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Archive for gennaio 2013

NESSUNO SA DI NOI, di Simona Sparaco

Segnaliamo questo romanzo, dalle tematiche particolarmente importanti e delicate…

NESSUNO SA DI NOI, di Simona Sparaco
Giunti, 2013 – Collana A – pp. 256; euro 12.00

Quando Luce e Pietro si recano in ambulatorio per fare una delle ultime ecografie prima del parto, sono al settimo cielo. Pietro indossa persino il maglione portafortuna, quello tutto sfilacciato a scacchi verde e blu delle grandi occasioni. Finalmente, dopo anni di inutili tentativi, di “sesso a comando” e di calcoli esasperanti con calendario alla mano, conosceranno il loro bambino. Non appena sul monitor appare il piccolo Lorenzo, però, il sorriso della ginecologa si spegne di colpo. Lorenzo è “troppo corto”. Ha qualcosa che non va. Comincia così il viaggio di una coppia nella nebbia di una realtà sconosciuta. Luce e Pietro sono chiamati a prendere una decisione irrevocabile, che cambierà per sempre la loro vita e quella di chi gli sta intorno. Qual è la cosa giusta quando tutte le strade li conducono a un vicolo cieco? E l’amore fino a che punto potrà salvarli?
Nessuno sa di noi è la storia della nostra fragilità. Di un mondo che si lacera come carta velina e di un grande amore che tenta in ogni modo di ricomporlo.

DAL LIBRO:
Chiudo gli occhi. Attendo che la macchina si fermi da qualche parte. Attendo il dolore.  Non lo sento quando rientro a casa e trovo tutto come l’ho lasciato. Il salone immerso nella penombra.  La portafinestra oltre la quale si è appena incenerito un tramonto. Le lettere indirizzate alla rubrica sparpagliate sul pavimento. Il computer acceso, dove rimbalza il nome di mio figlio, sbattendo da un lato all’altro dello schermo come in cerca di una via di fuga. Non lo sento mentre raggiungo la cucina e mando giù un bicchiere d’acqua. Lancio un’occhiata alle note appese alla lavagna, le cose da comprare, i numeri utili. Tutto esattamente come prima. Come prima dell’ultima ecografia.  Non lo trovo il dolore ma lo cerco, come si cerca un interruttore per accendere una luce.
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IL SOLE, DI CHI È?

IL SOLE, DI CHI È?
di Claudio Morandini

Afoto 1scolto (e rimpiango di non poter vedere) la registrazione RAI di qualche tempo fa della fiaba musicale “Il sole, di chi è?” di Roberto Piumini e Silvia Colasanti, con i musicisti del Polimnia Ensemble e i cantanti-attori di Musicamorfosi. Dalla prima esecuzione al Ponchielli di Cremone nel 2009, questa deliziosa operina per bambini continua a girare per i teatri di Italia e (a sentire le reazioni del pubblico infantile) non smette di divertire e appassionare. Le più recenti rappresentazioni, per quel che ne so, ma di sicuro non le ultime, sono avvenute a Lecce, ai Cantieri Teatrali Koreja il 22 e 23 Gennaio 2013.

Partiamo dal testo, dai dialoghi cadenzati che sapientemente, senza darlo a vedere, uniscono il divertimento e l’intento pedagogico, in un equilibrio delicato e proficuo che Piumini conosce e pratica da una vita, e che lo rende amatissimo presso il pubblico infantile. In lui lo scatenarsi della fantasia attorno a piccoli, minuti fatterelli, l’ingigantirsi comico e a suo modo epico della situazione riprendono e aggiornano la lezione di Gianni Rodari. Vi si colgono, come nelle fantasticherie di Rodari, chiari intenti civili, inviti alla riflessione e alla solidarietà, anche garbati inviti alla ribellione (civile, sempre, fatta di intelligenza delle cose e applicazione della fantasia) dinanzi ai soprusi e all’ottusità, e un rispetto profondo per i piccoli, gli indifesi, i più sfortunati o i meno arroganti. Nel nostro caso, una piccola comunità di lucertole, immaginose e flemmatiche, si gode beatamente il sole, finché non arriva un prepotente lucertolone di nome Gonzello che reclama per sé tutto il sole – nel farlo, gigioneggia in modo irresistibilmente indecoroso (e qua e là, berlusconeggia pure). Le poverette chiederanno aiuto ad alcuni animali, dapprima senza risultati, finché una gazza, con un trucco (che non rivelerò ora per puro sadismo) non troverà lo stratagemma giusto per scacciare e punire il lucertolone tirannico. La trama è tutta qua, lieve e svagata, le situazioni ricorrono, giocando sull’effetto sicuramente comico della ripetizione (comico per i bambini, e ancora di più per gli adulti, che amano provare a tornare bambini, finché possono farlo di loro volontà).

La duttile musica di Silvia Colasanti, che ha lavorato sulle sontuose pastosità orchestrali e vocali nel recente “La metamorfosi” (da Kafka, su libretto di Pier’Alli; ne abbiamo parlato tempo fa su “Letteratitudine”), ne “Il sole, di chi è?” si limita a acquarellare qua e là i dialoghi immaginati da Piumini, aprendo momenti che alla lontana ricordano marcette o arie o duetti o pezzi d’assieme persi in ampi recitativi (ovviamente senza clavicembalo obbligato). L’organico limitato alla minima rappresentanza delle principali famiglie strumentali (flauto, clarinetto, corno, violino, violoncello, percussioni) è l’ideale per questo genere di lavoro, dove la musica si pone al servizio del testo, allude, punteggia, giocherella, lavora per sottrazione, sembra insomma improvvisata lì per lì, dinanzi al giovanissimo pubblico, anzi stimolata dalle reazioni di questo. Anche in questa parsimonia di colori strumentali sta un’intuizione interessante e vicina alla sensibilità infantile: i bambini giocano con poco (con le scatole dei regali, più che con il pretenzioso contenuto), amano le ellissi che riempiono a loro piacimento con lo scatenarsi spontaneo dell’immaginazione – hanno insomma bisogno di poche note, accenni, guizzi, per sentire risuonare un’intera fantastica orchestra. Leggi tutto…

MARIA MESSINA: uno sguardo oltre la finestra

MARIA MESSINA: UNO SGUARDO OLTRE LA FINESTRA

di Simona Lo Iacono

Le ore scoccano dalla Matrice, un don don angustiato che tra poco – ne è certa – smorirà come i pianti delle comari, allineate nel corteo  funebre.  Maria le ascolta mormorare requiem aeternam dona eis Domine, singhiozzare a comando, rievocare le virtù del defunto intervallandole con un “Dio l’abbia in gloria”, o “Pace all’anima sua”.
Affacciata alla finestra, pensa che in Sicilia è sempre stato così. Inscenare la vita ma anche la morte, chè anzi proprio questa molto deve dire su chi non c’è più, ed è l’occasione che resta – l’ultima – per ostentare importanza, censo, potere.
Lo sa bene lei, che della borghesia buona, arroccata su apparenze e segreti, ha svelato ogni indecenza con i suoi racconti. E ancora sbircia dalla finestra la bara ondeggiante che celebra l’ultima festa, dietro la quale le prefiche si dannano a stracciarsi le vesti.
Nata ad Alimena  (Palermo) il 14 marzo 1887, Maria Messina era figlia di Gaetano, maestro elementare, e di Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. Una famiglia “bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna” (lettera di Maria Messina a Verga).
Conosceva quindi, Maria, i contegni a modo, le ristrettezze economiche che dovevano essere “dignitosamente celate”, i sorrisi artefatti, dietro i quali stavano  smarrimento e solitudine.
Era stata educata in casa, come si conveniva a una figlia di buona famiglia, e suoi precettori erano stati la madre e il fratello, che ne aveva incoraggiato la vocazione letteraria. Di quei tempi restano nei suoi scritti le ore di studio solitario, i litigi dei genitori sullo sfondo di una vita tutta chiusa in pochi svaghi, stretta da emergenze finanziarie. L’esordio era stato precoce. Due raccolte di novelle all’uso del Verga, che ammirava e del quale condivideva la riflessione. Racconti che avevano destato il plauso della critica e in cui primeggiava l’interesse per gli ultimi, per coloro che non hanno voce né ambiscono ad averla, che la letteratura resuscita con un atto misericordioso, amaro. Nel tempo, però, la riflessione sui “vinti” si era spostata dal mondo rusticano all’universo  familiare, ai suoi nodi misteriosi,  taciuti, entro i quali maturano infelicità. I “vinti” di Maria sono le donne, che “non posseggono la forza di offendere né quella di difendersi”. Sposate come  Jemma (La porta chiusa). Nubili come Rosalba (L’avventura).  Zitelle come Liboria (Rose rosse) con “la sua fresca giovinezza che non voleva morire”.
Maria Messina non tace scandali, non fa censure alla verità, non inganna il lettore. Inizia la narrazione in punta di piedi, Leggi tutto…

Antonio Moresco a Naxoslegge – 29/1/2013

Prosegue l’attività di Naxoslegge… tutto l’anno, come da programma, con l’incontro con Antonio Moresco,  martedì 29 gennaio 2013 alle ore 16.00, presso l’ auditorium del Liceo scientifico Caminiti di Giardini Naxos.

La conduzione dell’incontro è affidata, come di consueto, al professore Dario Tomasello e alla professoressa Fulvia Toscano.

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Il bisogno di sperare nel 2013

La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni (..).
La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura.
E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.
E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.
Albert Einstein

di Margherita Spagnuolo Lobb

Ho scelto questa frase di Albert Einstein per augurare ai lettori un 2013 pieno di coraggio, buon senso e inventiva. Si chiude un anno di grandi crisi a tutti i livelli: economico, politico, sociale, di valori (troppe stragi senza un perché…). Un anno segnato da disoccupazione, catastrofi, panico per l’annunciata fine del mondo dei Maya, e quant’altro. Il mio augurio è che in questo vento fortissimo che scuote le nostre vite, possiamo lasciarci “spettinare”, che possiamo lasciarci modificare dalla crisi, perché solo così, destrutturando i nostri sogni e ciò che siamo stati abituati a pensare, possiamo dare il meglio di noi. In questo anno e sempre più in questi ultimi mesi le persone sono state disorientate e nel panico. Persone che hanno perso il lavoro, che non riescono più a vivere con ciò che guadagnano, giovani disperati perché senza lavoro, giovani annoiati perché non chiamati in causa da una società che li dimentica scandalosamente. Che questi venti non siano semplici brezze e possano attivarci tutti, farci vedere l’essenziale della vita, per volere una sola cosa: il bene comune. Che possano svegliarci, per non abboccare all’amo del politico di turno che promette soluzioni fantasiose ma non raggiungibili. Che possano farci sentire ciò che realisticamente vogliamo fare, ognuno di noi con il nostro carisma, in questa comunità sociale così bisognosa di tutto e di tutti. Solo la partecipazione   di tutti i cittadini ai problemi quotidiani della nostra società è garanzia di soluzioni vere e creative. Non deleghiamo ai politici ma chiediamo loro di realizzare le nostre piccole o grandi soluzioni al disastro che ci circonda, perché dall’angoscia della notte possa nascere la creatività di chi tiene veramente al benessere comune.
Perché solo così possiamo vedere, in noi e negli altri, l’amore che c’è dentro la disperazione, la leggerezza che c’è dentro la fatica, la bellezza che c’è dentro il dolore, la voglia di raggiungerci che c’è dentro la paura e la rabbia, la forza di costruire che c’è dentro la noia, il desiderio di calore che c’è dentro l’isolamento. Leggi tutto…

Ecco perché celebrare il Giorno della memoria

Ecco perché celebrare il Giorno della memoria

da LA SICILIA di sabato 26 Gennaio 2013, OggiCultura,pagina 22

di Massimo Maugeri

Il 27 gennaio ricorre il “Giorno della Memoria”, l’appuntamento annuale con cui si ricorda l’Olocausto: ovvero lo sterminio del popolo ebraico perpetrato durante la Seconda guerra mondiale. L’esigenza di celebrare questo anniversario deriva non solo dal desiderio civile di impegnarsi a tenere viva la memoria per evitare che alcune zone cancerose della Storia possano tornare a riproporsi, ma anche dalla necessità di ottemperare a un dettato normativo. Difatti con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 il nostro Paese ha aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell’Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. L’art. 1 evidenzia le finalità della ricorrenza: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, e a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »
Anche in questo gennaio 2013, su Letteratitudine, ho rimesso in primo piano il post dedicato al “Giorno della Memoria” (includendo la discussione che ne è seguita e che si rinnova di anno in anno). Sono molte le domande che si rincorrono e a cui in tanti hanno cercato di dare risposta. Qual è, o quale dovrebbe essere, il senso del Giorno della Memoria? L’indizione di questa giornata ha più una funzione conoscitiva o etica?
Le critiche non mancano: alcune iniziative possono peccare di un eccesso di retorica, il semplice ricordare può ridursi a una sorta di mero “formalismo”, parlare troppo di Olocausto può determinare un “effetto saturazione”. In ogni caso occorre considerare che il negazionismo serpeggia e si alimenta con sorprendente vitalità. Nel corso del dibattito su Letteratitudine, per fare un esempio, qualcuno ha contestato il numero dei morti e negato l’esistenza stessa del piano di sterminio. Se ci dimenticassimo di ricordare, faremmo il gioco dei negazionisti e dei loro amici. Ecco perché il “Giorno della Memoria” va celebrato (retorica o non retorica) cercando di coinvolgere tutti (soprattutto i giovani). Facciamolo con convinzione, perché gli araldi delle zone cancerose della Storia continuano a prosperare nell’ombra. Aspettano solo che guardiamo altrove per conquistare spazio.
www.letteratitudine.it
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Il lungo viaggio di Primo Levi, di Frediano Sessi

Il lungo viaggio di Primo Levi. La scelta della resistenza, il tradimento, l'arresto. Una storia taciutaIn collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

Il lungo viaggio di Primo Levi. La scelta della resistenza, il tradimento, l’arresto. Una storia taciuta (Marsilio)

di Frediano Sessi

Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1943, Primo Levi venne arrestato, in località Amay (Valle d’Aosta), durante un rastrellamento della milizia fascista contro i partigiani. Con lui saranno arrestati Luciana Nissim e Vanda Maestro, Aldo Piacenza e Guido Bachi che, da qualche settimana, hanno dato vita a una banda di ribelli affigliata a Giustizia e Libertà. Nonostante questo episodio dia inizio a tutto il suo calvario di ebreo deportato ad Auschwitz, Primo Levi parlerà assai poco e saltuariamente della sua permanenza in montagna tra i partigiani. Anzi arriverà a definirlo “il periodo più opaco” della sua carriera. “È una storia di giovani bene intenzionati ma sprovveduti – scriverà – e sciocchi, e sta bene tra le cose dimenticate”. Qual è la causa di un giudizio così severo? L’esecuzione sommaria all’interno della banda di due giovani che con le loro azioni minacciavano la sicurezza e la vita stessa del gruppo partigiano può sicuramente aver contribuito. E tuttavia, la ricostruzione puntuale e documentata delle settimane che videro Levi passare dalla scelta antifascista alla lotta partigiana, apre altri scenari, suggerendo un legame di continuità tra la vita partigiana e la lotta per la sopravvivenza ad Auschwitz.
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