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Vincenzo Consolo: la ferita che non guarisce

gennaio 21, 2013

Vincenzo Consolo

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Vincenzo Consolo:  la ferita che non guarisce

di Anna Vasta

A un anno dalla morte di Vincenzo Consolo, è ancora aperta quella “Ferita dell’aprile”,  libro d’esordio e di iniziazione (1963) a quel mestiere delle armi che è la letteratura e la vita che in essa prende forma e sostanza di verità, quasi a riparazione di  un suo trasformarsi  in altro da sé che ne amplifichi le potenzialità espressive.  Espressiva,  Consolo definisce la sua scrittura, distinguendola da quella  comunicativa  del realismo narrativo. La scrittura espressiva ha un destino diverso, com’è per la poesia. La narrazione non cambia il mondo”- Evocativo  di suggestioni eliotiane – “Aprile dei mesi é il più crudele, col germogliare/lillà da desolate terre,/ mischiando memoria e desiderio/resuscitando/morte radici con pioggia di primavere”- La ferita dell’aprile mescola memoria e desiderio e rinverdisce morte radici. da una realtà  dura e desolata come zolle in inverno.

Quello che pare un omaggio a Eliot, si configura come un pronunciamento di poetica, in cui prosa e poesia sconfinano l’una nell’altra, senza che la narrazione, la cronaca, la memoria collettiva e personale, perda in forza e convinzione di realtà, e senza che la tensione lirica si stemperi nei toni bassi della prosa.  “Ho organizzato la mia prosa attorno alla forma poetica, seguendo un procedimento che riporta alle narrazioni arcaiche, orali, dove il racconto prendeva una scansione ritmica e mnemonica”. Nelle opere che vennero dopo, da Il sorriso dell’ignoto marinaio, sino a Lo spasimo di Palermo, senza tradire  la sua vocazione alla verità dei fatti, senza venir meno a un modello di letteratura dell’impegno, Vincenzo Consolo sviluppò questa sua inclinazione alla visione, all’espressività della lingua, più che alla sua comunicatività, costruendosi un’identità linguistica che affonda in ancestrali reminiscenze, in un passato intrecciato di mito e di storia. Mito che assurge a fattualità storica, storia che si risolve nelle astrattezze paradigmatiche del mito. In un incontro con l’autore, a Giardini Naxos, confessai a Vincenzo Consolo di essere particolarmente legata tra i suoi libri a La ferita dell’aprile. Ne fu commosso. Mi disse che in pochi dei suoi lettori conoscevano quel libro, che  egli  sentiva profondamente suo, e che amava, come leopardianamente si ama quella stagione della vita, crudele e ingrata, che è l’adolescenza. Libro di una singolarità che stupì lo stesso Sciascia per le novità della lingua e dell’invenzione. Malgrado Consolo sottolineasse le ascendenze sciasciane –Le parrocchie di Regalpetra- di La ferita dell’Aprile, Leonardo Sciascia avvertì da subito che il figlio elettivo si muoveva in un mare aperto a nuove sperimentazioni che l’avrebbero portato lontano dal padre, come è nell’ordine delle cose, e come spesso accade in letteratura.

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