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PRIAMO – Quella solitudine immensa d’amarti solo io (di Paolo Pizzato)

gennaio 23, 2013

logo PriamoPriamo è un progetto editoriale no-profit nato dal “sogno” di Emanuele Pettener docente di lingua e letteratura italiana a Florida Atlantic University (a Boca Raton in Florida) e di Marco Crestani, animatore culturale e copywriter.

Abbiamo chiesto ai responsabili di “Priamo” di raccontarci qualcosa riguardo alla linea editoriale.

A seguire, un estratto del romanzo Quella solitudine immensa d’amarti solo io di Paolo Pizzato

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A proposito della linea editoriale di Priamo…

(di Emanuele Pettener)

Priamo è un’associazione culturale nonché casa editrice no-profit. “Priamo”, in verità, è  un desiderio, fatto di desideri – di cultura, di storie, di libri, di persone. Intendiamo mettere il battaglione della tecnologia al servizio dei nostri ideali old-fashioned: proteggere la bellezza, ideare, promuovere, e condividere esperienze culturali, produrre libri meravigliosi per contenuto e forma (sian essi elettronici o di carta)  privilegiare gli autori: nessun’altro criterio ci guida se non la passione e l’entusiasmo per una storia mirabile raccontata con linguaggio mirabile – e l’ammirazione e la gratitudine per che le scrive.

Grazie alla collaborazione con Meligrana editore, i nostri  ebook nel giro di 24 ore saranno in tutti gli “store” italiani e i più importanti internazionali: e infatti raccoglieremo storie da tutto il mondo, raccontate in tutte le lingue. I nostri ebook, coltiviamo questa ambizione, cambieranno la mentalità italiana nei confronti degli ebook.

Il nostro sogno è che fra qualche tempo si riconosca Priamo come il luogo dove si può trovare quello che non si può trovare altrove – e non intendiamo solo i libri, le idee, gli eventi: come se, passeggiando, d’incanto scoprissimo un negozietto bizzarro mai notato prima, che sembra spuntare dal nulla, magicamente, e quando vi entriamo ci sentiamo subito a casa (oppure a Parigi o a New York, e magari negli anni Venti, ma a casa comunque) dove ogni oggetto sembra avere una storia da raccontarci, dove i gatti dormono in vetrina come divinità egizie, dove il proprietario ha una faccia simpatica e non ti fa nessuna pressione perché compri qualcosa, nemmeno indiretta, anzi dopo averti sorriso non lo vedi più, forse non è il proprietario, forse il proprietario sei tu, tanto che non si ha più voglia di andare a casa perché si teme che sparisca per sempre, perché in quel mondo ci si sente bene, fra gatti e libri e proprietari invisibili – perché  il mondo fuori sembra sospeso.

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Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana a Florida Atlantic University, a Boca Raton in Florida. E’ autore di una monografia su John Fante e del romanzo “E’ sabato mi hai lasciato e sono bellissimo”(Corbo editore, 2009).

Marco Crestani, animatore culturale e copywriter, da parecchi anni è affascinato dalla scrittura e dallo sviluppo storico dei fenomeni espressivi. E’ il fondatore del Centro Culturale Sant’Antonio delle Fontanelle, associazione no-profit che ha dato vita al progetto Priamo.

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cop-priamo-libroIncipit di Quella solitudine immensa d’amarti solo io di Paolo Pizzato edito in questi primi giorni del 2013 da Priamo-Meligrana:

Il pronto soccorso dell’ospedale era un semplice corridoio. Una striscia di marmo grigiastro chiusa da pareti di identico colore scrostate in più punti. Lungo i muri, file di sedie quasi tutte occupate e due piccole stanze, poste l’una di fronte all’altra, che senza sosta inghiottivano e rigurgitavano uomini e donne in camice bianco. Emma avanzò lenta, le gambe irrigidite dal dolore, gli occhi fissi sul semicerchio quasi perfetto del ventre, sul palpitare spasmodico del suo bimbo che stava per nascere. Accanto a lei, un ragazzo la reggeva tenendola per la vita. Fu lui a incrociare gli sguardi incuriositi delle persone in attesa del loro turno di visita; sembrava cercare qualcosa in quei volti sconosciuti, assenti, accesi di momentaneo interesse e un attimo dopo già lontani. Un sorriso, un cenno d’intesa, qualcosa, qualsiasi cosa riuscisse a non farlo sentire sperduto, ad allontanare la sua paura. Aveva occhi grandi e chiari il ragazzo, liquide macchie azzurre che incorniciavano un volto dai lineamenti regolari, quasi fanciulleschi. Lo si sarebbe detto giovanissimo, forse addirittura minorenne, non fosse stato per le rughe profonde agli angoli della bocca e la piega amara delle labbra.

Quel ragazzo aveva conosciuto il dolore, non c’era dubbio. E il dolore aveva intriso di sé e corrotto il suo tempo, i suoi anni. Scostò con dolce cautela un ciuffo di capelli umidi di sudore dalla fronte di Emma e l’aiutò a sedersi, le sorrise e si chinò a sfiorarle le labbra con un bacio. Lei ricambiò il sorriso e un momento dopo si piegò, trafitta da uno spasmo.

“È il mio bambino, mio figlio”, pensò lui guardandola, e sentì la paura crescergli dentro, intorpidirgli gli arti, paralizzarlo.

“Chiama un’infermiera, per favore”, sussurrò Emma non appena riuscì a riprendere fiato, “non resisto più”.

Assentì con il capo e le sfiorò una spalla prima di dirigersi verso una delle due stanze. Si fermò sulla soglia, bussò.

“Mi scusi”, disse rivolto a un uomo seduto davanti a un computer, “la mia compagna sta per partorire, deve essere ricoverata”.

L’uomo si alzò senza replicare, gli si fece accanto e guardò Emma. Era di nuovo piegata su se stessa, in preda a una contrazione, il respiro affannato che di tanto in tanto si faceva rantolo a stento trattenuto.

“Si accomodi pure accanto a sua moglie”, disse in tono affabile, “la chiameremo tra un momento”.

“G-grazie”, riuscì a balbettare il ragazzo prima di fare quanto gli era stato detto.

Non appena fu accanto a Emma lei gli si strinse addosso. Era scossa dai brividi.

“Presto ci chiameranno”, le disse nel tono più rassicurante che riuscì a modulare, “non preoccuparti, andrà tutto bene”.

Abbandonata contro il suo corpo, Emma somigliava a un filo sul punto di spezzarsi.

Quando l’infermiera venne a chiamare Emma, trovò i giovani ancora abbracciati.

“Venga con me”, le disse cortese, “la dottoressa deve visitarla”.

Emma la guardò smarrita per qualche secondo, come se non avesse compreso quel che le era stato detto, poi si alzò.

“Non si preoccupi”, le disse ancora l’infermiera mentre aiutava Emma a stringersi al suo braccio, “l’aiuto io. Cammini con calma, quando se la sente. Non si preoccupi”, ripeté.

Il ragazzo rimase seduto a guardare le due donne allontanarsi. Le fissò finché le forme dei loro corpi, fasciate dai vestiti, non divennero indistinte macchie di colore, finché gli occhi non iniziarono a lacrimare e a bruciare, poi si alzò di scatto, nascondendosi il volto tra le mani.

A fior di labbra pregò per la donna che amava, per il loro bambino. Pregò che qualcuno ascoltasse le sue parole: “Fa che vada tutto bene, tutto bene”.

Quasi non si accorse della sua mano che affondava nella tasca e afferrava il telefono cellulare. Le sue dita manovravano svelte il piccolo apparecchio; schiacciavano tasti e sul luminoso display rettangolare che fissava senza vedere si formavano parole: Siamo in ospedale, è cominciato il travaglio di Emma.

 * * *

Paolo Pizzato lavora da anni come redattore in un’agenzia di comunicazione di Milano. Alla scrittura si è avvicinato leggendo, con passione, convinzione, ostinazione. Molti gli autori che ama, su tutti Louis-Ferdinand Céline, Cormac McCarthy, Thomas Pynchon, William Gaddis, Leonardo Sciascia, Edith Wharton, Isaac B. Singer. Ha scritto due romanzi e sta lavorando al terzo.

La pubblicazione dell’ebook “Quella solitudine immensa d’amarti solo io”, segna il suo esordio letterario con Priamo.

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