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I giocattoli di Auschwitz, di Francesco Roat

gennaio 26, 2013

I giocattoli di Auschwitz

In collegamento con il dibattito su LetteratitudineBlog dedicato al Giorno della memoria, segnaliamo…

I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat Lindau, 2013 – pagg. 292 – euro 19,50

[con la pubblicazione di uno stralcio del libro]

Un bambino ebreo nell’inferno di Auschwitz.
Un ufficiale delle SS appassionato di musica.
Il difficile ritorno alla vita «normale».
Un romanzo duro, intenso e coinvolgente
come la Storia che vi fa da sfondo.

 
Il libro
Il piccolo Ruben è un “giudeo cacasotto”: così lo deridono i compagni di classe, fino a quando un giorno la scuola gli viene per sempre preclusa. Ma lui non ne fa un dramma. Meglio le lezioni private di clarinetto dal professor Nussbaum, uno che suonava con i Wiener Philarmoniker prima che lo cacciassero perché ebreo. Meglio gironzolare per le strade della città. Meglio starsene a casa, nonostante il clima in famiglia si faccia ogni giorno più cupo e agitato. Una notte, però, tutto precipita, arrivano i soldati e si possono raccogliere solo le cose più importanti, perché non c’è tempo, alla stazione c’è un treno che aspetta. Auschwitz ingoia gli ebrei, ma non Ruben. Il ragazzo viene salvato da un ufficiale delle SS, Klaus von Klausemberg, un raffinato melomane che si invaghisce del suo talento musicale. Il militare lo prende sotto la sua protezione, gli dà una certa libertà all’interno del lager, lo ospita nell’ospedale del campo. Ruben vive così una prigionia dorata e Klausemberg diventa per lui una specie di padre, protettivo e prodigo di consigli, oltre che un amico con cui suonare il prediletto Mozart. La tragica verità del lager affiorerà poco alla volta, insinuerà in Ruben prima dubbi e sospetti, poi inquietudini e orrori, in un crescendo di scoperte sconvolgenti, che, al momento della liberazione, si trasformeranno in un lutto assai difficile da elaborare. Solo due decenni più tardi, rivivendo attraverso un diario postumo la tragedia di Auschwitz, Ruben potrà scacciare i fantasmi.

* * *

In esclusiva per Letteratitudine, uno stralcio del romanzo I giocattoli di Auschwitz di Francesco Roat (Lindau)

I giocattoli di Auschwitz“L’arrivo lo ricorda accecante.
Come il colpo sordo di catenaccio, il vento umido, la luce
del faro diretta al vuoto dello sportello spalancato. E quell’ordine:
«Heraus!» che subito non comprende, ma forse neppure
gli altri se nessuno scende dal carro bestiame.
«Ausstehen!» ripete la voce all’esterno, e finalmente qualcuno
si affaccia sull’apertura del vagone, guarda in giù e balza
a terra con un salto. Ma i più vecchi fanno fatica a smontare;
così da fuori (che gentilezza, pensa Ruben) posano
un’asse per farli scendere.
«Schnell, schneller!»
Soldati strappano di mano ai prigionieri le valigie e li
spingono verso la fine della banchina. Uno per uno li illumina
il faro. Nessuno ha forza o voglia di lamentarsi. Magri individui
in pigiama a bande scure e bianche, giunti correndo
con ai piedi zoccoli di legno, raccolgono in un mucchio i bagagli.
Il bambino ride: che strana gente. Poi, al segnale di uno
Sturmmann, tutto viene imbarcato su dei carretti e gli omini
a strisce, svelti, li conducono via.
Ruben si guarda intorno curioso. Invece mamma e nonna,
occhi a terra, si stringono tremolanti; ma non fa tanto freddo,
però, e l’acqua bagna appena: viene giù polverosa, a faville,
scintillando nel cono luminoso del fanale.
Nussbaum chiede in tre lingue a un giovanotto col pigiama
dove siano sbarcati, ma quello dev’essere sordo. E lo zio
si fa largo a spintoni fino alla SS, solo per dirgli: «Ich Dolmetscher…
Ich spreche deutsch!», col gran risultato di ricevere
un’altra botta col calcio del fucile. Ma nelle costole questa
volta.
Poi rimangono lì, contro un muro, mentre il faro passa e ripassa
su di loro a segnarli. Il lupo dello Sturmmann, accovacciato
di fianco al bambino, accanto al suo padrone, non
sembra cattivo e Ruben vorrebbe carezzarlo; sta quasi per
non farcela a frenare la mano quando sulla banchina appare
un ufficiale e il soldato col cane corre a mettersi agli ordini.
Ha pantaloni da cavallerizzo, stivali in pelle nera e frustino,
il nuovo arrivato.
Bella faccia ventenne sotto il berretto col teschio calzato un
poco di traverso e il sorriso paziente da primo attore davanti
alla folla dei curiosi venuti a spiare il suo arrivo a teatro.
Tutti sono in attesa, del resto, gli ebrei. E lui non si fa pregare:
con lentezza studiata passa in rassegna il corteo degli
astanti. Sempre sorridendo tranquillo, si avvicina a ogni volto
fino a quasi a sfiorarlo. Allora ciascuno può sentire l’aroma
di colonia che mandano le sue guance.
Pare esiga che tutti lo fissino negli occhi o almeno intende
scrutarli per bene: a chi sbassa lo sguardo, lui costringe col
suo frustino il mento a sollevarsi. E, senza una parola, indica
a ognuno una direzione, muovendo lo staffile verso destra o
sinistra.
A Ruben sembra davvero di essere a teatro: illuminata dal
riflettore, in un silenzio perfetto, la fila di comparse arrendevoli
si biforca in due gruppi, sfilando muta da una parte o
dall’altra. Ogni tanto, a vedere così svelta obbedienza, l’uffi-
ciale approva oscillando leggermente la testa. Come avessero
provato quella pantomima altre volte, tutti si muovono
con destrezza senza intralciarsi. Zitti, quasi in punta di piedi
raggiungono le due squadre. Qualche donna ha un attimo di
perplessità nel prendere un’altra direzione dal marito o dal
padre, ma un’occhiata appena un poco più severa, o lo scomparire
del sorriso dal viso fattosi serio del primo attore e regista,
subito persuade le esitanti a più miti consigli. Nussbaum
e la nonna finiscono a sinistra. Ruben, la mamma e lo
zio dall’altra parte.
C’è da notare che quando l’ufficiale giunge davanti al
bambino, che è alto molto più dei suoi coetanei, l’uomo per
un istante sembra insicuro sul lato verso il quale mandarlo.
Ruben se n’accorge e scosta leggermente le braccia, come a
dire: per me fa lo stesso. Subito, allora, il frustino sospeso
dritto in verticale sopra il suo capo si inclina, magnanimo,
verso il gruppo degli adulti, dei forti, dei sani e salvi. Ovvero
sulla destra.

Ruben scosta la penna dal foglio con fastidio: l’ultima riga
è sciupata da una macchia. E non ha carta assorbente per
prosciugarla. La chiazza si espande ad allagare l’ultima parola.
Il bambino sospira.
Forse non è andato proprio tutto liscio, pensa, incapace di
riprendere a scrivere. Lui vorrebbe che la selezione tra vecchi
e giovani si fosse risolta in quel modo: rapida e indolore.
Fino al momento in cui l’inchiostro indelebile ha offeso il
quaderno, nel suo ricordo tutta la scena era rimasta impressa
così: come un meccanismo ben oliato che girava senza attriti
e senza inciampi. L’ufficiale aveva suddiviso i nuovi arrivi
in due gruppi. Punto e a capo: finita lì, e via a fare la doccia
e a prendere le divise da prigionieri.
Ma quel punto, senza volerlo, s’è ispessito, dilatandosi in
una vena aperta d’inchiostro, in una ferita, in uno scarto
dubbioso della memoria.
No, non era andata esattamente così. Se ci riflette bene,
qualcosa, all’ultimo momento, aveva fatto inceppare quella
macchina tanto disciplinata e scorrevole. Una donna. Sì, una
donna del raggruppamento di destra – Ruben non ricorda
quanti anni o che faccia avesse, eppure doveva essere graziosa
– all’improvviso, mentre tutti in marcia sfilavano davanti
allo Sturmmann, aveva pronunciato una sillaba, una
parola piccola piccola, di due lettere, sussurrata a voce bassa:
«No».
Gli altri nemmeno se n’erano accorti. La maggior parte,
almeno. Ma lui, Ruben, sbirciando per curiosità, l’aveva vista
dirigersi verso l’ammasso di anziani e bambini, da cui
s’era staccato un vecchio che la fissava sbalordito e con gli
occhi sembrava supplicarla di non farlo. Mentre lei, camminando
a testa alta, procedeva lenta ma determinata.
La distanza da percorrere sarà stata una ventina di metri.
Giunta a metà, però, s’era sentito uno scatto metallico. L’ufficiale,
senza muoversi di un passo o dire nulla, aveva semplicemente
fatto scorrere avanti e indietro il carrello della
propria pistola da ordinanza.
È in quel preciso momento che interviene lo zio. Afferra
con le due mani la testa del bambino e lo costringe a voltarsi.
Forse la donna sta proseguendo, oppure s’è fermata o il
vecchio ha deciso di raggiungerla, questo Ruben non può vederlo.
E poi quell’esplosione.
Lo zio, adesso lo ricorda, gli ha stretto forte le mani contro
le orecchie tanto da fargli male. E il rumore del colpo s’è
confuso col dolore alla testa. Solo quando hanno svoltato
l’angolo ha mollato la presa. Il gruppo con Nussbaum e la
nonna ormai non si vedeva più.
Poi, rapidi, li hanno divisi un’altra volta: uomini da una
parte, donne dall’altra e via, verso zone diverse del campo.
La mamma: neanche una parola, ma sembrava tranquilla.
Una separazione fin troppo alla svelta, neppure il tempo di
un saluto. Qualcuno ha pianto: le signorine soprattutto.
Però lo zio ha spiegato a Ruben che funziona sempre co-
sì nei lager: è vietato ai maschi stare con le femmine. E al
bambino, bisogna ammetterlo, la cosa andava bene. Niente
più nonna e mamma: uomini soltanto. Gli è parsa una regola
sana e giusta. Tanto, ormai era cresciuto, era già un uomo, quasi.
Quella donna, comunque, lui non l’ha più rivista”.
(Riproduzione riservata)

© Lindau

Francesco Roat , narratore, saggista e critico letterario trentino, già insegnante di lettere e consulente editoriale, ha pubblicato il libro di racconti Tra-guardo (Argo), i romanzi Una donna sbagliata (Avagliano), Amor ch’a nullo amato (Manni), Tre storie belle (Travenbooks), i saggi L’ape di luglio che scotta. Anna Maria Farabbi poeta(Lietocolle), Le Elegie di Rilke tra angeli e finitudine (Alpha-Beta), La pienezza del vuoto. Tracce mistiche negli scritti di Robert Walser (Vox Populi).

© Letteratitudine

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