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MILLE CRETINI, di Quim Monzó (uno stralcio del libro)

gennaio 24, 2013

In esclusiva per Letteratitudine, un brano tratto da MILLE CRETINI, di Quim Monzó
Marcos Y Marcos, 2013 – pagg. 160 pagine – euro 14,50
Traduzione di Gina Maneri

L’articolo di Gabriele Romagnoli su la Repubblica

Il libro
Un paparino profondamente materno che prende in contropiede l’incipiente vecchiaia – nonché il figlio – a suon di collant, gonna, rossetto e tacchi a spillo.
Un principe azzurro che tenta inutilmente di risvegliare la principessa dal suo sonno profondo con mille prodezze erotiche, e finisce per addormentarsi lui, per sempre.
Uno scrittore esordiente pronto a rinnegare il suo idolo – che ha contribuito in modo sostanziale al suo decollo – non appena ne ha preso il posto nel firmamento letterario. Un uomo che decide di sposare l’ex fidanzata perché scopre che è malata terminale, e quando lei guarisce grazie all’amore, non sa proprio che pensare, che pesci pigliare… Che si tratti di vecchi rincretiniti, vitelloni incalliti o Madonne ribelli al destino di future madri di Gesù Cristo, Quim Monzó entra nelle vite dei suoi personaggi con la marcia in più dei Grandi: occhio acuto, parole al vetriolo, balsami di tenerezza.
Parola di «The Guardian», che lo porta in palma di mano, fra i massimi scrittori viventi.

* * *


Uno stralcio del volume MILLE CRETINI, di Quim Monzó

UN TAGLIO

Carta_NoriToni entra in classe di corsa, con gli occhi spaventati e un taglio sul collo. È un taglio ampio e profondo, dal quale sgorga un sangue brillante rosso granato, più che vermiglio. A prima vista e senza le opportune verifiche, la ferita – che in un primo momento doveva essere una linea di pochi millimetri – si direbbe ora larga due o tre centimetri, perché la carne si è aperta. Per la lunghezza potremmo ipotizzarne venti o venticinque, perché comincia sotto l’orecchio sinistro, scende sul collo e finisce all’altezza del petto, un po’ più a destra dello sterno.
«Mi hanno tagliato con una bottiglia rotta».
Il sangue gli cola sul collo e gli macchia la camicia bianca dell’uniforme. Anche il colletto della giacca è zuppo di sangue.
«Allora. È questo il modo di entrare in classe, Toni?»
«È che Ferran e Roger, signore, hanno preso una bottiglia rotta che hanno trovato vicino alla macchinetta delle bevande, mi hanno colpito con quella e…»
«Come si entra in classe, Toni? È così che si entra in classe? Si entra in classe come ci pare? Si entra in classe senza dire ‘buongiorno’? È questo che abbiamo imparato a scuola, Toni?»
«Buongiorno» dice Toni, cercando di fermare il sangue con la mano destra premuta sulla ferita.
«Da molto tempo, ormai, i costumi stanno degenerando, e non per colpa vostra, lo so. È anche colpa nostra, delle istituzioni che non sono in grado di offrire un’educazione che formi cittadini rigorosi e responsabili. Ma la colpa è anche della società, la colpa è di tanti genitori che pretendono sia la scuola a sopperire all’autorità che loro non sono capaci di esercitare. Tu, Toni, sei solo un esempio, un granello di sabbia nella spiaggia infinita del caos universale. Dov’è finito il rigore di un tempo? Dove sono finiti l’impegno e il sacrificio? Dove sono finite le più elementari regole di educazione, di comportamento che vi abbiamo inculcato giorno dopo giorno, da quando siete entrati in questo istituto? So che in molte altre scuole si pratica un certo lassismo, e so anche che ormai è impossibile isolare completamente un individuo, così come conosco la tendenza dei giovani a mescolarsi e fraternizzare, e per tutti questi motivi so bene che, per quanto il nostro istituto si sforzi di darvi un’educazione esemplare, se noi siamo gli unici a inculcarvi certe regole il rischio che vi lasciate contagiare dal lassismo degli altri è molto alto».
«È che sono tutto pieno di sangue, signore».
«Lo vedo. E vedo anche come stai riducendo il parquet. Per non parlare della camicia, e della giacca. Sai bene che mi piace che l’uniforme sia sempre impeccabile. Ma di questo parleremo dopo. Ora vai in bidelleria e chiedi al signor Manolo uno straccio e un secchio d’acqua, e cerca di non sgocciolare sangue per tutto il corridoio, che poi dovrai pulire anche quello».

© Marcos y Marcos

(Riproduzione riservata)

Animatore di caustiche trasmissioni televisive, traduttore delle grandi voci d’America del secolo andato – Barthelme, Miller, Faulkner, Salinger tra gli altri – Quim Monzó è tra le persone più note e amate di Barcellona.
Ha dato una mano a Bigas Luna nella scrittura dei film più ispirati – come Prosciutto prosciutto – mentre per festeggiare la sua Catalogna, Paese ospite d’onore, ha aperto ufficialmente la Fiera di Francoforte del 2007 con una prolusione in forma di racconto. Ama il vino italiano, le parole in via di estinzione, le inchieste assurde: memorabile un suo Giro d’Europa in trenta aeroporti, con una sosta massima di due ore. I suoi racconti sono tradotti in una ventina di lingue, e i critici di tutto il mondo lo considerano fra i grandi scrittori degli ultimi decenni.

© Letteratitudine

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