.
Un principe azzurro che tenta inutilmente di risvegliare la principessa dal suo sonno profondo con mille prodezze erotiche, e finisce per addormentarsi lui, per sempre.
Uno scrittore esordiente pronto a rinnegare il suo idolo – che ha contribuito in modo sostanziale al suo decollo – non appena ne ha preso il posto nel firmamento letterario. Un uomo che decide di sposare l’ex fidanzata perché scopre che è malata terminale, e quando lei guarisce grazie all’amore, non sa proprio che pensare, che pesci pigliare… Che si tratti di vecchi rincretiniti, vitelloni incalliti o Madonne ribelli al destino di future madri di Gesù Cristo, Quim Monzó entra nelle vite dei suoi personaggi con la marcia in più dei Grandi: occhio acuto, parole al vetriolo, balsami di tenerezza.
Parola di «The Guardian», che lo porta in palma di mano, fra i massimi scrittori viventi.

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Uno stralcio del volume MILLE CRETINI, di Quim Monzó

UN TAGLIO
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TRA LE RIGHE, festival della piccola e media editoria indipendente – Cinisello Balsamo, 22/24 febbraio

Tra le righePiccola, vivace, indipendente. E intraprendente:

A Cinisello l’editoria dà vita a Tra Le Righe: tre giorni di festival, in biblioteca

Al centro Culturale IlPertini dal 22 al 24 febbraio presentazioni, reading, tavole rotonde, laboratori per bambini e tutorial per il mondo ebook.

(Comunicato stampa)

Sono piccole, fanno budget limitati ma sono tra le realtà più vivaci del panorama culturale italiano: sono le piccole e medie case editrici, orgogliosamente artigianali o decisamente orientate alle nuove tecnologie, realizzano spesso ottimi titoli ma il più delle volte restano ai margini del mercato, dominato da pochi nomi e dai grandi circuiti di distribuzione.

A loro, e ai loro lettori, ha pensato il Comune di Cinisello Balsamo: e così il suo nuovissimo e polifunzionale Centro Culturale IlPertini, inaugurato il settembre scorso e sede della biblioteca cittadina, sarà la piazza della prima edizione di Tra Le Righe, festival della piccola e media editoria indipendente.

Una tre giorni di esposizioni di libri ma anche di incontri, workshop, reading, laboratori. Molta attenzione all’editoria digitale, ma non solo. Sul fronte digitale, tra le varie iniziative, i seminari Digital reader e una postazione dedicata al servizio Media Library On line (MLOL), dotata di e-book reader a disposizione del pubblico. MLOL collabora con le più importanti piattaforme distributive italiane tra cui Bookrepublic. Ma al festival sarà presente anche il mondo dell’editoria che fa dell’artigianato di qualità la sua eccellenza. Proprio questo sarà il focus dell’incontro organizzato dal Master di Editoria dell’Università Cattolica, presente al festival anche con i propri studenti, che copriranno l’evento attraverso i social network.
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PRIAMO – Quella solitudine immensa d’amarti solo io (di Paolo Pizzato)

logo PriamoPriamo è un progetto editoriale no-profit nato dal “sogno” di Emanuele Pettener docente di lingua e letteratura italiana a Florida Atlantic University (a Boca Raton in Florida) e di Marco Crestani, animatore culturale e copywriter.

Abbiamo chiesto ai responsabili di “Priamo” di raccontarci qualcosa riguardo alla linea editoriale.

A seguire, un estratto del romanzo Quella solitudine immensa d’amarti solo io di Paolo Pizzato

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A proposito della linea editoriale di Priamo…

(di Emanuele Pettener)

Priamo è un’associazione culturale nonché casa editrice no-profit. “Priamo”, in verità, è  un desiderio, fatto di desideri – di cultura, di storie, di libri, di persone. Intendiamo mettere il battaglione della tecnologia al servizio dei nostri ideali old-fashioned: proteggere la bellezza, ideare, promuovere, e condividere esperienze culturali, produrre libri meravigliosi per contenuto e forma (sian essi elettronici o di carta)  privilegiare gli autori: nessun’altro criterio ci guida se non la passione e l’entusiasmo per una storia mirabile raccontata con linguaggio mirabile – e l’ammirazione e la gratitudine per che le scrive.

Grazie alla collaborazione con Meligrana editore, i nostri  ebook nel giro di 24 ore saranno in tutti gli “store” italiani e i più importanti internazionali: e infatti raccoglieremo storie da tutto il mondo, raccontate in tutte le lingue. I nostri ebook, coltiviamo questa ambizione, cambieranno la mentalità italiana nei confronti degli ebook.

Il nostro sogno è che fra qualche tempo si riconosca Priamo come il luogo dove si può trovare quello che non si può trovare altrove – e non intendiamo solo i libri, le idee, gli eventi: come se, passeggiando, d’incanto scoprissimo un negozietto bizzarro mai notato prima, che sembra spuntare dal nulla, magicamente, e quando vi entriamo ci sentiamo subito a casa (oppure a Parigi o a New York, e magari negli anni Venti, ma a casa comunque) dove ogni oggetto sembra avere una storia da raccontarci, dove i gatti dormono in vetrina come divinità egizie, dove il proprietario ha una faccia simpatica e non ti fa nessuna pressione perché compri qualcosa, nemmeno indiretta, anzi dopo averti sorriso non lo vedi più, forse non è il proprietario, forse il proprietario sei tu, tanto che non si ha più voglia di andare a casa perché si teme che sparisca per sempre, perché in quel mondo ci si sente bene, fra gatti e libri e proprietari invisibili – perché  il mondo fuori sembra sospeso. Leggi tutto…

CHE MESTIERI FANTASTICI (un brano e un disegno)

In esclusiva per Letteratitudine pubblichiamo un brano e un disegno tratto da CHE MESTIERI FANTASTICI di Massimo De Nardo (Rrose)

“Che mestieri fantastici” è un libro per ragazzi, dai nove anni in su. I mestieri sono Il riparatore di nuvole e Il cercatore di parole.
Disegni, a pagina intera e a doppia pagina, di Tullio Pericoli. Introduzione di Stefano Bartezzaghi.

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IL RIPARATORE DI NUVOLE

Nimbo ripara le nuvole. Il suo lavoro non ha orari: guarda il cielo, e se capisce che serve il suo intervento parte subito con il camion. Anche quando piove. Spesso proprio perché piove. Succede pure che gli telefonano nel bel mezzo della notte, mentre lui dorme beato. Le nuvole, si sa, vanno e vengono. Se c’è il vento, il lavoro si fa davvero difficile. Nimbo è molto bravo e se la cava sempre bene. I suoi attrezzi da lavoro sono tanti tubotti di colla (colla speciale, s’intende), alcune bombolette per fare il fuoco, come dei lanciafiamme, e una corda lunga lunga. Nimbo usa un paio di guanti gialli e un casco color rosso vivace, che sembra un motociclista. Arriva sulla nuvola con una scala elettrica formata da tante piccole scale, che sta in mezzo al camion ed è tenuta ferma da grossi bulloni d’acciaio. Una scala altissima, che il vento fa dondolare come fosse lo stelo di un fiore gigante. Non bisogna soffrire di vertigini, sennò ti prende la fifa e torni giù. Se uno è un po’ svagato, distratto, poco attento, si dice che ha “la testa tra le nuvole”. Nimbo la testa ce l’ha sulle spalle, perché deve stare molto attento a quello che fa.

disegno di tullio pericoli

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Vincenzo Consolo: la ferita che non guarisce

Vincenzo Consolo

In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog

Vincenzo Consolo:  la ferita che non guarisce

di Anna Vasta

A un anno dalla morte di Vincenzo Consolo, è ancora aperta quella “Ferita dell’aprile”,  libro d’esordio e di iniziazione (1963) a quel mestiere delle armi che è la letteratura e la vita che in essa prende forma e sostanza di verità, quasi a riparazione di  un suo trasformarsi  in altro da sé che ne amplifichi le potenzialità espressive.  Espressiva,  Consolo definisce la sua scrittura, distinguendola da quella  comunicativa  del realismo narrativo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo”- Evocativo  di suggestioni eliotiane – “Aprile dei mesi é il più crudele, col germogliare/lillà da desolate terre,/ mischiando memoria e desiderio/resuscitando/morte radici con pioggia di primavere”- La ferita dell’aprile mescola memoria e desiderio e rinverdisce morte radici. da una realtà  dura e desolata come zolle in inverno.
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ESERCIZI DI CRONACA, di Vincenzo Consolo

Esercizi di cronacaUn anno fa, il 21 gennaio 2012 è venuto a mancare Vincenzo Consolo.

In collegamento con il dibattito online su LetteratitudineBlog, segnaliamo il volume ESERCIZI DI CRONACA, di Vincenzo Consolo (Sellerio, 2013 – pagg. 243, euro 13, a cura di Salvatore Grassia – Prefazione di Salvatore Silvano Nigro)

Vincenzo Consolo è stato uno dei grandi scrittori italiani del Novecento. È stato anche un grande giornalista. Dalla sua collaborazione con il rivoluzionario quotidiano siciliano «L’Ora», gli articoli di cronaca nera e inquietante, le inchieste sulla città e i suoi uffici e poi ancora interviste, questioni letterarie, recensioni, ma anche riflessioni civili. Un filo con la Sicilia che continua per moltissimi anni e che si alimenta, oltre che con i ritorni estivi nell’isola, proprio con queste cronache.

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«La scrittura non cambia il mondo. Ma è una difesa contro la ferita dell’impotenza. Ne conviene anche Consolo che indossa la cronaca come un linguaggio diverso, moralmente e civilmente allarmato, che non si riconosce nelle narrazioni convenzionali, inadeguate al carico di pena e alle calligrafie del dolore di tante vite “deportate”: avvilite, mortificate, disfatte; dimenticate. Si inoltra nei dintorni oscuri e inospitali della città opulenta, nelle solitudini dei dormitori; si muove lungo gli orli sfumati della vita urbana. Incontra scelleraggine e sordidezza: fattacci di cronaca nera, tragedie familiari, speculazioni omicide. Ridiscende in Sicilia, nei paesi spogliati dall’emigrazione, a inventariare morti e rovine entro un panorama diroccato, abbandonato dallo Stato o affidato all’avidità degli esattori e alle politiche di tale o talaltro onorevole per nulla onorevole. Va per uffici anche. E raccoglie le voci tutte e le scalmane di un pazzo mondo di disservizi e disfunzioni: sgarbato e spiritato; e talmente compresso da sembrare invasato, e come in farsa». Salvatore S. Nigro analizza in questo modo lo stile narrativo di Consolo. E Vittorio Nisticò, direttore de «L’Ora» negli anni più gloriosi, offre questa testimonianza della sua maniera di essere giornalista: Leggi tutto…

AUDI QUO REM DEDUCAM, di Grazia Maria Schirinà

Audi que rem no reflexAUDI QUO REM DEDUCAM di Grazia Maria Schirinà
Melino Nerella, 2012 – pagg. 120 – euro 10

“Stamane ricorre il 47° compleanno di mia madre. Non ho avuto il coraggio di farle gli auguri. In questo giorno, negli altri anni, abbiamo fatto festa, ora no”

Queste parole, annotate nel suo breve diario di guerra tenuto a Bronte nel 1943, scrive Giuseppe Schirinà, a significare l’intorpidimento e il blocco dei sentimenti e delle manifestazioni d’affetto primarie causate dalle quotidiane violenze della guerra.

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Abbiamo chiesto a Grazia Maria Schirinà di parlarci di questo volume, partendo dalla scelta del titolo, e di raccontarci di suo padre Giuseppe…

di Grazia Maria Schirinà

Mi piace cominciare col chiarire a cosa si deve la scelta del titolo. In effetti, il quaderno, contenente il testo cardine di questo volume, portava sul frontespizio, come titolo, “Audi quo rem deducam”; si tratta di un verso tratto dalla prima satira, del primo libro di Satire di Orazio posto in enjambement tra il v. 14 e il v. 15. In particolare è la satira sulla medietas e, nello stesso tempo, sull’incontentabilità degli uomini e sulla felicità. “Est modus in rebus”, diceva Orazio e Giuseppe Schirinà, attento osservatore dei caratteri dell’uomo, spirito critico e dotato di grande senso dell’ironia, ha fatto suo il detto oraziano e lo ha sviluppato soprattutto nella prima parte del suo diario, che è una critica decisa e ferma del regime e dei comportamenti di chi, all’epoca, deteneva il potere. A questa prima parte segue l’annotazione diaristica del percorso intrapreso al seguito della madre, in tempo di Guerra, e, in particolare, nelle giornate cruciali che portarono allo sbarco ad Avola e al bombardamento a Bronte, dove si trovava ospite della sorella. La storia delle città della Sicilia Sud-orientale ha trovato un motivo d’unione nel ricordo affettuoso che di essa e dei suoi personaggi ha tracciato l’autore che, nonostante la giovane età, ha tratteggiato gli eventi con realismo e maestria toccante. La storia della famiglia è divenuta, attraverso la sua penna, la storia di Bronte e dei suoi palazzi, delle sue anime, dei loro drammi; ma la storia di Bronte, intrecciandosi con quella di Avola, ha avuto come scenario anche la storia condivisa di tutta la popolazione italiana che sperava nell’armistizio; è divenuta storia nazionale a riprova che ogni storia non è mai isolata, ma, pur appartenendo alla comunità in cui si vive e opera, nel contempo appartiene alla vita di tutto il popolo.
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PIOVANI INTERPRETE DI PASCAL

PIOVANI INTERPRETE DI PASCAL

di Giovanni Ghiselli

E’ uscito da pochi mesi un bel libro: Piovani interprete di Pascal (MassettiRodellaEditori, Brescia, ottobre 2012).

L’autrice, Francesca Nodari, è una studiosa di  valore: collabora alla cattedra di Filosofia teoretica dell’Università Milano-Bicocca, autrice di altri libri tra cui Il pensiero incarnato in Emmanuel Levinas (Morcelliana, Brescia 2011),  ed è direttore scientifico del Festival Filosofi lungo l’Oglio.
Nel Capitolo primo, Miseria e Deesse, (pp. 11-39)   l’autrice fa emergere un confronto tra la filosofia di Blaise Pascal  (1623-1662) e quella di Pietro Piovani (1922-1980), “il filosofo italiano della seconda metà del Novecento al quale dobbiamo un’originale teoresi storicistico-esistenziale”[1]. Piovani ha messo a punto un suo storicismo critico .
In esso “la conoscenza storica è, si fa coscienza morale[2], come pure è un farsi l’identità e la libertà dell’uomo: “il mio esser  libero è un farmi libero…Il mio autentico essere è un esistere  perché è un farsi riempiendo il deesse…L’uomo è un dato che si dà”, scrive Piovani[3].
La conquista dell’identità però, il diventare se stesso, quello che era l’imperativo pindarico “diventa quello che sei”[4], non è un compito sine cura, ma “appare nel suo aspetto di fatica grave, di pena insopportabile”[5].

Il mio contributo a questo studio non può che essere il ricordo e la citazione dei classici congruenti.
Nell’ultimo libro dell’Asino d’oro di Apuleio, dopo lunghi e duri travagli, il protagonista Lucio prega la Regina del cielo, la luna che gli è apparsa con uno straordinario splendore sulla riva del mare, vicino a Corinto, e le chiede la fine delle fatiche e dei pericolo corsi nella sua vita asinina, una vita senza Iside: “sit satis laborum, sit satis periculorum”. Quindi la prega di restituirlo alla forma umana, ai suoi affetti e, dopo tutto a se stesso, al Lucio che è:” Depelle quadripedis diram faciem, redde me conspectui meorum, redde me meo Lucio” (XI, 2), stacca da me l’orribile aspetto di quadrupede, rendimi alla vista dei miei, rendimi al Lucio che sono. Diventare gli uomini che siamo è una grande fatica. Ma il risultato ha un grande valore. Gli dèi davanti al valore infatti hanno posto il sudore[6].
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LA PREDA, di Irène Némirovsky

La predaLA PREDA, di Irène Némirovsky
Adelphi, pag.212, € 18,00

di Anna Vasta

L’oblio della vita

Chi o cosa è la preda dell’omonimo romanzo di Irène Némirovsky, La preda (Adelphi, pag.212, € 18,00)? Pubblicato nel 1938, conquistò da subito i lettori della scrittrice ebrea, russa d’origine, francese per lingua e scrittura, e dunque per patria elettiva. In quello stesso anno era uscito La nausea di Sartre. Il titolo che il filosofo parigino avrebbe voluto dare a quel suo diario dei giorni infelici era Melancholia, la figura allegorica del famoso dipinto di Dürer. Ma a  Gallimard, l’editore, non piacque, e suggerì La nausea. Spesso il destino di un libro è legato al suo titolo. La nausea non ebbe una calorosa accoglienza: risultò intellettualistico, artificioso, arido, e chissà se il titolo non contribuì a suscitare quelle reazioni. Il romanzo di Irène Némirovsky, che i critici accostarono a quello di Sartre, ebbe un migliore impatto sul pubblico. Eppure qualcosa, più di qualcosa, lega le due opere, così diverse, quasi antitetiche per struttura compositiva- narrativa,  incalzante, densa, La preda ; introspettiva, spezzata, eccentrica, La nausea-, per scelta stilistica: una  prosa sferzante, tagliente come lama, eppure toccante nella sua nudità ed essenzialità, quella della scrittrice di Kiev; divagante, ellittica, tortuosa in Sartre. Eppure quell’ansia senza oggetto, l’impassibile pallore sul volto affilato di Jean-Luc Daguerne, il protagonista di La preda-uno dei tanti giovani disperati e di talento che affollavano le vie di Parigi arrabbattandosi con occupazioni miserabili in quei tempi feroci, gli anni 30, di una lunga, interminabile crisi-, solitario, tormentato camminatore per desolati boulevards , vicoli di tenebre, inospitali giardini, notturno frequentatore di sordidi bristrot in  una città gelida, nebbiosa, umida di pioggia e di nebbia, anche in  pieno fulgore primaverile, quanto somiglia all’infernale scontento di Antoine Roquentin, disilluso, cinico, incattivito relitto umano che si trascina  come un cieco  per le strade polverose di Bouville. Entrambi preda di una malattia dell’anima, la melancholia: la stessa che fa cercare a Laurent Daguerne, padre di Jean Luc, disincantato degli uomini e del vivere “l’oblio della vita” nella lettura. Oblio che il figlio cerca disperatamente tra le braccia di una donna, la piccola, infelice Marie, la sola che gli colma il cuore di tenerezza e di pace. Leggi tutto…

MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – di Valter Binaghi (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, un brano tratto da MELISSA, LA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA – di Valter Binaghi
Newton Compton, 2012 – pagg. 315 – euro 9,90

[ Su tutto si staglia la figura epica di Melissa, in un testo che, senza scadere nella didascalia né in facili suggestioni commerciali, non si fa mancare l’avventura, il fascino dei luoghi, incursioni nella mistica pura con frequenti dialoghi filosofici, e si guadagna, non sappiamo con quanto gradimento dell’autore, la qualifica di “romanzo femminista” ]
Dalla recensione di Mauro Baldrati su Carmillaonline

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Il libro
Crotone, 509 a. C. Melissa, giovane allieva della scuola di Pitagora, si salva dall’eccidio dei pitagorici grazie a Liseo, appartenente al gruppo dei congiurati ma da sempre innamorato di lei. La ragazza però, di fronte al giovane che le dichiara il suo amore e la chiede in sposa, rifiuta di concedersi e solo con la violenza Liseo otterrà quel che vuole. Dopo quella violenza viene venduta come schiava a Cluvio, vecchio capo dei Sanniti. Al villaggio sannita, Cluvio le affida l’educazione dei figli e delle donne di casa. Melissa saprà dimostrarsi utile, conquistando in breve tempo la fiducia delle sue allieve. La sua presenza si rivelerà presto indispensabile: con la sola conoscenza dei numeri e della musica, Melissa guarirà Aris, il figlio di Cluvio, da un’intossicazione. Amata e rispettata dai Sanniti, otterrà la libertà e sposerà Aris, da cui avrà due figli. Il futuro avrà in serbo per lei molte avventure ma la metterà di fronte anche a tanti ostacoli. Melissa saprà affrontarli imponendosi sempre con la sua forte personalità in un mondo governato dagli uomini, e mostrando ­ alla sua epoca, ma anche alla nostra ­ come si possa vivere e progredire nella pacifica ricerca della sapienza.

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Estratto da: Melissa, la donna che cambiò la storia

di Valter Binaghi

© Newton Compton Editori

978-88-541-4314-2Due settimane, ecco quanto durò quella pace siglata così sbrigativamente. Giusto il tempo per i Sanniti di tirar su le capanne e i recinti per gli animali, oltre a seminare quel poco grano che avevano, sperando in un decente raccolto autunnale perché ora, da come si erano messe le cose, di commerciare coi Dauni non se ne parlava proprio.
La ricostruzione dell’accaduto non fu facile, perché mancava uno dei testimoni fondamentali. Comunque pare che uno dei Sanniti, Zoser, inseguendo una capra avesse oltrepassato il confine assegnato ai nuovi arrivati e che, proprio in quel boschetto di noccioli, fosse venuto a lite con un guardiano di porci, che vi pascolava le sue bestie. I due probabilmente se le diedero di santa ragione perché anche Zoser tornò al villaggio piuttosto malmesso, ma il porcaio ebbe sicuramente la peggio perché si prese una tale randellata in testa da rimanere scimunito a vita. Da quel giorno sorrideva a tutti, indistintamente, non pronunciò mai più una frase di senso compiuto e in qualsiasi situazione si trovasse si comportava come un bambino di tre anni. La moglie, inviperita, pretese un risarcimento che però sembrò ai Sanniti sproporzionato: trenta capi di bestiame, tra pecore e capre. Aris in persona scese al villaggio Daunio con dieci animali tra i migliori del gregge. I Dauni si tennero le bestie ma Ezer, il capo, disse che da quel momento in poi il patto d’amicizia era rotto e restituì la cintura avuta in dono. Leggi tutto…

ULTIMO PARALLELO, di Filippo Tuena (uno stralcio del libro)

Ultimo ParalleloIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo “ULTIMO PARALLELO”, di Filippo Tuena in libreria dal 17 gennaio
Il Saggiatore, 2013 – € 16,00 – pp. 352

Il 17 gennaio 1912, Robert Scott raggiunge il Polo Sud dopo un lungo viaggio attraverso le impervie distese dell’Antartide, per scoprire che un’altra spedizione lo ha preceduto di cinque settimane.
Tuena ripercorre questo incredibile viaggio verso la fine del mondo,
tessendo una feroce allegoria della vanità degli sforzi umani.
Attraverso una scrittura evocativa e spietata, documenta l’ultima grande esplorazione geografica terrestre che ha inaugurato il secolo delle disillusioni.

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Uno stralcio del romanzo “ULTIMO PARALLELO”, di Filippo Tuena (Il Saggiatore)

There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy

WILLIAM SHAKESPEARE, Hamlet, I, V, 174-175

Nei ricordi degli esploratori, riferiti a volte a molta distanza di tempo dagli avvenimenti, e paurosamente annebbiati anche se riordinati attraverso il processo della memoria, appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più – gliding wrapt in a brown mantle, hooded – colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno.

Seduto alla sua scrivania, chino sui fogli, nell’emisfero opposto, decine di migliaia di miglia lontano da quei luoghi e ad anni di distanza da quegli eventi, è stato un poeta borghese vicino alla perfezione, Thomas S. Eliot, a ricordarsi di questa ineffabile presenza, donandole un’esistenza forse immortale, e a segnalare il fatto come evento memorabile, sottolineando la singolarità del suo apparire nella quinta parte di The Waste Land, agli splendidi versi 359-365:
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Luigi e Stefano Pirandello: un sodalizio d’eccezione

Venerdì 25 gennaio 2013, alle ore 20.00, presso l’Hotel Nettuno di Catania (viale Ruggero di Lauria 121) Sarah Zappulla Muscarà terrà una conferenza sul tema “Luigi e Stefano Pirandello: un sodalizio d’eccezione” promossa dal Kiwanis International-Club Catania Etna presieduto dalla dott.ssa Cristina Russo.

Legge l’attore Agostino Zumbo
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La mappatura letteraria di TROPICO DEL LIBRO

riviste letterarie digitaliRingraziamo Francesca Santarelli e la redazione di Tropico del Libro per aver inserito Letteratitudine all’interno di questo importante lavoro di “mappatura” finalizzato a dare rilievo a tutto il patrimonio di critica letteraria esistente in lingua italiana e in digitale, limitandoci, per adesso, ai progetti collettivi, digitali, e in effettiva attività.

Tropico del Libro è un portale di informazione editoriale indipendente. Nato circa un anno fa, ha l’obiettivo di stimolare l’innovazione e il miglioramento della filiera attraverso un’informazione puntuale e critica, capace di valorizzare le nuove idee e favorire l’orientamento in questo settore.
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LA NUOVA GIURIA DEL CALVINO – XXVI EDIZIONE

Premio CalvinoL’Associazione per il Premio Italo Calvino è lieta di comunicare i nomi dei Giurati che valuteranno i manoscritti finalisti e decreteranno il vincitore della XXVI edizione:

Irene Bignardi

Maria Teresa Carbone

Matteo Di Gesù

Ernesto Ferrero

Evelina Santangelo

Note biografiche:
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Il videopercorso di “Arte e Letteratura” (di Simona Lo Iacono)

Il videopercorso di “Arte e Letteratura”

di Simona Lo Iacono

Carissimi amici,
prima di iniziare la serie di appuntamenti invernali e primaverili della rassegna “ARTE E LETTERATURA” che ho organizzato presso la GALLERIA ROMA (PIAZZA SAN GIUSEPPE – SIRACUSA), ci terrei a segnalarvi che su YOUTUBE potrete rivedere tutto il percorso fatto. Vi riconoscerete tra il pubblico, rileggerete il libro presentato attraverso il video, ammirerete nuovamente gli scrittori e gli artisti che hanno costellato di bellezza questo cammino.
Spero, cioè, che possiate rinnovare il viaggio….
Di seguito ecco i link relativi ai vari appuntamenti!
Buon anno e alla prossima occasione (3 febbraio ore 18, letteratura e arti magiche)!!!!
Simona Lo Iacono

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Di seguito, i video di “Arte e Letteratura”
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IL BASSOTTO E LA REGINA, di Melania G. Mazzucco

Il bassotto e la ReginaIL BASSOTTO E LA REGINA di Melania G. Mazzucco

di Massimo Maugeri

Quando si parla di fiabe e favole è abbastanza diffusa la convinzione che esse siano rivolte in via esclusiva ai bambini. È indubbio che, proprio nei confronti dei più piccoli, la fiaba (così come la favola) svolga un’importante funzione di intrattenimento e talvolta (più nella favola, che nella fiaba) anche di formazione, laddove troviamo – come spesso accade – una morale. Tuttavia, considerare fiabe e favole alla stregua di un prodotto letterario rivolto esclusivamente all’infanzia è un errore. Così come sarebbe un errore pensare che siano la stessa cosa. Nella lingua italiana le favole vengono distinte dalle fiabe (anche se entrambi i termini derivano dalla radice latina “fabula” – “racconto” – e i due generi hanno molti punti di contatto): la fiaba è caratterizzata dalla presenza di personaggi e ambienti fantastici, mentre la favola – di norma – è popolata da animali i cui vizi e virtù rappresentano quelli degli uomini.
A proposito di fiabe, di recente si è celebrato il duecentesimo anniversario delle “Fiabe del focolare” dei fratelli Grimm (dove, tra le altre, vengono narrate le storie di Biancaneve, Cenerentola, Pollicino, Cappuccetto Rosso, Barbablù). Persino Google, il più grande motore di ricerca del mondo, ha dedicato il 20 dicembre scorso un doodle (ovvero una versione speciale del proprio logo) alla fiaba di Cappuccetto Rosso per commemorare l’evento.
Parlando di favole, invece, va segnalato il nuovo bellissimo libro di Melania G. Mazzucco, intitolato “Il bassotto e la Regina” (Einaudi, pagg. 112, euro 10, illustrazioni di Alessandro Sanna), con cui questa grande autrice fornisce l’ennesima prova della capacità eclettica della sua scrittura. Il protagonista della storia è un bassotto chiamato Platone. È un cane da salotto: muso a punta, zampe corte, coda a pennello. Trascorre il suo tempo in compagnia del padrone Yuri: un giovane studente di filosofia. Un giorno, però, in prossimità del Natale, Yuri decide di intraprendere un viaggio con la ragazza di cui si è innamorato e lascia Platone a casa, affidandolo alle cure del portiere. La notte di Natale, nella cantina del condominio dove vive, Platone incontra animali di ogni specie. Sono racchiusi dentro piccole gabbie, vittime di un traffico clandestino. Tra di loro c’è Regina: un bellissimo esemplare di levriero afghano, la cagnolina più affascinante che Platone abbia mai incontrato. È inevitabile che se ne innamori perdutamente e che tenti di conquistarla affidandosi anche al canto, altra sua passione insieme alla filosofia. Ci riuscirà? Affidiamo al lettore di ogni età il compito di scoprirlo, invitandolo a immergersi tra i ricami narrativi di questa ottima favola incentrata sui valori dell’amicizia, dell’amore, del coraggio, nonché sulla voglia di libertà e sulla irrinunciabilità del sogno.

Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Melania G. Mazzucco.

Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”

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La mia storia dell’arte quadro per quadro

Ne approfitto altresì per segnalare questa bella iniziativa che riguarda Melania Mazzucco e il suo amore per il mondo della pittura. Si intitola “La mia storia dell’arte quadro per quadro” in collaborazione con il quotidiano “la Repubblica“. Leggi tutto…

IL CARTEGGIO TRA THOMAS MANN E ARNOLD SCHÖNBERG

A proposito del doctor Faustus. Lettere (1930-1951)In collegamento con il forum permanente di Letteratitudine dedicato al rapporto tra letteratura  e musica

Il carteggio tra Thomas Mann e Arnold Schönberg

di Claudio Morandini

Credo di aver definito talvolta “ingombrante” (nel senso di sommo, certo, ineludibile, ma anche pesantemente condizionante, per chi si dispone a raccontare di musica con i suoi poveri mezzi) il “Doctor Faust” di Thomas Mann; torno a parlarne partendo non dal romanzone, ma da un lieve libretto pubblicato da Archinto (io ho consultato l’edizione del 1993, pescata in bancarella, lascio a voi controllare se esistano edizioni più recenti) contenente il carteggio tra Mann e Arnold SchönbergA proposito del Doctor Faust” (questo è appunto il titolo, corredato dal sottotitolo “Lettere 1930-1951”).

Il gustoso libretto, corredato di una prefazione di E. Randol Schönberg e di una opportuna postfazione di Bernhold Schmid (a cui queste note devono molto), parte da lontano, dai primi, rispettosissimi contatti tra i due artisti ancora per poco in Europa; passa poi ai convenevoli di maniera scambiati tra i due, diventati nel frattempo vicini di casa a Los Angeles; e si infiamma d’improvviso nel 1948, al momento della pubblicazione del “Doctor Faustus”. Schönberg non perdona a Mann di avere attribuito a Adrian Leverkühn, il protagonista del romanzo, l’invenzione della dodecafonia (il compositore non ama definire così il suo metodo di composizione con dodici note, ma tant’è): è offeso che il suo sistema sia stato, nella finzione narrativa, ideato da un uomo malato di sifilide, pazzo, ambiguamente sceso a patti con il demonio; teme, soprattutto, che in futuro la fama del romanzo possa oscurare la verità, e che si finisca per pensare che sia Mann (non Leverkühn) la mente che ha elaborato la dodecafonia; si sente, in definitiva, privato abusivamente di una sua proprietà intellettuale, e reagisce in modo non solo aspro, ma anche bizzarro. Invia a Mann una lettera contenente una lunga citazione di un immaginario musicologo del futuro, Hugo Trebsamen, che tra l’altro attribuisce appunto a Mann la paternità della dodecafonia, e presenta l’oscuro Schönberg come uno “sfruttatore senza scrupoli di idee altrui”. Ecco, sottintende Schönberg, la diffusione del romanzo potrà comportare, in futuro, il rischio di questa tragica confusione, soprattutto se alimentata dalla malafede e dalla reticenza.
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MAPPE SULLA PELLE in ControCanto

MAPPE SULLA PELLE in ControCanto

di Massimo Maugeri

Editpress è una casa editrice che si rivolge a tutte le forme della comunicazione e della ricerca scientifica: monografie, testi didattici, atti, periodici. Di recente, però, l’interesse di Editpress ha abbracciato la letteratura per ragazzi, la saggistica e la fiction.
Negli ambiti dei nuovi progetti di questa casa editrice, figura la collana di letteratura ControCanto (anche indicata con la sigla CC) diretta dall’associazione culturale Tessere Trame. Leggiamo dalla scheda editoriale che “CC non sta per Comitato Centrale: la centralità spetta solo alla buona letteratura, ed è quella che noi proviamo a promuovere. CC è la consolazione di una buona lettura. CC è un’impresa Civile, e in qualche modo un Codice: i nostri libri parlano la lingua della comunità e hanno la civiltà della cultura. CC è un Contro Canto, un coro di voci sole che prendono posizioni e le mettono in parole“.
Narrativa, poesia e generi ibridi: Contro Canto non si pone limiti particolari, se non quello (naturale) di rimettersi al giudizio letterario delle editor (tra le quali ci sono scrittrici e autrici). Giudizio basato sui seguenti presupposti: “la lettura è un piacere, i mondi dell’immaginazione un viaggio, le scritture il mezzo per attraversarli“.

Tra le pubblicazioni di ControCanto, primeggia “Mappe sulla pelle“, un volume dove dodici artiste “si raccontano” prendendo in prestito la penna da altrettante scrittrici… “impersonificandole”. Leggi tutto…

Vincenzo Consolo. Esilio e radicamento – Lentini, 21.1.2013

Vincenzo Consolo - Lentini

Lunedì 21 gennaio 2013, presso il Cine teatro Odeon “Carlo Lo Presti” di Lentini, alle ore 10, avrà luogo il convegno sul tema “Vincenzo Consolo. Esilio e radicamento”, promosso dal Kiwanis International Club Lentini e dal Comune di Lentini. Proseguirà nel pomeriggio, alle ore 17, presso l’Aula consiliare del Comune di Lentini. Coordina i lavori: Sarah Zappulla Muscarà.
I Relatori saranno: Sebastiano Burgaretta, Enzo Papa, Domenico Seminerio, Alfio Siracusano.
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NAXOSLEGGE… tutto l’anno

Naxoslegge… tutto l’anno è  l’iniziativa con cui il festival giardinese, organizzato dalla associazione Le Officine di Hermes, riapre i battenti nella sessione invernale con una serie di nuovi progetti da proporre al territorio.

 Si comincia con degli incontri di altissimo profilo, con alcuni protagonisti della narrativa italiana contemporanea: Mauro Covacich (martedì 15 gennaio) e Antonio Moresco (martedì 29 gennaio).
 Il coordinamento degli incontri, che si svolgeranno alle ore 16.00 presso l’auditorium del Liceo scientifico Caminiti di Giardini Naxos, è affidato al professore Dario Tomasello, docente di Letteratura italiana contemporanea presso L’Ateneo di Messina.
Con questa iniziativa Naxoslegge intende avviare sul territorio un virtuoso circuito di confronti e riflessioni su temi culturali di ampia portata, attraverso il filtro della scrittura letteraria e non solo. In cantiere, per la stessa iniziativa, anche una sezione interamente destinata ai bambini e ai ragazzi delle scuole elementari e medie inferiori, dedicata al fumetto, con la presenza di Lelio Bonaccorso, alla narrativa illustrata, con Nadia Terranova, vincitrice del premio Napoli 2012 e tanti altri incontri con i protagonisti più vivaci della scena culturale. Ampio spazio sarà dato anche alle esperienze di confine tra i diversi linguaggi: cinema e letteratura, letteratura e musica, letteratura e arti figurative, con incontri, installazioni e performances di vario genere, che saranno spalmati lungo tutto il periodo invernale, in locations suggestive, secondo lo spirito che informa Naxoslegge dalla sua prima edizione.

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PESSOA E LE STELLE

PESSOA E LE STELLE
di Simona lo Iacono

E’ notte. Su Lisbona brilla uno sciame di stelle. Un bambino le osserva stando a cavalcioni su un muretto sberciato. Le gambe ciondolano, ma se punta il dito verso il buio, può seguire le rotte dei pianeti, gli anelli delle galassie, i gomiti montagnosi della luna. Il cielo è meno misterioso della terra – rivela all’amico immaginario che gli siede accanto – perché ti dà la possibilità di leggere il futuro, di decifrare il tempo, di predire la sorte. Così dice il bambino che si chiama Fernando Pessoa. E l’amico immaginario sorride.
Fernando non si stupisce. Gli esseri di cui ha popolato il suo mondo hanno gambe ed occhi, ridono, piangono e – soprattutto – pongono domande. Certo, ciascuno a suo modo, perché ognuno di essi ha una personalità unica. E c’è chi si occupa di cavalieri, chi di navi e pirati, o chi – come Riccardo Reis – si ostina a parlare in latino e a confondere gli interlocutori. Un popolo di amici, o, forse, di “io” disperati pronti a perdersi, se non ci fosse la mano pietosa del poeta che li raccoglie dando loro non solo una storia, ma anche un destino, un oroscopo, una profezia tratta dalle stelle.
Una delle passioni di Pessoa, oltre quella di comporre poesie e creare eteronimi, era dunque l’astrologia. O, forse, tutto – scrivere, inventare persone, interrogare il cielo – non era che un modo per decifrare la vita e il suo senso.
Fernando Pessoa. L'astrologoNato a Lisbona il 13 giugno 1888, il poeta si era subito scontrato con la ricerca accorata di un perché. Aveva infatti perso il padre quando aveva solo 5 anni. E anche il fratello Jorge, di appena dodici mesi, era morto poco dopo. Rimasti soli, Pessoa e la madre erano stati costretti a trasferirsi in una abitazione più modesta. Non è un caso che in questo periodo nasca il suo primo amico immaginario, Chevalier de Pas.
Da allora Pessoa inventa altri esseri che colmino la solitudine, scartabella le linee del cielo, interroga i moti degli astri. Ha scoperto che lì si annidano risposte, che a sapervi leggere come in un libro sterminato, è possibile capire perché Napoleone perse a Waterloo, quando l’amore fugge o se la morte è in agguato. Ha cioè intuito che la paura della fine può essere lenita dall’osservazione del cosmo. Leggi tutto…

L’ESERCITO DELLA SPERANZA di Orazio Coco

l-esercito della speranza

Orazio Coco è un giovane scultore nato a Catania nel giugno 1975.

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Recensione di Paolo Giansiracusa

la solidarietà1Un popolo di bambini, un esercito di purezza per fare rifiorire l’umanità nuova: questo è l’obiettivo che sta alla base della ricerca di Orazio Coco, scultore dalle rigorose conoscenze tecniche, fautore di una delle poetiche più interessanti del Terzo Millennio.
La sua ricerca comprende un messaggio di speranza rivolto al nostro tempo, età in cui la società umana è attraversata dal tormento e dall’inquietudine, dall’incertezza nei confronti di un futuro che appare segnato dalla profonda crisi di identità. La repentina perdita di valori ha purtroppo trascinato nell’abisso della decadenza la nostra storia e la memoria, la nostra tradizione e persino la saggezza di un popolo tra i più antichi del Mediterraneo.
D’un tratto le generazioni del secondo dopoguerra si sono trovate davanti ad un vuoto di contenuti e a nulla sono valsi l’appello e l’allarme lanciati da pensatori di trincea  come Sciascia e Pasolini. Le arti visive, solo a piccoli tratti, sono riuscite a cogliere sia la gravità della situazione sociale che il peso di un degrado ambientale che oggi appare in tutti i suoi risvolti drammatici.
Da questi presupposti ha origine l’attività scultorea di Orazio Coco che, con coraggio e sentimento, ha trasferito l’equilibrio e l’armonia del suo nucleo famigliare in un sistema plastico formale in cui la forza, la speranza, la morale … trovano precise identità nei volti di bimbi dai tratti storici.
Dalla storia dell’arte trascorsa ha preso in prestito elementi iconografici di solida notorietà, figure e gesti di un campionario saldamente ancorato ai valori creativi della nostra civiltà. In tal modo, in chiave post moderna, l’artista ha legato la sua ricerca espressiva a identità note che in tal modo amplificano il messaggio  di questo singolare esercito di candore e bellezza, di ingenuità e pudore.
Il lavoro di Coco deriva da un travaglio interiore, da una sofferenza creativa che mette fianco a fianco l’artista e l’uomo, il poeta e l’essere sociale. Ciò mi consente di poter dire che il suo lavoro è sintesi straordinaria dell’artista e dell’uomo.  Il suo essere artista impegnato coincide con il suo essere creatura sociale sensibile e impegnata. Di questo d’altra parte ha bisogno il nostro tempo, di uomini coerenti che non separano il proprio fare dal proprio essere. Leggi tutto…

IL TALENTO DELLA MALATTIA, di Alessandro Moscè

Il talento della malattiaIl talento della malattia, di Alessandro Moscè
Avagliano, 210 pagine,  15 euro

di Roberto Barbolini

In Splendori e miserie del gioco del calcio Eduardo Galeano racconta la storia di quel tifoso del Boca Juniors che aveva passato la vita a odiare il River Plate, ma in punto di morte chiese di essere avvolto nella bandiera nemica. Così, esalando l’ultimo respiro, poté affermare: “Muere uno de ellos, muore uno di loro”. Una passione calcistica tanto estrema, capace di strumentalizzare persino la morte, e di beffarla, sembrerebbe appartenere alla pura finzione narrativa. Eppure non è così. Il racconto di Galeano m’è infatti tornato in mente leggendo Il talento della malattia di Alessandro Moscè: un romanzo , o piuttosto una narrazione  che – come l’autore tiene a precisare – “non è frutto di fantasia” e dove “qualsiasi riferimento a fatti o persone reali non è casuale”. Anche qui il tifo appassionato per una squadra, nella fattispecie la Lazio; ma soprattutto l’idolatria per Giorgio Chinaglia, il campione-simbolo della formazione che, guidata dall’allenatore Tommaso Maestrelli, conquistò nella stagione 1973-’74 il primo dei due scudetti bianco-celesti, raggiungono la loro apoteosi in un confronto serrato con la morte. In questo caso, con un lieto fine miracoloso che, a trent’anni di distanza, ha costretto il narratore- protagonista a fare felicemente  i conti  col suo passato di malattia schivando ogni facile rischio di dolorismo e patetismo proprio grazie al filtro della sua passione per la Lazio e per Chinaglia, rispettivamente chiesa laica e santo patrono di una guarigione giudicata inspiegabile secondo i parametri della scienza. La relazione tra patologia e  scrittura, come ci ha insegnato il rimpianto Gian Paolo Biasin nei bei saggi del suo Malattie letterarie, serpeggia rigogliosa nella letteratura italiana dell’ultimo secolo, da Verga a Svevo, da Pirandello a Gadda. Il male di vivere e quello di scrivere si mescolano e s’intrecciano nelle combinazioni più svariate, confondendosi e significandosi a vicenda.
“Sono diventato uno scrittore perché mi sono ammalato, perché invece di giocare a calcio ero in un letto d’ ospedale”, confessa Moscè, in primo luogo a se stesso, raccontando il calvario iniziato a quattordici anni con l’improvvisa comparsa di quel “bombolone” cresciutogli sul ventre in una notte sola; oppure a scuola, “forse in pochi minuti”. È il segnale del sarcoma di Ewing, un tumore osseo e dei tessuti molli che colpisce in genere nell’adolescenza. Ma anche per la malattia ci vuole talento. E il talento della scrittura, a sua volta, altro non è che la maschera del pudore. Così, quando il narratore comincia ad affrontare a ciglio asciutto la sua dolorosa vicenda ospedaliera, siamo già nella seconda parte del libro. La prima è quasi tutta occupata dalla garbata rievocazione di una sognante infanzia marchigiana negli anni Settanta (Moscè è nato nel 1969), illuminata dal mito della Lazio e di Giorgione Chinaglia. Leggi tutto…

Nuovi incarichi alle Messaggerie

Messaggerie Italiane SpaDiffondiamo il seguente comunicato stampa ricevuto in merito ai nuovi incarichi conferiti alle Messaggerie

Nel corso della ultima seduta tenutasi a Milano il giorno 17 dicembre 2012 il Consiglio di amministrazione di Messaggerie Italiane ha conferito al consigliere Stefano Mauri (che mantiene la carica di Presidente e amministratore delegato del gruppo editoriale Mauri Spagnol) la carica di vicepresidente con delega allo sviluppo strategico e al consigliere Alberto Ottieri (che mantiene la carica di amministratore delegato di Emmelibri) la delega alle strategie distributive e commerciali.

Rimangono invariate le cariche del Presidente Achille Mauri e del direttore generale Roberto Miglio; Alessandro Baldeschi mantiene la carica di consigliere delegato ampliata alla responsabilità per le politiche finanziarie e patrimoniali del gruppo.

Inoltre il Consiglio, che ha visto il recente ingresso dei due nuovi consiglieri Lucrezia Reichlin e Nick Perren, ha deliberato la creazione della Fondazione Scuola Librai Umberto e Elisabetta Mauri in occasione dei trenta anni di attività della Scuola che verranno festeggiati a fine gennaio.

Protagonista fin dal 1914 del dibattito culturale del paese, Messaggerie Italiane si è misurata nel corso degli anni con i mestieri di distributore, di libraio e di editore. Il rispetto della pluralità delle idee, la volontà di diffondere la cultura, la qualità del servizio, l’inclinazione alla ricerca e la propensione al rinnovamento sono i valori ai quali da sempre si ispira.

Oggi, attraverso le 40 società controllate e collegate, è il principale gruppo editoriale librario indipendente con GeMS, è il pricipale distributore italiano con Messaggerie Libri, è leader nel commercio online del libro attraverso IBS.IT, nell’ingrosso e nella grande distribuzione attraverso la controllata Emmelibri.

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Festival de la Fiction Française – dal 25 febbraio al 9 marzo

Festival narrativa francese

Dal 25 febbraio al 9 marzo, l’Institut français Italia

invita 20 autori francofoni in 15 città d’Italia.

Tra gli autori presenti: Philippe Claudel, Philippe Djian, Mathias Enard, Yasmina Khadra, Dany Laferrière, Fouad Laroui, Michel Le Bris, Hélène Lenoir, Amin Maalouf, Jean-Christophe Rufin.

Novità FFF 2013 

Delle letture con artisti italiani di rilievo

Una serata eccezionale di apertura della manifestazione a Palazzo Farnese

Una performance inedita in Italia – “Conduit d’aération” o “un’iper-finzione da esplorare sotto forma d’installazione collegiale”.

Presentare “dal vivo” la letteratura francese più contemporanea, con autori di libri in lingua francese recentemente pubblicati in Italiano, è l’obiettivo della quarta edizione del Festival de la Fiction Française – Festival della narrativa francese, organizzato dall’Ambasciata di Francia in Italia e dall’Institut français Italia tra il 25 febbraio e il 9 marzo 2013. Farà tappa in 15 città, da nord a sud della penisola: Milano, Torino, Genova, Venezia, Padova, Bologna, Firenze, Pisa, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Catania, Messina, Salerno. Ancora più ricco per numero di autori, il festival accoglierà circa 20 romanzieri : tra donne – Michèle Halberstadt, Hélène Lenoir, Caroline Lunoir – e “miti” come Claudel, Djian, Le Bris, Rufin, scrittori alle prese con la realtà francese – Antoine Laurian, Mathieu Lindon – o scrittori di espressione francese provenienti da altri continenti come Yasmina Khadra, Dany Laferrière, Fouad Laroui, Amin Maalouf, e anche un autore per ragazzi – Timothée de Fombelle.
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A.A.A il diario fantastico di Alessandro Antonelli, architetto

A.A.A il diario fantastico di Alessandro Antonelli, architettoA.A.A il diario fantastico di Alessandro Antonelli, architetto
di Fabio Geda, Marco Magnone, Ilaria Urbinati
Espress Edizioni, 2012 – pagg. 157 – euro 13

di Furio Detti

Non è affatto facile parlare di architettura al di fuori degli addetti ai lavori, vuoi perché parlando a un pubblico generico si corre il rischio del tecnicismo, vuoi perché si abbassa il tiro e si finisce per tenere una scialba lezione di storiuccia dell’arte, che niente ha a che vedere con la vera e buona Storia dell’Arte con le maiuscole! Insomma si rischia di andare fuori bolla. Inoltre descrivere una realtà complessa e in-descrivibile al di fuori della fruizione reale dell’oggetto architettonico, l’edificio e il suo contesto paesaggistico e urbanistico, è arduo anche per degli architetti e dei narratori di professione. Figuratevi poi se c’è da raccontare l’architettura, o almeno la vita di un architetto, con il linguaggio dei fumetti.
Forse col peccato veniale di qualche didascalismo, Fabio Geda e Marco Magnone, per i testi, e Ilaria Urbinati per le matite, tenere e non solo nel senso della grana, ci hanno provato e “A.A.A. Il diario fantastico di Alessandro Antonelli Architetto” di lungo e difficile ha solo il titolo, e rappresenta un esperimento in buona parte riuscito. Pur nella concessione al fiabesco e al fantastico – ma quale architetto parlerebbe altrimenti se non con la realtà degli edifici? – A.A.A. ha il merito di portare alla conoscenza dei lettori la vita di un protagonista forse non così famoso presso il grande pubblico.
Alessandro Antonelli, architetto piemontese del secondo Ottocento, innamorato delle vertigini, concepì, progettò e realizzò gli edifici in muratura più alti nell’Europa della sua epoca. I suoi capolavori sono la Cupola di San Gaudenzio a Novara e la Mole torinese che porta il suo nome. L’eccezionalità della sua opera, come emerge bene dal fumetto, sta nell’aver concepito edifici arditi per elevazione, e tecnica costruttiva (muratura in mattoni e calce senza l’uso di ferro) e sicuri – la cupola di San Gaudenzio era progettata per crollare su sé stessa in caso di ipotetico collasso strutturale. Leggi tutto…

TRAMONTO DELL’OCCIDENTE? – Premio di Filosofia “Viaggio a Siracusa”

PREMIO FILOSOFIATRAMONTO DELL’OCCIDENTE? – Premio di Filosofia “Viaggio a Siracusa”

di Roberto Fai

“Tramonto dell’Occidente?”. Attorno a questo interrogativo, ruoterà il Convegno del 13° Premio di Filosofia “Viaggio a Siracusa”, che inizierà venerdì 11 gennaio, alle 17,00, nel salone Borsellino del Comune di Siracusa, per concludersi sabato 12 alle ore 13,00, con la cerimonia dei premi. La Giuria, presieduta da Remo Bodei e Umberto Curi, ha assegnato così i premi: per il “saggio filosofico”, a Barbara Carnevali, per il suo “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio”, edito da il Mulino; per la “Tesi di laurea” a Giustino De Michele, per la ricerca dal titolo “Spettri della filosofia. Derrida e l’audiovisivo”; per la “Tesi di dottorato”, a Serena Feloj, per la ricerca “Il disegno dell’esperienza. Il sublime nel pensiero kantiano”. Il Premio per la Rivista è andato a “Filosofia politica”, una delle più prestigiose riviste europee di filosofia. Leggi tutto…

UNA MONTAGNA DI LIBRI, la rassegna letteraria di Cortina d’Ampezzo

copertina Programma Una Montagna di Libri VI EdizioneÈ attualmente in corso Una Montagna di Libri, la manifestazione culturale e letteraria che ha luogo a Cortina d’Ampezzo d’estate e d’inverno (in due edizioni). Con cinquanta incontri annuali, è la manifestazione protagonista della stagione letteraria cortinese. La maggior parte degli appuntamenti si tengono presso le sale comunali del Palazzo delle Poste, Alexander Girardi Hall, Cinema Eden, Municipio di Cortina. Alcuni incontri sono inoltre organizzati presso il Miramonti Majestic Grand Hotel.

Il programmaLa rassegnaI libri

La manifestazione – alla sua VII Edizione nella stagione Inverno 2012 / Primavera 2013 – è realizzata in convenzione con il Comune di Cortina d’Ampezzo e gode del sostegno di Regione Veneto e Comune di Cortina.

Ospiti della VII Edizione – Inverno Primavera 2012/2013 sono, tra gli altri, Marc Augé, Mogol, Paolo Giordano, Paolo Mieli, Gian Antonio Stella, Vera Slepoj, Luciano Canfora, Raffaele La Capria, il Coro Teatro Verdi di Padova, Carmine Abate, Boris Pahor, Marcello Fois, Marcello Veneziani, Aldo Cazzullo, Rosa Matteucci, Giovanni Montanaro, Giuseppe Zaccaria, Cesare De Michelis, Massimo Scattolin, Nadia Scappini, Alberto Sinigaglia, Arrigo Petacco, Alessandro Russello, Massimo Mamoli, Marisa Fumagalli, Beppe Gioia, Lorenzo Capellini, Giampiero Beltotto, Antonio Ramenghi, Omar Monestier, Ario Gervasutti, Sergio Frigo, Giovanni Morandi, Andrea Franceschi, Giovanna Martinolli, Paolo Valerio, Marina Ripa di Meana, Francesco Vidotto, Antonio Chiades, Stefania Zardini Lacedelli, Nicoletta Cargnel.

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I PROSSIMI INCONTRI

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