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IL TALENTO DELLA MALATTIA, di Alessandro Moscè

gennaio 8, 2013

Il talento della malattiaIl talento della malattia, di Alessandro Moscè
Avagliano, 210 pagine,  15 euro

di Roberto Barbolini

In Splendori e miserie del gioco del calcio Eduardo Galeano racconta la storia di quel tifoso del Boca Juniors che aveva passato la vita a odiare il River Plate, ma in punto di morte chiese di essere avvolto nella bandiera nemica. Così, esalando l’ultimo respiro, poté affermare: “Muere uno de ellos, muore uno di loro”. Una passione calcistica tanto estrema, capace di strumentalizzare persino la morte, e di beffarla, sembrerebbe appartenere alla pura finzione narrativa. Eppure non è così. Il racconto di Galeano m’è infatti tornato in mente leggendo Il talento della malattia di Alessandro Moscè: un romanzo , o piuttosto una narrazione  che – come l’autore tiene a precisare – “non è frutto di fantasia” e dove “qualsiasi riferimento a fatti o persone reali non è casuale”. Anche qui il tifo appassionato per una squadra, nella fattispecie la Lazio; ma soprattutto l’idolatria per Giorgio Chinaglia, il campione-simbolo della formazione che, guidata dall’allenatore Tommaso Maestrelli, conquistò nella stagione 1973-’74 il primo dei due scudetti bianco-celesti, raggiungono la loro apoteosi in un confronto serrato con la morte. In questo caso, con un lieto fine miracoloso che, a trent’anni di distanza, ha costretto il narratore- protagonista a fare felicemente  i conti  col suo passato di malattia schivando ogni facile rischio di dolorismo e patetismo proprio grazie al filtro della sua passione per la Lazio e per Chinaglia, rispettivamente chiesa laica e santo patrono di una guarigione giudicata inspiegabile secondo i parametri della scienza. La relazione tra patologia e  scrittura, come ci ha insegnato il rimpianto Gian Paolo Biasin nei bei saggi del suo Malattie letterarie, serpeggia rigogliosa nella letteratura italiana dell’ultimo secolo, da Verga a Svevo, da Pirandello a Gadda. Il male di vivere e quello di scrivere si mescolano e s’intrecciano nelle combinazioni più svariate, confondendosi e significandosi a vicenda.
“Sono diventato uno scrittore perché mi sono ammalato, perché invece di giocare a calcio ero in un letto d’ ospedale”, confessa Moscè, in primo luogo a se stesso, raccontando il calvario iniziato a quattordici anni con l’improvvisa comparsa di quel “bombolone” cresciutogli sul ventre in una notte sola; oppure a scuola, “forse in pochi minuti”. È il segnale del sarcoma di Ewing, un tumore osseo e dei tessuti molli che colpisce in genere nell’adolescenza. Ma anche per la malattia ci vuole talento. E il talento della scrittura, a sua volta, altro non è che la maschera del pudore. Così, quando il narratore comincia ad affrontare a ciglio asciutto la sua dolorosa vicenda ospedaliera, siamo già nella seconda parte del libro. La prima è quasi tutta occupata dalla garbata rievocazione di una sognante infanzia marchigiana negli anni Settanta (Moscè è nato nel 1969), illuminata dal mito della Lazio e di Giorgione Chinaglia.
Le vicende della squadra e del suo campione s’intrecciano amabilmente  ai ritratti parentali, ai riti e ai personaggi (anche alle macchiette) d’una vita di provincia ancora quasi intatta, in un’atmosfera gucciniana di “vecchie suore nere” e “stoviglie color nostalgia”, fra tate soccorrevoli, infallibili medium di paese e nani industriosi, sullo sfondo di una Fabriano un po’ mezzadrile e un po’industriale. Ma questo “mondo piccolo” è filtrato dallo sguardo d’un bambino pronto ad infiammarsi per le imprese calcistiche dei suoi eroi pedatori: un bambino che parla col fantasma di Chinaglia mentre aspetta che la madre lo venga a prendere a scuola, oppure s’inventa come zio Moshe Dayan. Ed è capace di soffrire tanto per la morte dell’intelligente suor Esterina, tifosa dell’Ascoli, quanto per l’assurda fine di Luciano Re Cecconi, il centrocampista laziale ucciso per errore da un gioielliere che temeva una rapina.
Su tutto giganteggia Giorgione Chinaglia, soprannominato Long John dalla sua marca di whisky preferita:  generoso e arrogante, impulsivo ed eccessivo, sempre sopra il rigo. Un eroe della schiatta d’Achille, di quelli che piacciono ai ragazzini (che gioia quando il Pelìde trascina il cadavere di Ettore attorno alle mura di Troia!). Chinaglia che assieme a Pino Wilson, il “baronetto” capitano della squadra, reggeva e governava lo spogliatoio della Lazio; Chinaglia che quand’era in ritiro, per non faticare ad alzarsi dal letto, spegneva le luci  sparando alle lampadine.
Eppure  è proprio questo personaggio controverso e un po’ guascone, diventato nel 1983 presidente della Lazio, a illuminare l’anno intero trascorso da Alessandro all’ospedale, un intervento dopo l’altro, nell’angoscia d’un destino che sembra segnato: “Io guarii dalla malattia, ma Chinaglia fu costretto a cedere la Lazio”. Come se il campione avesse fatto un fioretto terribile per la salvezza del ragazzo. Così il romanzo di formazione attraverso la malattia infine si compie. Con  Long John Chinaglia al posto di Long John Silver. E il tesoro della salute miracolosamente ritrovato.

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