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LA PREDA, di Irène Némirovsky

gennaio 19, 2013

La predaLA PREDA, di Irène Némirovsky
Adelphi, pag.212, € 18,00

di Anna Vasta

L’oblio della vita

Chi o cosa è la preda dell’omonimo romanzo di Irène Némirovsky, La preda (Adelphi, pag.212, € 18,00)? Pubblicato nel 1938, conquistò da subito i lettori della scrittrice ebrea, russa d’origine, francese per lingua e scrittura, e dunque per patria elettiva. In quello stesso anno era uscito La nausea di Sartre. Il titolo che il filosofo parigino avrebbe voluto dare a quel suo diario dei giorni infelici era Melancholia, la figura allegorica del famoso dipinto di Dürer. Ma a  Gallimard, l’editore, non piacque, e suggerì La nausea. Spesso il destino di un libro è legato al suo titolo. La nausea non ebbe una calorosa accoglienza: risultò intellettualistico, artificioso, arido, e chissà se il titolo non contribuì a suscitare quelle reazioni. Il romanzo di Irène Némirovsky, che i critici accostarono a quello di Sartre, ebbe un migliore impatto sul pubblico. Eppure qualcosa, più di qualcosa, lega le due opere, così diverse, quasi antitetiche per struttura compositiva- narrativa,  incalzante, densa, La preda ; introspettiva, spezzata, eccentrica, La nausea-, per scelta stilistica: una  prosa sferzante, tagliente come lama, eppure toccante nella sua nudità ed essenzialità, quella della scrittrice di Kiev; divagante, ellittica, tortuosa in Sartre. Eppure quell’ansia senza oggetto, l’impassibile pallore sul volto affilato di Jean-Luc Daguerne, il protagonista di La preda-uno dei tanti giovani disperati e di talento che affollavano le vie di Parigi arrabbattandosi con occupazioni miserabili in quei tempi feroci, gli anni 30, di una lunga, interminabile crisi-, solitario, tormentato camminatore per desolati boulevards , vicoli di tenebre, inospitali giardini, notturno frequentatore di sordidi bristrot in  una città gelida, nebbiosa, umida di pioggia e di nebbia, anche in  pieno fulgore primaverile, quanto somiglia all’infernale scontento di Antoine Roquentin, disilluso, cinico, incattivito relitto umano che si trascina  come un cieco  per le strade polverose di Bouville. Entrambi preda di una malattia dell’anima, la melancholia: la stessa che fa cercare a Laurent Daguerne, padre di Jean Luc, disincantato degli uomini e del vivere “l’oblio della vita” nella lettura. Oblio che il figlio cerca disperatamente tra le braccia di una donna, la piccola, infelice Marie, la sola che gli colma il cuore di tenerezza e di pace. Una medesima nausea  pone Roquentin al di fuori del consorzio umano, lo porta a vivacchiare attingendo da un morto, un fantomatico avventuriero del 600, il signor de Rollebon quanto gli basta a sopravvivere a se stesso, cullato dalle  note di Some of these Days, un motivetto ossessivo che scandisce i ritmi del suo sfacelo. No, Jean-Luc Daguerne non appartiene alla schiera dei maledetti alla Julien Sorel, arrampicatori avidi di potere, vitali e brutali nella ricerca di una promozione e di un riscatto che li collochi tra gli eletti della sorte, e tuttavia votati alla sconfitta per hýbris. come piccoli titani. Jean-Luc è “un eroe del nostro tempo”, di lermontoviana memoria, emblema di un’epoca attraversata da venti di distruzione e di morte, intaccato nel più profondo da una scontentezza di sé e da un’angoscia lacerante che porta impressi i segni di un male oscuro. Il suo agire, anche quando approda al benessere economico, a un ordine borghese in apparenza rassicurante e appagante, è minato da un invincibile cupio dissolvi che nessuna affermazione e promozione sociale può placare.

Leggendo questo romanzo di Irène Némirovsky, anche quando l’autrice riprende personaggi, vicende, temi dei suoi vissuti letterari e biografici – banchieri senza scrupoli, venuti su dal nulla, arroganti e fragili, colti e descritti nel momento della caduta e del disonore (Davide Golder)  mogli e amanti arriviste, calcolatrici e senza cuore (Jezabel), figli cresciuti ed educati al disamore. arricchimenti facili e delittuosi(I cani e i lupi), anche dove rimesta con l’implacabile analisi, e l’impietoso scavo interiore che le sono propri tutto il fango depositatosi  nei più torbidi sotterranei  dell’io, anche se pare riproporre e riassumere l’ennesima parabola umana di ascesa e declino, di corruzione e di infamia, di viltà e tradimenti, si ha l’impressione che  i conti non tornino, come per uno scarto che ne abbia sbilanciato il sottile equilibrio. Che l’atmosfera torrida, il crescendo di tensione di altri suoi  romanzi si stemperi in una visione di disincanto e disperazione tali da non lasciare posto all’indignazione, alla denuncia, alla condanna e neppure a un impietoso distacco, ma soltanto alla pietà per un destino comune a tutti gli uomini, qualunque sia la loro appartenenza, di fallimento, di delusione e umiliazione. “Tutto questo resta acquattato dentro di noi, aspetta il momento giusto e un giorno riemerge e ci soffoca, come se la fragilità del bambino stesse all’erta nel cuore dell’uomo, pronta a sconfiggerlo, pronta ad abbatterlo”. Fratello di  Roquentin, l’uomo senza fedi e senza speranze, ingannato e offeso nel sentimento che più espone l’uomo e lo rende fragile: l’amore, è Jean-Luc, tradito anche lui nel suo sogno più puro e disinteressato, la dedizione giovanile a Édith, la coetanea amata con l’ardore e lo spirito di sacrificio dei vent’anni, senza che ne fosse degna. Mentre negli altri romanzi di Irène Némirovsky i sentimenti più puri ed elementari, come l’amore per i figli, per una donna, per un amico vengono calpestati e sacrificati all’ambizione, alla sete di denaro e di dominio, qui accade il contrario. È il tradimento di un sogno giovanile a togliere valore a ogni cosa, a spingere Jean-Luc verso una spietata rivalsa che finisce col risolversi nell’ennesima, definitiva perdita. Da quel nucleo di delusione che segna la fine della giovinezza e dell’innocenza come è nella vita di ognuno, quel disgusto dell’esistere che inquina di sé il dentro e il fuori in un unico insopportabile tedio, e non ha fine che nella fine.

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