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MARIA MESSINA: uno sguardo oltre la finestra

gennaio 29, 2013

MARIA MESSINA: UNO SGUARDO OLTRE LA FINESTRA

di Simona Lo Iacono

Le ore scoccano dalla Matrice, un don don angustiato che tra poco – ne è certa – smorirà come i pianti delle comari, allineate nel corteo  funebre.  Maria le ascolta mormorare requiem aeternam dona eis Domine, singhiozzare a comando, rievocare le virtù del defunto intervallandole con un “Dio l’abbia in gloria”, o “Pace all’anima sua”.
Affacciata alla finestra, pensa che in Sicilia è sempre stato così. Inscenare la vita ma anche la morte, chè anzi proprio questa molto deve dire su chi non c’è più, ed è l’occasione che resta – l’ultima – per ostentare importanza, censo, potere.
Lo sa bene lei, che della borghesia buona, arroccata su apparenze e segreti, ha svelato ogni indecenza con i suoi racconti. E ancora sbircia dalla finestra la bara ondeggiante che celebra l’ultima festa, dietro la quale le prefiche si dannano a stracciarsi le vesti.
Nata ad Alimena  (Palermo) il 14 marzo 1887, Maria Messina era figlia di Gaetano, maestro elementare, e di Gaetana Valenza Traina, esponente di una famiglia baronale, originaria di Prizzi. Una famiglia “bella e facoltosa, distrutta da un cattivo vento di sfortuna” (lettera di Maria Messina a Verga).
Conosceva quindi, Maria, i contegni a modo, le ristrettezze economiche che dovevano essere “dignitosamente celate”, i sorrisi artefatti, dietro i quali stavano  smarrimento e solitudine.
Era stata educata in casa, come si conveniva a una figlia di buona famiglia, e suoi precettori erano stati la madre e il fratello, che ne aveva incoraggiato la vocazione letteraria. Di quei tempi restano nei suoi scritti le ore di studio solitario, i litigi dei genitori sullo sfondo di una vita tutta chiusa in pochi svaghi, stretta da emergenze finanziarie. L’esordio era stato precoce. Due raccolte di novelle all’uso del Verga, che ammirava e del quale condivideva la riflessione. Racconti che avevano destato il plauso della critica e in cui primeggiava l’interesse per gli ultimi, per coloro che non hanno voce né ambiscono ad averla, che la letteratura resuscita con un atto misericordioso, amaro. Nel tempo, però, la riflessione sui “vinti” si era spostata dal mondo rusticano all’universo  familiare, ai suoi nodi misteriosi,  taciuti, entro i quali maturano infelicità. I “vinti” di Maria sono le donne, che “non posseggono la forza di offendere né quella di difendersi”. Sposate come  Jemma (La porta chiusa). Nubili come Rosalba (L’avventura).  Zitelle come Liboria (Rose rosse) con “la sua fresca giovinezza che non voleva morire”.
Maria Messina non tace scandali, non fa censure alla verità, non inganna il lettore. Inizia la narrazione in punta di piedi, rappresentando ciò che l’occhio esterno vede, e di cui si nutre l’apparenza: vite condotte sul filo delle scelte giuste, dei matrimoni adatti, delle facciate da mantenere. Ma poi sviscera ciò che ammalora i rapporti, taglia di netto la prima impressione, si anfratta all’interno, nel cuore pulsante della relazione con l’altro. E – con coraggio – ne scrive. Ne viene fuori un articolato mondo di decaduti, piccoli proprietari, professionisti mediocri, avvinti dall’ansia di non sfigurare, di “salvare la faccia”. Come la figlia dell’avvocato Scialabba che per nascondere gli abiti modesti che indossa, preferisce passeggiare lungo il corso di sera “alla luce incerta dei lampioni e abbassa gli occhi e impallidisce sol quando vede passarsi accanto le signorine Saitta o la baronessa Caramagna, le quali, allor che uscivano col cappello, pareva riempissero la strada” (Ti Nesciu).
L'amore negatoLa scrittura si fa denuncia modernissima, accorata, inarrestabile. Non racconta. Rivela. Rifiuta connivenze con “un mondo di meschine ambizioni, di falso orgoglio, di piccole relazioni sociali tra gente piccina e vanitosa, mondo di cartapesta, mondo di burattini” (Mandorle). Uno sfogo, quasi, che si interrompe nel 1928, anno in cui esce  il suo ultimo romanzo, L’amore negato.
Ammalatasi di sclerosi multipla, Maria Messina tace. Una paralisi progressiva le inibisce l’uso delle gambe, del busto, delle mani. Immobile innanzi alla solita finestra, lancia all’esterno uno sguardo sghembo, abituato alla futilità delle cose.
I rapporti con l’editore Bemporad cessano. La malattia incalza e le impone il silenzio. I tempi cambiano. Sulla scena irrompono i fasci con le loro grancasse e il loro disinteresse per il sottosviluppo del meridione. La storia letteraria pian piano si dimentica di lei.
Nel 1981 però Leonardo Sciascia decide di rivalutarla. Della  Messina ama l’attenzione verso la quotidianità, verso oggetti e situazioni insignificanti, che ruggiscono tutta la loro drammaticità. E inserisce nel volume Partono i bastimenti (Mondadori) due suoi racconti sull’emigrazione ambientati a Mistretta. L’intelligente opera di recupero della casa editrice Sellerio, poi,  ha di recente  riportato alla luce tutta la sua opera narrativa.
Maria Messina torna dunque nel nostro difficile tempo col suo sguardo penetrante, coraggioso, morale. Sbircia ancora da quella finestra, ultima feritoia sul mondo, andando con gli occhi lontano, dove – forse – brilla una libertà senza maschere, senza indecenze, senza peccati da nascondere. Osserva il feretro  che – frattanto – s’è fermato, e così le preghiere delle comari, le dita snocciolanti il rosario, il mugghio di implorazioni. Maria sospira accondiscendente, mastica una parola di lamentazione, forza i gomiti a salire sulla fronte per segnarsi con un gesto di croce.
Chiude la finestra e ci lascia.

[Articolo pubblicato sul quotidiano La Sicilia]

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