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ULTIMO PARALLELO, di Filippo Tuena (uno stralcio del libro)

gennaio 17, 2013

Ultimo ParalleloIn esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un brano tratto dal romanzo “ULTIMO PARALLELO”, di Filippo Tuena in libreria dal 17 gennaio
Il Saggiatore, 2013 – € 16,00 – pp. 352

Il 17 gennaio 1912, Robert Scott raggiunge il Polo Sud dopo un lungo viaggio attraverso le impervie distese dell’Antartide, per scoprire che un’altra spedizione lo ha preceduto di cinque settimane.
Tuena ripercorre questo incredibile viaggio verso la fine del mondo,
tessendo una feroce allegoria della vanità degli sforzi umani.
Attraverso una scrittura evocativa e spietata, documenta l’ultima grande esplorazione geografica terrestre che ha inaugurato il secolo delle disillusioni.

* * *

Uno stralcio del romanzo “ULTIMO PARALLELO”, di Filippo Tuena (Il Saggiatore)

There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy

WILLIAM SHAKESPEARE, Hamlet, I, V, 174-175

Nei ricordi degli esploratori, riferiti a volte a molta distanza di tempo dagli avvenimenti, e paurosamente annebbiati anche se riordinati attraverso il processo della memoria, appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più – gliding wrapt in a brown mantle, hooded – colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno.

Seduto alla sua scrivania, chino sui fogli, nell’emisfero opposto, decine di migliaia di miglia lontano da quei luoghi e ad anni di distanza da quegli eventi, è stato un poeta borghese vicino alla perfezione, Thomas S. Eliot, a ricordarsi di questa ineffabile presenza, donandole un’esistenza forse immortale, e a segnalare il fatto come evento memorabile, sottolineando la singolarità del suo apparire nella quinta parte di The Waste Land, agli splendidi versi 359-365:

Who is the third who walks always beside you?

When I count, there are only you and I together

But when I look ahead up the white road

There is always another one walking beside you

Gliding wrapt in a brown mantle, hooded

I do not know whether a man or a woman

– But who is that on the other side of you?

Chi è quel terzo che cammina sempre al tuo fianco?

Quando conto, ci siamo soltanto tu e io, insieme

Ma quando guardo avanti verso il sentiero bianco

C’è sempre un altro a camminarti al fianco

Che scivola avvolto in un mantello bruno, incappucciato

Non so se sia uomo o donna.

– Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte?

La domanda raggelante si perde nel nulla perché non ha nessuna risposta e, quand’anche la si avesse, non si avrebbe il tempo di formularla perché il poeta improvvisamente cambia atmosfera, andando oltre col passo risoluto di un uomo determinato, lasciando dietro di sé un’ombra che oscura l’animo e un interrogativo che rimane sospeso ad attendere una risposta: But who is that on the other side of you?

Il lettore si rende conto che non è tanto il who (la presenza misteriosa) a inquietarlo, quanto che essa compaia on the other side of you, al suo fianco, perché appare evidente che Eliot sta parlando a lui che procede in compagnia di qualcosa o qualcuno che non gli si rivela.

Il poeta mette in gioco il suo antagonista; vanifica i suoi convincimenti, la sua sicurezza e da semplice lettore di un rischioso testo poetico lo trasforma in pellegrino all’ora del tramonto, lungo un sentiero indeterminato, con l’inquietante sensazione di avere qualcosa o qualcuno al proprio fianco.

The Waste Land viene dato alle stampe nel 1922 e contiene i versi dell’apparizione dell’uomo incappucciato quando Eliot ne ha ormai inglobato la memoria in termini offuscati, confusi, perché anch’egli ha di quell’essere la medesima vaga nozione che ne avevano avuto gli esploratori e per questo, nel mare di citazioni spesso oscure di cui è composto il poema, per sciogliere l’enigma di quel passo, sente il bisogno di aggiungere una delle poche note esplicative autografe:

I versi seguenti sono stati ispirati dalla relazione di una delle spedizioni antartiche (non ricordo quale, ma credo una di Shackleton): vi si riferiva che ogni componente del gruppo degli esploratori, allo stremo delle forze, avesse continuamente l’impressione che ci fosse una persona in più di quante se ne potessero effettivamente contare.

Eliot ricorda bene perché è nel resoconto della drammatica spedizione antartica dell’Endurance di Ernest Shackleton che il singolare evento viene riportato: nel 1916 Shackleton, Worsley e Crean (proprio il Crean che aveva partecipato cinque anni prima alla spedizione di Scott e che era tornato in Antartide vinto da un’insostenibile passione per quelle terre) compiono un’impresa disperata scalando di notte una montagna per raggiungere una base di balenieri dalla quale sarebbero poi ripartiti per portare soccorso ai compagni abbandonati da settimane su un’isola deserta.

Shackleton termina il racconto di quella notte spaventosa con queste parole:

Io so che durante quella lunga e terribile marcia di trentasei ore oltre le montagne senza nome e i ghiacciai della Georgia del Sud mi è spesso sembrato che fossimo in quattro, non tre. It seemed to me often that we were four, not three. Non ne parlai ai compagni sul momento, ma più tardi Worsley mi disse: Capo, avevo la curiosa sensazione che durante la marcia ci fosse un’altra persona con noi. Crean mi confessò la stessa impressione. Boss, I had a curious feeling on the march that there was another person with us. Crean confessed to me the same idea.

E anch’egli aggiunge un commento all’inusitato accadimento, nel quale afferma di aver avvertito il bisogno di riportare il fatto, senza voler aggiungere nulla alla sua comprensione:

Si può percepire «la miseria delle parole umane, l’inadeguatezza del racconto dei mortali» nel tentativo di descrivere eventi intangibili, ma un resoconto delle nostre esplorazioni sarebbe stato incompleto senza un riferimento a un tema così vicino ai nostri cuori.

La citazione tra virgolette è tratta da un poema di John Keats, Endymion, libro II:

O dearth / Of human words! roughness of mortal speech!

È proprio in questa postilla, negando quanto poche righe prima aveva affermato, che Shackleton rende manifesto come all’esploratore appaia impossibile dare notizia delle proprie sensazioni; come se davvero quella presenza percepita ma rifiutata procurasse un brivido difficilmente giustificabile rimanendo la sua origine avvolta nell’incertezza.

Anche la sincerità di Eliot è ingannevole, e il suo desiderio di chiarezza fuorviante, se in una nota precedente, a proposito di una figura dei tarocchi che compare nel poema, scrive quasi contraddicendosi: L’Impiccato… lo associo con la figura Incappucciata nel passo dei Discepoli a Emmaus nella parte V, tanto che il vero argomento del dialogo non è la visione degli esploratori, ma l’apparizione di Cristo risorto agli inconsapevoli discepoli sulla via di Emmaus; apparizione di una divinità creduta morta che ritorna dall’oltretomba a manifestare la sua esistenza, anche se l’accostamento una volta formulato diviene inalienabile e non si potranno più leggere i versi 359-365 senza che questi rimandino, contemporaneamente, agli esploratori e ai discepoli; alla visione allucinata e all’apparizione della divinità. I due avvenimenti sono ormai indissolubilmente legati e ogni interpretazione che cancelli una delle alternative diverrebbe parziale o limitata.

Dunque questa storia parte da una citazione ambigua in un poema composto di citazioni che rimanda a un brano del Vangelo e a un frammento di cronaca reale dove compare un’altra citazione che sottolinea l’impossibilità di dar conto di alcuni eventi mediante la parola scritta, addentrandosi in una vertigine e in un dedalo che è ancora lontano dal raggiungere il suo centro.

E tuttavia è su questo brivido – sui versi di Eliot e sulla cronaca dubitativa di Shackleton e sull’altro dubbio di Keats, se le parole possano davvero raggiungere il nocciolo del problema – che il viaggio degli esploratori si fa paradigmatico tanto da poter affermare che gli uni e gli altri parteciparono di una medesima esperienza, come se i poeti e gli esploratori, i lettori e i discepoli attraversassero terre deserte dove si manifesta un’entità estranea e inquietante di cui percepiscono la presenza, senza raggiungere una conoscenza perfetta.

(riproduzione riservata)

© Il Saggiatore

Filippo Tuena (Roma 1953) è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri:  Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; La grande ombra; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006.

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